venerdì 9 luglio 2021

" L’Italia nella narrativa di Edith Wharton. Rappresentazioni del femminile tra morale borghese, declinazioni mariane e arte fiorentina"


“[…] un ruolo di primo piano nelle opere maggiori di Wharton, tra cui spiccano The House of Mirth e The Custom of the Country: una proiezione del sentire femminile realizzata attraverso l’articolazione in luoghi domestici propri dell’abitare borghese. Nel caso specifico, la ricchezza e profondità della psiche muliebre sono rese grazie a categorie proprie del linguaggio dell’architettura d’interni, soggetto assai caro alla scrittrice, poi sviluppato nel saggio The
Decoration of Houses. La predetta metafora esprime, infatti, l’abissale solitudine emotiva della protagonista, il cui consorte si rivela incapace non già unicamente di penetrare nell’intimità psicologica della sua compagna, raggiungendo la sopra citata «innermost room», ovvero il sancta sactorum del suo animo, bensì finanche di concepire l’esistenza stessa, nell’ambito del matrimonio, di una dimensione relazionale che non sia quella sociale e/o pubblica - peraltro propria della sfera mondana attribuita al maschile - ivi raffigurata attraverso l’immagine degli ambienti domestici di rappresentanza, quali l’ingresso e i saloni destinati alle visite prescritte dalle rigide convenzioni socioculturali della temperie, gli unici ad essere regolarmente frequentati dall'uomo.
Nel corso del colloquio, la donna si abbandona nostalgicamente ai ricordi, rammemorando il momento più felice della sua esistenza, un’esperienza di natura extracorporea vissuta durante un viaggio a Firenze, nella chiesa di Orsanmichele, in contemplazione dello splendido tabernacolo di Andrea di Cione di Arcangelo, soprannominato l’Orcagna, opera trecentesca di sublime ricamo marmoreo che ospita la pala a fondo oro con la Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi. A
nostro avviso, la scelta di Firenze, tra le tante città italiane care a Wharton, non è casuale. Richiamandoci alla predetta risonanza autobiografica del racconto, ci preme sottolineare come nel suo memoir A Backward Glance, Wharton rievochi con particolare nostalgia il suo primo soggiorno nell’allora capitale d’Italia, avvenuto all’inizio del 1871. Nei lunghi mesi ivi trascorsi con la famiglia d’origine, a soli nove anni, apprese intatti l’italiano, aggiungendolo, da vera enfant prodige, alle altre lingue straniere […].
Nel corso di serate piacevolmente solitarie trascorse nella suite d’hotel con vista sull’Arno - quando i genitori erano fuori e la fedele governante Doiley impegnata nelle faccende domestiche -la piccola Edith, infatti, dava libero sfogo alla sua creatività, costruendo mondi fantastici da custodire gelosamente nell’intimità della sua «secret life of the imagination» […].
Nel racconto, la coppia si reca a Orsanmichele in una piovosa serata di primavera per assistere a una funzione religiosa. Nel silenzio della chiesa, la protagonista è immediatamente rapita dallo splendore dell’incantevole tabernacolo, mentre il marito, pur essendo seduto accanto a lei, non si avvede di nulla, Contemplando l’opera, la donna avverte, palpabile, il flusso della vita avvolgerla in un abbraccio, un amplesso disincarnato in cui convergono tutte le «svariare manifestazioni di bellezza e stranezza» tipiche dell’esistenza, fondendosi, queste ultime, in «un’armoniosa e trascinante danza»- La protagonista si sente, infatti, permeare da un’impetuosa corrente di energia che, nella sua percezione, sembra attraversare il tempo e lo spazio, conducendola in un viaggio straordinario dalle origini dell’umanità al presente, un viaggio che infonde in lei un profondo senso di comunione con il genere umano […].
La visione della protagonista nella chiesa di Orsanmichele si configura come un’esperienza trascendente in cui il piacere estetico legato all’opera d’arte si trasfigura in una visione estatica, trionfo della spiritualità e scheggia di eternità. Grazie alla predetta visione «unificatrice» di Wharton, il tabernacolo, reso nel testo attraverso un’efficace ecfrasi, si trasforma, infatti, in un cronotopo, il quale trasporta la protagonista lungo il flusso della vita, portandola a contatto visivo e sonoro con diverse culture e periodi storici, con manifestazioni dell’umana grandezza in
ambito artistico e letterario, e con momenti dolorosi, a tratti tragici, ma sempre
significativi per la storia della civiltà e delle idee, la religione, la letteratura e l’arte […].
Attraverso questa fantasia, che si manifesta in un’esperienza sinestetica di fruizione dell’opera d’arte, la donna riesce a superare, perlomeno temporaneamente, la drammatica solitudine morale patita nel corso del suo cammino terreno, ponendosi in contatto con la storia dell’umanità attraverso l’ascensione alla sfera dell’ideale - il tutto, nell’inconsapevolezza totale del coniuge, figura esemplare del disperante materialismo evidentemente imputato da Wharton alla
società statunitense dell’epoca. Come se, in fondo, solo lo sguardo impassibile di Maria - la stupenda Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi incastonata al cuore del tabernacolo - modello trascendente di femminilità in cui la protagonista pare riflettersi in un istante estatico di pienezza tragica, fosse in grado di farsi carico della terribile bellezza delle contraddizioni che permeano la vita. Sempre per quanto attiene al capolavoro di Orcagna, occorre precisare com’esso
sia caratterizzato, sul lato posteriore, da un’ulteriore scena marmorea che, significativamente, raffigura la morte di Maria e la sua successiva assunzione in paradiso: in questa luce, ci pare lecito ipotizzare un nesso figurale tra la protagonista e la Vergine Madre di Dio. A tal riguardo, urge puntualizzare che, nel la cultura popolare dare degli Stati Uniti dell’Ottocento, la figura della Madonna godeva di una sorprendente popolarità: nonostante la proverbiale diffidenza protestante
Nei confronti di manifestazioni di arte devozionale, l’iconografia mariana occupava infatti ampio spazio nelle riproduzioni dell’epoca, specie nelle litografìe, stampe e riviste. La Vergine era concepita in termini non strettamente teologici, bensì in quelli di icona secolare, nello specifico, la sua figura era strumentalizzata al fine di assicurare fattezze immediatamente e universalmente riconoscibili alla già citata prassi culturali tese a un controllo sociale morbido ma efficace della componente muliebre. La sua immagine di «Regina del cielo», mutuata dall’immaginario
cattolico, si prestava, infatti, perfettamente alla concettualizzazione del predette prototipo di femminilità tradizionale di «Regina della Casa» e angelo domestico, figura, appunto, preposta, in virtù della sua irreprensibilità etica, a esercitare una forma d’intercessione mariana presso il Cielo affinché assolvesse i suoi congiunti, in specie gli uomini della famiglia, dai peccati inevitabilmente commessi nella sfera pubblica, ambito caratterizzato, secondo l’opinione corrente, da una
pervicace amoralità tipica di uno sfrenato capitalismo. […].”
(tratto da: L’Italia nella narrativa di Edith Wharton. Rappresentazioni del femminile tra morale borghese, declinazioni mariane e arte fiorentina: il caso di The Fulness of Life (1893), di Simona Porro, in Quaderni del Circolo Rosselli, 1/2020).

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