mercoledì 9 giugno 2021

Il soggiorno fiorentino di James Fenimore Cooper


“Per i viaggiatori statunitensi del’800, Firenze era una delle destinazioni predilette del Grand Tour in Europa. James Fenimore Cooper fu tra i primi ad arrivarvi, ma nel corso dell’Ottocento nell’area fiorentina abitavano anche Nathaniel Hawthorne, Samuel Clemens (Mark Twain), Henry James, Constance Fenimore Woolson, Edith Wharton e altri. Cooper aveva già passato due anni in
Europa, principalmente a Parigi e Lione, quando, nel 1828, raggiunse Firenze con la sua famiglia - la moglie Augusta, il figlio, le quattro figlie e un nipote. Gli obiettivi del viaggio previsti da Cooper erano di offrire ai suoi figli l’opportunità di imparare la lingua francese e quella italiana nonché di trovare una possibilità di pubblicare i suoi romanzi in Europa. […] Cooper alloggiò all’Hotel York in via de’ Cerretani prima di prendere una residenza di dieci stanze al primo piano di Palazzo Ricasoli all’angolo di via del Cocomero (ora via Ricasoli) e via dei Biffoli (ora via Biffi). […].
La prima notte, all’Hotel York, Cooper ebbe il suo primo impatto con le .zanzare di Firenze: «Fortunatamente avevamo delle zanzariere, una cosa che da noi non avevo mai visto, tra l’altro», scrisse Cooper, «[…] La mattina dopo la povera Lucia [la cuoca svizzera], che immagino non avesse la zanzariera, sembrava avesse il vaiolo. Cooper rimase impressionato dai bassi costi degli affitti e dalla facilità con cui fu possibile trovare alloggio nonostante i numerosi stranieri che risiedevano nella capitale del Granducato di Toscana. Firenze fu la città meno costosa dove la famiglia Cooper abitò in Europa e lo scrittore rimase meravigliato non solo dai prezzi bassi ma anche dall’alta qualità di prodotti venduti a Firenze. L’olio che bruciava nelle lampade, secondo lui, sarebbe stato adatto per condire l’insalata. Apprezzò l’ottimo vino toscano, venduto direttamente a Palazzo Ricasoli. […] A Firenze, Cooper ebbe diversi problemi con i suoi domestici italiani di ven - chi venne licenziato a causa dell’ubriachezza, chi per frode, chi per aver preso bustarelle - fino ad arrivare a un processo in tribunale per una causa intentagli dal
suo lacchè Luigi, che, dopo essere stato licenziato, accusò Cooper di non avergli
pagato lo stipendio per nove mesi. Nel maggio del 1830 questo processo era ancora in corso nonostante Cooper avesse già provveduto a pagare altri 18 dollari a Luigi. Giunto a questo punto, allo scrittore statunitense non interessava più quello che il tribunale avrebbe deciso dal momento che non era più in Toscana. Quando arrivò a Firenze, Cooper era già famoso nel Vecchio Continente, inclusa l’Italia, per il suo romanzo The Last of the Mohicans pubblicato nel 1826 e    già tradotto in diverse lingue. […].
All’epoca la capitale del Granducato di Toscana era conosciuta come un centro cosmopolita. La vita sociale era molto intensa e consisteva in cene e di dansantes, balli in maschera e spettacoli teatrali privati. Tra i dignitari interessati al «commingling», come Cooper definì l’interazione sociale dell’alta società, si trovavano ex-ambasciatori, nobili dall’Olanda, Haiti, Inghilterra e Russia,
I numerosi chargés d’affaire che arrivavano da Francia, Austria e Prussia’, mentre altri ancora rappresentavano Grccia, Algeria, Egitto, Turchia e così via. «Ad un ricevimento serale si incontrano i più strani tipi immaginabili», annotò Cooper «perché la gente di metà dei paesi civilizzati del mondo sembra essersi data appuntamento su terreno neutrale in questa piccola capitale, dal momento che il governo è liberale e tollera persino uomini con opinioni politiche bandite aItrove». Tanti di loro si riunivano al teatro della Pergola, all’epoca il principale della città, dove si poteva assistere agli spettacoli dell’opera italiana. Il desiderio di ampliare la propria cultura dominava sopratutto tra gli statunitensi che arrivavano a Firenze, cercando quella storia, cultura e sofisticazione che la giovane America ancora, non possedeva. […]
I viaggiatori dimostravano che l’800 era l’epoca del cosmopolitismo, come affermò Cooper: «Questa è l’età del cosmopolitismo, vero o presunto; e Firenze, proprio in questo momento, ne è un’incarnazione spirituale e materiale». […]
Cooper entrò nella società cosmopolita di duchi, principi e lord e fu presentato ad altri forestieri come il ministero francese Eugène Francois Auguste d’Arnaud, barone de Vitrolles, (al cui ballo in maschera, dato presso l’Hotel de France durante il carnevale del 1829 intervenne anche Cooper), il conte di St-Leu (nel cui palazzo fu invitato a una festa sull’Arno a vedere le illuminazioni e i fuochi d’artifìcio). Incontrò anche altri ospiti abituali delle feste come Giuseppe Bonaparte (il fratello di Napoleone ed ex re di Napoli) e Charles-Lucien, il principe di Canino (il figlio del fratello minore di Napoleone). Fu invitato ai ricevimenti della famiglia Bonaparte, che ebbero luogo dal principe Camillo Borghese (vedovo di Paolina Bonaparte, morta nel 1825) dove conobbe la famosa Madame Mére (Maria Letizia Ramolino, la madre di Napoleone). Conobbe pure Jean Pierre Viesseux, il marchese Gino Capponi e il marchese Giuseppe Pucci. Inoltre Cooper chiese udienza ben due volte al Granduca Leopoldo II, il sovrano della  Toscana (1824-1859), che organizzava ricevimenti a corte. Secondo la prassj, una volta presentati dal loro ministro, i forestieri potevano prendere parte ai ricevimenti settimanali a Palazzo Pitti senza la formalità di un invito da parte del granduca. Vi partecipò anche Cooper […].
Questa prima udienza, quella pubblica, ebbe luogo durante il ricevimento settimanale a Palazzo pitti e, alla fine, durò una ventina di minuti, durante i quali Cooper rispose, sempre brevemente in conformità “all’etichetta” dell’epoca, alle numerose domande sugli Stati Uniti, sulla grandezza delle città» sulle abitudini della gente, sullo stato generale del Paese, sulla geografia e su altre questioni […]”
La seconda udienza, quella di congedo, che fu concessa a Cooper prima della partenza da Firenze, ebbe luogo nelle stanze private dì Leopoldo II, durò per un’ora e alla fine lo scrittore regalò al granduca una copia del suo libro The Wept of Wish-Ton-Wish, che era appena stato pubblicato a Firenze da Dante’s Head Press.
Il 31 luglio, dopo la scadenza del contratto di affitto, Cooper partì con la famiglia verso il Sud d’Italia con destinazione Napoli e Sorrento. Trascorse altri anni in Europa e, dopo il ritorno negli Stati Uniti, descrisse l’esperienza fiorentina in Excursions in Italy, pubblicato in due volumi nel 1838 a Parigi e nello stesso anno a Philadelphia sotto il titolo Gleanings in Europe: Italy […]”
(Tratto da: James Fenimore Cooper e la Toscana del Granduca Leopoldo II, di Sirpa Salenius, in Quaderni del Circolo Rosselli, Nuova serie 1/2020)

domenica 23 maggio 2021

Le origini del consolato degli Stati Uniti d'America a Firenze

 

Foto tratta da Wikipedia.it

“[…] creazione dell’agenzia consolare degli Stati Uniti a Firenze nell’allora capitale del Granducato di Toscana. Tale atto, risalente al 2 aprile 1819, segnò la genesi di quello che è oggi il consolato generale degli Stati Uniti nel capoluogo toscano.
Gli anni che videro «la crescente influenza continentale e transatlantica degli Stati Uniti» nei primi decenni dell’ottocento conobbero un significativo sviluppo della rete consolare di questo Paese negli Stati preunitari italiani. Da tale punto di vista, però, la sua estensione a Firenze avvenne con un certo ritardo rispetto ad altre realtà italiane. Consolati statunitensi erano già sorti alla fine del secolo precedente a Napoli (al quale fu preposto Giovanni Sabino Michele Mathieu, allo
scopo soprattutto di curare gli interessi commerciali dei mercanti americani) nel 1796 a Roma (di cui incaricato Giovanni Batista Sartori) nel 1797 e a Genova (del quale fu investito il mercante inglese Frederick Hyde Wollaston) nel 1798.
L’importanza delle relazioni commerciali che ne avevano stimolato l’apertura aveva fatto in modo che perfino Livorno, in quanto città portuale di grande rilievo per gli scambi tra gli Stati Uniti e la penisola italiana, avesse precorso Firenze. Nel centro labronico, infatti, il consolato americano fu instaurato già nel 1794, affidato al conte livornese Filippo Filicchi, membro di una facoltosa famiglia di commercianti, e rappresentò addirittura la prima sede statunitense in tutta l’Italia.
Nel 1819, per la funzione di agente consolare nella capitale del Granducato fu scelto Giacomo, alias James, Ombrosi, un cittadino toscano con un modesto lavoro di impiegato, che - in un momento in cui il governo granducale non consentiva ancora l’espletamento di attività consolari nella capitale - venne cooptato dal Dipartimento di Stato americano con lo scopo precipuo di fare da guida ai viaggiatori statunitensi di passaggio a Firenze oppure che intendevano risiedere
in città per qualche tempo. Ombrosi divenne così una vero e proprio «mediatore
culturale [...] fra la comunità americana [•••] e il milieu artistico» fiorentino. […].
In ogni caso, nel marzo del 1823, Ombrosi venne promosso console, non senza suscitare tensioni con il governo granducale. A detta di quest’ultimo, infatti, Ombrosi non aveva le qualifiche richieste per svolgere la sua funzione. Infatti, poiché Firenze era la capitale dello Stato, il rango dei rappresentanti stranieri in città non avrebbe dovuto essere inferiore a quella di chargé d’affaires.
La controversia investì anche il successore di Ombrosi, Edward Gamage, quest’ultimo
un cittadino statunitense originario del South Carolina, nominato dal presidente John Tyler nel 1842, al punto che il nuovo console si rifiutò di trasferirsi a Firenze, lasciando che il suo predecessore ne svolgesse le funzioni in qualità di reggente fino al 1849, quando il consolato fu di fatto accorpato a quello di Livorno". In quell’anno, infatti, Gamage sostituì il conte Giuseppe Agamennone, alias Joseph A. Binda, un lucchese naturalizzato cittadino statunitense nel 1841
alla guida del consolato labronico, pur mantenendo formalmente anche
titolarità di quello fiorentino. Con la nomina di Francis Lance nel 1852, sostituito poi da 'William L. Marcy nel 1854, la presenza consolare statunitense nella capitale toscana fu ridimensionata all’esistenza di semplici agenti commerciali.  Soltanto alla vigilia della proclamazione dell’unità d’Italia, dopo l’annessione del Granducato di Toscana al Regno di Sardegna nel 1860, la sede
statunitense a Firenze fu elevata a consolato generale. L’incarico venne attribuito a Edward J. Mallett, che da due anni era già attivo a Firenze nella veste di agente commerciale degli Stati Uniti. Tuttavia, pure la sua precedente nomina nel 1858 era stata un ulteriore motivo di tensioni con il governo toscano.
Mallett, infatti, non era inizialmente risultato gradito al Granduca Leopoldi I
perché gli erano state attribuite «simpatie liberali».
 Comunque, nonostante i successivi attriti con il governo granducale, la creazione dell’agenzia consolare nel 1819 segnò l’istituzionalizzazione della presenza americana a Firenze e, quindi, evidenziò un rafforzamento formale dei molteplici rapporti e delle composite interazioni tra il capoluogo toscano e gli Stati Uniti. […]”
(Tratto da: Introduzione del curatore, di Stefano Luconi, in “Quaderni del Circolo Rosselli”, NUOVA SERIE 1/2020)

domenica 2 maggio 2021

La Biblioteca magliabechiana

foto tratta da wikipedia.it

 “[…] Anche a Firenze, nel granducato di Toscana, dove le biblioteche di certo non erano mai mancate, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento si cominciava a sentire, soprattutto da parte della gente meno abbiente, l’esigenza di una biblioteca pubblica cui poter accedere senza essere conosciuti o famosi o chiedere particolari autorizzazioni.
Questa esigenza veniva soddisfatta agli inizi del 1747, quando veniva aperta al pubblico la
biblioteca Magliabechiana, nucleo primigenio della futura Biblioteca Nazionale Centrale, una delle due che l’Italia possiede. La Biblioteca magliabechiana era il risultato di una vita spesa sia finanziariamente che intellettualmente, per i libri, cercati e acquistati non per il piacere di possederli, ma per un insaziabile bisogno di conoscere. Accanto a libri e codici rari e preziosi, da grande bibliofilo, si incontrava tra i volumi di Antonio Magliagliabechi “una enorme quantità di materiali che soltanto l’erudito più consumato e il Ricercatore più minuzioso di notizie storiche e letterarie potrebbero apprezzare”.
Nel testamento, dettato trentanove giorni prima della morte, avvenuta a Firenze il 4 luglio 1714, Magliabechi nominava eredi universali dei suoi beni i ‘poveri di Gesù Cristo’ di
Firenze; esprimeva il desiderio che la sua biblioteca formasse una pubblica libreria a
beneficio universale della città e specialmente dei poveri, dei chierici, dei sacerdoti e dei
scolari che non avessero modo di comprare libri e di poter studiare. Disponeva inoltre
che suoi esecutori testamentari fossero anche i bibliotecari, i quali avrebbero ricevuto un
compenso di 50 scudi annui; che questi provvedessero a far costruire una sede e a inventariare tutto il materiale, che doveva essere assolutamente vietato alla consultazione fino
a quando non fosse ben disposto e ordinato nella sede definitiva; che la biblioteca dovesse
essere aperta al pubblico due giorni alla settimana, per tre ore al mattino e tre al pomeriggio.
Il grande erudito disponeva infine che per il mantenimento dei libri e l'accrescimento della biblioteca si spendessero annualmente 50 scudi.
Prima che i libri di quest'uomo - il quale per amore del sapere aveva scelto proprio loro come gli unici compagni di una vita volutamente solitaria, misera e squallida - fossero
messi a disposizione di tutti trascorrevano trent’anni e doveva intervenire il governo
granducale, passato nel frattempo dai Medici ai Lorena, a sostenere finanziariamente l’iniziiativa. […]”
(Tratto da: LA CITTA' E LA PAROLA SCRITTA, a cura di Giovanni Pugliese Carratelli, 1997 UTET, pag, 361)

Il fondo di libri magliabechiano è oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze.
RDF

Via S. Antonino

Foto di Roberto Di Ferdinando

 


 

giovedì 22 aprile 2021

Amerigo Vespucci

 

Foto tratta da wikipedia.it

“[…] Amerigo Vespucci. Il grande navigatore fiorentino è passato alla storia per essere stato il primo a raggiungere la consapevolezza che le terre scoperte da Cristoforo Colombo erano un “nuovo mondo”, come lo stesso Vespucci scrisse a Lorenzo Pierfrancesco de’ Medici, in una
lettera che suscitò scalpore in tutta Europa.
Così, quando nel 1507 il cartografo tedesco Martin Waldsemuller realizzò una mappa del mondo
(attualmente conservata nella Biblioteca del Congresso a Washington) comprendente le nuove scoperte, su proposta del poeta e filosofo Matthias Ringmann, utilizzò, all’insaputa dello stesso Vespucci, il nome America (femminile del nome Americus, così come erano femminili i nomi degli altri continenti) per indicare il nuovo mondo.
[…] Figlio del notaio Nastagio Vespucci, il giovane Amerigo, nonostante l’educazione umanistica, si era dedicato agli affari ed era divenuto agente commerciale del banco dei Medici a Siviglia. Continuava a coltivare studi di geometria, cosmografia e astronomia.
A Siviglia conobbe Cristoforo Colombo e lo aiutò ad organizzare la sua terza spedizione.
Poi, ritiratosi dagli affari ormai quarantacinquenne, nel 1499, il Vespucci si dette a sua volta alle
spedizioni transoceaniche. Fu lui a scoprire nel 1501-1502, quelli che oggi chiamiamo baia di Rio de Janeiro e Rio de la Plata.
Alcuni documenti parlano di un primo viaggio di Vespucci già nel 1497, quando una spedizione |
spagnola della quale faceva parte raggiunse la Guyana, forse il Brasile,  inoltrandosi, poi, nel Golfo del Messico.
Ben più documentato il viaggio del 1499, che giunse fino all’estuario del Rio delle Amazzoni;
qui, per la presenza di una grande massa di acqua dolce nel mare, intuì che non si trattasse di un’isola, bensì di una terra sconfinata. Risalì, quindi, il corso del fiume, dove incontrò un
rigoglioso ambiente naturale e numerose popolazioni indigene. […].
Salpato da Lisbona, il 14 maggio 1501, sotto bandiera portoghese, il navigatore toscano approdò nell’autunno-inverno successivo nelle baie di Tutti i Santi e di Rio de Janeiro, scoprì il Rio della Plata e si spinse all’estremo sud del continente, fino allo stretto poi scoperto da Magellano. Durante il viaggio individuò la costellazione della Croce del Sud, punto di riferimento per i navigatori per l’individuazione del polo celeste australe, così come la stella polare è nell’emisfero settentrionale.
Fu proprio quando si trovò a costeggiare la Terra Brasilis che Vespucci si convinse, definitivamente, che essa non aveva nulla a che vedere con l’Asia: memore delle notizie ricevute alle Isole di Capo Verde dalle spedizioni che tornavano dall’india, si rese conto di essere approdato in un nuovo continente, dove la flora e la fauna, gli usi e i costumi delle popolazioni indigene erano diversi da quelli dell’oriente.
Scrisse così al Medici: “Arrivai alla terra degli Antipodi, e riconobbi di essere al cospetto
della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali
Più della nostra Europa, dell’Asia o della stessa Africa”.
(Tratto da: “Te la do io l’America”, di Gabriele Parenti, Informatore del febbraio 2012)

domenica 11 aprile 2021

La bottega di un cartolaio fiorentino del XV° secolo


“[…] sopraggiunta la stampa a soppiantare lentamente il libro manoscritto, i cartolai ampliarono ulteriormente le loro attività, sovvenzionando, in alcuni casi i primi stampatori. 

[…] Alla fine del secolo XV, in Italia si va verso un lento cambiamento nella produzione

del libro: si continuano ancora a usare piatti di legno, fermagli metallici e decorazioni a caldo,

ma con l’introduzione di nuove materie, formati ridotti e con la ricerca di legature con pretese di

artistiche maggiori assistiamo a un vero e proprio processo di modernizzazione del prodotto.

Nell’ultimo quarto di secolo si verificò una vera svolta, quando i cambiamenti furono strutturali

soprattutto, decorativi: i supporti lignei furono sostituiti con quadranti in cartone prima alla

Colla e successivamente alla forma.

I nervi in pelle o in cuoio furono sostituiti da cordicelle di canapa o di lino perché ritenuti più

adatti ad essere introdotti attraverso i quadranti di cartone. 

L’uso delle borchie e dei fermagli metallici tesero a scomparire e con la standardizzazione dell’unghiatura, quella porzione di piatto eccedente il corpo del libro, la posizione da orizzontale divenne definitivamente verticale. Adotta tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, fu proprio

Il cambiamento più importante che preluse al processo di verticalizzazione della posizione di

conservazione del libro; precedentemente, tuttavia, la sua assenza non provocava alcuna sofferenza ai manufatti, che venivano infatti conservati in posizione obliqua sul leggio

oppure in piano sullo scaffale.

Nelle botteghe artigiane per sopperire all’esigenza di una crescita inaspettata della produzione, dovuta, come detto, all’invenzione della stampa furono ideate coperte strutturalmente meno elaborare e furono impiegati materiali di minor costo.

[…] documenti relativi alla bottega di tre fratelli fiorentini: Bartolomeo, Gherardo e Monte di Giovanni […]:


Risime cinque et quaderna dieci di fogli mecani bolognesi nel segno della scala: si tratta di risme da 500 fogli, che si distinguevano in imperiali, reali e mezzani a seconda delle dimensioni. La filigrana della carta e il suo formato sono indicativi di una precisa area di fabbricazione.


Chavrecti a foglio comune rasi: assai verosimile sono carte membranacee di capretto, rasate

dalla scrittura e pronte al riutilizzo.


Pecore sode nostrale: si tratta di pelli da raffinare, non lavorate.


[…]


Gli attrezzi presenti nella bottega sono modesti:

Coltelli da tondare: sono coltelli per rifilare i tre margini del libro, rendendoli lisci e facilitandone la decorazione. L’operazione avviene dopo la cucitura dei fascicoli; il margine del volume viene ben serrato in un torchio ligneo e ‘il coltello da fondare ne rifila il margine


Scuffina: si tratta di una raspa di più modelli e di più grandezze usata per smussare o arrotondare 

gli spigoli delle assi lignee.


Traversa: è lo strumento che i legatori e i doratori oggi chiamano “paletto” e che viene usato per evidenziarne le nervature e per realizzare dei filetti in oro.


Strettoio: è una pressa in legno.


Punto: si tratta di un punteruolo usato dall’amanuense per forare la pergamena e per fissare i punti di inizio e fine della scrittura e la distanza tra una riga e l’altra.


Pectine per rigare: realizzato in metallo, è munito di una serie di punte scriventi, poste a distanze regolabili, ed è utilizzato per rigare a inchiostro eseguendo più righe alla volta carta o pergamena.


Le seccate da stampare:

Sono punzoni per impressioni a caldo o per dorare.

[…]


(Tratto da: Una bottega fiorentina di cartolaio del secolo XV, di Claudio Sorrentino, I beni culturali: tutela e valorizzazione, 2012)

martedì 23 marzo 2021

La porta della Mandorla (Duomo)

foto tratta da Wikipedia.it

 “[…] La porta è un capolavoro complicato, arricchito nei secoli, da interventi di artisti come Donatello, che lavorò a qualche figura  di Profeta posta nelle decorazioni tra i fogliami, o come il Ghirlandaio autore del colorito mosaico centrale. Ma è l’Assunzione della Beata Vergine (alta più di due metri) scoIpita da Nanni di Banco e dai suoi nella «Mandorla» centrale, allusiva alla gloria celeste, attorno al 1420, a catturare l’ammirata fantasia dell'osservatore. Maria è vista già come regina, incoronata nell’ascesa, lascia la Cintola a San Tommaso, e tiene una rosa che l’identifica come Santa Maria del Fiore.
(Tratto da: Le porte ritrovate: ora la Mandorla, presto il Paradiso, di Wanda Lattes, in Corriere Fiorentino, 2014)

La simbologia della Mandorla ha origini antichissime e la religione cattolica l’ha recuperata, modificandone il significato, da precedenti tradizioni spirituali. Per i greci il mandorlo rappresentava il simbolo della nascita, infatti, non solo perché il mandorlo è il primo albero a sbocciare in primavera, ma, in particolare, per il fatto che il suo frutto, la mandorla, per la sua forma ovoidale, sia legata alla fecondità, ed alla nascita dell’Universo (per il mito greco la mandorla rappresentava anche la vulva della Dea Cibele, la Dea Madre).
La mandorla simboleggia anche la saggezza e il mistero, dato che il suo seme è protetto da un guscio.
Nella simbologia cristiana la mandorla o vescica piscis (vescica di pesce) è raffigurata come il risultato di due cerchi, dello stesso raggio, che si intersecano in modo da avere il loro centro sulla circonferenza dell’altro (vedi foto sotto) e  rappresenta l’unione tra due mondi: quello umano e quello divino.
Roberto Di Ferdinando

foto tratte da Wikipedia.it


domenica 28 febbraio 2021

Il Lachera


 “In piazza del Mercato Nuovo, ad angolo con via di Capaccio, una targa piuttosto recente commemora un personaggio fiorentino vissuto nell'ottocento: trattasi del pastaio Giuseppe Lachecri detto Lachera (1806-1864), che faceva il venditore ambulante di ciambelle, pan di ramerino, schiacciata con l’uva e pere cotte. Oltre che per la bontà dei suoi dolci il Lachera era famoso per i suoi scherzi, le sue pungenti battute, le invettive di popolare raffinatezza che rivolgeva ai potenti dell’epoca e specialmente al granduca Leopoldo, che soprannominò Canapone per via dei suoi capelli biondi e stopposi. Quando infatti il granduca fece restaurare la fontana del Porcellino, ad esempio, il Lachera diceva "E l'hanno ripulito,
gli è sempre il solito porco!”, - e a chi pensate mai volesse alludere? E non si risparmiò nemmeno nel periodo postunitario, quando le bandiere tricolore furono esposte alle finestre e lui urlava più forte del solito “Donne, e c'è i cenci!''. Il Lachera lo si riconosceva a prima vista: basso  e corpulento, indossava sempre un lungo e liso grembiule bianco […] . Collodi lo definì la facezia arguta e frizzante fatta uomo, il vero brio sarcastico fiorentino travestito da venditore di pere cotte. […]”.”
(Tratto da: Il grembiule del Lachera, di Narco Tangocci e e Davide Di Fabrizio, pubblicato su Lungarno - febbraio 2021)