domenica 25 luglio 2021

Storia della biblioteca americana di Firenze

Giorgio Spini (fonte: www.voceevangelica.it

 “[…] Washington sviluppò l’impiego della diplomazia culturale soprattutto nel periodo della guerra fredda, in quanto la contrapposizione all’Unione Sovietica non fu solo una mera rivalità geo-strategica ma anche esoprattutto uno scontro tra paradigmi sociali, economici e politici alternativi.
In tale ambito, la promozione della conoscenza della storia, della letteratura, dell’arte e della cultura degli Stati Uniti nel suo complesso, valorizzandone i contenuti e smentendo gli stereotipi negativi, rappresentò uno degli strumenti di cui intese avvalersi Washington per contrastare la propaganda sovietica e per legittimare la propria aspirazione all’egemonia globale durante la guerra fredda. Questo obiettivo fu perseguito nel mondo in generale e in Europa in particolare non solo a livello della pubblicistica, indirizzata in prevalenza a una generica opinione pubblica, ma anche e soprattutto attraverso l’insegnamento di tali aspetti culturali a livello universitario, al fine di rivolgersi ai futuri ceti dirigenti delle nazioni nei cui atenei erano impartiti i corsi incentrati sugli Stati Uniti.
In Italia questa strategia assunse un rilievo speciale, probabilmente per contrastare l’orientamento filocomunista di molti intellettuali del Paese. […].
Il passaggio dalla presidenza democratica di Harry Truman a quella repubblicana di Dwight Eisenhower, tre anni più tardi, non comportò un cambiamento nella politica culturale di Washington, ma vide piuttosto il suo potenziamento.
Nel 1953, infatti, la nuova amministrazione volle istituzionalizzare i suoi sforzi nel campo della diplomazia culturale. Costituì un apposito organismo federale, la United States Information Agency (USIA), che assorbì la preesistente rete di servizi di informazione all’estero del Dipartimento di Stato - lo United States Information Service (USIS), che in Italia aveva iniziato a essere costituito all’inizio del 1945, mentre la seconda guerra mondiale era ancora in corso – e fu incaricato di coordinare e sovrintendere a tali iniziative in un numero di Paesi del mondo che, al momento della massima espansione, raggiunse i 150.
Nell 1954 il direttore dell’USIA per l’Italia, Neville E. Nordness, sostenne che una sola nazione europea meritava uno sforzo concentrato della sua agenzia. Tale Paese, a suo giudizio, era proprio l’Italia. Del resto, fin dal proprio arrivo a Roma nel 1953, la nuova ambasciatrice dell’amministrazione Eisenhower, Clare Boothe Luce, manifestò al segretario di Stato John Foster Dallas l’intenzione di intensificare la diplomazia culturale in campo accademico. […].
Però, anziché continuare ad affidarsi alle istituzioni accademiche statunitensi presenti in Italia, emerse ben presto la volontà di finanziare alcune università italiane per attivare corsi specifici nel settore degli Studi americani. L’insegnamento di queste discipline da parte degli atenei italiani sembrava, infatti, ottemperare a criteri di maggiore imparzialità e indipendenza agli occhi dei destinatati delle lezioni. In questo modo, sarebbe stato più facile confutare l’obiezione che tali corsi fossero un mero veicolo di propaganda statunitense rivolta agli studenti italiani.
Per i pluridecennali rapporti di Firenze con gli Stati Uniti, l’ateneo del capoluogo toscano divenne un laboratorio privilegiato della diplomazia culturale di Washington in ambito universitario. Nell’anno accademico 1954- 1955, l’USIS finanziò l’insegnamento di un corso di Letteratura americana alla Facoltà
di Lettere, che si aggiunse a quello inaugurato a Roma quattro anni prima e a un altro istituito a Venezia. A tenerlo fu un docente statunitense, Peter Viercck, invitato dalla Commissione per gli Scambi Culturali tra l’Italia e gli Stati Uniti.
Non si trattava di una figura qualsiasi, ma di un poeta di primo piano, vincitore del premio Pulitzer nel 1949, che il collega e giornalista Giovanni Giudici- al tempo impiegato presso l’ufficio stampa dell’USIS a Roma, per il quale lavorò dal 1949 al 1956, e direttore di «Mondo Occidentale» - riteneva addirittura il possibile erede di Thomas Stearns Eliot.
Mentre Viereck svolgeva le sue lezioni, l’USIS persuase l’ateneo fiorentino a introdurre anche un corso di Storia americana all’interno della Facoltà di Lettere. […]
La convenzione con l’Università di Firenze prevedeva che l’USIS avrebbe finanziato il corso nell’anno accademico 1955-1956, con una possibile estensione al successivo, in attesa che il Ministero italiano della Pubblica Istruzione istituisse una cattedra ad hoc. In realtà, l’insegnamento fu sovvenzionato integralmente con fondi statunitensi fino all’anno accademico 1960-61, cioè molto più a lungo del biennio previsto in origine. Washington, infatti, era disposta a investire in questo singolo corso 3.000 dollari all’anno per un massimo di dieci anni nell’ambito dell’attivazione di quattro corsi di discipline di americanistica in altrettante università italiane che, negli intenti dell’ambasciata a Roma, avrebbero dovuto riguardare non  solo Storia americana a Firenze, ma anche Letteratura americana, Economia americana e istituzioni americane in altri tre atenei.
Le stime dell’USIS erano che, con una spesa complessiva di 120.000 dollari, sarebbe stato possibile creare in  Italia quattro posti di ruolo - uno per ciascuna delle quattro discipline – […].
Rispetto all’esperienza del corso di Letteratura americana, affidato a un visiting professor statunitense, nel caso di quello di Storia americana, l’UISIS preferì sostenere in toto il costo di un docente italiano, anziché fornire grants per permettere all’Università di Firenze di avvalersi di professori statunitensi temporaneamente in Italia. La preoccupazione dell’USIS non era quella di assicurare la continuità didattica su cui, in ogni caso, non avrebbe avuto potere decisionale formale, poiché la scelta del docente restava una prerogativa dell’università.
L’USIS si rifece piuttosto a un principio, formulato nel 1955 dopo le prime sperimentazioni della diplomazia culturale americana in campo accademico in Italia, secondo cui la conoscenza di cosa fossero gli Stati Uniti avrebbe dovuto giungere «to Italians through Italians», ancora una volta per non dare adito al sospetto che i corsi fossero una forma di propaganda camuffata. In questa prospettiva, l’insegnamento della storia sarebbe stato più suscettibile a questo tipo di insinuazioni rispetto a quello di una materia che meno si prestava a eventuali condizionamenti politici quale la letteratura. Inoltre, era ipotizzabile che studenti italiani che non stavano imparando o perfezionando l’inglese all’università avrebbero avuto non poche difficoltà a seguire le lezioni di un docente statunitense che non insegnasse in italiano.
Del resto, la continuità didattica non ci fu. Nell’arco di appena cinque anni accademici, infatti, a ricoprire l’incarico furono ben quattro docenti diversi, fino a una relativa stabilizzazione dell’insegnamento con l’anno accademico 1960-1961.
Il docente più indicato per il corso di Storia americana era Giorgio Spini, che Ernesto Sestan - ordinario di Storia medievale nella Facoltà di Lettere dell’ateneo fiorentino - riteneva, ancora a tre anni di distanza, «il più degno e, data la situazione di quegli studi in Italia, forse il solo degno di coprire quella
cattedra » Spini, però, proprio nel 1955, era divenuto ordinario di Storia moderna a Messina e non era quindi disponibile per tenere le lezioni a Firenze. In mancanza di Spini, il prescelto fu Mauro Calamandrei, al tempo titolare di un corso di Storia americana alla Julliard School of Music di New York. Calamandrei era una figura apprezzata dall’ambasciata di Roma e il gradimento non era sorprendente. [...].
Dopo che ebbe svolto il corso nell’anno accademico 1955-1956, a Calamandrei fu rinnovato l’incarico per il 1956-1957. Però, a seguito della sua decisione di tornare negli Stati Uniti nel 1957, si pose il problema di individuare un nuovo docente che mantenesse attivo il corso in attesa della trasformazione dell’incarico in un posto di ruolo.
Nel 1955 l’USIS aveva perorato presso il Ministero della Pubblica Istruzione la creazione di quattro cattedre di materie attinenti all’americanistica negli atenei italiani, facendo affidamento sulla disponibilità del titolare del dicastero - il |socialdemocratico Paolo Rossi - a incoraggiare lo studio degli Stati Uniti in
abito universitario. Dopo che Rossi ebbe dato il suo assenso al progetto, la Facoltà di Lettere di Firenze cercò di farsi attribuire l’insegnamento dì Storia americana perché la materia vi era già insegnata.
Il candidato ideale per l’istituenda cattedra era ancora una volta Spini, che proprio nell ’anno accademico 1956-1957 aveva iniziato a insegnare Storia americana all’Università di Messina. Tuttavia, la sua lontananza da Firenze non rese possibile che gli venisse affidato l’incarico provvisorio, in attesa che il Ministero creasse un posto di ruolo al quale Spini avrebbe potuto trasferirsi dalla Sicilia.
Il sostituto temporaneo di Calamandrei per l’anno accademico 1957-1958 fu Rodolfo Mosca, ordinario di Storia dei trattati nella Facoltà di Scienze Politiche di Firenze, sostenuto anche dai nuovo direttore della sede dell’USIS del capoluogo toscano, John Stoddard. […].
Nel successivo anno accademico, grazie a1 ritorno di Spini a Firenze per la chiamata come ordinario di Storia moderna alla Facoltà di Magistero, fu possibile attribuirgli l’affidamento di Storia americana.
Nondimeno, i tempi per la creazione della cattedra furono rallentati dalla caduta del governo presieduto da Antonio Segni, di cui Rossi era membro, nel maggio 1957. Il successore di Rossi, Aldo Moro, non mostrò
Particolare interesse per la promozione degli studi di americanistica. Come scrisse Sestan al rettore Paolo Lamanna alla metà di settembre del 1958, « alla istituzione di quella cattedra presso la nostra Facoltà a partire dal nuovo anno accademico, non osta nessuna difficoltà; basta la firma del Ministro». Ma tale firma tardava a essere apposta. Non a caso, poche settimane più tardi, Sestan ricevette una lettera allarmata di Delio Cantimori, non priva di sarcasmo, per sollecitarlo a esercitare ulteriori pressioni sul rettore perché «la cosa Spini è di nuovo in pericolo (occorre che noi rinunciamo espressamente ad avere una cattedra quando ce la offriranno alla prossima distribuzione di caramelle) » . Il progetto fu rilanciato solo con il ritorno di Segni a Palazzo Chigi e la nomina di Giuseppe Medici al dicastero della Pubblica Istruzione nel 1959. Nel frattempo la Facoltà di Lettere, in parallelo all’USIS, aveva più volte reiterato la richiesta al Ministero per la creazione di un posto di ruolo di Storia americana a Firenze.
E’ significativo della sinergia tra l’ateneo e l’USIS il fatto che il rettore Lamanna riferisse al Consiglio di Facoltà sull’iter della pratica in base non solo ai colloqui con il direttore generale dell’istruzione Superiore del Ministero ma anche grazie alle informazioni ricevute dal direttore dell’USIS di Firenze.
L’influenza dell’USIS sulla promozione dell’insegnamento di Storia americana a Firenze è attestata anche da un’altra considerazione. A causa di temporanei impedimenti burocratici al rinnovo dell’incarico a Spini nell’anno accademico 1959-1960, la Facoltà decise di affidare il corso a Delio Cantinieri. Questi si
era allontanato dal Partito comunista dopo i fatti di Ungheria dei 195641, ma il permanere del suo progressismo non lo collocava in sintonia ideologica con il governo degli Stati Uniti. Eppure, dichiarò al consiglio di Facoltà che subordinava l’accettazione dell’incarico al «consenso dell’USIS, se necessario».
L’insistenza della Facoltà e le pressioni dell’USIS furono appagate nel 1960, quando il Ministero della Pubblica Istruzione accolse la richiesta dell’istituzione della cattedra di Storia americana. Non ebbero, però, ancora fine le travagliate vicende di questo insegnamento in riva all’Arno. Un’impasse di tre anni
sulla chiamata di Spini da parte della Facoltà di Lettere indusse il Ministero a trasferire la cattedra nel novembre del 1963 alla Facoltà di Magistero, presso la quale si era stabilizzato l’insegnamento di Letteratura nordamericana, ricoperto da Marcello Pagnini, già quattro anni prima, nel 1959. Quindi, sia pure in una sede meno prestigiosa accademicamente, l’USIS riuscì a centrare il suo obiettivo per Storia americana.
Oltre a concorrere alla nascita dell’insegnamento di Storia americana a Firenze, 1’ US IS dette un ulteriore contributo al successivo sviluppo della disciplina. Fornì agli studenti e ai docenti gli strumenti materiali per studiare, svolgere le loro ricerche e redigere le tesi di laurea.
II Dipartimento di Stato di Washington considerava le biblioteche uno strumento di politica estera fino dalla metà degli anni Trenta, quando - in collaborazione con l’American library Association - aveva cercato di sfruttarle per contenere la diffusione dell’ideologia nazi-fascista in America Latina. Un rapporto del 1952 ribadì il ruolo fondamentale della «circolazione di libri americani all’estero» per suscitare sentimenti favorevoli agli Stati Uniti in Paesi stranieri
All’inizio degli anni Cinquanta la rete dell’USIS in Italia raggiunse la sua massima espansione: abbracciava dieci città (Milano, Roma, Firenze, Napoli, Palermo, Genova, Torino, Bologna, Venezia e Bari) e impiegava complessivamente 61 cittadini statunitensi e 237 italiani. In particolare, gestiva cinque biblioteche vere e proprie a Roma, Napoli, Firenze, Milano e Palermo, mentre negli altri centri erano presentì più semplici sale di lettura annesse agli uffici dell’agenzia aperte a lettori esterni. Tuttavia, alla metà del decennio successivo, ragioni amministrative e scelte politiche causarono la chiusura di alcuni uffici locali dell’US1S e, conseguentemente, delle biblioteche con volumi di storia, letteratura, arte e cultura statunitense che l’agenzia gestiva in Italia.
Da un lato, l’esigenza di ridimensionare le uscite nel bilancio del Dipartimento di Stato determinò la soppressione di alcune sedi per contenere le spese. […].
Tra le biblioteche che caddero sotto la scure di Washington, infatti, c era anche quella del capoluogo toscano, ospitata a Palazzo Ferroni in via Tornabuoni, particolarmente rinomato da studenti e ricercatori dell’università.
Anna Maria Martellone, che sarebbe succeduta a Spini nell’insegnamento di Storia americana a Magistero, divenendo professore ordinario della disciplina nel 1980, ha ricordato con tratti quasi idilliaci questo «posto comodo bell’illuminato e persino ben riscaldato, a scaffali aperti, dove la cortese ed efficiente bibliotecaria non ti chiedeva mai se ti stavi educando sugli Stati Uniti leggendo doverosamente qualcosa di American» che le permise un primo superamento delle restrizioni sulle «intellectual sources» per chi era interessato agli Stati Uniti, ma viveva in Italia. Una ex bibliotecaria, Adalgisa Pedani, ha confermato che la sede di Palazzo Ferroni attirava soprattutto giovani, desiderosi di informarsi sugli Stati Uniti, e che la direzione veniva incontro alle loro richieste, consapevole di contribuire alla formazione dell’immagine degli Stati Uniti tra le nuove generazioni.
Alla biblioteca fiorentina delI’USIS aveva dato un impulso specifico Moceri, da sempre convinto assertore dell’importanza delle biblioteche per la diplomazia culturale statunitense, nonostante alcune resistenze del Dipartimento di Stato soprattutto per gli oneri finanziari che comportavano. […].
Lo stesso Moceri non perdeva occasione di promuovere la biblioteca dell’USIS
presso intellettuali e accademici universitari fiorentini. Per esempio, a Piero Calamandrei, professore ordinario di procedura civile alla Facoltà di Giurispruenza, che gli aveva chiesto informazioni su testi riguardanti il regime delle radiotrasmissioni negli Stari Uniti, oltre a consigliare uno studio di Llewellyn
White, non mancò di aggiungere che «il volume che le segnalo è a Sua completa disposizione per il prestito presso la nostra American Library ».
La soppressione della biblioteca nel 1964 non comportò la dispersione o la distruzione del suo ingente patrimonio librario. Opportunamente consigliata da Spini, l’USIS donò nella forma di un prestito illimitato le circa 12.000 unità, tra volumi e fascicoli di riviste, della sede di Firenze all’ateneo locale, dando vita al nucleo originario dell’attuale Sezione Nordamericana della Biblio Umanistica, oggi collocata presso il Dipartimento di Storia, Archeologia, geografia, Arte e Spettacolo in via San Gallo 10, ma al tempo situata in via del Parione 7 e denominata Biblioteca Americana. Alla sua inaugurazione, il 24 giugno 1964, volle presenziare l’ambasciatore statunitense in Italia, George Frederick Reinhardt. Dall’ex biblioteca USIS di via Tornabuoni provennero pure pezzi del mobilio quali sedie, tavoli e cataloghi a schede cartacee, tutt’oggi ancora presenti nei locali di via San Gallo 10 nonostante l’informatizzazione della ricerca bibliografica. Inoltre, l’USIS si impegnò a fornire alla biblioteca nuovi volumi che fossero pervenuti nelle sue disponibilità e l’abbonamento ad alcuni periodici statunitensi. Infine, coprì lo stipendio di un bibliotecario a tempo pieno per un anno e di un secondo collaboratore per sei mesi a partire dal 1° luglio 1964.
In cambio, I’Università di Firenze acconsentì a non restringere l’accesso alla biblioteca ai soli docenti, studenti e personale dell’ateneo per aprirlo al pubblico, ammettendo al prestito dei volumi chiunque fosse residente nel distretto consolare di Firenze che, al tempo, comprendeva la Toscana, l’Emilia (eccetto le province di Panna e Piacenza), la Repubblica di San Marino e la provincia di Rovigo. Il sostegno finanziario dell’USIS alla biblioteca arrivò a coprire anche spese di gestione ordinaria. Per esempio, dopo l’inaugurazione della struttura l’USIS assicurò la disponibilità del materiale di cancelleria e si fece carico
della rilegatura dei libri. Inoltre, tra il 1964 e il 1969 l’USIS «fornì direttamente buona parte dei servizi di ordinazione, schedatura e catalogazione delle pubblicazioni».
Anche dopo il passaggio della sua ex biblioteca all’ateneo fiorentino, l’USIS cercò di fare il possibile per sostenerla. Per questi interventi, a fronte dei «primi inconsistenti contributi degli anni 1964-1969» provenienti dall’università, anche a distanza di anni, 1’ USIS ottenne attestazioni di riconoscenza da parte deidocenti  che si avvalevano della biblioteca e la gestivano sotto l’egida dell’Istituto di Studi Americani. […].
Spini riuscì a salvare dal macero anche alcune centinaia di volumi di altre ex biblioteche dell’USIS in Italia, facendole confluire nella biblioteca ceduta all’Università di Firenze quando non si tratta di doppioni di testi già esistenti. […].
In seguito, il patrimonio della Biblioteca Americana si arricchì ulteriormente con la donazione della riproduzione su microfiche delle ristampe di circa 4.000 pubblicazioni, rare e ormai fuori commercio, riguardanti gli Stati Uniti e risalenti soprattutto al periodo compreso tra l’inizio dell’Ottocento e la guerra civile. […]”
(Tratto da: Una cattedra di storia e una biblioteca per l’ateneo: la diplomazia culturale statunitense e l’Università di Firenze, di Stefano Luconi, in Quaderni del Circolo Rosselli, 1/2020).

venerdì 9 luglio 2021

" L’Italia nella narrativa di Edith Wharton. Rappresentazioni del femminile tra morale borghese, declinazioni mariane e arte fiorentina"


“[…] un ruolo di primo piano nelle opere maggiori di Wharton, tra cui spiccano The House of Mirth e The Custom of the Country: una proiezione del sentire femminile realizzata attraverso l’articolazione in luoghi domestici propri dell’abitare borghese. Nel caso specifico, la ricchezza e profondità della psiche muliebre sono rese grazie a categorie proprie del linguaggio dell’architettura d’interni, soggetto assai caro alla scrittrice, poi sviluppato nel saggio The
Decoration of Houses. La predetta metafora esprime, infatti, l’abissale solitudine emotiva della protagonista, il cui consorte si rivela incapace non già unicamente di penetrare nell’intimità psicologica della sua compagna, raggiungendo la sopra citata «innermost room», ovvero il sancta sactorum del suo animo, bensì finanche di concepire l’esistenza stessa, nell’ambito del matrimonio, di una dimensione relazionale che non sia quella sociale e/o pubblica - peraltro propria della sfera mondana attribuita al maschile - ivi raffigurata attraverso l’immagine degli ambienti domestici di rappresentanza, quali l’ingresso e i saloni destinati alle visite prescritte dalle rigide convenzioni socioculturali della temperie, gli unici ad essere regolarmente frequentati dall'uomo.
Nel corso del colloquio, la donna si abbandona nostalgicamente ai ricordi, rammemorando il momento più felice della sua esistenza, un’esperienza di natura extracorporea vissuta durante un viaggio a Firenze, nella chiesa di Orsanmichele, in contemplazione dello splendido tabernacolo di Andrea di Cione di Arcangelo, soprannominato l’Orcagna, opera trecentesca di sublime ricamo marmoreo che ospita la pala a fondo oro con la Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi. A
nostro avviso, la scelta di Firenze, tra le tante città italiane care a Wharton, non è casuale. Richiamandoci alla predetta risonanza autobiografica del racconto, ci preme sottolineare come nel suo memoir A Backward Glance, Wharton rievochi con particolare nostalgia il suo primo soggiorno nell’allora capitale d’Italia, avvenuto all’inizio del 1871. Nei lunghi mesi ivi trascorsi con la famiglia d’origine, a soli nove anni, apprese intatti l’italiano, aggiungendolo, da vera enfant prodige, alle altre lingue straniere […].
Nel corso di serate piacevolmente solitarie trascorse nella suite d’hotel con vista sull’Arno - quando i genitori erano fuori e la fedele governante Doiley impegnata nelle faccende domestiche -la piccola Edith, infatti, dava libero sfogo alla sua creatività, costruendo mondi fantastici da custodire gelosamente nell’intimità della sua «secret life of the imagination» […].
Nel racconto, la coppia si reca a Orsanmichele in una piovosa serata di primavera per assistere a una funzione religiosa. Nel silenzio della chiesa, la protagonista è immediatamente rapita dallo splendore dell’incantevole tabernacolo, mentre il marito, pur essendo seduto accanto a lei, non si avvede di nulla, Contemplando l’opera, la donna avverte, palpabile, il flusso della vita avvolgerla in un abbraccio, un amplesso disincarnato in cui convergono tutte le «svariare manifestazioni di bellezza e stranezza» tipiche dell’esistenza, fondendosi, queste ultime, in «un’armoniosa e trascinante danza»- La protagonista si sente, infatti, permeare da un’impetuosa corrente di energia che, nella sua percezione, sembra attraversare il tempo e lo spazio, conducendola in un viaggio straordinario dalle origini dell’umanità al presente, un viaggio che infonde in lei un profondo senso di comunione con il genere umano […].
La visione della protagonista nella chiesa di Orsanmichele si configura come un’esperienza trascendente in cui il piacere estetico legato all’opera d’arte si trasfigura in una visione estatica, trionfo della spiritualità e scheggia di eternità. Grazie alla predetta visione «unificatrice» di Wharton, il tabernacolo, reso nel testo attraverso un’efficace ecfrasi, si trasforma, infatti, in un cronotopo, il quale trasporta la protagonista lungo il flusso della vita, portandola a contatto visivo e sonoro con diverse culture e periodi storici, con manifestazioni dell’umana grandezza in
ambito artistico e letterario, e con momenti dolorosi, a tratti tragici, ma sempre
significativi per la storia della civiltà e delle idee, la religione, la letteratura e l’arte […].
Attraverso questa fantasia, che si manifesta in un’esperienza sinestetica di fruizione dell’opera d’arte, la donna riesce a superare, perlomeno temporaneamente, la drammatica solitudine morale patita nel corso del suo cammino terreno, ponendosi in contatto con la storia dell’umanità attraverso l’ascensione alla sfera dell’ideale - il tutto, nell’inconsapevolezza totale del coniuge, figura esemplare del disperante materialismo evidentemente imputato da Wharton alla
società statunitense dell’epoca. Come se, in fondo, solo lo sguardo impassibile di Maria - la stupenda Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi incastonata al cuore del tabernacolo - modello trascendente di femminilità in cui la protagonista pare riflettersi in un istante estatico di pienezza tragica, fosse in grado di farsi carico della terribile bellezza delle contraddizioni che permeano la vita. Sempre per quanto attiene al capolavoro di Orcagna, occorre precisare com’esso
sia caratterizzato, sul lato posteriore, da un’ulteriore scena marmorea che, significativamente, raffigura la morte di Maria e la sua successiva assunzione in paradiso: in questa luce, ci pare lecito ipotizzare un nesso figurale tra la protagonista e la Vergine Madre di Dio. A tal riguardo, urge puntualizzare che, nel la cultura popolare dare degli Stati Uniti dell’Ottocento, la figura della Madonna godeva di una sorprendente popolarità: nonostante la proverbiale diffidenza protestante
Nei confronti di manifestazioni di arte devozionale, l’iconografia mariana occupava infatti ampio spazio nelle riproduzioni dell’epoca, specie nelle litografìe, stampe e riviste. La Vergine era concepita in termini non strettamente teologici, bensì in quelli di icona secolare, nello specifico, la sua figura era strumentalizzata al fine di assicurare fattezze immediatamente e universalmente riconoscibili alla già citata prassi culturali tese a un controllo sociale morbido ma efficace della componente muliebre. La sua immagine di «Regina del cielo», mutuata dall’immaginario
cattolico, si prestava, infatti, perfettamente alla concettualizzazione del predette prototipo di femminilità tradizionale di «Regina della Casa» e angelo domestico, figura, appunto, preposta, in virtù della sua irreprensibilità etica, a esercitare una forma d’intercessione mariana presso il Cielo affinché assolvesse i suoi congiunti, in specie gli uomini della famiglia, dai peccati inevitabilmente commessi nella sfera pubblica, ambito caratterizzato, secondo l’opinione corrente, da una
pervicace amoralità tipica di uno sfrenato capitalismo. […].”
(tratto da: L’Italia nella narrativa di Edith Wharton. Rappresentazioni del femminile tra morale borghese, declinazioni mariane e arte fiorentina: il caso di The Fulness of Life (1893), di Simona Porro, in Quaderni del Circolo Rosselli, 1/2020).

mercoledì 9 giugno 2021

Il soggiorno fiorentino di James Fenimore Cooper


“Per i viaggiatori statunitensi del’800, Firenze era una delle destinazioni predilette del Grand Tour in Europa. James Fenimore Cooper fu tra i primi ad arrivarvi, ma nel corso dell’Ottocento nell’area fiorentina abitavano anche Nathaniel Hawthorne, Samuel Clemens (Mark Twain), Henry James, Constance Fenimore Woolson, Edith Wharton e altri. Cooper aveva già passato due anni in
Europa, principalmente a Parigi e Lione, quando, nel 1828, raggiunse Firenze con la sua famiglia - la moglie Augusta, il figlio, le quattro figlie e un nipote. Gli obiettivi del viaggio previsti da Cooper erano di offrire ai suoi figli l’opportunità di imparare la lingua francese e quella italiana nonché di trovare una possibilità di pubblicare i suoi romanzi in Europa. […] Cooper alloggiò all’Hotel York in via de’ Cerretani prima di prendere una residenza di dieci stanze al primo piano di Palazzo Ricasoli all’angolo di via del Cocomero (ora via Ricasoli) e via dei Biffoli (ora via Biffi). […].
La prima notte, all’Hotel York, Cooper ebbe il suo primo impatto con le .zanzare di Firenze: «Fortunatamente avevamo delle zanzariere, una cosa che da noi non avevo mai visto, tra l’altro», scrisse Cooper, «[…] La mattina dopo la povera Lucia [la cuoca svizzera], che immagino non avesse la zanzariera, sembrava avesse il vaiolo. Cooper rimase impressionato dai bassi costi degli affitti e dalla facilità con cui fu possibile trovare alloggio nonostante i numerosi stranieri che risiedevano nella capitale del Granducato di Toscana. Firenze fu la città meno costosa dove la famiglia Cooper abitò in Europa e lo scrittore rimase meravigliato non solo dai prezzi bassi ma anche dall’alta qualità di prodotti venduti a Firenze. L’olio che bruciava nelle lampade, secondo lui, sarebbe stato adatto per condire l’insalata. Apprezzò l’ottimo vino toscano, venduto direttamente a Palazzo Ricasoli. […] A Firenze, Cooper ebbe diversi problemi con i suoi domestici italiani di ven - chi venne licenziato a causa dell’ubriachezza, chi per frode, chi per aver preso bustarelle - fino ad arrivare a un processo in tribunale per una causa intentagli dal
suo lacchè Luigi, che, dopo essere stato licenziato, accusò Cooper di non avergli
pagato lo stipendio per nove mesi. Nel maggio del 1830 questo processo era ancora in corso nonostante Cooper avesse già provveduto a pagare altri 18 dollari a Luigi. Giunto a questo punto, allo scrittore statunitense non interessava più quello che il tribunale avrebbe deciso dal momento che non era più in Toscana. Quando arrivò a Firenze, Cooper era già famoso nel Vecchio Continente, inclusa l’Italia, per il suo romanzo The Last of the Mohicans pubblicato nel 1826 e    già tradotto in diverse lingue. […].
All’epoca la capitale del Granducato di Toscana era conosciuta come un centro cosmopolita. La vita sociale era molto intensa e consisteva in cene e di dansantes, balli in maschera e spettacoli teatrali privati. Tra i dignitari interessati al «commingling», come Cooper definì l’interazione sociale dell’alta società, si trovavano ex-ambasciatori, nobili dall’Olanda, Haiti, Inghilterra e Russia,
I numerosi chargés d’affaire che arrivavano da Francia, Austria e Prussia’, mentre altri ancora rappresentavano Grccia, Algeria, Egitto, Turchia e così via. «Ad un ricevimento serale si incontrano i più strani tipi immaginabili», annotò Cooper «perché la gente di metà dei paesi civilizzati del mondo sembra essersi data appuntamento su terreno neutrale in questa piccola capitale, dal momento che il governo è liberale e tollera persino uomini con opinioni politiche bandite aItrove». Tanti di loro si riunivano al teatro della Pergola, all’epoca il principale della città, dove si poteva assistere agli spettacoli dell’opera italiana. Il desiderio di ampliare la propria cultura dominava sopratutto tra gli statunitensi che arrivavano a Firenze, cercando quella storia, cultura e sofisticazione che la giovane America ancora, non possedeva. […]
I viaggiatori dimostravano che l’800 era l’epoca del cosmopolitismo, come affermò Cooper: «Questa è l’età del cosmopolitismo, vero o presunto; e Firenze, proprio in questo momento, ne è un’incarnazione spirituale e materiale». […]
Cooper entrò nella società cosmopolita di duchi, principi e lord e fu presentato ad altri forestieri come il ministero francese Eugène Francois Auguste d’Arnaud, barone de Vitrolles, (al cui ballo in maschera, dato presso l’Hotel de France durante il carnevale del 1829 intervenne anche Cooper), il conte di St-Leu (nel cui palazzo fu invitato a una festa sull’Arno a vedere le illuminazioni e i fuochi d’artifìcio). Incontrò anche altri ospiti abituali delle feste come Giuseppe Bonaparte (il fratello di Napoleone ed ex re di Napoli) e Charles-Lucien, il principe di Canino (il figlio del fratello minore di Napoleone). Fu invitato ai ricevimenti della famiglia Bonaparte, che ebbero luogo dal principe Camillo Borghese (vedovo di Paolina Bonaparte, morta nel 1825) dove conobbe la famosa Madame Mére (Maria Letizia Ramolino, la madre di Napoleone). Conobbe pure Jean Pierre Viesseux, il marchese Gino Capponi e il marchese Giuseppe Pucci. Inoltre Cooper chiese udienza ben due volte al Granduca Leopoldo II, il sovrano della  Toscana (1824-1859), che organizzava ricevimenti a corte. Secondo la prassj, una volta presentati dal loro ministro, i forestieri potevano prendere parte ai ricevimenti settimanali a Palazzo Pitti senza la formalità di un invito da parte del granduca. Vi partecipò anche Cooper […].
Questa prima udienza, quella pubblica, ebbe luogo durante il ricevimento settimanale a Palazzo pitti e, alla fine, durò una ventina di minuti, durante i quali Cooper rispose, sempre brevemente in conformità “all’etichetta” dell’epoca, alle numerose domande sugli Stati Uniti, sulla grandezza delle città» sulle abitudini della gente, sullo stato generale del Paese, sulla geografia e su altre questioni […]”
La seconda udienza, quella di congedo, che fu concessa a Cooper prima della partenza da Firenze, ebbe luogo nelle stanze private dì Leopoldo II, durò per un’ora e alla fine lo scrittore regalò al granduca una copia del suo libro The Wept of Wish-Ton-Wish, che era appena stato pubblicato a Firenze da Dante’s Head Press.
Il 31 luglio, dopo la scadenza del contratto di affitto, Cooper partì con la famiglia verso il Sud d’Italia con destinazione Napoli e Sorrento. Trascorse altri anni in Europa e, dopo il ritorno negli Stati Uniti, descrisse l’esperienza fiorentina in Excursions in Italy, pubblicato in due volumi nel 1838 a Parigi e nello stesso anno a Philadelphia sotto il titolo Gleanings in Europe: Italy […]”
(Tratto da: James Fenimore Cooper e la Toscana del Granduca Leopoldo II, di Sirpa Salenius, in Quaderni del Circolo Rosselli, Nuova serie 1/2020)

domenica 23 maggio 2021

Le origini del consolato degli Stati Uniti d'America a Firenze

 

Foto tratta da Wikipedia.it

“[…] creazione dell’agenzia consolare degli Stati Uniti a Firenze nell’allora capitale del Granducato di Toscana. Tale atto, risalente al 2 aprile 1819, segnò la genesi di quello che è oggi il consolato generale degli Stati Uniti nel capoluogo toscano.
Gli anni che videro «la crescente influenza continentale e transatlantica degli Stati Uniti» nei primi decenni dell’ottocento conobbero un significativo sviluppo della rete consolare di questo Paese negli Stati preunitari italiani. Da tale punto di vista, però, la sua estensione a Firenze avvenne con un certo ritardo rispetto ad altre realtà italiane. Consolati statunitensi erano già sorti alla fine del secolo precedente a Napoli (al quale fu preposto Giovanni Sabino Michele Mathieu, allo
scopo soprattutto di curare gli interessi commerciali dei mercanti americani) nel 1796 a Roma (di cui incaricato Giovanni Batista Sartori) nel 1797 e a Genova (del quale fu investito il mercante inglese Frederick Hyde Wollaston) nel 1798.
L’importanza delle relazioni commerciali che ne avevano stimolato l’apertura aveva fatto in modo che perfino Livorno, in quanto città portuale di grande rilievo per gli scambi tra gli Stati Uniti e la penisola italiana, avesse precorso Firenze. Nel centro labronico, infatti, il consolato americano fu instaurato già nel 1794, affidato al conte livornese Filippo Filicchi, membro di una facoltosa famiglia di commercianti, e rappresentò addirittura la prima sede statunitense in tutta l’Italia.
Nel 1819, per la funzione di agente consolare nella capitale del Granducato fu scelto Giacomo, alias James, Ombrosi, un cittadino toscano con un modesto lavoro di impiegato, che - in un momento in cui il governo granducale non consentiva ancora l’espletamento di attività consolari nella capitale - venne cooptato dal Dipartimento di Stato americano con lo scopo precipuo di fare da guida ai viaggiatori statunitensi di passaggio a Firenze oppure che intendevano risiedere
in città per qualche tempo. Ombrosi divenne così una vero e proprio «mediatore
culturale [...] fra la comunità americana [•••] e il milieu artistico» fiorentino. […].
In ogni caso, nel marzo del 1823, Ombrosi venne promosso console, non senza suscitare tensioni con il governo granducale. A detta di quest’ultimo, infatti, Ombrosi non aveva le qualifiche richieste per svolgere la sua funzione. Infatti, poiché Firenze era la capitale dello Stato, il rango dei rappresentanti stranieri in città non avrebbe dovuto essere inferiore a quella di chargé d’affaires.
La controversia investì anche il successore di Ombrosi, Edward Gamage, quest’ultimo
un cittadino statunitense originario del South Carolina, nominato dal presidente John Tyler nel 1842, al punto che il nuovo console si rifiutò di trasferirsi a Firenze, lasciando che il suo predecessore ne svolgesse le funzioni in qualità di reggente fino al 1849, quando il consolato fu di fatto accorpato a quello di Livorno". In quell’anno, infatti, Gamage sostituì il conte Giuseppe Agamennone, alias Joseph A. Binda, un lucchese naturalizzato cittadino statunitense nel 1841
alla guida del consolato labronico, pur mantenendo formalmente anche
titolarità di quello fiorentino. Con la nomina di Francis Lance nel 1852, sostituito poi da 'William L. Marcy nel 1854, la presenza consolare statunitense nella capitale toscana fu ridimensionata all’esistenza di semplici agenti commerciali.  Soltanto alla vigilia della proclamazione dell’unità d’Italia, dopo l’annessione del Granducato di Toscana al Regno di Sardegna nel 1860, la sede
statunitense a Firenze fu elevata a consolato generale. L’incarico venne attribuito a Edward J. Mallett, che da due anni era già attivo a Firenze nella veste di agente commerciale degli Stati Uniti. Tuttavia, pure la sua precedente nomina nel 1858 era stata un ulteriore motivo di tensioni con il governo toscano.
Mallett, infatti, non era inizialmente risultato gradito al Granduca Leopoldi I
perché gli erano state attribuite «simpatie liberali».
 Comunque, nonostante i successivi attriti con il governo granducale, la creazione dell’agenzia consolare nel 1819 segnò l’istituzionalizzazione della presenza americana a Firenze e, quindi, evidenziò un rafforzamento formale dei molteplici rapporti e delle composite interazioni tra il capoluogo toscano e gli Stati Uniti. […]”
(Tratto da: Introduzione del curatore, di Stefano Luconi, in “Quaderni del Circolo Rosselli”, NUOVA SERIE 1/2020)

domenica 2 maggio 2021

La Biblioteca magliabechiana

foto tratta da wikipedia.it

 “[…] Anche a Firenze, nel granducato di Toscana, dove le biblioteche di certo non erano mai mancate, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento si cominciava a sentire, soprattutto da parte della gente meno abbiente, l’esigenza di una biblioteca pubblica cui poter accedere senza essere conosciuti o famosi o chiedere particolari autorizzazioni.
Questa esigenza veniva soddisfatta agli inizi del 1747, quando veniva aperta al pubblico la
biblioteca Magliabechiana, nucleo primigenio della futura Biblioteca Nazionale Centrale, una delle due che l’Italia possiede. La Biblioteca magliabechiana era il risultato di una vita spesa sia finanziariamente che intellettualmente, per i libri, cercati e acquistati non per il piacere di possederli, ma per un insaziabile bisogno di conoscere. Accanto a libri e codici rari e preziosi, da grande bibliofilo, si incontrava tra i volumi di Antonio Magliagliabechi “una enorme quantità di materiali che soltanto l’erudito più consumato e il Ricercatore più minuzioso di notizie storiche e letterarie potrebbero apprezzare”.
Nel testamento, dettato trentanove giorni prima della morte, avvenuta a Firenze il 4 luglio 1714, Magliabechi nominava eredi universali dei suoi beni i ‘poveri di Gesù Cristo’ di
Firenze; esprimeva il desiderio che la sua biblioteca formasse una pubblica libreria a
beneficio universale della città e specialmente dei poveri, dei chierici, dei sacerdoti e dei
scolari che non avessero modo di comprare libri e di poter studiare. Disponeva inoltre
che suoi esecutori testamentari fossero anche i bibliotecari, i quali avrebbero ricevuto un
compenso di 50 scudi annui; che questi provvedessero a far costruire una sede e a inventariare tutto il materiale, che doveva essere assolutamente vietato alla consultazione fino
a quando non fosse ben disposto e ordinato nella sede definitiva; che la biblioteca dovesse
essere aperta al pubblico due giorni alla settimana, per tre ore al mattino e tre al pomeriggio.
Il grande erudito disponeva infine che per il mantenimento dei libri e l'accrescimento della biblioteca si spendessero annualmente 50 scudi.
Prima che i libri di quest'uomo - il quale per amore del sapere aveva scelto proprio loro come gli unici compagni di una vita volutamente solitaria, misera e squallida - fossero
messi a disposizione di tutti trascorrevano trent’anni e doveva intervenire il governo
granducale, passato nel frattempo dai Medici ai Lorena, a sostenere finanziariamente l’iniziiativa. […]”
(Tratto da: LA CITTA' E LA PAROLA SCRITTA, a cura di Giovanni Pugliese Carratelli, 1997 UTET, pag, 361)

Il fondo di libri magliabechiano è oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze.
RDF

Via S. Antonino

Foto di Roberto Di Ferdinando

 


 

giovedì 22 aprile 2021

Amerigo Vespucci

 

Foto tratta da wikipedia.it

“[…] Amerigo Vespucci. Il grande navigatore fiorentino è passato alla storia per essere stato il primo a raggiungere la consapevolezza che le terre scoperte da Cristoforo Colombo erano un “nuovo mondo”, come lo stesso Vespucci scrisse a Lorenzo Pierfrancesco de’ Medici, in una
lettera che suscitò scalpore in tutta Europa.
Così, quando nel 1507 il cartografo tedesco Martin Waldsemuller realizzò una mappa del mondo
(attualmente conservata nella Biblioteca del Congresso a Washington) comprendente le nuove scoperte, su proposta del poeta e filosofo Matthias Ringmann, utilizzò, all’insaputa dello stesso Vespucci, il nome America (femminile del nome Americus, così come erano femminili i nomi degli altri continenti) per indicare il nuovo mondo.
[…] Figlio del notaio Nastagio Vespucci, il giovane Amerigo, nonostante l’educazione umanistica, si era dedicato agli affari ed era divenuto agente commerciale del banco dei Medici a Siviglia. Continuava a coltivare studi di geometria, cosmografia e astronomia.
A Siviglia conobbe Cristoforo Colombo e lo aiutò ad organizzare la sua terza spedizione.
Poi, ritiratosi dagli affari ormai quarantacinquenne, nel 1499, il Vespucci si dette a sua volta alle
spedizioni transoceaniche. Fu lui a scoprire nel 1501-1502, quelli che oggi chiamiamo baia di Rio de Janeiro e Rio de la Plata.
Alcuni documenti parlano di un primo viaggio di Vespucci già nel 1497, quando una spedizione |
spagnola della quale faceva parte raggiunse la Guyana, forse il Brasile,  inoltrandosi, poi, nel Golfo del Messico.
Ben più documentato il viaggio del 1499, che giunse fino all’estuario del Rio delle Amazzoni;
qui, per la presenza di una grande massa di acqua dolce nel mare, intuì che non si trattasse di un’isola, bensì di una terra sconfinata. Risalì, quindi, il corso del fiume, dove incontrò un
rigoglioso ambiente naturale e numerose popolazioni indigene. […].
Salpato da Lisbona, il 14 maggio 1501, sotto bandiera portoghese, il navigatore toscano approdò nell’autunno-inverno successivo nelle baie di Tutti i Santi e di Rio de Janeiro, scoprì il Rio della Plata e si spinse all’estremo sud del continente, fino allo stretto poi scoperto da Magellano. Durante il viaggio individuò la costellazione della Croce del Sud, punto di riferimento per i navigatori per l’individuazione del polo celeste australe, così come la stella polare è nell’emisfero settentrionale.
Fu proprio quando si trovò a costeggiare la Terra Brasilis che Vespucci si convinse, definitivamente, che essa non aveva nulla a che vedere con l’Asia: memore delle notizie ricevute alle Isole di Capo Verde dalle spedizioni che tornavano dall’india, si rese conto di essere approdato in un nuovo continente, dove la flora e la fauna, gli usi e i costumi delle popolazioni indigene erano diversi da quelli dell’oriente.
Scrisse così al Medici: “Arrivai alla terra degli Antipodi, e riconobbi di essere al cospetto
della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali
Più della nostra Europa, dell’Asia o della stessa Africa”.
(Tratto da: “Te la do io l’America”, di Gabriele Parenti, Informatore del febbraio 2012)

domenica 11 aprile 2021

La bottega di un cartolaio fiorentino del XV° secolo


“[…] sopraggiunta la stampa a soppiantare lentamente il libro manoscritto, i cartolai ampliarono ulteriormente le loro attività, sovvenzionando, in alcuni casi i primi stampatori. 

[…] Alla fine del secolo XV, in Italia si va verso un lento cambiamento nella produzione

del libro: si continuano ancora a usare piatti di legno, fermagli metallici e decorazioni a caldo,

ma con l’introduzione di nuove materie, formati ridotti e con la ricerca di legature con pretese di

artistiche maggiori assistiamo a un vero e proprio processo di modernizzazione del prodotto.

Nell’ultimo quarto di secolo si verificò una vera svolta, quando i cambiamenti furono strutturali

soprattutto, decorativi: i supporti lignei furono sostituiti con quadranti in cartone prima alla

Colla e successivamente alla forma.

I nervi in pelle o in cuoio furono sostituiti da cordicelle di canapa o di lino perché ritenuti più

adatti ad essere introdotti attraverso i quadranti di cartone. 

L’uso delle borchie e dei fermagli metallici tesero a scomparire e con la standardizzazione dell’unghiatura, quella porzione di piatto eccedente il corpo del libro, la posizione da orizzontale divenne definitivamente verticale. Adotta tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, fu proprio

Il cambiamento più importante che preluse al processo di verticalizzazione della posizione di

conservazione del libro; precedentemente, tuttavia, la sua assenza non provocava alcuna sofferenza ai manufatti, che venivano infatti conservati in posizione obliqua sul leggio

oppure in piano sullo scaffale.

Nelle botteghe artigiane per sopperire all’esigenza di una crescita inaspettata della produzione, dovuta, come detto, all’invenzione della stampa furono ideate coperte strutturalmente meno elaborare e furono impiegati materiali di minor costo.

[…] documenti relativi alla bottega di tre fratelli fiorentini: Bartolomeo, Gherardo e Monte di Giovanni […]:


Risime cinque et quaderna dieci di fogli mecani bolognesi nel segno della scala: si tratta di risme da 500 fogli, che si distinguevano in imperiali, reali e mezzani a seconda delle dimensioni. La filigrana della carta e il suo formato sono indicativi di una precisa area di fabbricazione.


Chavrecti a foglio comune rasi: assai verosimile sono carte membranacee di capretto, rasate

dalla scrittura e pronte al riutilizzo.


Pecore sode nostrale: si tratta di pelli da raffinare, non lavorate.


[…]


Gli attrezzi presenti nella bottega sono modesti:

Coltelli da tondare: sono coltelli per rifilare i tre margini del libro, rendendoli lisci e facilitandone la decorazione. L’operazione avviene dopo la cucitura dei fascicoli; il margine del volume viene ben serrato in un torchio ligneo e ‘il coltello da fondare ne rifila il margine


Scuffina: si tratta di una raspa di più modelli e di più grandezze usata per smussare o arrotondare 

gli spigoli delle assi lignee.


Traversa: è lo strumento che i legatori e i doratori oggi chiamano “paletto” e che viene usato per evidenziarne le nervature e per realizzare dei filetti in oro.


Strettoio: è una pressa in legno.


Punto: si tratta di un punteruolo usato dall’amanuense per forare la pergamena e per fissare i punti di inizio e fine della scrittura e la distanza tra una riga e l’altra.


Pectine per rigare: realizzato in metallo, è munito di una serie di punte scriventi, poste a distanze regolabili, ed è utilizzato per rigare a inchiostro eseguendo più righe alla volta carta o pergamena.


Le seccate da stampare:

Sono punzoni per impressioni a caldo o per dorare.

[…]


(Tratto da: Una bottega fiorentina di cartolaio del secolo XV, di Claudio Sorrentino, I beni culturali: tutela e valorizzazione, 2012)

martedì 23 marzo 2021

La porta della Mandorla (Duomo)

foto tratta da Wikipedia.it

 “[…] La porta è un capolavoro complicato, arricchito nei secoli, da interventi di artisti come Donatello, che lavorò a qualche figura  di Profeta posta nelle decorazioni tra i fogliami, o come il Ghirlandaio autore del colorito mosaico centrale. Ma è l’Assunzione della Beata Vergine (alta più di due metri) scoIpita da Nanni di Banco e dai suoi nella «Mandorla» centrale, allusiva alla gloria celeste, attorno al 1420, a catturare l’ammirata fantasia dell'osservatore. Maria è vista già come regina, incoronata nell’ascesa, lascia la Cintola a San Tommaso, e tiene una rosa che l’identifica come Santa Maria del Fiore.
(Tratto da: Le porte ritrovate: ora la Mandorla, presto il Paradiso, di Wanda Lattes, in Corriere Fiorentino, 2014)

La simbologia della Mandorla ha origini antichissime e la religione cattolica l’ha recuperata, modificandone il significato, da precedenti tradizioni spirituali. Per i greci il mandorlo rappresentava il simbolo della nascita, infatti, non solo perché il mandorlo è il primo albero a sbocciare in primavera, ma, in particolare, per il fatto che il suo frutto, la mandorla, per la sua forma ovoidale, sia legata alla fecondità, ed alla nascita dell’Universo (per il mito greco la mandorla rappresentava anche la vulva della Dea Cibele, la Dea Madre).
La mandorla simboleggia anche la saggezza e il mistero, dato che il suo seme è protetto da un guscio.
Nella simbologia cristiana la mandorla o vescica piscis (vescica di pesce) è raffigurata come il risultato di due cerchi, dello stesso raggio, che si intersecano in modo da avere il loro centro sulla circonferenza dell’altro (vedi foto sotto) e  rappresenta l’unione tra due mondi: quello umano e quello divino.
Roberto Di Ferdinando

foto tratte da Wikipedia.it


domenica 28 febbraio 2021

Il Lachera


 “In piazza del Mercato Nuovo, ad angolo con via di Capaccio, una targa piuttosto recente commemora un personaggio fiorentino vissuto nell'ottocento: trattasi del pastaio Giuseppe Lachecri detto Lachera (1806-1864), che faceva il venditore ambulante di ciambelle, pan di ramerino, schiacciata con l’uva e pere cotte. Oltre che per la bontà dei suoi dolci il Lachera era famoso per i suoi scherzi, le sue pungenti battute, le invettive di popolare raffinatezza che rivolgeva ai potenti dell’epoca e specialmente al granduca Leopoldo, che soprannominò Canapone per via dei suoi capelli biondi e stopposi. Quando infatti il granduca fece restaurare la fontana del Porcellino, ad esempio, il Lachera diceva "E l'hanno ripulito,
gli è sempre il solito porco!”, - e a chi pensate mai volesse alludere? E non si risparmiò nemmeno nel periodo postunitario, quando le bandiere tricolore furono esposte alle finestre e lui urlava più forte del solito “Donne, e c'è i cenci!''. Il Lachera lo si riconosceva a prima vista: basso  e corpulento, indossava sempre un lungo e liso grembiule bianco […] . Collodi lo definì la facezia arguta e frizzante fatta uomo, il vero brio sarcastico fiorentino travestito da venditore di pere cotte. […]”.”
(Tratto da: Il grembiule del Lachera, di Narco Tangocci e e Davide Di Fabrizio, pubblicato su Lungarno - febbraio 2021)

Da via della Colonna verso piazza S.S. Annunziata

 Foto di Roberto Di Ferdinando



venerdì 12 febbraio 2021

Il Torrino di Santa Rosa

foto tratta da wikipedia.it

 “Da Via Lungo le Mura di Santa Rosa, deriva il toponimo dell'oratorio della Compagnia di Santa Rosa, annesso al soppresso monastero di Santa Maria in Verzaia, passato poi ai Guglielmiti di Sant'Antonio. L'oratorio fu posto in angolo alla cinta trecentesca di mura a ridosso del torrino di guardia (eretto nel 1324), perciò detto anche Cantone di Santa Rosa. Nel punto dove alla fine
del Novecento è stato aperto il fornice, nel 1856 era stato costruito un grande tabernacolo di forme neo-gotiche, che tuttora si ammira. La nicchia a sesto acuto protegge un grande affresco dei primi del Cinquecento, dipinto da Domenico Ghirlandaio o, quantomeno, da Ridolfo del
Ghirlandaio rappresentante la Pietà con la Madonna e i Santi Giovanni Eangelista e Maria Maddalena. […].
Al termine di questo breve tratto di mura, posto in angolo si trova, come
già accennato, il Torrino di Santa Rosa, anticamente chiamato "della
Guardia” perché guardava e difendeva la riva sinistra dell'Arno, impedendo l'ingresso alle imbarcazioni nemiche. […] Qui, proprio alla piccola torre, le mura giravano ad angolo retto e risalivano l'Arno terminando alla spalletta del Ponte alla Carraia, dove c'era il
cosiddetto "chiesino", cioè l'Oratorio di Santa Maria in Carraia, dove
Durante le festività si diceva messa. […] Il chiusino fu poi distrutto nel 1867 con la demolizione di tutto quel tratto di mura lunga la sponda sinistra dell'Arno, per costruire l'attuale lungarno Sederini. […]”
(Tratto da: Il Torrino di Santa Rosa, di Luciano e Ricciardo Artusi, il “Il Reporter” di Ottobre 2015)

martedì 2 febbraio 2021

Il Chiostro Grande della Basilica di Santo Spirito


 “Da Piazza Santo Spirito mi dirigo nel Chiostro Grande della Basilica […]. Il cortile è un capolavoro di Bartolomeo Ammannati della seconda metà del Cinquecento. Normalmente non è visitabile […].All'entrata la luce intensa del giorno illumina le pareti bianche, creando un piacevole effetto di contrasto con la pietra grigia delle colonne Da un lato si entra nella Cappella Corsini, che custodisce numerosi tesori, dall'altro uno scalone porta all'antico convento […]. Osservo in alto e vedo il campanile della chiesa che si staglia nel cielo. Infine noto un particolare divertente. I capitelli delle lesene decorati dai volti femminili […]”
(Tratto da: Quelle facce curiose nel Chiostro, di Tiziana Frescobaldi, in Corriere fiorentino del 21 settembre 2012)

sabato 23 gennaio 2021

Angelo Pietrasanta e la decorazione di Villa Oppenheim (l'attuale Villa Cora)


"Se, come abbiamo avuto ormai più volte occasione di sostenere, la pittura dei Macchiaioli ha offuscato in Toscana la fama di tutti gli altri pittori da Accademia o di Romanticismo storico, a maggior ragione sono stati totalmente dimenticati tutti gli artisti “non toscani“, che ebbero importanti commissioni a Firenze nella seconda metà dell’Ottocento in particolare nel periodo in cui Firenze fu capitale d’Italia (1865-1870). È stato questo il caso del pittore Lombardo Angelo Pietrasanta, giustamente considerato “un protagonista della pittura lombarda del secondo Ottocento“. […] nacque a Cologno Monzese il 27 novembre 1834 […]. Scoperto il proprio talento artistico dal 1850 frequentò a Milano l’Accademia di Brera […]. Al termine dei corsi ottenne il premio più ambito ovvero il pensionato artistico, che consisteva in un soggiorno a spese dell’Accademia un anno a Roma, uno a Firenze uno a Venezia, oltre all’esenzione dal servizio militare sotto l’Austria. Fu tra gli allievi prediletti del vecchio Francesco Hayez. […] gli anni tra il 1858 e il 1860 li trascorse tra Firenze e Roma […] a Firenze, dove aveva già soggiornato durante un precedente viaggio nel quale aveva conosciuto Telemaco Signorini, giunse per il pensionato il 5 novembre 1858. […] Signorini ricorda come Pietrasanta fu al caffè Michelangelo nel 1855, insieme Odoardo Borrani, Vincenzo Calabianca, Cristiano Banti, Antonio Fontanesi. […] In questi anni durante questo secondo soggiorno fiorentino Pietrasanta poté copiare dipinti antichi degli Uffizi. […] Rientrato in Lombardia si stabilì a Milano dove svolse attività di ritrattista per la ricca borghesia locale. […] Il Pietrasanta diventò pittore assai ricercato, fu chiamato nel 1870 a Firenze per adempiere a un l’altro importante incarico. Firenze, che era stata capitale d’Italia tra il 1865 e il 1870, abbattute le antiche mura cittadine, si andava espandendo secondo il piano urbanistico dell’architetto Poggi, con la creazione dei nuovi lungarni, di viali di circonvallazione e del viale dei Colli, sul modello dei boulevards parigini. La commissione affidata a Pietrasanta fu appunto quella di affrescare le sale di una villa appena realizzata proprio sul nuovo viale dei Colli, per il banchiere e finanziere Gustavo Oppenheim, appartenente a una ricchissima famiglia di origine ebraica, che aveva interessi commerciali ad Alessandria d’Egitto; entrato in rapporti con i banchieri fiorentini Emanuele Fenzi, principale azionista della ferrovia Leopolda, nonché il proprietario di palazzo Marucelli a Firenze, l’Oppenheim ne aveva sposato una nipote, la bellissima Eugenia; aveva quindi incaricato Carlo Fenzi, zio della moglie, di acquistare per suo conto un lotto di terreno di grandi dimensioni sul viale dei Colli e di chiamare il miglior architetto il più alla moda per redigere il progetto di una lussuosa, villa: essendo il Poggi oberato di lavori, l’incarico fu affidato a un allievo del suo studio, Pietro Comparini Rossi. Quest’ultimo, nell’adempiere l’incarico ebbe come modello di riferimento la villa che il Poggi stesso aveva eseguito da pochi anni sul Lungarno Nuovo per la Baronessa Fiorella Favard, realizzando un edificio in stile neorinascimento, che si presentava esternamente come un volume pressoché cubico, con facciate spartite da lesene e finestre trabeate, composto da piano terreno, primo piano e ammezzato nel sottotetto per la servitù. Per la sistemazione dell’interni fu chiamato l’ingegner Eduardo Gioja, conosciuto dall’Oppenheim in Egitto, che secondo i desideri del committente eseguì tra agli altri ambienti la sala bizantina, con la curiosa decorazione con motivo di carte da gioco, e la sala moresca, per la quale l’Oppenheim stesso  dettò l’iscrizione in arabo da trascrivere in oro al centro del soffitto; per la sala da ballo al piano terreno e per la camera da letto e il boudoir di Eugenia Fenzi al primo piano fu scelto più opportunamente uno stile neorococò. Per questi ambienti Gioja si avvalse dell’opera del decoratore Antonio Careminu, dell’ornatista Luigi Samoggia e appunto del pittore Angelo Pietrasanta. […]."
(Tratto da: Il pittore Angelo Pietrasanta e la decorazione di Villa Oppenheim a Firenze, di Ricardo Carapelli, in Le Antiche Dogane, febbraio 2012)

(Foto tratte dai siti di: Amici dei Musei e dei Monumenti Fiorentini,  Il Messaggero, Villa Cora)






giovedì 14 gennaio 2021

Canto dei Cartolai


“Intorno alla Badia Fiorentina, dall’inizio del Trecento si aprivano le botteghe dei pergamena e cartolai. Un tandem ben assortito. I primi trattavano le pelli animali per ricavarne la carta che i secondi rilegavano per fame libri, codici e registri che i secondi rilegavano per farne libri, codici e registri che poi rivendevano. Erano manoscritti che costavano cari e pochi potevano permetterseli, per avere un’idea: un priore di Fiesole dovette venderà un campo per comprarsi il messale. In questo angolo di Firenze, nel 1400, operava Vespasiano da Bisticci, un’abile cartolaio che aveva messo su un’officina libraria di prim’ordine. Alle sue dipendenze aveva un esercito di copisti e riforniva biblioteche prestigiose. Una volta, per soddisfare Cosimo il Vecchio, riuscì con 45 amanuensi a comporre 200 volumi in venti mesi. […]” (Tratto da: L’officina del libraio che amava far salotto, di Silvia Lagorio, in Corriere Fiorentino, 2015)

Antiche insegne resistono: via della Colonna

 



martedì 5 gennaio 2021

Quando La Pira andò in Vietnam per tentare di fermare il conflitto

immagine tratta da: https://www.cittanuova.it

“[…] Quando il conflitto vietnamita scoppiò con tutta la sua violenza, molti, in tutto il mondo, s'illusero che fosse possibile bloccarlo. Si distinse tra quei generosi il giurista Giorgio La Pira, sindaco di Firenze dal 1951, noto per le sue iniziative in favore della pace nel mondo e convinto che un suo incontro con Ho Chi Minh avrebbe contribuito a risolvere l'intricata situazione internazionale che si andava delineando.
La Pira partì da Firenze il 20 ottobre del 1965. In tasca aveva qualche migliaio di lire e un visto per Varsavia; in una valigetta qualche indumento e la riproduzione di una Madonna di Giotto. Sperava di raggiungere Hanoi e convincere Ho Chi Minh a bloccare la guerra. Lo accompagnava un giovane professore universitario, il matematico Mario Primicerio, che una trentina di anni dopo, nel '94, sarebbe stato suo successore in Palazzo Vecchio. Affrontando un lungo viaggio irto di difficoltà diplomatiche, il Sindaco di Firenze riuscì a incontrare nel suo  palazzo presidenziale Ho Chi Minh, che lo ricevette con un semplice «buongiorno, La Pira» in italiano e un abbraccio. Era l’8 novembre 1965. Il colloquio tra il sindaco pacifista e lo statista durò tre ore: nonostante le testimonianze non manchino, i suoi contenuti
restano in larga misura celati sotto una spessa coltre aneddotica, per non dire leggendaria. La Pira non aveva in realtà alcuna veste affidale né alcun mandato diplomatico, ma era d'altro canto molto meno ingenuo di quanto non volesse apparire. Firenze era l'Atene dell'occidente, una grande città d'arte e di cultura, la madre della Modernità: e il giurista siciliano, che dal canto suo aveva la sua residenza in quel convento di San Marco del quale era stato priore Gerolamo Savonarola, sapeva benissimo tanto sia sottile in realtà il confine fra utopia e realismo. Egli aveva compreso alla perfezione il senso profondo della massima evangelica che insegna a essere semplici come colombe e astuti serpenti. Era partito nel modo formalmente più ingenuo sprovveduto, con quattro soldi in tasca che erano tutti roba senza chiedere nemmeno uno spillo al governo italiano o amministrazione della sua città: esempio tanto fulgido quanto
poco destinato, ohimè, a trovare, nella politica e nella società italiana degli anni a venire, gente disposta a seguirlo. Allo stesso con lo spudorato candore di chi non avendo alcun potere mondo, chiese papale papale al presidente vietnamita quali potessero essere le condizioni per porre fine sul nascere a un conflitto che si annunziava durissimo. Ho Chi Minh stette al gioco, e rispose con la solita pacata e inappuntabile cortesia che sarebbe bastato che gli americani ottemperassero a quattro condizioni: interrompere i bombardamenti sul Vietnam del Nord; sospendere l'invio di truppe e di materiale bellico in quello del Sud; riconoscere come interlocutore il Fronte di Liberazione, cioè Vietcong; mantenere riservati termini e svolgimento di quei preliminari, alquanto irrituali, a proposito dei quali né Mosca né Pechino erano stati informati. Insomma, accettò d'invitare gli americani a "venir a prendere una tazza di tè da lui", come si dice nell'Asia sudorientale.
La Pira rientrò in Italia a metà novembre, grazie alla cortesia del presidente Ho Chi Minh che si fece carico delle spese del viaggio di ritorno; e il governo statunitense, informato della proposta attraverso Amintore Fanfani che si trovava allora a New York con l’incarico di presidente dell'Assemblea dell'ONU, non volendo accettare i primi tre punti, respinse il quarto giudicandolo impossibile a ottemperarsi. In realtà, Casa Bianca, Segreteria di Stato e Pentagono erano allora convinti che la loro schiacciante superiorità militare avrebbe avuto ragione con poco della resistenza di un pugno di poveri contadini e che non ci fosse quindi bisogno di accordi diplomatici. Sappiamo bene, invece, come le cose andarono a finire. La guerra infuriò durissima ancora per otto anni e alla fine gli Stati Uniti furono sconfitti. L'accordo, firmato a Parigi il 2 marzo del 1973 dal segretario di Stato americano Henry Kissinger e dal rappresentante vietnamita Le Duc To, consisteva esattamente nelle prime tre clausole esposte nel novembre del 1965 da Ho Chi Minh a Giorgio La Pira. Quante vite - e quante sofferenze - si sarebbero risparmiate se l'orgogliosa superpotenza avesse dato ascolto a quel piccolo sindaco siciliano che aveva avuto l'idea di far di Firenze quel che già il Savonarola aveva sognato: la Nuova Gerusalemme, il motore della pace nel mondo.
Dell'accoglienza di La Pira a Hanoi e del colloquio tra lui e il presidente esiste anche una versione vietnamita, che ci presenta un Ho Chi Minh cordiale e sottilmente ironico: un aspetto della sua personalità che, del resto, è ben documentato da molte fonti. Ad esempio, al sindaco di Firenze che sottolineava le sue frequenti visite nei paesi socialisti, il presidente vietnamita replicò chiedendogli se non gli sembrasse di star passando un po' «troppo tempo coi comunisti». Si è anche detto che, all'osservazione di La Pira - il quale, ripetendo una frase che è stata attribuita a molti pensatori, aveva affermato che «è proprio nel momento più buio della notte che bisogna credere nell'alba» -  Zio Ho rispondesse con la solita cortese eleganza citando ilGalileo di Brecht per domandargli: «Ma lei sa per caso a che ora della notte ci troviamo adesso?» […]”
(Tratto da: L’appetito dell’Imperatore, di Franco Cardini, Mondadori 2104)