venerdì 29 maggio 2020

La figlia di Galileo

“Prima di Arcetri, Galileo abita in una casa senza pretese sotto Forte belvedere. A pochi passi, in un convento di clausura, vivono le due figlie monache. La più grande, Virginia, lo ama teneramente gli scrive lettere commoventi. “Amatissimo signor padre potesse penetrar l’animo mio come penetra i cieli”. Lui è la sua finestra sul mondo. Lei gli racconta le vicende quotidiane, invia dei dolcetti di marzapane di cui è ghiotto. Virginia è intelligente, dedicata, premurosa e per non dargli pensiero, spesso scherza e lo burla. Anche se prigioniera del chiostro, lo accudisce, dirige la sua casa, ha occhio per tutto, per la mula, l’orto, la cantina. È sempre informata, partecipe. Segue il processo con ansietà. Dopo la condanna lo rincuora “non faccia molto caso a questa burrasca“. Lo scienziato serba  e rilegge tutte le lettere. Sono un conforto per entrambi. Questa figlia lontana eppur così vicina è un affetto vivo e palpitante. Il 19 dicembre 1625 lei manda al babbo una rosa: “cosa straordinaria di questa stagione. Ci sono le spine, ma anche le fronde verdi, segno di speranza. E qui facendo punto, la saluto, vostra figliola affezionatissima  Suor Maria Celeste“.”
(Silviana Lagorio in Corriere Fiorentino, 2011)

domenica 24 maggio 2020

Ferdinando Zannetti il medico che operò Garibaldi

Targa sulla facciata dell'abitazione fiorentina di Ferdinando Zannetti in via de'Conti, numero 1
“Ferdinando Zannetti fu tra i protagonisti del periodo storico che portò all’Unità d’Italia. Nel 1848, infatti, con lo scoppio della prima guerra di indipendenza contro l’Austria, il medico toscano (nato a Monte San Savino nel 1801) si arruola come volontario facendo parte dei 5.000 toscani che affrontano 30.000 austriaci nella battaglia di Curtatone e Montanara. Per la sua competenza viene nominato direttore sanitario delle milizie toscani. […] Nel 1849, reinsediatosi a Firenze Leopoldo II, Ferdinando Zannetti, ostile a rientro del granduca, restituì la croce di San Giuseppe, riconoscimento ai meriti professionali e scientifici ricevuto alcuni anni prima, e fu così destituito da tutti i suoi incarichi a Santa Maria Nuova. Questo allontanamento durò dieci anni, fino al 1859, quando la rivoluzione Fiorentina, restituendogli le mansioni in Santa Maria Nuova, lo nominò presidente del Consiglio superiore militari di sanità. Il suo nome acquisì sempre più rilevanza, tanto che divenne direttore del servizio sanitario delle truppe di Garibaldi e fu uno dei consulenti di fama internazionale che venne chiamato a consulto in seguito al famoso ferimento in Aspromonte di Garibaldi, avvenuto mentre l’eroe dei due mondi risaliva la penisola al comando di un drappello di volontari con l’intenzione di liberare Roma. […] Garibaldi viene ferito il 29 agosto 1862 da due palle di carabina, una che colpì di striscio l’anca sinistra e l’altra che penetrò nel malleolo interno della gamba destra. I primi medici che visitarono il generale furono i dottori Albanese, Basile e Ripari, medici dell’ambulanza garibaldina che lo assistettero devotamente durante tutto il decorso della malattia. Il dottor Albanese, osservando che non esisteva un forame d’uscita, ritenne che la pallottola fosse penetrata attraverso l’osso rimanendo all’interno dei tessuti. Riscontrò anche una tumefazione in sede premalleolare esterna che poteva essere la sede di ritenzione del proiettile ed eseguì un’incisione in tale sede per cercare di estrarlo. Tuttavia la ricerca fu negativa. Dopo una notte trascorsa nel capanno di un pastore, Garibaldi venne trasportato a Scilla, colà imbarcato sulla fregata Duca di Genova che fece rotta verso La Spezia e ricoverato nella fortezza di Varignano, località in prossimità di Porto Venere. […] Due giorni dopo l’arrivo a Varignana ebbe luogo il primo consulto: oltre ai medici curanti garibaldini intervennero Francesco Rizzoli, clinico-chirurgo di Bologna, e Luigi Porta, clinico chirurgo di Pavia, mandati dal ministro dell’interno, Prandina, Di Nigro e Riboli, giunti di propria iniziativa, e Zannetti su precisa richiesta di Garibaldi. Il parere che prevalse fu quello che la pallottole fosse rimbalzata nell’urto contro l’osso e non fosse quindi presente. Vennero praticati impacchi e applicate le sanguisughe intorno alla ferita. Ben presto, tuttavia, iniziarono i sintomi dell’infezione […]. La situazione era così grave che si cominciò a temere l’amputazione. Continuò il pellegrinaggio di chirurghi tra i più famosi d’Italia e d’Europa. Uno dei primi a raggiungere Garibaldi fu Ferdinando Antonio Palasciano. […] Egli non ebbe dubbi sulla presenza del proiettile nella ferita e sulla necessità di un immediato intervento per asportarlo. […] Nella seconda metà di ottobre le condizioni di Garibaldi peggiorarono ulteriormente e venne presa la decisione di trasferirlo in un luogo più confortevole: un albergo di La Spezia e poi venne deciso un ulteriore trasferimento di Garibaldi: questa volta a Pisa, via mare col vapore Moncalieri fino alla foce dell’Arno e quindi fino in città con una barca, alloggiando nel miglior hotel della città, il Tre Donzelle. Va sottolineato che la decisione di trasferire Garibaldi a Pisa viene presa per la stima di cui gode Zannetti: è lui il vero punto di riferimento dei medici che lo assistono in particolare di Albanese, suo allievo proprio a Santa Maria Nuova che quasi giornalmente lo informa della salute del generale inviandogli lettere[…]. Finalmente Garibaldi, trasferito all’ospedale di Pisa, viene operato il 23 novembre alla presenza, oltre che di Zannetti, di Basile, del professore di fisica Felici, il medico belga Jean-Baptiste Allard e dal direttore dell’ospedale Cuturi. Zannetti rimosse il proiettile con successo utilizzando una pinza dentata che gli fu portata dal Brasile. Ci riferisce lo stesso Albanese nel suo diario che il professor Zannetti tira con gran facilità la palla. L’operazioni è di così lieve entità che il generale non sente quasi nulla: era impiombata sull’estremità anteriore della tibia ed era mobile. […] L’estrazione del proiettile assicurò a Zanetti una vasta fama: da tutto il mondo ricevette testimonianze di stima. […] Il 22 marzo 1860, dopo il plebiscito di annessione del Granducato al Regno di Sardegna, lo Zannetti viene nominato senatore del regno da Vittorio Emanuele II per i suoi meriti scientifici e patriottici. Sembra che egli non si sia mai recato in Senato e non abbia mai pronunciare il giuramento di rito, forse per non trascurare la sua amata professione per la politica. Possò infatti gli ultimi anni della sua vita al servizio dei pazienti: per i poveri cure gratuite, ma anche aiuti con i suoi mezzi. […] Morì a Firenze il 3 marzo 1861: funerale solenne accompagnato dal lutto cittadino. [..].”
(Tratto da: I protagonisti della chirurgia fiorentina, a cura di Francesco Tonelli in collaborazione con John Patrick d’Elios. Articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino del 24 settembre 2011).

giovedì 21 maggio 2020

Perché dal termine inglese football abbiamo calcio e non pallapiede?

Perché da football calcio e non pallapiede?
“Perché in italiano l’inglese basketball diventa pallacanestro, volley diventa pallavolo, handball pallamano, ma per football non si usa pallapiede? La risposta va cercata nel fatto che in Italia, e precisamente a Firenze, esisteva già nel Rinascimento un gioco in cui la palla veniva colpita con i piedi: quello che appunto si chiamava il calcio. Così, quando alla fine dell’Ottocento il football cominciò a diffondersi anche da noi, il suo nome fu soppiantato facendo leva su questo antico ricordo. “Uno dei giuochi nazionali inglese il football, una specie di quello che in Italia si chiamava giuoco del calcio, che era in uso da noi fin dall’epoca del Rinascimento“, spiega nel 1894 un volume intitolato l’Educazione fisica della gioventù.
Nella prima edizione del suo dizionario moderno (1905), Alfredo Panzini -alla voce goal - lo chiamava “giuoco della Palla al Calcio ove di prammatica è la lingua inglese“. E in effetti era normale, ancora nel primo Novecento, usi come kick per rinvio, penalty per calcio di rigore, full-backs per difensori, forwars per attaccanti o goalkeeper per portiere. Racconta il linguista e scrittore Veneto Luigi Meneghello, in un romanzo autobiografico intitolato Libera nos a Malo: “giocando al pallone si imparavano anche gli elementi dell’inglese […]”. Fino alla fine degli anni Venti, si diceva ancora bar per traversa, fault per fallo, heading per colpo di testa, referee per arbitro. Solo negli anni del fascismo si impose quella che in un libro del 1926 era definita la Questione dell’italianità nel gioco del calcio. Alcune proposte di sostituzione vengono presentate nei giornali o in pubblicazioni specialistiche, come il Vocabolarietto di termini esotici sportivo-calcistici.
(Tratto da, Giuseppe Antonelli, il museo della lingua italiana, Mondadori 2018)

mercoledì 20 maggio 2020

Pellegrino Artusi, La Scienza in cucina (1891)

“[…] “Dopo l’unità della patria mi sembrava logica conseguenza il pensare all’unità della lingua parlata, che pochi curano e molti osteggiano, forse per un falso amor proprio e forse anche per la lunga e inveterata consuetudine ai propri dialetti“. La prima questione con cui Artusi si trova fare i conti è proprio quella dei diversi nomi che nelle diverse parti d’Italia si danno a ricette e pietanze. Un esempio tipico è la zuppa di pesce che su mar Tirreno si chiama cacciucco e sull’Adriatico brodetto. Artusi, romagnolo, sceglie di farsi - secondo l’insegnamento del Manzoni - al modello linguistico della Toscana e di Firenze (e fa precedere il suo libro da una Spiegazione di voci che essendo del volgare toscano non tutti intenderebbero). Quella zuppa, dunque, la chiama cacciucco; allo stesso modo parla di triglie, anche se “nella regione adriatica chiamansi rossioli o barboni“, e preferisce il nome di cicale e quello di canocchie. Cicale di mare, ovviamente: “sbucciate e dopo cotte e, messa a nudo la polpa, tagliatele in due pezzi, infarinatela, doratela nell’uovo frullato e salato, e friggetela nell’olio.” […]”
(Tratto da: Giuseppe Antonelli, il museo della lingua italiana Mondadori 2018 chiusa per)

sabato 16 maggio 2020

"Anche da morto all'osteria..."

“Il pittore Bernardo Barbatelli (Firenze, 26 agosto 1548-Firenze, 10 novembre 1612), soprannominato “Bernardino Poccetti“ perché di bassa statura e perché si dice che fosse abituato ad “alzare il gomito“, cioè a “pocciare“, sinonimo di poppare, per traslazione “bere“ più del dovuto. Bere s’intendo vino […] pare che l’artista non si mettesse mai a dipingere se, insieme ai colori, non avesse avuto un fiasco di buon nettare […] a chi gli rimproverava il suo “malcostume”, sembra che rispondesse che lui non avrebbe mai smesso di bere e che, all’osteria, ci sarebbe andato anche da morto! […] Valentissimo nell’arte di dipingere a fresco e a graffito le facciate dei palazzi, a tal proposito fu soprannominato anche Bernardo delle Facciate. Divenuto vecchio, dopo la morte della moglie, conducendo una vita umile andò ad abitare, per alcuni anni, nello Spedale degli Innocenti dove, in cambio dell’accoglienza, affrescò le sue ultime opere. Sotto l’elegante portico prospiciente piazza della Santissima Annunziata raffigurò, a fresco, Esculapio con lui in braccio un fanciullo privo di vita nel tentativo di risuscitarlo con sughi di erba (1610), che sovrasta la cosiddetta “ruota“, dove venivano deposti i gettatelli e, dalla parte opposta, una Strage degli Innocenti. Terminati questi lavori il Poccetti andò ad abitare, con un vecchio servitore, in una casa in via di Sitorno (oggi via della Chiesa, nel tratto fra via delle Caldaie e via dei Serragli). La mattina del 10 novembre 1612, il nostro pittore morì improvvisamente per un colpo apoplettico. […] appresa la notizia, gli amici colleghi dell’Accademia del Disegno, fecero una generosa colletta per organizzare un decoroso funerale e una eguale tumulazione del cadavere di Bernardino nella chiesa del Carmine […] Nel tardo pomeriggio del giorno successivo al decesso, il corteo funebre si mosse da via di Sitorno per recarsi al Carmine […] Tutto andò bene fin quando, al Ponte alla Carraia, si scatenò un violentissimo temporale […] Il mesto corteo si smembrò  […] anche i portatori con il feretro affrettarono il passo che ben presto divenne corsa, giungendo in piazza Soderini (oggi Nazario Sauro) e, non sapendo dove entrare con la bara, infilarono direttamente all’osteria della Trave Torta che era proprio sulla cantonata di via dei Serragli. In tal modo si avverò quello che il Poccetti aveva sempre ripetuto ai compassati moralisti che gli sottolineavano il vizio di bere!
(Tratto da “Anche da morto all’osteria”, di Luciano è Ricciardo Artusi, in Il Reporter, febbraio 2016)

giovedì 14 maggio 2020

La collezione egizia di Firenze

La spedizione franco-toscana in Egitto, Giuseppe Angelelli, Firenze Museo Egizio
[…] In pochi conoscono la travolgente e datata passione della città medicea per l’Egitto. “Tutto merito del Granduca di Toscana Leopoldo II che, oltre ad acquistare alcune collezioni, finanziò insieme a Carlo X re di Francia una spedizione scientifica in Egitto negli anni 20 dell’Ottocento“. La missione, che interessò i siti di Giza, Siqqara, Menfi, Tebe, Philae e la Nubia, era diretta da Jean François Champollion (il celebre decifratore dei geroglifici) e dal pisano Ippolito Rosellini. “Rosellini riportò circa 2000 oggetti, frutto dell’equa spartizione del bottino fra Firenze e il Louvre. Vengono divisi a metà persino i corredi ffunerari. Pensate, furono ritrovati due zoccoli di epoca copta, quello sinistro fu dato a noi e quello destro andò a Parigi…”. […]”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016)

27 novembre 1829: si conclude la Missione archeologica franco-toscana in Egitto
(Tratto da: Museo Archeologico Nazionale di Firenze)

lunedì 11 maggio 2020

La Bibbia Amiatina

“[…] Biblioteca Medicea Laurenziana. […]  la Bibbia Amiatina. Un addetto la trasporta su un carrello, con grande cautela. La Bibbia pesa ben 40 chili ed è composta da oltre mille fogli di pergamena. Secondo gli studiosi è la più antica copia manoscritta (in latino) del testo sacro che si sia conservato integralmente. Risale all’VIII secolo. Le miniature al suo interno (come quella dello scriba Esdra intento a lavorare sul libro che tiene sulle ginocchia) hanno colori ancora vividi. […].”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016) 

sabato 9 maggio 2020

Il rifugio segreto di Michelangelo

“[…] Cappelle medicee. Attraversiamo la Sacrestia Nuova a testa bassa, per non lasciarci rapire dalla bellezza ipnotica dei monumenti funerari di Giuliano duca di Nemours e di suo nipote Lorenzo duca d’Urbino, ideati da Michelangelo. Col Buonarroti, infatti, abbiamo un altro importante appuntamento: il ricovero sotterraneo che lo protesse dopo la restaurazione della famiglia Medici a Firenze nel 1530 (l’artista era stato un acceso sostenitore della Repubblica Fiorentina). Monica Bietti, direttrice delle Cappelle, scosta un mobile e apre una botola che dà su una scala. Quel che vediamo, una volta scesi, ha dell’incredibile. Un ambiente di non più di 15 metri quadrati con le sbarre alle finestre le pareti fittamente disegnate a carboncino. Corpi di uomini e donne, piedi, schiene, gambe e una testa di Laocoonte, un album da disegno unico al mondo. […] Il Buonarroti dimorò qui per circa tre mesi, con la complicità del priore di San Lorenzo Giovanni Battista Figiovanni che aveva interesse che finisse il suo lavoro alla Sacrestia (“io lo campai alla morte“ scrisse poi il sacerdote nelle sue Ricordanza). Quando andò via, poi, Michelangelo passò una mano di intonaco sulle pareti per nascondere il tutto […] solo per un caso, dopo averlo grattato via, è stato possibile riscoprire questa meraviglia. […]”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016) 

venerdì 8 maggio 2020

I passaggi segreti di Francesco I de’Medici

foto tratta da: http://ambranna.blogspot.com
[…] palazzo Pitti. […] accesso di Bacco del giardino di Boboli. Scendiamo giù da una scalinata fino a sbucare in un ambiente grandioso dove sono conservati dipinti e arredi in attesa di restauro. […] Ora stiamo esattamente sotto il Teatro di Bacco. Camminiamo estasiati da tanta ricchezza. Cornici di grandi dimensioni, lampadari, decorazioni, tutto è distribuito in un dedalo di cunicoli che culminano in uno strano passetto che, si dice, permetteva a Francesco I de’Medici di recarsi in segreto della sua amante Bianca Cappello, nella vicina via Maggio. […]Francesco I, si diceva, era avvezzo ai ipassaggi segreti. Un altro se l’era fatto creare nel 1572 (stavolta non per rincorrere amore inopportuni ma per “seguire virtute e canonscenza“) tra la stanza da letto e il suo privatissimo Studiolo, in Palazzo Vecchio. […]. Lui era legato all’alchimia di Paracelso, così il Vasari e il Borghini congegnarono  una serie di armadi a scomparsa (è spettacolare vedere le mensole apparire dietro dipinti di forma ovale) nei quali conservare gli oggetti relativi ai diversi elementi della natura. Le pietre o le ossa intagliate per la Terra, e distillati, vetri e metalli forgiati con il calore per il Fuoco, i cristalli per l’Aria e le perle per l’Acqua. Alla decorazione dello Studiolo parteciparono ben trentun artisti dell’Accademia del disegno tra cui Gianbologna, Allori, Stradano e Ammannati. […]
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016) 

lunedì 4 maggio 2020

Il Museo delle Carrozze

Foto tratta dal sito degli Uffizi)
“[…] a destra dell’ingresso principale (di palazzo Pitti) c’è il Museo delle carrozze, chiuso dal 2002 ed oggi visitabile, a richiesta, solo dagli studiosi. Vi sono conservate dieci carrozze e due portantine. La più preziosa è sicuramente quella di Ferdinando III di Lorena, intagliata nel 1816 da Paolo Santi e dipinta dal pratese Antonio Marini.”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016)

“Prima di una serie di cinque berline realizzate a partire dal 1817 per volontà di Ferdinando III di Lorena, questa di gran gala venne decorata su sportelli, retro e fronte del cocchio con i ritratti di esponenti delle casate medicea e lorenese. Lorenzo il Magnifico, Cosimo I e Cosimo II de’ Medici, raffigurati a loro volta in carrozza, compaiono accanto a personalità rappresentative della loro epoca, rispettivamente Agnolo Poliziano, Giorgio Vasari e Galileo Galilei, mentre a Pietro Leopoldo di Lorena sono associate le allegorie dell’Abbondanza e del Commercio. All’indomani del Congresso di Vienna (1814-1815), che restaurava sui troni europei i sovrani spodestati da Napoleone, questa scelta iconografica intendeva sottolineare la continuità culturale, politica e storica delle due dinastie granducali, cancellando il ricordo del Regno d’Etruria istituito all’epoca del Bonaparte.
Era un modo efficace per dare piena e diffusa visibilità a questo passaggio epocale dato che le carrozze da parata, ad uso del granduca e del suo seguito di corte, erano impiegate in occasioni solenni per sfilare lungo le vie del centro di Firenze.
Come di consueto, alla sua complessa realizzazione concorsero una serie di artisti e artigiani specializzati. Sotto la responsabilità dei valigiai fiorentini Busi e Dani, lavorarono il pittore Antonio Marini, l’intagliatore Paolo Sani (negli stessi anni responsabile anche di importanti mobili e tavoli destinati all’arredo di Palazzo Pitti), la ditta Podestà (fornitrice di velluti e di tappeti) e inoltre bronzisti, doratori, un ‘verniciajo’, un vetraio, un ‘cassaio’ e, naturalmente, un carrozziere.”
(Testo tratto da: https://www.uffizi.it/opere/berlina-di-gran-gala-del-granduca-ferdinando-iii-di-lorena)


sabato 2 maggio 2020

Il tunnel sotto l'Arno

Foto tratta da Repubblica.it
“[…] Partiamo, infatti, proprio nella torre della Zecca, il luogo in cui veniva coniato il fiorino d’oro. La torre i suoi sotterranei nacquero nell’300, quando Arnolfo di Cambio ebbe l’incarico di costruire la cosiddetta Terza Cerchia di mura difensive della città. La Zecca fronteggia la torre gemella di San Niccolò che si trova dall’altra parte dell’Arno. Ci troviamo qui perché c’è stata promessa una inedita passeggiata… sotto il fiume. Un camminamento lungo 350 metri che collega le due sponde e corre proprio sotto la Pescaia di San Niccolò. La pescaia, lo si capisce bene guardando il fiume dalla strada, è una sorta di “salto“ che serviva a bloccare imbarcazioni nemiche. Percorriamo un centinaio di metri camminando sul fango  rappreso e pozzanghere, fino ad un muro che blocca il passaggio. Il tunnel, che veniva utilizzato dalle guarnigioni per spostarsi rapidamente da una sponda all’altra, fu poi chiuso. Cessate le esigenze militari, questi ambienti ospitarono opifici vari e la famosa zecca:  “tutti gli impianti, le ruote idrauliche i magli per coniare le monete si muovevano  grazie alla forza dell’acqua dell’Arno che  veniva convogliata attraverso dei calloni (sorta di paratoie, n.d.r.)”. La Zecca morì nel 1866, all’epoca di Firenze capitale, ma il suo tunnel fu ancora frequentato. Durante la seconda guerra mondiale ospitò un rifugio antiaereo e successivamente un circolo ricreativo del PCI. Ancora oggi c’è il vecchio bancone del bar e il resto dell’impianto elettrico e dei servizi igienici. […]”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016)

“Quella galleria che parte dalla torre della Zecca, che un tempo era l’ultimo baluardo della cinta muraria, che passa sotto l’Arno fino alla riva sinistra, sembra sia stata costruita dai Templari che avevano qui un attracco fluviale e possedevano i terreni intorno al Lungarno del Tempio. Spesso perseguitati pensarono al passaggio come a una via di fuga utile nei momenti di difficoltà. Quando nel 1875 in piazza Poggi venne costruita “la fabbrica dell’acqua“, il primo acquedotto moderno a portare l’acqua in tutta la città, fu consolidata la Pescaia di San Nicolò e si pensò anche a una galleria, in muratura, che attraversasse l’Arno. Ma pare che durante i lavori sia venuto fuori quel tunnel pensato per le fughe segrete dei Templari. L’apertura della galleria attirò l’interesse di tanti, è documentato che il 3 giugno del 1877 per 25 centesimi i fiorentini potevano provare l’ebrezza di passare sotto il fiume ed addentrarsi nei sotterranei della vecchia zecca fiorentina (dove venivano coniati i fiorini). Il passaggio segreto servì durante la seconda guerra mondiale ai partigiani per passare da una parte all’altra della città, da Piazza Piave a San Nicolò, senza correre pericoli. La galleria venne chiusa nel 1956, motivi di sicurezza: si dice che il percorso finisse dentro la caserma dei Carabinieri. Per la vicinanza alla caserma vennero chiusi anche la sezione del PCI e il uogo di ritrovo intitolati ad Antonio Gramsci che dal 1944 al 1947 circa presero posto nella torre della Zecca [...].”
(Luciano Artusi, Corriere Fiorentino, 2015)

venerdì 1 maggio 2020

L'Affrico e il Mensola

L'Affrico si immette nell'Arno
“[…] Affrico e Mensola si sfiorano inquieti ma non si uniscono mai, se non nelle acque più profonde dell’Arno, dove confluiscono a poca distanza l’uno dall’altra […]. Affrico era un giovane pastore che viveva con le sue pecore nelle colline di Fiesole. In quei boschi vivevano anche le ninfe consacrate a Diana e Affrico si innamorò di Mensola, che aveva gli occhi brillanti come il sole nell’acqua di un ruscello. […] Affrico sfidò le regole e riuscì ad incontrare Mensola e fu un amore corrisposto. Ma breve, perché Mensola, consapevole di aver infranto la regola ferrea che impone alle ninfe la castità, fuggì cercando di nascondersi e Diana, la dea, questa invece attese freddamente che Mensola desse alla luce il bambino, figlio di Affrico, per poi trasformarla nelle acque del torrente che da quel giorno porterà il suo nome. Anche Affrico non sfuggì alla sua sorte perché, sconvolta dal dolore, si uccise dando origine con il suo sangue al torrente Affrico. Il bambino, chiamato Pruneo, diventerà un reggitore della città di Fiesole, madre di Firenze. Così narra il Boccaccio nel Ninfale fiesolano. Questi posti erano ben conosciuti dal Boccaccio perché vi aveva abitato nel borgo di Corbignano, che ancora oggi conserva le caratteristiche del borghetto medievale, vicino a Ponte a Mensola, sulla strada di Settignano. […] L’Affrico nasce poco sopra San Domenico di Fiesole, scende nella piccola valle fra Camerata e Maiano fino al largo del Salviatino, dove si interra per la maggior parte del suo corso, fino a sfociare in Arno. A seguito dei lavori di interramento (o tombamento) la memoria urbanistica del torrente è mantenuta dalla lunga aiuola spartitraffico che divide il viale De Amicis da via lungo l’Africo e, dopo Piazza Alberti, via Piagentina da via del Campofiore; questo toponimo, insieme a quello della località, che è Bellariva, ricorda l’amenità dei campi coltivati nella zona fuori le mura fra l’Arno e l’Affrico. […] La colonna del buon ricordo e della cattiva coscienza che fu eretta dove ll’Affrico rivede la luce, allo sbocco in Arno, con la scritta, oggi quasi leggibile: “il torrente a fico cantato da Giovanni Boccaccio dalla sorgiva Fiesole qui si getta nell’Arno“. […] Diversa è la situazione territoriale del torrente Mensola, la cui area geografica compresa nel comune di Firenze e di Fiesole, è inclusa nell’Area Naturale Protetta di interesse Locale di circa 300 ettari istituita dalla Regione Toscana. […] il corso del torrente Mensola […] dopo essere nato nel Comune di Fiesole, ai piedi del Monte Ceceri fra Maiano e Vincigliata, dall’unione di due fossi più rupestri, il Bucine e il Valonica, entra nel territorio di Firenze dove, fra Corbignano e Ponte a Mensola […] . Quindi il Mensola attraversa la piana del Gignoro e del Guarlone e viene intubato nel tratto finale per sottopassare la ferrovia e la zona di via Aretina a Varlungo prima di buttarsi in Arno. […]”
(Enrico Bougleux, in Il Nuovo Corriere del 25 febbraio 2013)