giovedì 31 gennaio 2013

Firenze opendata, l'alluvione del 1966 ricostruita su Google Earth

Firenze opendata, l'alluvione del 1966 ricostruita su Google Earth
Sono 350 i dataset sul portale. Pubblicati i kmz degli strati informativi sull'Arno
Firenze sempre più 'open'. A gennaio 2013 i dataset pubblicati sul portale opendata del Comune sono 350, raddoppiati a meno di un anno dal lancio (erano 180 a febbraio 2012). Da oggi sono disponibili i kmz degli strati informativi sull'Arno con le curve di 'isoprofondità' dei limiti di esondazione delle aree allagate dall'alluvione di Firenze del 1966. In questo modo è stato possibile ricostruire l'alluvione su Google Earth (foto). Tra gli ultimi arrivati, anche il dataset nato dalla collaborazione con Publiacqua, prima partecipata a mettere a disposizione i dati in formato aperto. I cittadini possono così conoscere in tempo reale il livello del lago artificiale di Bilancino, la carta d'identità dell'acqua con i valori rilevati dall'esame chimico-biologico, i litri di acqua erogati dai fontanelli e le produzioni degli impianti dell'Anconella e di Mantignano. Nei giorni scorsi era stata inoltre siglato l'accordo di collaborazione tra Comune e Autorità di bacino dell'Arno per incrementare i dati open con quelli forniti dall'Autorità. Tantissimi i dati interessanti contenuti nel portale del Comune, come ad esempio la presentazione dei risultati provvisori del censimento: una finestra straordinaria aperta sulla città, che mette a disposizione un'infinità di dati su una maglia informativa (sezioni censuarie) a elevatissimo livello di dettaglio. I dataset sono destinati a crescere di giorno in giorno e costituiscono una mole di informazioni che non ha paragoni in Italia, in grado di raccontare tutto quello che c'è e succede in città, illustrando i servizi e le criticità, con mappe e grafici sui temi più vari: dall'ambiente all'amministrazione, dalla sanità all'urbanistica, dalla mobilità alla cultura, il cittadino trova in rete servizi e curiosità, mappe dei lavori in corso, percorsi delle piste ciclabili e posizionamento delle rastrelliere, domande per iscrivere i figli a scuola, musei ed eventi. I dati aperti consentono anche di sviluppare applicazioni per smartphone, come ad esempio 'Firenze Up!', una app sugli eventi in città che sarà presto disponibile gratuitamente. Un altro passo per Firenze 'wiki-città' che vuole rivoluzionare il rapporto tra pubblica amministrazione, internet e cittadini
(testo tratto dal sito del Comune di Firenze)

Per scaricare e visualizzare l'applicazione: http://opendata.comune.fi.it/autorita_bacino/dataset_0297.html

mercoledì 30 gennaio 2013

Il Saccomazzone


Testo di Roberto Di Ferdinando

Il “saccomazzone” è un antico gioco contadino che si disputava anche a Firenze. Le regole erano semplici: due giocatori, bendati, spesso all’interno di uno spazio chiuso, avevano nella mano destra un flabello, cioè una sorta di ventaglio, con un manico di legno ed all'estremità superiore delle strisce di stoffa annodate (alle volte si usavano anche dei sacchi di stoffa annodati, da cui, molto probabilmente, l’origine del curioso nome di questo gioco), mentre la mano sinistra era appoggiata ad un cubo di pietra o di legno posto a terra e da cui non doveva alzarsi. Scopo del gioco era colpire più volte l’avversario con il flabello.
Nel Giardino di Boboli, nel terzo viale che incrocia il Viottolone, è possibile osservare una scultura, la statua dei Giocatori del Saccomazzone, opera del 1780 di Orazio Mochi e Romolo Ferrucci, che difatti raffigura due uomini confrontarsi in questo gioco. Dinanzi un altro gruppo scultoreo, i Giocatori alla Pentolaccia di Giovan Battista Capezzuoli, che ricorda un altro gioco popolare di cui ormai si è persa la pratica.
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Giocatori del Saccomazzone (immagine tratta da Wikipedia.it)
Giocatori alla Pentolaccia (immagine tratta da Wikipedia.it)

lunedì 28 gennaio 2013

Il gioco dell’oca è fiorentino

Testo di Roberto Di Ferdinando

Il gioco dell’oca è uno dei più noti e diffusi giochi da tavolo per bambini. Un gioco semplice che si svolge su un percorso con 63 caselle che le pedine (giocatori) devono seguire per raggiungere l’arrivo, muovendosi sulla base dei numeri che escono dal lancio di una coppia di dadi. Un gioco con radici lontanissime (già nell’antico Egitto esistevano giochi a caselle) che nella sua versione moderna nasce proprio a Firenze. Infatti, nel 1580 Ferdinando I de’ Medici donò il gioco  al re di Spagna, Filippo II, che ne fu entusiasta tanto da diffonderne la pratica nelle corti d’Europa. E proprio da quella versione del gioco donata dai Medici si ispirarono le edizioni dei secoli successivi, caselle, decorazioni e simboli sono infatti rimaste quasi le stesse:  due dadi, un teschio, una coda, un ponte, un labirinto o un'oca.
Il gioco dell’oca, così come tutti i giochi di percorso (ad esempio anche il gioco delle scale o dei serpenti), ha un forte significato simbolico, che è molto evidenziato nella versione de’ Medici, in cui le decorazioni ricordano i pericoli che rappresentano le difficoltà fisiche e morali della vita (“Il numero delle caselle, 63, è particolarmente significativo: come prodotto di 9 x 7 permette di intendere il percorso come successione di 7 cicli di 9. Questi numeri si collegano direttamente alla teoria degli "anni climaterici", tenuti in grande considerazione dall'astrologia classica: i cicli settenari e novenari segnano infatti gli anni fondamentali della vita umana che, in questo caso, si concluderebbe col sessantatreesimo anno, chiamato "il grande climaterio." In questo senso il gioco può essere inteso come una rappresentazione simbolica del percorso stesso della vita” – tratto da: http://www.labirintoermetico.com). Ma allo stesso tempo rappresentava anche il cammino sapienziale dell’uomo. Non a caso l’oca che dà il nome al gioco è un animale che per gli antichi aveva un valore molto grande, di tutela, di guida provvidenziale e simboleggiava la Grande Madre dell’Universo.
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giovedì 24 gennaio 2013

Il cibrèo

Testo di Roberto Di Ferdinando

A Firenze se parliamo di cibrèo pensiamo subito al ristorante del noto chef fiorentino Luca Picchi in Sant’Ambrogio. Ma tale parola è usata da secoli per indicare un tipico secondo piatto della tradizione di Firenze, ormai andato perduto nell’offerta gastronomica della città. Il Cibrèo è una pietanza, a base di uova, arricchite con brodo di carne, cipolle, salvia, burro, fegatini, creste, bargigli e cuori di pollo. Si racconta che Caterina de' Medici ne fosse molto golosa, tanto da farne più di una volta indigestione. Caterina cercò anche di esportarla in Francia, come il "papero al melarancio" divenuto "canard à l'orange" o la "zuppa di cipolle", originaria di Certaldo, diventata "soupe d’oignons", ma senza molto successo. Eppure a Firenze questa pietanza riscuoteva grande apprezzamento, tanto che si usava tale parola quale sinonimo di “cibo”. Infatti, alcuni ritengono che proprio da cibrèo derivi la parola “cibo” (cibarius), ma anche viceversa. Invece, l’etimologia di cibrèo trarrebbe origine dal latino gigeria, cioè “intestini dei polli” (Crusca), oppure, sempre dal latino, cirbus, rete intestinale o interiora (Caix).
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La ricetta di Pellegrino Artusi (da “La Scienza in cucina e l'Arte di mangiar bene”)
Il cibreo è un intingolo semplice, ma delicato e gentile, opportuno alle signore di stomaco svogliato e ai convalescenti. Prendete fegatini (levando loro la vescichetta del fiele com'è indicato nel n. 110), creste e fagiuoli di pollo; le creste spellatele con acqua bollente, tagliatele in due o tre pezzi e i fegatini in due. Mettete al fuoco, con burro in proporzione, prima le creste, poi i fegatini e per ultimo i fagiuoli e condite con sale e pepe, poi brodo se occorre per tirare queste cose a cottura.
A tenore della quantità, ponete in un pentolino un rosso o due d'uova con un cucchiaino, o mezzo soltanto, di farina, agro di limone e brodo bollente frullando onde l'uovo non impazzisca. Versate questa salsa nelle rigaglie quando saranno cotte, fate bollire alquanto ed aggiungete altro brodo, se fa d'uopo, per renderla più sciolta, e servitelo. Per tre o quattro creste, altrettanti fegatini e sei o sette fagiuoli, porzione sufficiente a una sola persona, bastano un rosso d'uovo, mezzo cucchiaino di farina e mezzo limone.
I granelli del n. 174, lessati e tagliati a filetti, riescono buoni anch'essi cucinati in questa maniera.

(ricetta tratta da: wikipedia.it)

Con Monni per l'Italia

(immagine tratta da: controradio.it)

mercoledì 23 gennaio 2013

Lunedì 28 gennaio - Galleria dell'Accademia - Concerto di Giovanni Togni

Lunedì 28 gennaio la Tribuna del David della Galleria dell'Accademia risuonerà delle musiche di Georg Friedrich Haendel, Carl Philipp Emanuel Bach, Johann Christian Bach, Domenico Scarlatti e Muzio Clementi eseguite dal maestro Giovanni Togni al “clavicembalo espressivo”, strumento storico della Collezione del Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze.

INGRESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI

Nell’occasione sarà presentato il CD “The Expressive Harpsichord” registrato su questo strumento nelle sale del Dipartimento degli Strumenti Musicali della Galleria dell'Accademia


domenica 20 gennaio 2013

Il Parco delle Poesie

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Nel tratto finale del parco dell’Anconella di via di Villamagna, nel vialetto sterrato prossimo all’argine dell’Arno, da luglio scorso è stato allestito un nuovo percorso pedonale, delimitato da sedici blocchi di pietra forte posti ai piedi di altrettanti pioppi bianchi. Su queste pietre sono state installate delle targhe di metallo che riportano le poesie dedicate agli alberi, opere del giovane poeta fiorentino Niccolò Andrea Lisetti che ha progettato il percorso che è stato battezzato Viale Poetico, il primo parco poetico di Firenze.
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Il Viale Poetico

venerdì 18 gennaio 2013

I campanelli antifurto degli Uffizi

(fonte: La Nazione)
Testo di Roberto Di Ferdinando

Il furto della Gioconda al museo del Louvre a Parigi nel 1911 aveva destato tanto scalpore tra gli addetti ed appassionati d’arte (sebbene le autorità investigative francesi, incredule del fatto, iniziarono a parlare di furto dell’opera solo dopo alcune settimane dalla sottrazione del capolavoro di Leonardo – si veda: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/08/la-gioconda-firenze.html), che la direzione della Galleria degli Uffizi per tutelare il proprio patrimonio artistico, avviò uno studio per difendere le proprie opere. Nel gennaio del 1913, cent’anni fa precisi, La Nazione dava la notizia del successo del primo esperimento dei campanelli elettrici presso la Galleria degli Uffizi, cioè un allarme che suonava se il quadro era staccato dalla parete. Sarà un caso, ma proprio a Firenze e sempre nel 1913 fu ritrovata la Gioconda, e grazie all’intuito dell’allora direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi.
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Libro: "Il Gioco Segreto" di Simone Mani

“IL GIOCO SEGRETO” di SIMONE MANI
 L'Autore Libri Firenze

Giulio percorre le vie di Firenze con il suo “gioco segreto”
Col suo regalo stretto sotto il braccio, Giulio riprese la via di casa. Abitava a Piazza del Carmine e aveva da camminare almeno un buon quarto d’ora. Come al solito, passeggiando tra la gente, ebbe la certezza di passare assolutamente inosservato, di avere la facoltà di scivolare tra le ombre sul marciapiede, o tra le gambe della folla, senza che gli altri si accorgessero di lui. Deve essere per la velocità, si diceva anche quella sera. Io sono appena appena più lento di tutti gli altri e allora loro mi passano avanti, sono prima di me, come se venissero prima di me. E allora si può dire che loro sono già nel futuro, o nel passato, mentre io cammino nel presente e quindi non mi vedono più. Ad ogni modo, quale che fosse la ragione, Giulio sapeva di muoversi veramente a un ritmo più lento degli altri, e il fatto di muoversi con calma in mezzo al caos e alla frenesia lo faceva sentire ancora più solo e diverso da tutti gli altri...
(http://www.ilgiocosegreto.blogspot.it/)



giovedì 17 gennaio 2013

Dan Brown ambienta il suo prossimo libro a Firenze

Testo di Roberto Di Ferdinando)
Lo scrittore Dan Brown, autore dei successi editoriali “Angeli e Demoni” e “Il Codice da Vinci” (di quest’ultimo sono stati venduti 80 milioni di copie nel mondo – 4 milioni in Italia), le cui trasposizioni cinematografiche sono diventate anche campioni di incassi, ha concluso il suo ultimo romanzo. Fino a pochi giorni fa su questo libro aleggiava una cortina di mistero, un mistero però che da ieri sembrerebbe (dinanzi alle operazioni di marketing delle case editrici non vi sono certezze) essere meno fitto. Infatti, martedì Brown ha pubblicato sul suo sito e sul suo profilo di Facebook un mosaico digitale con la particolare caratteristica che dietro ad alcune delle sue tessere era nascosto il titolo del suo nuovo libro. I lettori, come i protagonisti delle opere di Brown, hanno pian piano svelato il segreto; infatti, ad ogni post scritto dai visitatori del sito o di Facebook, il mosaico perdeva una tessera e nel giro di qualche ora è apparsa l’immagine della Cupola di Brunelleschi e il titolo del libro che consiste di una sola parola ed in italiano: “Inferno”. Il romanzo di Brown uscirà nelle librerie del mondo il prossimo 14 maggio e sarà ambientato in Europa, in gran parte a Firenze dove il protagonista, Robert Langdon (questo libro sarà il proseguimento del terzo romanzo di Brown, “Il Simbolo Perduto”) dovrà indagare su un capolavoro letterario (che sia la Divina Commedia?) e i misteri che nasconde.
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mercoledì 16 gennaio 2013

la solita domanda quando siamo fuori Firenze....

(Immagine tratta dalla pagina facebook di: Te la do io Firenze)

martedì 15 gennaio 2013

Chiude la più antica bottega di barbiere

Testo di Roberto Di Ferdinando

A metà di via Calimaruzza è possibile notare una tipica insegna da barbiere, quella colorata che ruota quando il negozio è aperto. Ma adesso questa è ferma ed il bandone metallico dell’ingresso al fondo commerciale è tirato giù. Infatti, il 29 dicembre 2012 Luigi Benedetti, originario di Reggello, dopo 50 anni di attività e raggiunti gli 80 anni di età ha deciso di chiudere i battenti del suo negozio da barbiere. Così chiude uno dei più antichi negozi fiorentini, forse il più antico in assoluto, considerando che in quel fondo di 12 metri quadri, nel 1432 Burchiello, avviava la sua bottega per l’appunto di barbiere. Domenico di Giovanni, detto il Burchiello (Firenze, 1404 – Roma, 1449) era un poeta autodidatta, divenuto famoso per il particolare stile dei suoi sonetti , composti con un linguaggio assurdo e paradossale. Burchiello, nato da una famiglia povera, iscritto come barbiere sotto padrone nella Corporazione dei Medici e degli Speziali, aprì la sua bottega da solo in via Calimaruzza ed iniziò ad essere frequentata da letterati, politici ed artisti, tra cui Leon Battista Alberti. Burchiello ebbe una vita avventurosa, rasentando anche l’illegalità e morì poverissimo di malaria a Roma dove si era trasferito per cercare fortuna sempre come barbiere.
Burchiello ideò le poesie ed i sonetti alla burchia, composti con parole e frasi solo all’apparenza senza senso, e che descrivevano la vita quotidiana dei fiorentini od erano delle accuse al potere politico ed al mondo dei saccenti letterati. La sua bottega divenne presto un luogo di improvvisazione e discussione di versi alla “burchia”, spesso anti medicei. E proprio per queste posizioni contro la Signoria fiorentina la bottega fu fatta chiudere dalle autorità cittadine nel 1434 costringendo il Burchiello a lasciare Firenze.
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Io vidi un dì spogliar tutte in farsetto
Le Noci, e rivestir d'altra divisa;
Tal che i Fichi scoppiavan dalle risa,
Ch'io non ebbi giammai simil diletto.
Poi fra ora di cena, e irsi a letto
Vidi Cicale, e Granchi in Val di Pisa;
E molti altri sbanditi dall'Ancisa,
Che frabbricavano aria in su 'n'un tetto.
Molti Aretini andavano in Boemmia
Per imparar a favellare Ebraico,
Nel tempo che l'aceto si vendemmia.
L'un'era Padovano, e l'altro Laico;
Ma venne lor sì fatta la bestemmia,
Che ne fur presi più di cento al valico;
Et imperò il Musaico
Non ci si impiastra più, perché in Mugnone
Vi si fa troppa carne di castrone.
(Burchiello – I Sonetti)

domenica 13 gennaio 2013

La Cassata Fiorentina

(fonte: http://dolcemporiofirenze.blogspot.it/)
Testo di Roberto Di Ferdinando

Oggi mi piace ricordare qui un dolce fiorentino che fino a pochi anni fa era immancabile sulle tavole dei fiorentini a Natale: la cassata Fiorentina o Fiorenza. Non ha niente a che fare con il famoso dolce siciliano, la nostra “Fiorenza”, infatti, è una torta con cialda, nocciole tostate e cioccolato fondente.

Non esiste una ricetta della cassata, ma molte varianti, eccone una:
“Per 4 persone: 4 fogli di cialda wafer di forma rettangolare (cm 15x8), cioccolata gianduia g 400, cioccolata fondente g
200, latte mi 30.
In una ciotola posta a bagnomaria su una pentola di acqua bollente, far fondere la cioccolata gianduia. Spalmare poi
questa crema con una spatola su ogni foglio di cialda e, dopo averli sovrapposti, metterli in frigorifero per 20 minuti
circa. Nel frattempo tritare la cioccolata fondente e farla sciogliere in un tegamino a bagnomaria, aggiungendo il latte.
Ricoprire quindi la cassata con il cioccolato fuso, aiutandosi magari con un pennello per far aderire bene la crema sui
bordi. Mettere di nuovo in frigorifero per 10 minuti, e servire poi il dolce decorandolo con fiocchi di panna.”
(tratta da: http://www.ricettedicucina.info)
La cassata Fiorentina o Fiorenza è il dolce fiorentino di Natale per eccellenza.
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(immagine tratta da:http://dolcemporiofirenze.blogspot.it)

giovedì 10 gennaio 2013

Le poesie di Neruda dedicate a Firenze

Il 9 gennaio 1951 il poeta Pablo Neruda, in visita a Firenze, fu ospite dell’allora sindaco della città, Mario Fabiani, in Palazzo Vecchio. Quella visita gli ispirò alcuni versi raccolti successivamente in due poesie, una dedicata alla città, l’altra all’Arno .
Solo nel 1988 in seguito ad un evento dedicato al poeta cileno e celebrato a Villa Arrivabene di piazza Alberti a Firenze, quelle poesie furono pubblicate in italiano. Il 3 marzo 2004, nel celebrarne il centenario della nascita, Firenze dedicò a Neruda un convegno in Palazzo Vecchio e le due poesie furono per la prima volta declamate dinanzi ad un vasto pubblico.

E quando in Palazzo Vecchio, bello come un'agave di pietra,
salii i gradini consunti, attraversai le antiche stanze,
e uscì a ricevermi un operaio, capo della città, del vecchio fiume, delle case tagliate come in pietra di luna, io non me ne sorpresi: la maestà del popolo governava.
E guardai dietro la sua bocca i fili abbaglianti della tappezzeria, la pittura che da queste strade contorte venne a mostrare il fior della bellezza a tutte le strade del mondo.
La cascata infinita che il magro poeta di Firenze lasciò in perpetua caduta senza che possa morire, perchè di rosso fuoco e acqua verde son fatte le sue sillabe.
Tutto dietro la sua testa operaia io indovinai.
Però non era, dietro di lui, l'aureola del passato il suo splendore: era la semplicità del presente.
Come un uomo, dal telaio all'aratro, dalla fabbrica oscura, salì i gradini col suo popolo e nel Vecchio Palazzo, senza seta e senza spada, il popolo, lo stesso che attraversò con me il freddo delle cordigliere andine era lì.
D'un tratto, dietro la sua testa, vidi la neve, i grandi alberi che sull'altura si unirono e qui, di nuovo sulla terra, mi riceveva con un sorriso e mi dava la mano, la stessa che mi mostro il cammino laggiù lontano nelle ferruginose cordigliere ostili che io vinsi.
E qui non era la pietra convertita in miracolo, convertita alla luce generatrice, né il benefico azzurro della pittura, né tutte le voci del fiume quelli che mi diedero la cittadinanza della vecchia città di pietra e argento, ma un operaio, un uomo, come tutti gli uomini.
Per questo credo ogni notte del giorno, e quando ho sete credo nell'acqua, perchè credo nell'uomo.
Credo che stiamo salendo l'ultimo gradino.
Da lì vedremo la verità ripartita, la semplicità instaurata sulla terra, il pane e il vino per tutti.

P. Neruda ( “La città”)

martedì 8 gennaio 2013

lunedì 7 gennaio 2013

Stavini, a Firenze l’unicità di un cognome

Testo di Roberto Di Ferdinando

Oggi parlerò della mia famiglia, ma sempre per un motivo, ed anche curioso, legato a Firenze.
Mi nonno si chiamava Roberto Stavini (1911-1970) ed in suo ricordo fui battezzato con lo stesso nome. Egli fondò dal nulla la rivendita di articoli ed accessori per auto e moto ancora attiva in città in viale Fratelli Rosselli (nel 1940 la ditta fu aperta al piano terra del palazzo storico di piazza Ognissanti che oggi ospita il Consolato Francese, per poi trasferirsi nel 1959 negli attuali locali). La curiosità legata a mio nonno è il suo cognome, unico al mondo. Infatti, Roberto era figlio di Amedeo, il primo ed il solo in Italia a chiamarsi Stavini. Amedeo prese tale cognome quale storpiatura di “sta tra i vini”, in quanto fu trovato abbandonato in fasce a San Piero a Sieve ed accolto dalla famiglia nobile dei Corsini, abili viticoltori, che così lo battezzò. Amedeo divenne autista dei Corsini e trasmise la passione dei motori al figlio che, giovane garzone di un’officina Lancia a Firenze, ben presto, con grande spirito di sacrificio e di imprenditoria, decise di avviare una propria ditta. Roberto ha avuto tre figlie e non aveva fratelli, quindi il cognome Stavini scomparirà definitivamente con le sorelle Stavini.
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Roberto Stavini (immagine tratta da www.stavini.it)

sabato 5 gennaio 2013

Curiosità di Firenze Compie 2 Due Anni: Grazie a Tutti Voi


Oggi Curiosità di Firenze compie 2 anni.....

Il 5 gennaio 2011 inauguravo Curiosità di Firenze pubblicando il mio primo post (dedicato alle curiosità del Corridoio Vasariano: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/01/alcune-curiosita-del-corridoio.html). Da quel giorno ho pubblicato oltre 300 post e oltre 44 mila persone hanno visitato il Blog.

Grazie a Tutti Voi per visitare e leggere il mio Blog. Grazie di Cuore.

Un sereno 2013 e....buona lettura
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venerdì 4 gennaio 2013

A Firenze le ore 12 sono alle ore 12 e 15 minuti…circa

(Testo di Roberto Di Ferdinando)

Il Tempo cronologico e orario sono convenzioni, cioè per segnare e misurare il trascorre del tempo sono state stabilite (convenzionalmente) delle unità di misura. Ad esempio, il Mezzogiorno indica (indicherebbe) l’ora del giorno in cui il sole si trova alla massima altezza sull’orizzonte in un particolare punto del Pianeta. Ma dato che il Tempo orario è una convenzione, quasi mai al mezzogiorno segnato da un cronometro corrisponda il mezzogiorno astronomico. E questa discrepanza è possibile notarla anche a Firenze, ad esempio, nella sala delle Cicogne o della Meridiana, nel torrino del Museo Naturale della Specola di Via Romana (si veda: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2012/12/la-sala-delle-cicogne-del-museo-della.html). Infatti, questa sala ospita sul proprio pavimento una meridiana lineare, cioè un raggio del sole che entra dalla parete meridionale del torrino, disegna sul pavimento un disco di luce, che, al mezzogiorno astronomico, si sovrappone alla listella di metallo al centro della meridiana. Se a mezzogiorno di qualsiasi giornata di sole ci rechiamo nella sala (è prevista una prossima e regolare apertura al pubblico) possiamo ascoltare le campane delle numerose chiese presenti nella zona suonare ed indicare il mezzodì, confermato anche dagli orologi e cronometri, ma se guardiamo il disco di luce lasciato sul pavimento dal raggio di sole, notiamo che questo è ancora un po’ distante dalla listella della meridiana. Dovremo attendere ancora circa 15 minuti per vedere la sovrapposizione del disco di luce con la meridiana e quindi il mezzogiorno astronomico. Per la precisione, a causa della processione degli equinozi ed i movimenti della terra la stessa meridiana ha subito delle modifiche e quindi lo zenith avviene ancora qualche minuto più tardi….
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mercoledì 2 gennaio 2013

I “cercatori” d’oro in Arno

(fonte: Firenze Insolita e Segreta)
Testo di Roberto Di Ferdinando

Prima che il Corridoio Vasariano fosse costruito, il Ponte Vecchio ospitava le botteghe dei beccai (macellai). Queste attività commerciali furono però fatte traslocare da qui alla loro nuova sistemazione di Sant’Ambrogio, per volere del Granduca Cosimo I, quando iniziarono i lavori di realizzazione del Corridoio (1565). Infatti, sul ponte i beccai non solo vendevano la carne, ma la lavoravano e la macellavano, e spesso gli scarti di questa lavorazione erano gettati direttamente per strada o nelle acque dell’Arno, e così si diffondevano cattivi odori nella zona. Per Cosimo I quella vista e quelle esalazioni pestilenziali erano troppe, tenuto conto che i Medici  ed i loro consiglieri avrebbero più volte percorso quotidianamente il Corridoio che metteva in comunicazione la loro residenza di piazza de’ Pitti con la sede degli affari (Uffizi e Palazzo Vecchio). Le botteghe sul ponte però non rimasero vuote, infatti, il Granduca autorizzò che queste fossero occupate dagli orefici e dai gioiellieri, attività commerciali qui tutt’oggi presenti.
Nonostante il cambio di destinazione, alcune cattive abitudini del passato rimasero. Infatti i laboratori di oreficeria continuarono ad utilizzare le acque dell’Arno quale discarica pubblica per i residui delle loro lavorazioni. Ma questa volta il tipo di rifiuti non era sgradevole al naso, anzi, vi era chi vi poteva trovare profitto. Infatti, i renaioli che con le loro barche setacciavano le rive del fiume per estrarre e vendere la sabbia e la creta, saputo dell’usanza degli orefici di gettare in Arno gli scarti del loro lavoro, iniziarono ad ammassarsi sotto le arcate del Ponte Vecchio per setacciare il fondo del fiume nella speranza di trovarvi qualche prezioso metallo. Il richiamo di quell’oro “scartato” iniziò ad essere talmente grande, che i renaioli che sostavano sotto il ponte iniziarono ad essere troppi, non solo, ma quotidianamente si scatenavano  discussioni e risse tra di loro per ritagliarsi l’esclusiva su quello specchio d’acqua. Questo problema, anche di ordine pubblico, fu risolto successivamente dalle autorità cittadine che stabilirono che solo un renaiolo, a girare, era designato ed autorizzato ad operare nelle acque sottostanti il ponte.
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Il Ponte Vecchio