mercoledì 26 dicembre 2012

La Sala delle Cicogne del Museo della Specola

(Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando)

Il Museo della Specola è una (di zoologia) delle sezioni del Museo di Storia Naturale di Firenze (le altre sono: antropologia e etnologia, botanica, geologia e paleontologia, mineralogia e litologia, e orto botanico) ed è il più antico museo scientifico d’Europa. Il Museo (l’Imperial Regio Museo di Fisica e Storia Naturale) fu istituito nel 1775 per volere del Granduca Pietro Leopoldo, utilizzando ed ampliando gli spazi di palazzo Torrigiani, già Bini, di Via Romana, che già allora ospitavano il nucleo centrale delle collezioni. L’esposizione del Museo fu realizzata in tre piani riproducendo l’ordine naturale: il primo piano ospitava la sezione zoologica e di anatomia umana, il secondo il mondo vegetale con gli erbari ed il terzo la sezione scientifico-astronomica.
Il nome Spècola deriva dal termine latino Spècula (guardo, osservo);  infatti, il granduca Pietro Leopoldo fece costruire sul tetto anche l’osservatorio astronomico e la stazione meteorologica. E nel torrino del Museo è collocata una delle meraviglie della Specola: la Sala delle Cicogne. Negli ultimi settant’anni è rimasta aperta solo per alcune settimane nel 2009, ma adesso si parla di aprirla regolarmente al pubblico. La sala ha varie particolarità. Si trova sotto la parte più alta del torrino ottagonale fatto costruire tra il 1780 e il 1789 dal Granduca come osservatorio astronomico (vedute panoramiche dal torrino: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2012/12/veduta-di-firenze-dal-torrino-de-la.html ). Il nome della sala deriva dalla presenza di coppie di cicogne scolpite in volo che sorreggono i pilastri. Giuseppe Antonio Slop, astronomo trentino e docente in Toscana (1740-1808), che realizzò l’ambiente, scelse questo animale in quanto simbolo della conoscenza, ed inoltre perché due angoli delle pareti della sala sono posizionati sulla direttrice sud-nord e le cicogne sono solite migrare proprio lungo le rotte sud-nord e nord -sud.
Sul pavimento della sala un prezioso tesoro scientifico: una meridiana filiare realizzata con una linea metallica (ne esistono solo altri due esempi al mondo, a Bologna e a Budapest), che regola ora e calendario, mentre una fascia di marmo riporta anche i segni zodiacali. E’ del 1784. Da un’apertura praticata nell’angolo meridionale della sala (foro gnomonico) entra un raggio del sole che si riflette sul pavimento. Man mano che ci avviciniamo alle ore 12 il riflesso si approssima alla meridiana fino a sovrapporsi alla linea metallica alle ore 12 precise. Alle estremità della meridiana vi sono due dischi metallici, quello più lontano dalla fessura, è a forma ellittica ed il riflesso del raggio del sole si sovrappone qui perfettamente a mezzogiorno del solstizio d’inverno (22 dicembre). Invece, il disco più vicino alla fessura ha la forma di un piccolo punto e qui il riflesso del raggio del sole si sovrappone alle ore 12 del solstizio d’estate (22 giugno), quando il sole si trova al suo zenit.
Infine nella sala è presente anche un dispositivo su binario su cui scorre un telescopio in asse con la linea meridiana utilizzato per le osservazioni notturne (quarantale).
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Museo della Specola - la sala delle Cicogne
Museo della Specola - la sala delle Cicogne
Museo della Specola - Sala delle Cicogne: la Meridiana
Museo della Specola - il Torrino

lunedì 24 dicembre 2012

La Sala delle carte Geografiche e l’”orientamento”

(Testo di Roberto Di Ferdinando)

La Stanza delle Mappe Geografiche o del Guardaroba o degli Armadi,  è l’ultima e suggestiva sala del percorso museale di Palazzo Vecchio. Non appena vi si entra si comprende le origini dei vari nomi che le sono stati attribuiti nei secoli. Infatti, le quattro pareti della sala (l’architettura è del Vasari) sono rivestite da armadi (opera cinquecentesca di Dionigi Nigetti) che la Signoria dei Medici usava per custodire i suoi beni preziosi. In seguito le ante furono decorate da 53 mappe geografiche, dipinte ad olio dal frate domenicano Ignazio Danti (1563-1575) e da Stefano Buonsignori (1575-1584), ed indicano la conoscenza geografica della Terra nel XVI secolo. Gli autori seguivano il sistema tolemaico per il moto degli astri, ma utilizzarono per queste mappe il nuovo sistema cartografico di Mercatore.
Una curiosità. Nell’antichità le mappe geografiche erano disegnate con l’est, cioè l’Oriente, rivolto verso l’alto, e da qui l’origine della parola “orientamento”. Solo successivamente i marinai decisero che era più comodo girare le mappe verso nord, come sono tutt’oggi, cioè verso la Stella Polare, non a caso le rotte per la navigazione notturna erano disegnate basandosi sull’osservazione delle stelle e quella Polare era facile da individuare.
Tornando alla nostra sala, al suo centro spicca il celebre globo “Mappa Mundi” che nel 1581, anno in cui fu realizzato (opera sempre di Danti e Buonsignori), era il più grande al mondo.
Infine, un’altra curiosità. Dietro alcune mappe che ricoprono i pannelli degli armadi, si aprono dei passaggi segreti che permettevano ai Medici di muoversi e raggiungere alcune parti del palazzo senza essere notati. Ad esempio, dietro la mappa dell’Armenia, si apre un passaggio che portava al camerino della Duchessa Bianca Cappello, seconda moglie di Francesco I.
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domenica 23 dicembre 2012

Quei numeri rossi che ingannano

(Testo di Roberto Di Ferdinando)

La numerazione civica di Firenze ha una particolarità curiosa, cioè la presenza di numeri civici anche di colore rosso. Una particolarità, però, che può confondere i non fiorentini nella ricerca di un indirizzo. La numerazione civica a Firenze fu introdotta nel Settecento e regolamentata con Firenze Capitale (si veda anche il seguente19.24 23/12/2012 post: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/01/la-numerazione-civica-nella-firenze.html), ma agli inizi del Novecento l’amministrazione comunale decise di distinguere gli ingressi delle abitazioni civili da quelli delle attività commerciali attribuendo a queste ultime un numero civico di colore rosso ed accompagnandolo dalla lettera “r” (l’iniziale del colore). Quindi in una strada fiorentina possiamo notare una numerazione progressiva per i portoni dei condomini ed una per gli ingressi delle attività o uffici. Questa particolarità può indurre a confondersi chi non sia fiorentino, poiché nella stessa via possono esistere due stessi numeri civici, ma di colori diversi. Non solo, in vie molto lunghe un numero civico rosso anche basso, ad esempio l’8, lo possiamo trovare dopo molte centinaia di metri che abbiamo imboccato quella via, forse anche dopo il numero civico (nero) 100... Quindi, a Firenze chi deve comunicare un proprio indirizzo si ricordi di specificare se è un numero rosso oppure no, e, dall’altra parte (un consiglio che mi permetto di rivolgere a chi non è fiorentino) chi deve recarsi in qualche luogo di Firenze si annoti bene se il numero civico di destinazione riporta oppure no anche la lettera “r”, altrimenti il rischio di ritardare all’appuntamento o di perdersi sarà alto.
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sabato 22 dicembre 2012

Veduta di Firenze dal Torrino de La Specola

Santo Spirito, Le Cappelle Medicee, il Duomo, Orsanmichele, Palazzo Vecchio
Il Carmine, Cestello, Santo Spirito
Giardino Torrigiani, Collina di Bellosguardo, il Carmine
Palazzo Pitti

Il Calcio Storico Fiorentino diventa collezionismo e gioco da tavolo

(testo di Roberto Di Ferdinando)

Da oggi è possibile collezionare i figuranti del Calcio Storico Fiorentino. In tutto sono 300 miniature, di stagno, disponibili anche in versione da colorare. Un modo per far rivivere a casa la tradizione del Torneo di San Giovanni, schierando le squadre e facendo sfilare il corteo storico con tutti i suoi componenti.
Esiste anche il gioco da tavola del Calcio Storico Fiorentino, che partendo dalla scacchiera della dama e degli scacchi riproduce nei dettagli il gioco (vedi immagine 2).Possibilità anche di acquistare degli specifici kit per rappresentare ancor più verosimilmente il gioco nel  suo ambiente tradizionale.
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Immagine 1 - i figuranti del Calcio Storico Fiorentino (immagine scannerizzate dal Corriere Fiorentino del 21/12/12)
Immagine 2 - (immagine tratta da:
http://www.castlearts-it.com/)

giovedì 20 dicembre 2012

Origine della parola “Posta”

(fonte: Le Antiche Dogane) – Testo di Roberto Di Ferdinando

Se tutte le strade portano a Roma, molte di queste passano da Firenze. Infatti, la nostra città per secoli è stata anche un centro di passaggio per i numerosi viandanti, mercanti e, soprattutto, pellegrini che si dirigevano verso la Città Eterna. Ancora oggi Firenze ha nella sua toponomastica il segno di questo suo importante ruolo strategico in ambito di viabilità: Via Aretina, Via Senese, Via Bolognese, Via Pisana…. E nei secoli passati i trasferimenti per la maggior parte delle persone avveniva a piedi, chi era più fortunato e ricco, poteva disporre di un cavallo o di un carro, e quindi questi viaggi duravano molto ed erano molto faticosi. Lungo le varie vie di comunicazione i viandanti potevano trovare sollievo e riposo da questi impegnativi cammini presso alcuni edifici adibiti, gratuitamente od a pagamento, ad ospitarli (locande, ospedali dei pellegrini, chiostri di chiese e conventi..). Questi luoghi prendevano il nome di “Posta” una definizione in uso fin dai tempi degli antichi romani. Infatti, il nome “Posta” si riferiva al tratto di strada tra una stazione di sosta e l’altra, che solitamente erano collocate alla distanza di un giorno di cammino a piedi. La distanza poteva variare a secondo della difficoltà del cammino, si poteva andare da un minimo di 12 miglia ad un massimo di 17 (cioè tra i 18 e i 25 km). Chi non voleva andare a piedi, e poteva permettersi di prendere a nolo un cavallo od un posto su una carrozza, pagava nel percorrere la posta una cifra al postiere (il titolare della stazione di posta) per i cavalli ed una “mercede” (bonamano) al postiglione. Si preferiva noleggiare i cavalli che utilizzare i propri perché nel primo caso non si rendeva necessario far riposare gli animali, ma sostituirli di posta in posta rendendo così il viaggio più rapido. Ma i postieri non facevano viaggiare solo le persone, ma anche merci e documenti che erano consegnati ai postiglioni di stazione di posta in stazione fino a raggiungere la loro destinazione finale. Da qui il moderno termine di “posta”.
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martedì 18 dicembre 2012

L'ex convento di San Pietro a Luco di Mugello rischia di crollare

Ricevo ed inoltro la segnalazione di un'amica del Mugello che mi ricorda le condizioni di degrado in cui si trova oggi il compesso dell'ex convento di San Pietro a Luco di Mugello. La struttura è del 1085 ed è in grosso pericolo di crollo. Riporto di seguito alcune foto delle attuali condizioni rovinose in cui si trova l'edificio, nella speranza che chi di competenza possa intervenire.

lunedì 17 dicembre 2012

La Dimora Luminosa - Proiezioni sulla Facciata di Santo Spirito

13-26 dicembre 2012 dalle ore 19 in poi

La Dimora Luminosa - Proiezioni sulla Facciata di Santo Spirito

(Foto di Roberto Di Ferdinando)

domenica 16 dicembre 2012

Modi di dire: “Grullo”

(fonte: “Il Canto dei Bischeri”)
Testo di Roberto Di Ferdinando

La famiglia Dal Borgo era una nobile famiglia fiorentina rinascimentale che aveva il proprio palazzo in via della Scala (ancora oggi visibile all’altezza dell’incrocio con via del Porcellana), originaria di Borgo San Lorenzo, da cui il suo nome, a Firenze però era spesso collegata all’espressione “grullo”. Certamente non era una piacevole associazione, tanto che tale espressione nei tempi ha assunto, seppur bonariamente, una connotazione offensiva. L’origine di quest’associazione nasce dalla celebrazione di una tradizione popolare fiorentina: lo Scoppio del Carro. Infatti il giorno di Pasqua erano due famiglie che si occupavano dell’organizzazione dell’evento: la famiglia dei Pazzi conservava le pietre focaie che dovevano dare il via alla colombina per l’innesco del Carro, mentre i Dal Borgo avevano il compito di far trainare il Brindellone con due buoi di razza chianina, dal suo ricovero di via al Prato (dove tutt’oggi è conservato:  http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/04/lo-scoppio-del-carro.html e http://curiositadifirenze.blogspot.it/2012/02/la-casa-del-brindellone.html ) a piazza del Duomo. I buoi erano guidati, con passo lento, da due contadini provenienti dalle terre di proprietà della famiglia Dal Borgo e questi due contadini, dall’aria dismessa, ed i due buoi spesso stonavano nel contesto elegante e severo del corteo, tanto che erano appellati come “i grulli (arrivano i grulli)” dai fiorentini che assistevano allo sfilare del corteo.
Con il termine grullo, usato molto in Firenze e Toscana, si indica una persona mogia, addormentata, di corta intelligenza. L’origine di questa parola deriverebbe dallo spagnolo “gruhla” (oca, o gru), infatti, la gru quando si posa su una sola zampa e tiene le ali basse ricorda un pollo od un uccello malato che nell’antichità nelle campagne erano indicati nella loro malattia come “grulli” o che “portavano i frasconi” (come chi porta sul groppone i rami tagliati ed ha un andatura trascinata)
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venerdì 14 dicembre 2012

La fortuna nacque dalla pipì

(fonte: Il Canto dei Bischeri), a cura di Roberto Di Ferdinando

I componenti della famiglia dei Rucellai erano membri sia dell’Arte della Lana che di quella della Seta in quanto commerciavano stoffe , ed erano i più importanti e ricchi commercianti di tessuti  del Rinascimento. Ma la fortuna di questa nobile famiglia fiorentina nascerebbe da una particolare curiosità, infatti si narra che un suo antenato, il mercante Alemanno del Giunta, nel XII secolo fosse in viaggio nelle isole Baleari e scendendo da cavallo per un bisogno fisiologico si accorse che una particolare erba selvatica a contatto con l’urina produceva una colorazione rossa. Sebbene l’utilizzo della macerazione dell’urina per il trattamento e lavorazione dei tessuti fosse praticato già dai tempi dei romani (si ricordi il motto di Vespasiano: “pecunia non olet”), Alemanno scoprì però che questi licheni del genere Rocella e Pertusaria, in seguito ad un processo chimico a contatto con l’ammoniaca (presente nell’urina) producevano un particolare ed unico colorante rosso violaceo (detto oricello) che da quel momento fu molto usato e ricercato per la colorazione dei panni di lana fiorentini. Alemanno iniziò ad importare a Firenze grandi quantità di quei licheni che presero anch’essi il nome di “oricella”. A Firenze iniziò anche una loro coltivazione appena fuori le mura, nascono così gli “Orti Oricellari”, nome che ancora oggi è rimasto nella topografia di Firenze (zona Porta a Prato). La famiglia del Giunta divenne così sempre più ricca grazie a questi miracolosi licheni ed il suo nome di trasformò prima in Oricellari e poi, ingentilito in Rucellai. Le ingenti disponibilità finanziarie della famiglia contribuirono ad arricchire il patrimonio artistico di Firenze. Nel XII secolo i Rucellai fecero costruire la loro cappella nel transetto di Santa Maria Novella, nella quale fu collocata  Maestà del senese Duccio di Buoninsegna, che prese il nome di Madonna Rucellai e che oggi si trova agli Uffizi. Nel Quattrocento, la famiglia Rucellai, con il mecenate Giovanni Rucellai incaricò l’architetto Leon Battista Alberti di progettare alcuni dei più importanti capolavori a Firenze: il Palazzo Rucellai (via della Vigna Nuova), il Tempietto in San Pancrazio, la Loggia Rucellai (tra via della Vigna Nuova e piazza Rucellai) e, soprattutto, la facciata marmorea di Santa Maria Novella.
In seguito Bernardo Rucellai fu l’ideatore delle riunioni dell’Accademia platonica nei giardini di proprietà della famiglia (gli Orti Oricellari) che videro la partecipazione anche di Niccolò Machiavelli.
Alcune curiosità: sull'architrave superiore della facciata di Santa Maria Novella vi è un'iscrizione che ricorda Giovanni Rucellai il benefattore che finanziò il rivestimento della facciata (quasi uno sponsor!) e un simbolico anno di completamento, il 1470: IOHA(N) NES ORICELLARIUS PAV(LI) F(ILIUS) AN(NO) SAL(VTIS) MCCCCLXX (Giovanni Rucellai, figlio di Paolo, anno 1470). Sempre lungo la facciata si ripete il fregio con le "vele con le sartie al vento" che è l'emblema araldico di Giovanni di Paolo Rucellai e sta ad indicare che la fortuna ha il vento in poppa. Lo stesso simbolo, è possibile notarlo sul palazzo e sulla loggia Rucellai, nonché sul tempietto del Santo Sepolcro in San Pancrazio.
La Loggia Rucellai è l'unica loggia già di una famiglia privata rimasta a Firenze, qui si celebrarono le nozze, fu realizzata per celebrare il matrimonio del 1460 fra Bernardo Rucellai e Nannina de' Medici, sorella maggiore di Lorenzo il Magnifico. Nel 1677 divenne lo studio del famoso scultore Giovan Battista Foggini. Oggi, chiusa da vetrate trasparenti, ospita un esercizio commerciale.
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Basilica di Santa Maria Novella - la "vela" di Giovanni Rucellai
Via della Vigna Nuova - Palazzo Rucellai
Piazza dei Rucellai - La Loggia Rucellai
Piazza dei Rucellai - La Loggia Rucellai: la "vela" di Giovanni Rucellai

mercoledì 12 dicembre 2012

Piazza Duomo: 12 dicembre 2012 ore 16,12

Foto di Roberto Di Ferdinando

Giardino di Boboli: l'Isola

Foto di Roberto Di Ferdinando

Le "cipolle" di Piazza Strozzi

(fonte: Il Canto dei Bischeri)
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Palazzo Strozzi, nell’omonima piazza, ai propri quattro angoli ha posizionati delle lanterne grandi in ferro, dei dragoni, dei porta bandiera e dei battenti. Questi lavori in ferro battuto sono opera  di Niccolò Grosso (o Niccolò di Noferi del Sodo), il fabbro artigiano più capace del Rinascimento, detto anche il “Caparra”, perché aveva l’abitudine di esigere un acconto consistente ogni volta che iniziava un lavoro nuovo. Grosso aveva anche un'altra particolarità, infatti era fonditore e battitore famoso ed apprezzato, ma, curiosamente, anche venditore di cipolle. E tale attività di venditore, non si sa se per diletto o per necessità, la svolgeva proprio nello spiazzo oggi chiamato Piazza Strozzi. Infatti, in questo luogo, prima che fosse costruito il Palazzo Strozzi, si svolgeva  il mercato ortofrutticolo della città, qui si vendevano cipolle, cocomeri, poponi, ortaggi e verdure di stagione, tanto che la piazza era chiamata “Piazza delle Cipolle”. E il mercato continuò a svolgersi anche durante i lavori per la costruzione del palazzo che Messer Filippo Strozzi aveva voluto per la sua famiglia incaricando del progetto Benedetto da Maiano e Giuliano da Sangallo. E un giorno, Filippo Strozzi, recandosi sul posto ad osservare l’avanzamento dei lavori del suo palazzo, proprio in quel mercato s’imbatte in Niccolò Grosso e nel suo banco di cipolle, e dovendo completare il suo palazzo di alcuni accessori, gli venne l’intuizione di dare l’incarico a Grosso, sicuramente dopo aver sborsato un consistente acconto, di realizzare le rifiniture in ferro. E Grosso nel realizzare le lanterne molto probabilmente s’ispirò alle sue cipolle, infatti le dotò di lunghe reste che ricordano proprio quelle delle cipolle.
Oggi le quattro lanterne poste agli angoli sono delle copie, solo quella sull’angolo verso via dei Pescioni, contiene alcune parti originali. E proprio in questo angolo manca il dragone; al suo posto una targa, collocata nel 1762, su cui è scritto l’editto che vietava la vendita sulla piazza di cocomeri, poponi e ferrivecchi, decretando la fine della “Piazza delle Cipolle”.
« Et in detto palazzo [Strozzi] per ornamento fece fare ferri di finestre mirabili e campanelle con bellissimo garbo, e similmente le lumiere su canti che da Niccolò Grosso Caparra, fabbro fiorentino furono con grandissima diligenza lavorate. (...) Né mai ha lavorato moderno alcuno di ferro machine sí grandi e sí difficili con tanta scienza e pratica. »
(Giorgio Vasari, Le Vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri)
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Palazzo Strozzi - Le "cipolle" del "Caparra"
Palazzo Strozzi - Editto del 1762 che vieta la vendita di ortaggi e frutta nella piazza

lunedì 10 dicembre 2012

Alighieri (Dante), origini (forse) di un cognome

(fonte: Dizionario dell’Arno)

Testo di Roberto Di Ferdinando

Dante Alighieri è il sommo poeta fiorentino che con Firenze ebbe però un rapporto difficilissimo tanto da morire in esilio ed essere sepolto a Ravenna, dove ancor oggi le sue spoglie riposano lontane dalla sua città natale. Dante oggi è anche un nome scarsamente diffuso tra i fiorentini, ed anche il suo cognome vive ancora oggi grazie a pochissime famiglie fiorentine. Ma qual è l’origine di questo famoso cognome? Non vi sono certezze, ma due ipotesi. Una si rifà alla voce di origine germanica che indica un’asta di legno munita di uncini di ferro, utilizzata per governare gli ormeggi delle barche fluviali, quindi un nome legato alle attività svolte lungo il fiume Arno, un’altra, invece, più attendibile, fa risalire l’etimologia del cognome al giro di parole: “aldi della ghiera”, cioè all’espressione per indicare i servi della gleba che erano impiegati a difendere le campagne intorno a Firenze.
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sabato 1 dicembre 2012

Il battello progettato da Brunelleschi

(Fonte: Dizionario dell’Arno) Testo di Roberto Di Ferdinando

Con la parola “badalone” si indica il leggio girevole, grosso ed alto, che solitamente si trova al centro dei cori delle chiese e su cui è disposta la partitura dei canti gregoriani. Tale nome trae origine da “badiale” cioè un oggetto molto grande ed anche ingombrante. E proprio badalone fu chiamato, per le sue dimensioni, un battello progettato da Filippo Brunelleschi che ne pagò anche le spese per la sua realizzazione. Questo progetto nacque dall’esigenza di trasportare i marmi di Carrara lungo l’Arno da Pisa a Firenze per la costruzione del Duomo. Fino allora il trasporto dei marmi sui tradizionali battelli era stata troppo oneroso e richiedeva molto tempo tra imbarco e sbarco, oltre all’alto rischio che i materiali durante lo sbarco si potessero rovinare. Così Brunelleschi decise di progettare un battello capace di trasportare fino a tre tonnellate di materiali e la curiosa particolarità di tale imbarcazione era il fatto che questa era dotata anche di ruote a pale che le permettevano, una volta giunta a destinazione, di essere trainata a secco e giungere direttamente sul luogo del cantiere senza che il materiale che trasportava dovesse prima essere sbarcato. Brunelleschi pagò di tasca sua il progetto e la realizzazione di questo battello. Il costo fu di mille fiorini d’oro, una spesa enorme per quel periodo. Nel 1421 il battello fu varato ed il suo battesimo in acqua non fu fortunato, infatti, al primo viaggio naufragò presso Empoli per colpa di una piena e facendo perdere così  1.000 libbre fiorentine di merce. Il badalone e il materiale non andarono completamente persi, infatti, lo stesso Brunelleschi finanziò le operazioni di recupero. Il badalone nonostante il tragico debutto, ritornò operativo. Si pensa che lo stesso Leonardo da Vinci abbia analizzato il progetto del badalone di Brunelleschi riprendendolo in alcuni suoi studi  e disegni.
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lunedì 26 novembre 2012

Brunelleschi guarda la sua Cupola


(Testo e foto di Roberto Di Ferdinando)

In Piazza Duomo, nella suo lato sud, poco dopo il palazzo della Misericordia, si erge il palazzo dei Canonici. Fu costruito a metà Ottocento quando fu rivalutata la piazza con nuovi interventi urbani. Il palazzo è opera dell’architetto Gaetano Baccani (1826) e prende questo nome semplicemente perché ospitava i canonici (ancora oggi l’edificio è proprietà della Curia). Si contraddistingue anche per la sua particolare balconata sorretta da quattro colonne tra le quali sono state inserite due grandi statue. Una raffigura Arnolfo di Cambio che volge il suo sguardo alla sua opera, il Duomo, l’altra, invece, rappresenta Filippo Brunelleschi che guarda in alto, guarda il suo capolavoro, la Cupola. Due iscrizioni latine sotto le statue elogiano i due architetti che progettarono la cattedrale fiorentina. Le statue sono opera di Luigi Pampaloni (1791-1847), che le realizzò nel 1830. Pampaloni è lo stesso autore della statua dedicata a Leonardo da Vinci ed ancora oggi presente nel Loggiato degli Uffizi.
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Piazza Duomo - la statua dedicata a Filippo Brunelleschi raffigurato nel guardare la sua Cupola

Piazza Duomo - la statua dedicata ad Arnolfo di Cambio raffigurato nel guardare la sua opera

sabato 24 novembre 2012

La Loggia del Pesce

(Testo e foto di Roberto Di Ferdinando)

Dove oggi c’è piazza della Repubblica, precisamente in corrispondenza dell’arco dei portici che immette in via Strozzi, qui una volta esisteva via dei Ferrivecchi (il nome derivava dalla presenza in questa strada di numerose botteghe che vendevano pezzi di ferro) che era uno dei principali accessi al Mercato Vecchio, il cuore popolare dell’antico ghetto. Chi entrava da qui nel mercato si imbatteva subito nella Loggia del Pesce. In origine il mercato del pesce non si svolgeva qui. Infatti, questo sorgeva in prossimità dell’Arno e ancor oggi è rimasta nella toponomastica cittadina il ricordo di quest’attività, si pensi a piazza del Pesce, proprio accanto a Ponte Vecchio. Ma nel 1557 in seguito ad un’alluvione dell’Arno, il mercato ittico rimase danneggiato e così fu deciso di spostarlo al Mercato Vecchio. Fu Cosimo I che nel 1568 incaricò il Vasari di progettare una loggia che ospitasse il mercato del pesce e fu eretta alla fine di via dei Ferrivecchi. Inizialmente di sette arcate, poi ampliata a nove, la loggia fu decorata con formelle. Sotto le arcate numerosi erano i banchi che esponevano il pesce in vendita su delle lastre di marmo inclinate, in modo da far sgocciolare l’acqua con la quale i venditori spesso “ravvivavano” la loro merce. Da questo sgocciolare forse nasce l’espressione fiorentina: “Chi vuole i’ pesce bisogna che s’ammolli!”. Con i nuovi progetti urbanistici di Firenze Capitale il ghetto e quindi il Mercato Vecchio furono smantellati, la Loggia del Pesce, opera del Vasari, fu in parte salvata, infatti fu smontata ed i pezzi trovarono ricovero in un magazzino. Solo nel 1955 fu deciso di recuperarla, difatti fu ricomposta in piazza de’Ciompi dove oggi è possibile ancora ammirarla.
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Piazza de'Ciompi - La Loggia del Pesce (progetto del Vasari)

martedì 20 novembre 2012

Il Nuovo Palazzo di Giustizia doveva essere un po’ diverso

(testo di Roberto Di Ferdinando)

E’ ormai definito il più brutto edificio in Firenze, parlo del Nuovo Palazzo di Giustizia di Novoli (http://curiositadifirenze.blogspot.it/2012/07/il-nuovo-palazzo-di-giustizia-e-tra-i.html), eppure ogni volta che ci passo vicino penso all’architetto che lo ha progettato e solidarizzo un po’ con lui quasi a volerlo sostenere dinanzi a tutti questi giudizi pesanti, troppi per una sola persona. Non lo so perché, ma mi viene spontaneo. L’architetto è Leonardo Ricci (Roma, 1918 – Venezia, 1994), allievo ed assistente di Giovanni Michelucci, e Ricci muore prima ancora di vedere la sua contestata opera iniziata (i lavori iniziarono nel 2008). Nei giorni scorsi mio padre, architetto, mi ritaglia alcune pagine della rivista “Opere”, dell’ordine degli architetti di Firenze, sono di un articolo dal titolo “Palazzo di Giustizia” a cura di Eugenio Pandolfini, in cui si descrive la tribolata storia della realizzazione di questo edificio e che Ricci immaginava diversamente dove questo imponente palazzo sarebbe dovuto sorgere. Riporto qui alcuni passaggi di quest’articolo: “Il primo piano generale, firmato dal paesaggista americano Lawrence Halprin, prevedeva un parco circolare al centro come fulcro di tutto l’intervento, circondato da edifici firmati da alcuni dei più affermati progettisti di quegli anni. In questa fase, il Palazzo di Giustizia, inteso da Ricci come macchina complessa, si relazionava al nuovo tessuto urbano attraverso una piazza circolare, interfacciandosi attraverso di questa al parco in maniera molto dinamica, e mediante un percorso che, attraversando tutta l’area, lambiva la facciata nord dell’edificio”. In fase di progettazione Ricci scriveva: “vi sono tante anime e funzioni in un palazzo di giustizia: progettarlo significa progettare una macchina estremamente complessa, fatta di parti, ognuna delle quali dotata di una specifica funzionalità e identità, ma al tempo stesso deve costituire un tutto unico con le altre.” Ricci aveva quindi previsto uno spazio ampio davanti al palazzo (una grande piazza) che proiettasse all’interno la vita quotidiana dell’esterno. Sempre dall’articolo di Pandolfini: “Non stupisca il fatto che il piano particolareggiato redatto in seguito da Ricci prevedesse, contrariamente all’impostazione di Halprin, una generale frammentazione: dividendo il grande parco unitario in parti più piccole Ricci intendeva assicurare una migliore relazione tra gli spazi  verdi e l’edificato, una comprenetazione più capillare tra le parti del suo palazzo di giustizia ed il nuovo tessuto urbano”. “con il piano regolatore del 1992, Leon Krier viene incaricato del nuovo piano guida: l’architetto luseemburghese divide in tre part l’ambito d’intervento, il parco rimane al centro dell’area di riqualificazione mentre gli edifici vengono raggruppati nelle due fasce laterali, caratterizzate da lotti irregolari, innervati da un tessuto molto serrato di strade con piccoli slarghi.” Quindi dell’idea di Halprin e Ricci cioè un grande parco verde che fa da unione ai vari edifici viene meno. Il risultato è un piccolo giardino di quartiere soffocato dalle strutture circostanti. Ancora Pandolfini: “Il progetto di Ricci, nella definizione sviluppata dagli uffici tecnici del comune di Firenze, accusa in maniera sensibile la mutata condizione al contorno. Il Palazzo di Giustizia resta nella posizione prevista fin dall’inizio, ma risulta completamente slegato dal resto dell’intervento e isolato dal tessuto urbano. Se da un lato l’orientamento dell’edificio, diagonale rispetto al lotto, non ha più alcun senso rispetto al nuovo assetto dell’area (tale orientamento trovava le sue motivazioni nell’allineamento con l’asse trasversale che nel progetto di Halprin costituiva la spina dorsale di tutto l’intervento), da un altro la tripartizione del lotto, che tradisce la centralità del verde come elemento relazionale, isola ulteriormente il progetto.” “Il progetto nasce per definire l’immagine di un nuovo pezzo di città e di una visione poetica della giustizia, e questa definizione passa immancabilmente dal concepire il Palazzo come un sistema relazionato alla città, alle persone, alla vita […], e non come oggetto isolato.” “Il tradimento nei confronti del progetto di Ricci è completo: la grande piazza […] non è mai stata realizzata, anzi: il Palazzo di Giustizia appare oggi come un gigante in gabbia, stretto intorno alla recinzione che lo divide ulteriormente dalla città”.
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mercoledì 14 novembre 2012

Florens 2012

(Foto di Roberto Di Ferdinando)

Piazza Duomo














Piazza di Santa Croce