domenica 25 luglio 2021

Storia della biblioteca americana di Firenze

Giorgio Spini (fonte: www.voceevangelica.it

 “[…] Washington sviluppò l’impiego della diplomazia culturale soprattutto nel periodo della guerra fredda, in quanto la contrapposizione all’Unione Sovietica non fu solo una mera rivalità geo-strategica ma anche esoprattutto uno scontro tra paradigmi sociali, economici e politici alternativi.
In tale ambito, la promozione della conoscenza della storia, della letteratura, dell’arte e della cultura degli Stati Uniti nel suo complesso, valorizzandone i contenuti e smentendo gli stereotipi negativi, rappresentò uno degli strumenti di cui intese avvalersi Washington per contrastare la propaganda sovietica e per legittimare la propria aspirazione all’egemonia globale durante la guerra fredda. Questo obiettivo fu perseguito nel mondo in generale e in Europa in particolare non solo a livello della pubblicistica, indirizzata in prevalenza a una generica opinione pubblica, ma anche e soprattutto attraverso l’insegnamento di tali aspetti culturali a livello universitario, al fine di rivolgersi ai futuri ceti dirigenti delle nazioni nei cui atenei erano impartiti i corsi incentrati sugli Stati Uniti.
In Italia questa strategia assunse un rilievo speciale, probabilmente per contrastare l’orientamento filocomunista di molti intellettuali del Paese. […].
Il passaggio dalla presidenza democratica di Harry Truman a quella repubblicana di Dwight Eisenhower, tre anni più tardi, non comportò un cambiamento nella politica culturale di Washington, ma vide piuttosto il suo potenziamento.
Nel 1953, infatti, la nuova amministrazione volle istituzionalizzare i suoi sforzi nel campo della diplomazia culturale. Costituì un apposito organismo federale, la United States Information Agency (USIA), che assorbì la preesistente rete di servizi di informazione all’estero del Dipartimento di Stato - lo United States Information Service (USIS), che in Italia aveva iniziato a essere costituito all’inizio del 1945, mentre la seconda guerra mondiale era ancora in corso – e fu incaricato di coordinare e sovrintendere a tali iniziative in un numero di Paesi del mondo che, al momento della massima espansione, raggiunse i 150.
Nell 1954 il direttore dell’USIA per l’Italia, Neville E. Nordness, sostenne che una sola nazione europea meritava uno sforzo concentrato della sua agenzia. Tale Paese, a suo giudizio, era proprio l’Italia. Del resto, fin dal proprio arrivo a Roma nel 1953, la nuova ambasciatrice dell’amministrazione Eisenhower, Clare Boothe Luce, manifestò al segretario di Stato John Foster Dallas l’intenzione di intensificare la diplomazia culturale in campo accademico. […].
Però, anziché continuare ad affidarsi alle istituzioni accademiche statunitensi presenti in Italia, emerse ben presto la volontà di finanziare alcune università italiane per attivare corsi specifici nel settore degli Studi americani. L’insegnamento di queste discipline da parte degli atenei italiani sembrava, infatti, ottemperare a criteri di maggiore imparzialità e indipendenza agli occhi dei destinatati delle lezioni. In questo modo, sarebbe stato più facile confutare l’obiezione che tali corsi fossero un mero veicolo di propaganda statunitense rivolta agli studenti italiani.
Per i pluridecennali rapporti di Firenze con gli Stati Uniti, l’ateneo del capoluogo toscano divenne un laboratorio privilegiato della diplomazia culturale di Washington in ambito universitario. Nell’anno accademico 1954- 1955, l’USIS finanziò l’insegnamento di un corso di Letteratura americana alla Facoltà
di Lettere, che si aggiunse a quello inaugurato a Roma quattro anni prima e a un altro istituito a Venezia. A tenerlo fu un docente statunitense, Peter Viercck, invitato dalla Commissione per gli Scambi Culturali tra l’Italia e gli Stati Uniti.
Non si trattava di una figura qualsiasi, ma di un poeta di primo piano, vincitore del premio Pulitzer nel 1949, che il collega e giornalista Giovanni Giudici- al tempo impiegato presso l’ufficio stampa dell’USIS a Roma, per il quale lavorò dal 1949 al 1956, e direttore di «Mondo Occidentale» - riteneva addirittura il possibile erede di Thomas Stearns Eliot.
Mentre Viereck svolgeva le sue lezioni, l’USIS persuase l’ateneo fiorentino a introdurre anche un corso di Storia americana all’interno della Facoltà di Lettere. […]
La convenzione con l’Università di Firenze prevedeva che l’USIS avrebbe finanziato il corso nell’anno accademico 1955-1956, con una possibile estensione al successivo, in attesa che il Ministero italiano della Pubblica Istruzione istituisse una cattedra ad hoc. In realtà, l’insegnamento fu sovvenzionato integralmente con fondi statunitensi fino all’anno accademico 1960-61, cioè molto più a lungo del biennio previsto in origine. Washington, infatti, era disposta a investire in questo singolo corso 3.000 dollari all’anno per un massimo di dieci anni nell’ambito dell’attivazione di quattro corsi di discipline di americanistica in altrettante università italiane che, negli intenti dell’ambasciata a Roma, avrebbero dovuto riguardare non  solo Storia americana a Firenze, ma anche Letteratura americana, Economia americana e istituzioni americane in altri tre atenei.
Le stime dell’USIS erano che, con una spesa complessiva di 120.000 dollari, sarebbe stato possibile creare in  Italia quattro posti di ruolo - uno per ciascuna delle quattro discipline – […].
Rispetto all’esperienza del corso di Letteratura americana, affidato a un visiting professor statunitense, nel caso di quello di Storia americana, l’UISIS preferì sostenere in toto il costo di un docente italiano, anziché fornire grants per permettere all’Università di Firenze di avvalersi di professori statunitensi temporaneamente in Italia. La preoccupazione dell’USIS non era quella di assicurare la continuità didattica su cui, in ogni caso, non avrebbe avuto potere decisionale formale, poiché la scelta del docente restava una prerogativa dell’università.
L’USIS si rifece piuttosto a un principio, formulato nel 1955 dopo le prime sperimentazioni della diplomazia culturale americana in campo accademico in Italia, secondo cui la conoscenza di cosa fossero gli Stati Uniti avrebbe dovuto giungere «to Italians through Italians», ancora una volta per non dare adito al sospetto che i corsi fossero una forma di propaganda camuffata. In questa prospettiva, l’insegnamento della storia sarebbe stato più suscettibile a questo tipo di insinuazioni rispetto a quello di una materia che meno si prestava a eventuali condizionamenti politici quale la letteratura. Inoltre, era ipotizzabile che studenti italiani che non stavano imparando o perfezionando l’inglese all’università avrebbero avuto non poche difficoltà a seguire le lezioni di un docente statunitense che non insegnasse in italiano.
Del resto, la continuità didattica non ci fu. Nell’arco di appena cinque anni accademici, infatti, a ricoprire l’incarico furono ben quattro docenti diversi, fino a una relativa stabilizzazione dell’insegnamento con l’anno accademico 1960-1961.
Il docente più indicato per il corso di Storia americana era Giorgio Spini, che Ernesto Sestan - ordinario di Storia medievale nella Facoltà di Lettere dell’ateneo fiorentino - riteneva, ancora a tre anni di distanza, «il più degno e, data la situazione di quegli studi in Italia, forse il solo degno di coprire quella
cattedra » Spini, però, proprio nel 1955, era divenuto ordinario di Storia moderna a Messina e non era quindi disponibile per tenere le lezioni a Firenze. In mancanza di Spini, il prescelto fu Mauro Calamandrei, al tempo titolare di un corso di Storia americana alla Julliard School of Music di New York. Calamandrei era una figura apprezzata dall’ambasciata di Roma e il gradimento non era sorprendente. [...].
Dopo che ebbe svolto il corso nell’anno accademico 1955-1956, a Calamandrei fu rinnovato l’incarico per il 1956-1957. Però, a seguito della sua decisione di tornare negli Stati Uniti nel 1957, si pose il problema di individuare un nuovo docente che mantenesse attivo il corso in attesa della trasformazione dell’incarico in un posto di ruolo.
Nel 1955 l’USIS aveva perorato presso il Ministero della Pubblica Istruzione la creazione di quattro cattedre di materie attinenti all’americanistica negli atenei italiani, facendo affidamento sulla disponibilità del titolare del dicastero - il |socialdemocratico Paolo Rossi - a incoraggiare lo studio degli Stati Uniti in
abito universitario. Dopo che Rossi ebbe dato il suo assenso al progetto, la Facoltà di Lettere di Firenze cercò di farsi attribuire l’insegnamento dì Storia americana perché la materia vi era già insegnata.
Il candidato ideale per l’istituenda cattedra era ancora una volta Spini, che proprio nell ’anno accademico 1956-1957 aveva iniziato a insegnare Storia americana all’Università di Messina. Tuttavia, la sua lontananza da Firenze non rese possibile che gli venisse affidato l’incarico provvisorio, in attesa che il Ministero creasse un posto di ruolo al quale Spini avrebbe potuto trasferirsi dalla Sicilia.
Il sostituto temporaneo di Calamandrei per l’anno accademico 1957-1958 fu Rodolfo Mosca, ordinario di Storia dei trattati nella Facoltà di Scienze Politiche di Firenze, sostenuto anche dai nuovo direttore della sede dell’USIS del capoluogo toscano, John Stoddard. […].
Nel successivo anno accademico, grazie a1 ritorno di Spini a Firenze per la chiamata come ordinario di Storia moderna alla Facoltà di Magistero, fu possibile attribuirgli l’affidamento di Storia americana.
Nondimeno, i tempi per la creazione della cattedra furono rallentati dalla caduta del governo presieduto da Antonio Segni, di cui Rossi era membro, nel maggio 1957. Il successore di Rossi, Aldo Moro, non mostrò
Particolare interesse per la promozione degli studi di americanistica. Come scrisse Sestan al rettore Paolo Lamanna alla metà di settembre del 1958, « alla istituzione di quella cattedra presso la nostra Facoltà a partire dal nuovo anno accademico, non osta nessuna difficoltà; basta la firma del Ministro». Ma tale firma tardava a essere apposta. Non a caso, poche settimane più tardi, Sestan ricevette una lettera allarmata di Delio Cantimori, non priva di sarcasmo, per sollecitarlo a esercitare ulteriori pressioni sul rettore perché «la cosa Spini è di nuovo in pericolo (occorre che noi rinunciamo espressamente ad avere una cattedra quando ce la offriranno alla prossima distribuzione di caramelle) » . Il progetto fu rilanciato solo con il ritorno di Segni a Palazzo Chigi e la nomina di Giuseppe Medici al dicastero della Pubblica Istruzione nel 1959. Nel frattempo la Facoltà di Lettere, in parallelo all’USIS, aveva più volte reiterato la richiesta al Ministero per la creazione di un posto di ruolo di Storia americana a Firenze.
E’ significativo della sinergia tra l’ateneo e l’USIS il fatto che il rettore Lamanna riferisse al Consiglio di Facoltà sull’iter della pratica in base non solo ai colloqui con il direttore generale dell’istruzione Superiore del Ministero ma anche grazie alle informazioni ricevute dal direttore dell’USIS di Firenze.
L’influenza dell’USIS sulla promozione dell’insegnamento di Storia americana a Firenze è attestata anche da un’altra considerazione. A causa di temporanei impedimenti burocratici al rinnovo dell’incarico a Spini nell’anno accademico 1959-1960, la Facoltà decise di affidare il corso a Delio Cantinieri. Questi si
era allontanato dal Partito comunista dopo i fatti di Ungheria dei 195641, ma il permanere del suo progressismo non lo collocava in sintonia ideologica con il governo degli Stati Uniti. Eppure, dichiarò al consiglio di Facoltà che subordinava l’accettazione dell’incarico al «consenso dell’USIS, se necessario».
L’insistenza della Facoltà e le pressioni dell’USIS furono appagate nel 1960, quando il Ministero della Pubblica Istruzione accolse la richiesta dell’istituzione della cattedra di Storia americana. Non ebbero, però, ancora fine le travagliate vicende di questo insegnamento in riva all’Arno. Un’impasse di tre anni
sulla chiamata di Spini da parte della Facoltà di Lettere indusse il Ministero a trasferire la cattedra nel novembre del 1963 alla Facoltà di Magistero, presso la quale si era stabilizzato l’insegnamento di Letteratura nordamericana, ricoperto da Marcello Pagnini, già quattro anni prima, nel 1959. Quindi, sia pure in una sede meno prestigiosa accademicamente, l’USIS riuscì a centrare il suo obiettivo per Storia americana.
Oltre a concorrere alla nascita dell’insegnamento di Storia americana a Firenze, 1’ US IS dette un ulteriore contributo al successivo sviluppo della disciplina. Fornì agli studenti e ai docenti gli strumenti materiali per studiare, svolgere le loro ricerche e redigere le tesi di laurea.
II Dipartimento di Stato di Washington considerava le biblioteche uno strumento di politica estera fino dalla metà degli anni Trenta, quando - in collaborazione con l’American library Association - aveva cercato di sfruttarle per contenere la diffusione dell’ideologia nazi-fascista in America Latina. Un rapporto del 1952 ribadì il ruolo fondamentale della «circolazione di libri americani all’estero» per suscitare sentimenti favorevoli agli Stati Uniti in Paesi stranieri.
All’inizio degli anni Cinquanta la rete dell’USIS in Italia raggiunse la sua massima espansione: abbracciava dieci città (Milano, Roma, Firenze, Napoli, Palermo, Genova, Torino, Bologna, Venezia e Bari) e impiegava complessivamente 61 cittadini statunitensi e 237 italiani. In particolare, gestiva cinque biblioteche vere e proprie a Roma, Napoli, Firenze, Milano e Palermo, mentre negli altri centri erano presentì più semplici sale di lettura annesse agli uffici dell’agenzia aperte a lettori esterni. Tuttavia, alla metà del decennio successivo, ragioni amministrative e scelte politiche causarono la chiusura di alcuni uffici locali dell’US1S e, conseguentemente, delle biblioteche con volumi di storia, letteratura, arte e cultura statunitense che l’agenzia gestiva in Italia.
Da un lato, l’esigenza di ridimensionare le uscite nel bilancio del Dipartimento di Stato determinò la soppressione di alcune sedi per contenere le spese. […].
Tra le biblioteche che caddero sotto la scure di Washington, infatti, c era anche quella del capoluogo toscano, ospitata a Palazzo Ferroni in via Tornabuoni, particolarmente rinomato da studenti e ricercatori dell’università.
Anna Maria Martellone, che sarebbe succeduta a Spini nell’insegnamento di Storia americana a Magistero, divenendo professore ordinario della disciplina nel 1980, ha ricordato con tratti quasi idilliaci questo «posto comodo bell’illuminato e persino ben riscaldato, a scaffali aperti, dove la cortese ed efficiente bibliotecaria non ti chiedeva mai se ti stavi educando sugli Stati Uniti leggendo doverosamente qualcosa di American» che le permise un primo superamento delle restrizioni sulle «intellectual sources» per chi era interessato agli Stati Uniti, ma viveva in Italia. Una ex bibliotecaria, Adalgisa Pedani, ha confermato che la sede di Palazzo Ferroni attirava soprattutto giovani, desiderosi di informarsi sugli Stati Uniti, e che la direzione veniva incontro alle loro richieste, consapevole di contribuire alla formazione dell’immagine degli Stati Uniti tra le nuove generazioni.
Alla biblioteca fiorentina delI’USIS aveva dato un impulso specifico Moceri, da sempre convinto assertore dell’importanza delle biblioteche per la diplomazia culturale statunitense, nonostante alcune resistenze del Dipartimento di Stato soprattutto per gli oneri finanziari che comportavano. […].
Lo stesso Moceri non perdeva occasione di promuovere la biblioteca dell’USIS presso intellettuali e accademici universitari fiorentini. Per esempio, a Piero Calamandrei, professore ordinario di procedura civile alla Facoltà di Giurispruenza, che gli aveva chiesto informazioni su testi riguardanti il regime delle radiotrasmissioni negli Stari Uniti, oltre a consigliare uno studio di Llewellyn White, non mancò di aggiungere che «il volume che le segnalo è a Sua completa disposizione per il prestito presso la nostra American Library ».
La soppressione della biblioteca nel 1964 non comportò la dispersione o la distruzione del suo ingente patrimonio librario. Opportunamente consigliata da Spini, l’USIS donò nella forma di un prestito illimitato le circa 12.000 unità, tra volumi e fascicoli di riviste, della sede di Firenze all’ateneo locale, dando vita al nucleo originario dell’attuale Sezione Nordamericana della Biblio Umanistica, oggi collocata presso il Dipartimento di Storia, Archeologia, geografia, Arte e Spettacolo in via San Gallo 10, ma al tempo situata in via del Parione 7 e denominata Biblioteca Americana. Alla sua inaugurazione, il 24 giugno 1964, volle presenziare l’ambasciatore statunitense in Italia, George Frederick Reinhardt. Dall’ex biblioteca USIS di via Tornabuoni provennero pure pezzi del mobilio quali sedie, tavoli e cataloghi a schede cartacee, tutt’oggi ancora presenti nei locali di via San Gallo 10 nonostante l’informatizzazione della ricerca bibliografica. Inoltre, l’USIS si impegnò a fornire alla biblioteca nuovi volumi che fossero pervenuti nelle sue disponibilità e l’abbonamento ad alcuni periodici statunitensi. Infine, coprì lo stipendio di un bibliotecario a tempo pieno per un anno e di un secondo collaboratore per sei mesi a partire dal 1° luglio 1964.
In cambio, I’Università di Firenze acconsentì a non restringere l’accesso alla biblioteca ai soli docenti, studenti e personale dell’ateneo per aprirlo al pubblico, ammettendo al prestito dei volumi chiunque fosse residente nel distretto consolare di Firenze che, al tempo, comprendeva la Toscana, l’Emilia (eccetto le province di Panna e Piacenza), la Repubblica di San Marino e la provincia di Rovigo. Il sostegno finanziario dell’USIS alla biblioteca arrivò a coprire anche spese di gestione ordinaria. Per esempio, dopo l’inaugurazione della struttura l’USIS assicurò la disponibilità del materiale di cancelleria e si fece carico
della rilegatura dei libri. Inoltre, tra il 1964 e il 1969 l’USIS «fornì direttamente buona parte dei servizi di ordinazione, schedatura e catalogazione delle pubblicazioni».
Anche dopo il passaggio della sua ex biblioteca all’ateneo fiorentino, l’USIS cercò di fare il possibile per sostenerla. Per questi interventi, a fronte dei «primi inconsistenti contributi degli anni 1964-1969» provenienti dall’università, anche a distanza di anni, 1’ USIS ottenne attestazioni di riconoscenza da parte deidocenti  che si avvalevano della biblioteca e la gestivano sotto l’egida dell’Istituto di Studi Americani. […].
Spini riuscì a salvare dal macero anche alcune centinaia di volumi di altre ex biblioteche dell’USIS in Italia, facendole confluire nella biblioteca ceduta all’Università di Firenze quando non si tratta di doppioni di testi già esistenti. […].
In seguito, il patrimonio della Biblioteca Americana si arricchì ulteriormente con la donazione della riproduzione su microfiche delle ristampe di circa 4.000 pubblicazioni, rare e ormai fuori commercio, riguardanti gli Stati Uniti e risalenti soprattutto al periodo compreso tra l’inizio dell’Ottocento e la guerra civile. […]”
(Tratto da: Una cattedra di storia e una biblioteca per l’ateneo: la diplomazia culturale statunitense e l’Università di Firenze, di Stefano Luconi, in Quaderni del Circolo Rosselli, 1/2020).

venerdì 9 luglio 2021

" L’Italia nella narrativa di Edith Wharton. Rappresentazioni del femminile tra morale borghese, declinazioni mariane e arte fiorentina"


“[…] un ruolo di primo piano nelle opere maggiori di Wharton, tra cui spiccano The House of Mirth e The Custom of the Country: una proiezione del sentire femminile realizzata attraverso l’articolazione in luoghi domestici propri dell’abitare borghese. Nel caso specifico, la ricchezza e profondità della psiche muliebre sono rese grazie a categorie proprie del linguaggio dell’architettura d’interni, soggetto assai caro alla scrittrice, poi sviluppato nel saggio The
Decoration of Houses. La predetta metafora esprime, infatti, l’abissale solitudine emotiva della protagonista, il cui consorte si rivela incapace non già unicamente di penetrare nell’intimità psicologica della sua compagna, raggiungendo la sopra citata «innermost room», ovvero il sancta sactorum del suo animo, bensì finanche di concepire l’esistenza stessa, nell’ambito del matrimonio, di una dimensione relazionale che non sia quella sociale e/o pubblica - peraltro propria della sfera mondana attribuita al maschile - ivi raffigurata attraverso l’immagine degli ambienti domestici di rappresentanza, quali l’ingresso e i saloni destinati alle visite prescritte dalle rigide convenzioni socioculturali della temperie, gli unici ad essere regolarmente frequentati dall'uomo.
Nel corso del colloquio, la donna si abbandona nostalgicamente ai ricordi, rammemorando il momento più felice della sua esistenza, un’esperienza di natura extracorporea vissuta durante un viaggio a Firenze, nella chiesa di Orsanmichele, in contemplazione dello splendido tabernacolo di Andrea di Cione di Arcangelo, soprannominato l’Orcagna, opera trecentesca di sublime ricamo marmoreo che ospita la pala a fondo oro con la Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi. A
nostro avviso, la scelta di Firenze, tra le tante città italiane care a Wharton, non è casuale. Richiamandoci alla predetta risonanza autobiografica del racconto, ci preme sottolineare come nel suo memoir A Backward Glance, Wharton rievochi con particolare nostalgia il suo primo soggiorno nell’allora capitale d’Italia, avvenuto all’inizio del 1871. Nei lunghi mesi ivi trascorsi con la famiglia d’origine, a soli nove anni, apprese intatti l’italiano, aggiungendolo, da vera enfant prodige, alle altre lingue straniere […].
Nel corso di serate piacevolmente solitarie trascorse nella suite d’hotel con vista sull’Arno - quando i genitori erano fuori e la fedele governante Doiley impegnata nelle faccende domestiche -la piccola Edith, infatti, dava libero sfogo alla sua creatività, costruendo mondi fantastici da custodire gelosamente nell’intimità della sua «secret life of the imagination» […].
Nel racconto, la coppia si reca a Orsanmichele in una piovosa serata di primavera per assistere a una funzione religiosa. Nel silenzio della chiesa, la protagonista è immediatamente rapita dallo splendore dell’incantevole tabernacolo, mentre il marito, pur essendo seduto accanto a lei, non si avvede di nulla, Contemplando l’opera, la donna avverte, palpabile, il flusso della vita avvolgerla in un abbraccio, un amplesso disincarnato in cui convergono tutte le «svariare manifestazioni di bellezza e stranezza» tipiche dell’esistenza, fondendosi, queste ultime, in «un’armoniosa e trascinante danza»- La protagonista si sente, infatti, permeare da un’impetuosa corrente di energia che, nella sua percezione, sembra attraversare il tempo e lo spazio, conducendola in un viaggio straordinario dalle origini dell’umanità al presente, un viaggio che infonde in lei un profondo senso di comunione con il genere umano […].
La visione della protagonista nella chiesa di Orsanmichele si configura come un’esperienza trascendente in cui il piacere estetico legato all’opera d’arte si trasfigura in una visione estatica, trionfo della spiritualità e scheggia di eternità. Grazie alla predetta visione «unificatrice» di Wharton, il tabernacolo, reso nel testo attraverso un’efficace ecfrasi, si trasforma, infatti, in un cronotopo, il quale trasporta la protagonista lungo il flusso della vita, portandola a contatto visivo e sonoro con diverse culture e periodi storici, con manifestazioni dell’umana grandezza in
ambito artistico e letterario, e con momenti dolorosi, a tratti tragici, ma sempre
significativi per la storia della civiltà e delle idee, la religione, la letteratura e l’arte […].
Attraverso questa fantasia, che si manifesta in un’esperienza sinestetica di fruizione dell’opera d’arte, la donna riesce a superare, perlomeno temporaneamente, la drammatica solitudine morale patita nel corso del suo cammino terreno, ponendosi in contatto con la storia dell’umanità attraverso l’ascensione alla sfera dell’ideale - il tutto, nell’inconsapevolezza totale del coniuge, figura esemplare del disperante materialismo evidentemente imputato da Wharton alla
società statunitense dell’epoca. Come se, in fondo, solo lo sguardo impassibile di Maria - la stupenda Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi incastonata al cuore del tabernacolo - modello trascendente di femminilità in cui la protagonista pare riflettersi in un istante estatico di pienezza tragica, fosse in grado di farsi carico della terribile bellezza delle contraddizioni che permeano la vita. Sempre per quanto attiene al capolavoro di Orcagna, occorre precisare com’esso
sia caratterizzato, sul lato posteriore, da un’ulteriore scena marmorea che, significativamente, raffigura la morte di Maria e la sua successiva assunzione in paradiso: in questa luce, ci pare lecito ipotizzare un nesso figurale tra la protagonista e la Vergine Madre di Dio. A tal riguardo, urge puntualizzare che, nel la cultura popolare dare degli Stati Uniti dell’Ottocento, la figura della Madonna godeva di una sorprendente popolarità: nonostante la proverbiale diffidenza protestante
Nei confronti di manifestazioni di arte devozionale, l’iconografia mariana occupava infatti ampio spazio nelle riproduzioni dell’epoca, specie nelle litografìe, stampe e riviste. La Vergine era concepita in termini non strettamente teologici, bensì in quelli di icona secolare, nello specifico, la sua figura era strumentalizzata al fine di assicurare fattezze immediatamente e universalmente riconoscibili alla già citata prassi culturali tese a un controllo sociale morbido ma efficace della componente muliebre. La sua immagine di «Regina del cielo», mutuata dall’immaginario
cattolico, si prestava, infatti, perfettamente alla concettualizzazione del predette prototipo di femminilità tradizionale di «Regina della Casa» e angelo domestico, figura, appunto, preposta, in virtù della sua irreprensibilità etica, a esercitare una forma d’intercessione mariana presso il Cielo affinché assolvesse i suoi congiunti, in specie gli uomini della famiglia, dai peccati inevitabilmente commessi nella sfera pubblica, ambito caratterizzato, secondo l’opinione corrente, da una
pervicace amoralità tipica di uno sfrenato capitalismo. […].”
(tratto da: L’Italia nella narrativa di Edith Wharton. Rappresentazioni del femminile tra morale borghese, declinazioni mariane e arte fiorentina: il caso di The Fulness of Life (1893), di Simona Porro, in Quaderni del Circolo Rosselli, 1/2020).