domenica 31 luglio 2016

Proverbio Toscano del Giorno

"Quando la fame assale, la musica non vale"

sabato 30 luglio 2016

Proverbio Toscano del Giorno

"Mano fredda e cuor sincero"

venerdì 29 luglio 2016

Modi di dire: “cignata”

E’ un colpo inferto con una cigna (cinghia, cintura), ma si usa anche, in ambito calcistico, per indicare un tiro molto potente, forte ed improvviso, oppure, in altri situazioni, per descrivere un colpo inferto in maniera molto violenta e pesante. La parola deriva da “cinghia”, cioè cintura (o striscia di spago o di cuoio per legare agli animali la sella, la soma o il basto); “cinghia” deriva dal latino “cingula” a sua volta sempre dal latino, “cingere”, poi volgarizzato in “cignere”. Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"Di chi poco si dimostra, promette poco e mantiene assai"

giovedì 28 luglio 2016

Modi di dire: “gingillone”




E’ così appellata una persona che solitamente si perde, cioè si distrae facilmente, od è lenta nei movimenti, nel compiere un azione o una mansione, e quindi non riesce, per indolenza, a portarla a conclusione. Oppure ne fa molte, senza concluderne alcuna. L’origine della parola potrebbe essere dal latino “cincinnulus” diminutivo di “cincinnus” (dal greco “kikinnos”), cioè “ricciolo”, infatti, chi si sofferma a lungo nella contemplazione su dal farsi, spesso pensa, senza agire, toccandosi una ciocca dei propri capelli. Oppure, deriverebbe, sempre dal latino, da “cingillum”, cioè cinturino, da cui deriva “cingiglio”: la striscia pendente dalla cintura, un ninnolo; quindi il “giocare con i ninnoli”, il "gingillarsi", il perdere tempo. Roberto Di Ferdinando

Firenze

Foto di Sara M. Pezzoli


Proverbio Toscano del Giorno

"Lunga lingua, corta mano"

mercoledì 27 luglio 2016

Modi di dire: “ganzo”



Si usa come apprezzamento verso qualcosa o qualcuno che suscita ammirazione per le sue capacità di stupire; o perché gli si riconoscono, riferito ad una persona, furbizia e scaltrezza, e, riferito ad un oggetto, l’innovativa funzionalità. Ma il termine “ganzo” o ganza” è usato anche per indicare l’amante, o un fidanzato/a. L’origine della parola deriva dall’antico tedesco “gans”, cioè “giovane”, che a sua volta trae origine dal latino “ganzia” cioè meretrice, da “ganea”: taverna, luogo dove si gozzoviglia. Roberto Di Ferdinando

Ponte Vecchio

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Contro corrente si va ma contro culo no"

martedì 26 luglio 2016

Modi di dire: “punto!”

Si è soliti usare tale termine (che non ha niente a che fare con la punteggiatura) in risposta ad una domanda, ma tale risposta la può comprendere solo chi conosce il fiorentino o il toscano. Infatti, “punto” significa “per niente” o “per nulla”, e rafforza, se non sostituisce, una negazione assoluta (“no”): “hai ancora quei biscotti buoni? – “No, punti” – “. “Punto” deriva dal latino “punctum” da “pungere”, cioè “penetrare” o “pungere”, da “puntura”, QUINDI il piccolo buco provocato da uno strumento acuminato, da cui anche il segno di forma tondeggiante ed in ambito geometrico. Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"Lingua cheta, e fatti parlanti"

lunedì 25 luglio 2016

Lungarni

Foto di Manuela Pagano



Modi di dire: “diacere”

Significa sdraiarsi, precisamente, mettersi a letto, andare a dormire (variazione di: “giacere"). Si usa anche per indicare una persona che cade in seguito ad uno sgambetto, ad una spinta od ad un movimento improvviso; in ambito calcistico si può incontrarlo in questa tipica espressione: “gli ha fatto una finta e l’ha messo a diacere”, cioè: “l’ha mandato a terra, sdraiato, con una finta”.
Il verbo “diacere” deriva dal latino “jacere”, da cui deriva anche “giacere”, che significa “stare disteso”, ma anche “essere gettato”, per esempio, a terra.
Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"Dì di no, e fa di sì"

domenica 24 luglio 2016

venerdì 22 luglio 2016

Mitterand fiorentino

Firenze e la sua storia sono un costante nelle conversazioni fra Spadolini e Mitterrand appassionato cultore delle vicende di casa medici. Un’amicizia nata nella seconda metà degli anni Cinquanta ai tavoli della biblioteca Laurenziana e consolidata all’inizio degli anni Ottanta, allorché i due “compagni di biblioteca” si incontrarono in diverse veste: presidente del Consiglio dei Ministri italiano l’uno, presidente della Repubblica francese l’altro. Tema principale di dibattito: Machiavelli e l’esprit florentin."

"Non ho partecipato al gran pranzo nel salone dei Cinquecento in onore di Mitterrand per l’apertura, con sei mesi di ritardo, dell’anno europeo della cultura a Firenze (inviti in ritardo dell’amministrazione; impegni connessi alla crisi di governo; un po’ di malinconia per il clima di polemiche e anzi di dispute municipali, con una vena di “Firenzina”, in cui si svolgevano gli eventi).
Ma non avevo bisogno delle conferme evocate in quei giorni per conoscere l’amore profondo, peculiare, del presidente della Repubblica francese per Firenze.
Ho conosciuto Mitterand sulle rive dell’Arno poco meno di trent’anni fa, nel gennaio 1958. Non come politico (non lo ero neanch’io, allora); ma come studioso.
Mitterrand, ministro della quarta Repubblica, uomo di governo scaltro e calcolatore che non aveva mai rinunciato a una posizione di intellettuale indipendente e un po’ spregiudicato, stava conducendo una ricerca su Lorenzo il Magnifico. Ricerca destinata a culminare in un libro: tuttora incompiuto.
Frequentava la Laurenziana; cercava documenti e fonti. Abituato ad essere un po’ l’”ago della bilancia” nel viluppo dei partiti della quarta Repubblica (dove svolgeva una funzione alla La Malfa, di mosca cocchiera, di elemento di provocazione e di stimoli), guardava con ammirazione a quello che era stato l’”ago della bilancia intra principi”, che aveva dominato un’intera stagione della vita italiana: con mezzi limitati aveva tenuto in scacco potenze molto più forti. Il Magnifico aveva unito l’egemonia culturale all’indipendenza politica. Aveva anticipato il modello del “Re borghese”, del “monarca repubblicano” tipo Luigi Filippo. E forse si adattava a lui meglio che a ogni altro la definizione di Stendhal che l’aveva giudicato “il modello degli usurpatori e dei Re”.
Forse non è un caso che il presidente Mitterrand (quando ci incontrammo molti anni più tardi, in diversa veste) mi regalasse la prima edizione di Rome, Naples et Florence di Stendhal proprio in coincidenza con la sua prima visita ufficiale in Italia il 26 febbraio 1982, apertura agli scambi semestrali italo-francesi, il “primo consiglio dei ministri” d’oltralpe – come si disse allora – che si trasferiva a Roma.
[…] . I temi della storia fiorentina sono tornati spesso nelle conversazioni che ho avuto con il presidente Mitterrand, durante il periodo in cui ho detenuto la presidenza del Consiglio. Ricordo solo che una volta gli dissi, a bruciapelo: “l’esprit florentin….”. Il presidente mi fermò con un sorriso ammiccante: “ma in Francia – mi disse – è un’espressione critica, negativa, quasi di disprezzo”. “Lo so – ribattei -, ma non a Firenze”.
E tutto finì con un’evocazione di Machiavelli. Un autore familiare al presidente socialista della quinta Repubblica, anche se parsimoniosamente evocato. E’ l’autore più citato da Aron: più di Marx”, aggiunsi.

(1986 – tratto da: Giovanni Spadolini, La mia Firenze)

Modi di dire: “oh brodo!”

E’ una delle espressioni più comuni per indicare che una persona non è molto capace, o non è pratica, in una certa attività o mansione. E’ usata in maniera bonaria, ma può essere utilizzata anche con un valore molto offensivo, a secondo del tono con cui la si esprime. Si può sentire tale espressione in varie parti della Toscana. Noto anche l'utilizzo per descrivere il calore dell'acqua in cui siamo immersi, infatti è molto facile sentire dire ai bagnanti riguardo l'acqua del mare o di un fiume o di un lago: "L'acqua è un brodo!".
Il termine “brodo” deriva dal tedesco “brod”=”essere in ebollizione, vapore, esalazione”, e “brauen” (scottare in acqua bollente, bollire) a sua volta, forse, da una radice sanscrita “bhur”, cioè “agistarsi, fremere, rapido movimento. Roberto Di Ferdinando

Piazza SS. Annunziata

Foto Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi meglio parla, peggio fa"

giovedì 21 luglio 2016

Piazza della Signoria

Foto di Marco Giorgi


Modi di dire: “Si bubbola”

E’ il tipico rumore tremante dei denti che battono a chi sente freddo. Quindi, si usa questa espressione per denunciare il fatto di patire freddo. Per chi è solito lamentarsi, con voce roca e bassa, cioè un profondo, nel tono di voce,  mormorio, si dice anche che “bubola”. Il verbo “bubbolare”, da cui anche “bubolare”, deriva dal latino “bubolare” che significa “voce cupa” che descrive la voce del gufo (o barbagianni) che, sempre in latino, è chiamato, appunto, “bubo”.
Roberto Di Ferdinando

Il Duomo al mattino

Foto di Sara M. Pezzoli


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi le vuol fare, non le dice"

mercoledì 20 luglio 2016

Modi di dire: “gora”

E’ una macchia lasciata da un liquido su un oggetto (spesso sui vestiti), oppure sulla pelle (lacrime o sudore). Spesso si usa per indicate la traccia salina del sudore che si asciuga su un indumento. Ma “gora” è anche il nome che prendono alcuni canali d’acqua nei loro percorsi urbani. Spesso sono quei bacini che prendono l’acqua da un fiume vicino, e sono utilizzati per varie attività artigianali (mulini, lavorazione dei tessuti e delle pelli). A Firenze esiste, infatti, via delle Gore, in zona Careggi, una strada, abbastanza lunga, che costeggia, appunto, il torrente Terzolle. Il termine “gora”o “guora” deriva dal tedesco “wuor”, cioè diga, argine per respingere o deviare l’acqua. Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"Al mal fatto si rimedia, al mal detto no"

martedì 19 luglio 2016

Modi di dire: “S'ha a dì d'andà?” e “Che s’ha a’ ire?”

Indicano il sollecito a muoversi per andare da qualche parte, spesso per significare il rientro a casa, oppure per lasciare un luogo. Al “s'ha a dì d'andà?” (letteralmente: “si dice –decidiamo - di andare?”) si risponde ironicamente e per dar luogo ad un ormai noto sciogli lingua: “tu m’ha a dì ndo!” (“mi devi dire dove!”). Lo stesso significato di invito a muoversi vale per le espressioni: “che s’ha a ire?” (andiamo?)  e “si batte il sandalo?”. “Andare” deriva dal latino “ad-ire”, cioè andare, venire; così “ire”, che anch’esso deriva dal latino “ire”, significa sempre l’”andare”.
Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"Suocera e nuora, tempesta e gragnuola"

lunedì 18 luglio 2016

Modi di dire: “Tu’ ne buschi”

Espressione di avvertimento che, solitamente, i genitori usano nei confronti di figli che fanno le bizze. E’ la tipica minaccia di una sculacciata punitiva. Si usa, per lo stesso scopo, anche il modo di dire “tu ne tocchi”. Il termine “buscare”, deriva dallo spagnolo “buscar” e dal francese “busquer”, cioè “cercare”, poi ha assunto il significato di procacciarsi, trovare, ottenere. Nell’ambito della nostra espressione, s’intende, per sintesi: <<stai attento a come ti comporti che ottieni quello che cerchi (prendi, ottieni) degli sculaccioni (o schiaffi)>>
 “Toccarne”, che in questo modo di dire è sinonimo di “buscarne”, deriva anch’esso sempre dallo spagnolo “tocar” e dal francese “toquer”, cioè “toccare” (anche dal latino “tangere”: toccare, e “tac-tus”: tatto). In questo nostro uso, indica proprio il toccare con vigore, il percuotere, il corpo altrui. Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"Quando nascono (i figliuoli) son tutti belli, quando si maritano, tutti buoni. E quando muoiono son tutti santi"

domenica 17 luglio 2016

venerdì 15 luglio 2016

Modi di dire: “L’è il tocco”

Indica l’ora una del pomeriggio, le tredici, o della mattina. L’espressione nasce dal fatto che in passato, specialmente nelle campagne, il tempo era segnato dai rintocchi delle campane delle chiese. Infatti, le campane servivano, oltre che richiamare i fedeli alle funzioni religiose e ricordare loro i vari momenti di preghiera previsti nella giornata, a segnare le ore del giorno: un tocco di campana per ogni ora segnata. Quindi, alle una del pomeriggio, o della notte, la campana batte un solo rintocco, appunto, un “tocco”. Roberto Di Ferdinando

Gli scontri religiosi nella Firenze del Quattrocento attraverso le pagine di Mary McCarthy

“[…] nel tredicesimo secolo l’Inquisizione, sotto San Pietro martire, organizzò due gruppi laici, i Crocesegnati e la Compagnia della Fede, per sterminare il movimento patarino. E anche questa battaglia fu condotta per le strade e le piazze. Pietro, con indosso la tunica domenicana e nel pugno un vessillo crociato di rosso, eccitò all’azione i suoi sodali, che erano vere bande armate. Presso Santa Maria Novella, dov’egli soleva lanciare dal pulpito le sue invettive, avvenne l’orrendo massacro dei patarini; il luogo è segnato da una croce chiamata la Croce al Trebbio e da una colonna isolata. Un’altra colonna, vicino alla chiesa di Santa Felicita oltrarno, non lungi dal Ponte Vecchio, indica il luogo di un altro santo massacro. Nel Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella il santo inquisitore è raffigurato nella su aveste domenicana nera e bianca, in compagnia di una muta di cani bianconeri (i Segugi dell’Inquisizione). Che lo aiutano a snidare l’eresia. Questo santo fu poi colpito a morte (e così divenne <<martire>>) da un eretico mentre andava da Como a Milano. Nei dipinti dell’Italia settentrionale è rappresentato di solito con un coltello piantato nella testa; i fiorentini lo dipinsero talvolta col dito sulle labbra, che si ritiene un gesto simbolico dell’Inquisizione. Il Cappellone degli Spagnoli è così chiamato perché vi si radunava a sentir messa la corte spagnola di Eleonora di Toledo, sposa di Cosimo I […]. Frattanto, le colonne armate di Pietro Martire, dopo aver disfatto i patarini, si dedicavano d opere pie, fondando ospedali e curando malati. La loro confraternita, che oggi è conosciuta cime i Fratelli della Misericordia ed ha il suo centro nel Bigallo, difaccia al Duomo, fu la prima Croce Rossa. Tuttora si possono vedere fratelli misericordiosi nei loro cappucci neri (per umiltà l’identità è tenuta ufficialmente segreta) scendere da un’ambulanza con una barella […] .”
(Mary McCarthy, Le pietre di Firenze, 1956)

Piazza Santa Maria Novella: Museo del Novecento

Foto di Elisa Ricci


Proverbio Toscano del Giorno

"Quando la capra ha passato il poggiolo non si ricorda più del suo figliuolo"

giovedì 14 luglio 2016

Modi di dire: “abbollore”

“L’è abbollore!”, espressione usata spesso per indicare una sostanza, solitamente liquida, molto calda. E’ il corrispondente in italiano di “bollente”. Sì è soliti sentire dire tale espressione riferita alla temperatura dell’acqua (della doccia o del rubinetto – cannella -), oppure di una pietanza (in particolare di una minestra). Deriva dal latino “bullire”, che a sua volta trae origine da “bulla”, cioè bolla, il rigonfiamento che avviene alla superficie dell’acqua quando è molto riscaldata.
Roberto Di Ferdinando

Ombre e luci

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Il ramo somiglia il tronco"

mercoledì 13 luglio 2016

Modi di dire: “fare gambetta”



Significa causare la caduta di una persona facendola inciampare, sgambettarla. Ovviamente l’origine dell’espressione deriva da “gamba”. Dal latino classico “crus” e da quello, poi, volgare, “camba” a sua volta derivante dal greco “kampe” cioè: piegatura, giuntura (radice “kap”=curvare).
Roberto Di Ferdinando

Piazza Bartali

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Ognuno dà pane, ma non come mamma"

martedì 12 luglio 2016

Modi di dire: “una barcata di soldi”

“Barcata” è usato, nelle conversazioni informali, per indicare una gran quantità di un oggetto, quasi sempre per riferirsi ad un elevato quantitativo di soldi. Tale parola in questo contesto, trarrebbe origine dal latino “barca” o “barga”, che a sua volta deriva dal greco “bar-is”, che significano “scafo”, ed ad un particolare tipo di imbarcazione che si utilizzava in Egitto e Persia, a forma, appunto, “barica”, cioè riprendendo le linee dei volatili (da “avica”, dal latino “avius”). Non è da escludere però che il termine, inteso come grande quantità ammassata, derivi, sempre dal latino, ma da “brachium”, braccio, cioè la quantità che si può abbracciare. Roberto Di Ferdinando

Duomo

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Non ogni bestia che va in fiera si vende"

lunedì 11 luglio 2016

Modi di dire: “chiorba”

E’ usato, in modo dispregiativo, per indicare la testa di una persona (testa grande=chiorbone), ma anche per mettere enfasi ad un evento che vede tue teste battersi fra loro o una che sbatte con un oggetto (chiorbata). Utilizzato, in maniera minore, anche per sottolineare scherzosamente  le poche o molte, a seconda dei casi ed del contesto, capacità intellettive di una persona.
La parola deriva molto probabilmente dal latino “corbula”, diminutivo ci “corba”, cioè “cesta”, una cesta rotonda a forma piramidale o conica, fatta di giunchi o legno di castagno, intrecciati. Da questa radice latina anche la voce latina “cu-curb-ita”=zucca, altro sinonimo, in italiano, di testa, capo. Roberto Di Ferdinando

Fotografando Firenze dal Piazzale Michelangelo

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Non è peggior lite, cher tra sangue e sangue"

venerdì 8 luglio 2016

Modi di dire: “tu sei un tattameo”

Definire una persona un “tattameo” significa darle dello sciocco, dell’ingenua, ma anche, per timidezza o pudore, poco attiva, poco sveglia.
L’etimologia è incerta. Potrebbe derivare dal verbo popolare “tattamellare”, voce che esprime la frequenza dei battiti della lingua di chi parla molto senza poi dire niente di sensato. Oppure, da “tattera/ara” dal tedesco “zatar”, in origine cencio, straccio, inteso poi come “cosa di poco conto”.
Roberto Di Ferdinando

Firenze

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno:

"Marito e moglie della tua villa, compari e comari lontan cento miglia"

giovedì 7 luglio 2016

Gli spinaci alla fiorentina



Non confonda il nome, non si tratta di un semplice contorno di verdure lesse, ma di un vero e proprio piatto completo. Infatti, è ricco di ingredienti: gli spinaci, ovviamente, il burro, farina, latte, parmigiano, uova, sale, pepe e besciamella. Un piatto della tradizione della gastronomia fiorentina, molto calorico, che nasce nel mondo contadino e artigiano del passato, quando per affrontare i lavori manuali era richiesta molta energia. La ricetta completa .
Il nome spinacio (o spinace) deriva dal latino “spinaciu” (m) a sua volta dal persiano “aspanakh”, congiunto con spina (dalle spine dei frutti), infatti, è un vegetale fiorito che appartiene alla famiglia delle Amaranthaceae o Chenopodiaceae  tipica dell’Asia occidentale.
Roberto Di Ferdinando