martedì 31 gennaio 2017

Il monumento equestre a Giovanni Acuto nelle pagine di Mary McCarthy

“[…] Nel Duomo, dipinto da Paolo Uccello, in prospettiva trompel’oeil, vi è il monumento equestre a Giovanni Acuto (Sir John Hawkwood), il celebre condottiero inglese capitano della Compagnia Bianca, che combatté a servizio della Repubblica. Anche questo è una specie di arazzo, sebbene il suo pallore verdastro lo renda un po’ più malinconico della Battaglia di San Romano. […] dicono che i fiorentini, avendo promesso a Hawkwood un monumento, lo gabbarono da morto commissionando una mera imitazione dipinta di una tomba solida. Più probabilmente esso è un esempio di quell’odio fiorentino per la gloria privata che rifiutava il simbolo marmoreo di una durevole fama a un cittadino privato o a un impiegato straniero dello stato. In ogni caso, il dipinto originale eseguito dal pittore tardo gotico Agnolo Gaddi, dovette lasciare in qualche modo insoddisfatti, e ad Uccello fu ordinato di farne uno nuovo, che mirasse almeno creare l’illusione di una tomba tridimensionale. Uccello, con la sua ossessione per la prospettiva, fece più attenzione a imitare gli effetti della scultura che a fare un ritratto del cavaliere defunto, il quale sembra una specie di spettrale pedina, subordinato al cavallo che monta (a quanto si crede, copiato dai grandi cavalli di bronzo in stile ellenistico che il pittore aveva visto sul balcone di San Marco a Venezia) e alle taglienti diagonali delle mensole che sostengono il preteso sarcofago di marmo sottostante, nella finzione di contenere le ossa.
Secondo il racconto del Vasari, Uccello doveva essere uno zoofilo, segregato dagli uomini, assorto in studi arcani e circondato da un guazzabuglio di animali dipinti, come certi folli eremiti<<alienati dalla realtà>>, si direbbe in gergo moderno.  […]”
(Mary McCarthy, Le pietre di Firenze, 1956)

Proverbio Toscano del Giorno

"Pane e feste tengono il popolo quieto"

Basilica di SS Annunziata

Foto di Marco Giorgi

lunedì 30 gennaio 2017

I carciofi di Caterina de'Medici



Caterina de’ Medici nel 1533 partì da Firenze per diventare regina di Francia, portando con sé cuochi e ricette di Firenze. Caterina era molto golosa di carciofi e di seguito una ricetta a base di carciofi molto in uso a corte della regina.
In un tegame cuocere i carciofi, precedentemente tagliati a spicchi, con olio d’oliva, prezzemolo tritato  e un poco di aglio: separatamente saltare in una padella pochi fegatini di pollo nel burro, fumandoli con un poco di marsala e spolverandoli con spezie rinascimentali (pepe, fiori d’anice, semi di finocchio, peperoncino e chicchi di garofano) o con pochissima polvere di cannella e chiodi di garofano. Unire il tutto e battere a coltello (frullare) usando poi per condire maccheroni o fare crostini.
(tratto da: "Toscana, alle radici del gusto")

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi non ha modo, offre la volontà"

domenica 29 gennaio 2017

Il movimento vegetariano nacque a Firenze

testo di Roberto Di Ferdinando (fonte: Corriere della Sera del 19 novembre 2016)

Il movimento italiano vegetariano  nacque a Firenze, la patria della bistecca fiorentina, ad inizio Novecento. L’associazione di naturisti, così si chiamavano i pionieri di questa nuova avventura non solo alimentare, sorse da una precisa esigenza: migliorare il proprio stile di vita. Infatti,  il nuovo secolo aveva portato sì conquiste scientifiche, ma anche un selvaggia industrializzazione con già un inizio di inquinamento, un nuovo e frenetico vivere quotidiano oltre che ancora conflitti e nuove povertà. Dalla Francia iniziarono ad arrivare indicazioni mediche su nuovi modelli di vita, più sani, con al centro la cura del proprio corpo, che prevedeva anche l’astenersi dal mangiare la carne (una dieta molto vicina a quella che, per secoli , è stata assunta nelle nostre campagne) . Così, a Firenze, nel 1905, fu fondata la prima Società Vegetariana d’Italia, con sede in via Toscanelli, numero 6, e tra i suoi membri vi erano nobili, docenti e militari, e consistente era la presenza di stranieri, in particolare di tedeschi, francesi ed inglesi, nei cui paesi d’origine la dieta vegetariana si era già diffusa. Presidente dell’associazione era il dottor Giorgio Buti, con studi in Germania, che così descrivere cosa significava essere vegetariani, non solo riferendosi ad una scelta alimentare: “Quell’insieme di pratiche igieniche le quali hanno per iscopo di rendere l’uomo sano e robusto per mezzo di un genere di vita conforme alle leggi della natura, per mezzo dell’aria pura, della luce, dell’acqua, dell’esercizio e dell’alimentazione nazionale”. L’associazione organizzò pranzi e cene a base vegetariana nei principali ristoranti cittadini, oltre a varie conferenze sul tema salutista. Dopo poco più di anno, la Società chiuse la sua attività a Firenze, per trasferirsi a Milano, dove, nel 1907, in via Dante 18, nacque il primo ristorante vegetariano in Italia. All’inaugurazione furono serviti antipasti alla russa, con pomodori scottati e maionese, zuppa Dubarry, a base di cavolfiore, sformato di spinaci, soufflé di funghi con cardi alla parmigiana, ‘costolette’ di legumi e tartufo, pasticcini di pesche con crema chantilly e frutta mista.
La scelta naturista: vestire abiti con tessuti vegetali, cura del corpo con attività all’aperto, spesso a torso nudo anche con temperature rigide, e scelta salutista fu sposata anche dal nascente regime fascista, e questo fece associare i vegetariani a dei ferventi fascisti e, così, spesso messi ai margini o guardati con sospetto dalla cittadinanza. Inoltre, con le restrizioni della guerra, Mussolini favorì la dieta mediterranea, escludendo la carne ormai introvabile per la popolazione.
La storia delle avanguardie vegetariane italiane è raccontata nel libro “Vegetit” di Alberto Capatti, Cincquesensi editore, recentemente uscito in vendita.
RDF

sabato 28 gennaio 2017

mercoledì 25 gennaio 2017

martedì 24 gennaio 2017

Panino con il lampredotto

Il panino con la trippa, o per essere più precisi il panino con il lampredotto, è il cibo da strada tipico dei fiorentini. Incuriosisce anche i turisti, ma molti rinunciano quando scoprono che quel panino addentato in strada è preparato con le interiora. Il lampredotto viene offerto in molti mercati fiorentini e in alcune piazze e vie del centro storico; ma trovate il banchetto ambulante della trippa anche ai mercati generali e in molte aree industriali intorno alla metropoli. Il lampredotto viene bollito a lungo nell’acqua insaporita dai profumi dell’orto: sedano, cipolla, carote, ecc…
Bellissima la preparazione, anzi la cerimonia con cui si fa il panino. I venditori tirano un pezzo di trippa e lampredotto fuori dalla pignatta e lo tagliano a pezzettini di fronte al cliente usando la forchetta e un grande coltello da macellaio. Poi la fetta del panino superiore viene infilzata nella forchetta e imbevuta nel liquido di cottura della trippa, che è diventato un vero e proprio sugo. Chi vuole vi fa aggiungere pepe, sale e anche peperoncino, ma c’è il rischio di perdere i sapori e gli umori. Oltre che nei chioschi, la trippa è molto diffusa in città: quasi tutte le trattorie hanno in carta la trippa centopelle, in bianco o alla fiorentina (trippa e zampa, preparata col pomodoro).

(Toscana, alle radici del gusto, Giunti Editore)

Proverbio Toscano del Giorno

"Nel governo più importa saper comandare che obbedire"

lunedì 23 gennaio 2017

Proverbio Toscano del Giorno

"L'altissimo di sopra ne manda la tempesta, l'altissimo di sotto ne mangia quel che resta, e in mezzo a' due altissimi restiamo poverissimi"

Antiche insegne resistono

Foto di Francesco Baciocchi

venerdì 20 gennaio 2017

giovedì 19 gennaio 2017

Crostini toscani

“[…] si prendono gli odori (cipolla, sedano carote), si fanno rosolare nel vino rosso e vi si aggiungono 4/5 etti di fegatini di pollo e anche una tazzina di caffè. Si lascia cuocere per mezz’ora e poi si chiude la ricetta con un grappolo di capperi e un paio di acciughe sotto sale. Sui crostini le variazioni sono infinite: c’è chi affetta il pane e vi versa sopra il paté, chi invece il pane lo tuffa nel brodo e poi lo frigge. […].”
(Da: "Toscana, alle radici del gusto", Giunti Editore)

Proverbio Toscano del Giorno

"I cervi non comandano a' leoni, ma i leoni a' cervi"

Via XXVII Aprile

Foto di Roberto Di Ferdinando

mercoledì 18 gennaio 2017

La costata alla Fiorentina

“ […] Il termine esatto per definire questo monumento alla carne è “costata alla fiorentina”, che poi diventa più semplicemente “fiorentina”. Si tratta di una bella fetta tagliata decisamente spessa (in Toscana si dice “alta”) nello spazio di una costola, ovvero nella lombata con filetto e controfiletto attaccato. Deve quindi avere l’osso attaccato con la famosa forma a “t” (quella che gli americani chiamano T-bone steak) e pesare non meno di 600 grammi 8se si vuole la vera fiorentina). Importante è che la carne sia frollata al punto giusto, ma anche che sia cotta come si deve. Intanto la preparazione della fiorentina è alla griglia, con massima attenzione al fuoco che deve cuocere la carne senza bruciarla: la fiorentina non può essere ben cotta altrimenti non è la fiorentina.. la costata dev’essere al sangue, rossa e non rosata, come talvolta la chiedono timidi i clienti al cameriere. […] La carne si butta sulla griglia senza toccarla con la forchetta ( (cosa che le farebbe perdere preziosi umori) per un tempo facile da ricordare: cinque minuti da una parte e cinque minuti dall’altra. Un filo d’extra vergine, sale pepe e la costata alla fiorentina è pronta. […]”
(da “Toscana, alle radici del gusto”, Giunti Editore)

Proverbio Toscano del Giorno

"Dove parlano i tamburi taccion le leggi"

giovedì 12 gennaio 2017

Il cibo in Toscana....



Il cibo in Toscana è un’arte, ma non come in Emilia una passione. In Toscana siamo a metà, direi nel punto di equilibrio, tra il gusto padano per cibi succulenti e carichi, e la sobrietà del sud.
Quella toscana è una cucina squisita e semplice, antibarocca, antiretorica, che pone a dura prova i cuochi, giacché, per la sua stessa semplicità non offre loro nessun mezzo d’inganno, rivela ogni difetto, e stabilisce nette gradazioni di merito. Viene in loro aiuto la perfezione naturale degli elementi e condimenti. Il toscano anche a tavola è misurato, delicato, sofistico, la sua cucina inoltre è d’una qualità internazionale che altre, più ricche ma più strane  e provinciali non hanno. Si concentra in capolavori come il fritto, sapido e asciutto, e la famosa bistecca alla fiorentina, cucinata in gratella al fuoco ardente di carbone e di legna; non di vitello, né di bue, ma di quell’essere intermedio, ancora adolescente ma già sanguigno, chiamato vitellone, ch’è un vitello allevato apposta e fato crescere qualche mese di più senza mai mandarlo al lavoro […]”
(Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1956, tratto da: Toscana, alle radici del gusto – Giunti Editore)

Sottopasso pedonale delle Cure

Foto di Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"Beata quella città che ha principe che sa"

Antiche insegne resistono

Foto di Francesco Baciocchi

Veduta dalla Fortezza da Basso

Foto di Roberto Di Ferdinando