lunedì 29 aprile 2013

Dal 24 aprile al 20 maggio - Apertura al pubblico del Giardino dell'Iris


Orario: 10.00 - 12.30 / 15.00 - 19.00 tutti i giorni

Ingresso: gratuito

Giardino di Piazzale Michelangelo

055/483112

domenica 28 aprile 2013

Via Aretina: 3,8 km per arrivare a Piazza della Signoria


Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

il cippo di via Aretina
A metà di via Aretina, proprio accanto ad i gradini di ingresso al piccolo monastero di clausura della Crocetta, c’è un cippo su cui è incisa la scritta “3,8 Km”. E’ un ottocentesco segnale stradale, che ricordava ai viandanti che percorrevano una delle principali strade di accesso alla città, che da quel punto occorreva percorrere ancora 3,8 chilometri per arrivare a Piazza della Signora, allora indicata come punto di riferimento per i calcoli delle distanze stradali. Non è l’unico segnale di questo tipo. Infatti, proseguendo ancora qualche chilometro, seguendo l’antico percorso, cioè le attuali via Aretina, piazza Alberti, via Gioberti e piazza Beccaria, passando per Porta di Santa Croce (piazza Beccaria), proprio sotto la volta della porta, ecco un altro ceppo indicare che da quel punto la distanza al centro cittadino (Piazza della Signoria) è di 1,540 km.
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il cippo di Porta di Santa Corce

sabato 27 aprile 2013

Il Ponte all’Indiano ha un record mondiale


Testo di Roberto Di Ferdinando

Pochi giorni fa ho dedicato un mio post al Monumento all’Indiano (http://curiositadifirenze.blogspot.it/2013/04/il-monumento-funebre-del-maraja.html), l’opera funebre dedicata ad un giovane marajà morto a Firenze nell’Ottocento, che sorge nel Parco delle Cascine nel punto, dove il Mugnone si immette nell’Arno, in cui il nobile indiano fu cremato. Da qui il nome “Indiano” di questa zona. E l’appellativo “Indiano” fu attribuito anche al ponte di acciaio che in questo punto unisce le due rive dell’Arno.
Nel 1968 il Comune di Firenze prvlamò un concorso nazionale per la progettazione di un ponte che unisse i quartieri di Peretola e dell’Isolotto. Il progetto vincitore fu quello dell’ingegnere Fabrizio de Miranda, che curò la parte strutturale, e degli architetti Adriano Montemagni e Paolo Sica che progettarono gli aspetti architettonici e urbanistici dell’opera. Questo progetto contemplava anche una passerella pedonale sottostante le corsie di marcia, non prevista dal bando comunale. Il ponte fu realizzato, con alcune modifiche rispetto alla versione  vincitrice del concorso, tra 1972 e il 1978 dalla Società Costruzioni Metalliche Finsider di Guasticce (Livorno).
Il ponte ha un record, poco conosciuto al di fuori degli addetti ai lavori. Infatti, è il primo ponte al mondo strallato (cioè sospeso nel quale l'impalcato è retto da una serie di cavi, detti tecnicamente “stralli”)  di grande luce (206 metri) ancorato a terra ed è ancora oggi tra i più grandi in Italia. La soluzione di un ponte sospeso, senza appoggi, fu dovuto al fatto di non inserire ostacoli nell’alveo dell’Arno che potessero limitare il regolare flusso delle acque del fiume. Tale progetto con record consentì a Fabrizio de Miranda di ricevere ad Helsinki nel 1978 il premio europeo ECCS-CECM (Convenzione Europea della Costruzione Metallica).
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il Ponte all'Indiano (immagine tratta da: pesciolino.wordpress.com)

venerdì 26 aprile 2013

Vecchie insegne: "Cicli Pieraccioni Sports" in via S.Egidio


Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

All’inizio di via S.Egidio, sulla parete sporgente di uno dei primi palazzi che si affacciano sulla strada, spicca una vecchia insegna commerciale, vivissima ed elegante su sfondo celeste: “Cicli Pieraccionii Sports”. E’ l’insegna del negozio sportivo Pieraccioni, che per molti anni ebbe qui sede. Fu fondato negli anni Venti da Idilio Pieraccioni ed inizialmente ebbe come attività principale la vendita di cicli, come ci ricorda l’insegna, che presumibilmente è degli anni Trenta-Quaranta. Negli anni Cinquanta la ditta Pieraccioni Sport abbandonò definitivamente il settore cicli dedicandosi alla vendita di indumenti ed attrezzature per tutte le attività sportive (ricordo ancora che nelle partite casalinghe della Fiorentina, l’altoparlante ricordava agli spettatori che: “il pallone della partita è offerto da Pieraccioni Sport”). Quest’insegna storica fu ricoperta, subito dopo l’alluvione del 1966, quando le mura dello stabile dove si trova vennero ripristinate dai danni subiti. L’inaugurazione del nuovo ed ampliato negozio Pieraccioni Sport, che comprendeva  sei sporti , compreso l'ingresso , doveva avvenire all'incirca una settimana dopo quel fatidico 4 Novembre 1966, di fatto, gli ambienti furono travolti dal fango ed i nuovi spazi furono aperti solo dopo molto tempo.
La ditta Pieraccioni Sport chiuse definitivamente a metà degli anni Novanta, ed in quel fondo commerciale di  via S. Egidio si sono succedute negli anni varie attività, ma non legate la mondo delle discipline sportive, ed oggi è vuoto. L' insegna  storica riapparve dieci anni fa circa, durante nuovi lavori eseguiti sulle mura dello stabile, ed i proprietari stessi di quelle mura  decisero di non ricoprirla nuovamente o di rimuoverla , ma di lasciarla dove si trovava e dove oggi si trova .
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"Cicli Pieraccioni Sports" in via S.Egidio

giovedì 25 aprile 2013

Quando Michelangelo "copiò" Leonardo


Testo di Roberto Di Ferdinando

E’ una delle attrazioni della mostra dedicata a papa Leone X in corso in questi giorni alle Cappelle Medicee. E’ la sfera che Michelangelo, su richiesta del papa, ideò quale coronamento della cupola della sagrestia nuova di San Lorenzo. Dopo essere rimasta per cinque secoli alle intemperie, alcuni anni fa la sfera è stata oggetto di  un restauro e di un attento studio che hanno dato dei risultati sorprendenti. Infatti, per secoli si è creduto che fosse una sfera di 72 facce, il Vasari la descrive così: “palla a 72 facce”, invece si tratta di un poliedro costituito da due semisfere sfaccettate da 60 triangoli isosceli,  impostate sugli spigoli di un dodecaedro formando così un solido con 12 piramidi a base pentagonale, chiamato "Duodecedron elevatus solidus". La “sfera” è sovrastata da una croce a scatola che si appoggia su un nodo decorato e da cui partono otto fasce che si chiudono con delle teste di leoni marzocchi, tutte differenti tra loro, che richiamano alla città di Firenze ed al papa, appunto, Leone X.
L’opera, un pezzo assolutamente unico, fu forgiata da Giovanni di Baldassarre, detto il “Piloto”, l’orafo di fiducia di Michelangelo seguendo i disegni di quest’ultimo. Recentemente, Vincenzo Vaccaro, funzionario della Soprintendenza per i Beni Architettonici di Firenze, che per anni ha studiato il coronamento michelangiolesco,  ha fatto notare come l’opera geometrica di Michelangelo risulti molto simile ad alcuni poliedri disegnati da Leonardo da Vinci.
L’opera fu commissionate nel 1520, ma fu conclusa solo molto più tardi, quando a Roma il nuovo papa era Clemente VII. Oggi sulla cupola della sagrestia nuova di San Lorenzo svetta una copia  della “sfera” opera di Andrea Fedeli.
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Il coronamento di Michelangelo - foto tratta da: www.inmeteo.net


La Fontana del Bacchino


Testo di Roberto Di Ferdinando

Braccio di Bartolo era uno dei cinque giullari alla corte di Cosimo I de’ Medici. Affetto da nanismo, per ignoranza e scarsa sensibilità del periodo, gli erano richieste imprese anche umilianti per divertire i cortigiani, quali anche lottare contro una scimmia od altri animali. Era soprannominato Morgante, in modo irrisorio, infatti, Morgante era il nome del gigante protagonista dell’omonimo poema di Luigi Pulci (1432-1484) molto apprezzato in quel periodo. Ma Braccio-Morgante era uomo intelligente, colto ed abile, tanto che ben presto ottenne il riconoscimento del Granduca che lo scelse quale consigliere personale concedendogli molti privilegi. E gli artisti di corte, per ingraziarsi Cosimo I, iniziarono a raffigurarlo in alcune loro opere. Difatti, Agnolo Bronzino lo ritrasse in un dipinto doppio:  su un lato è rappresentato mentre allestisce delle trappole per uccelli, nell’altro con la preda catturata. Quest’opera  allegorica, un dipinto che si può vedere da più lati, si rifà al dibattito del periodo sul primato della scultura nei confronti della pittura.

l'opera di Agnolo Bronzino (foto tratta da: www.italian4fun.eu )

Invece, il Giambologna ne fece il soggetto di una sua fontana in  bronzo, in cui Morgante è nudo e seduto su una chiocciola. Questa fontana fu ideata per il giardino pensile che in origine esisteva sulla terrazza della Loggia dei Lanzi, oggi l’opera  è conservata nel Museo del Bargello; mentre Antonio Susini, nel 1590, in un suo bronzetto lo immortala, sempre nudo e che suona la trombetta.

il bronzo del Giambologna - foto tratta da: commons.wikimedia.org
L'opera di Antonio Susini - foto tratta da: commons.wikimedia.org

Ma la rappresentazione forse più famosa del nano Morgante è la Fontana del Bacchino, posta nel Giardino di Boboli, in prossimità dell’uscita su piazza Pitti. L’opera in marmo bianco raffigura un piccolo Bacco (il nostro Braccio) a cavalcioni di una tartaruga e dalla bocca di quest’ultima esce dell’acqua che cola nella vasca sottostante. Fu scolpita nel 1560 da Valerio Cioli ed è citata anche da Giorgio Vasari:” ...il Duca, il quale ha fatto fare al medesimo di marmo la statua di Morgante nano, ignuda, la quale è tanto bella e così simile al vero riuscita, che forse non è mai stato veduto altro mostro così ben fatto, né condotto con tanta diligenza simile al naturale... “
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La Fontana del Bacchino (foto tratta da: wikipedia.it)

lunedì 22 aprile 2013

Il monumento funebre del marajà


Testo di Roberto Di Ferdinando

Mentre le cronache cittadine hanno dato ampio spazio alle eleganti e ricchissime nozze della giovane coppia indiana che hanno interessato i luoghi più belli di Firenze, voglio qui ricordare un’altra cerimonia, di senso completamente opposto, difatti un funerale, di un cittadino indiano che interessò una parte  periferica di Firenze, ma che commosse i fiorentini di oltre un secolo fa. Siamo nel novembre del 1870, il ventunenne Rajaram Cuttraputti, marajà di Koleppor, è a Firenze, una breve sosta nel suo viaggio di ritorno in India dopo un lungo soggiorno a Londra trascorso per motivi di studio e per incontrare la regina. E’ ospite del Grand Hotel di Piazza Ognissanti, dove il 30 novembre accusa un malore e nel giro di poche ore muore. La vicenda del giovane ed elegante nobile indiano commuove Firenze, tanto che le autorità cittadine si attivano perché le spoglie del marajà possano essere cremate quanto prima secondo il rito braminico. Rito che prevede che la cremazione del defunto debba avvenire alla confluenza di due corsi d’acqua e questo luogo fu individuato in fondo al Parco delle Cascine, dove il Mugnone si immette nell’Arno. Qui il corteo funebre giunse dopo aver attraversato i lungarni ed il parco cittadino e qui furono sparse le ceneri del giovane indiano dinanzi a molti fiorentini accorsi incuriositi dall’insolito rito e cerimoniale funebre. Sullo spiazzo sovrastante l’argine dell’Arno (oggi Piazzale dell’Indiano), nel 1874 fu eretto un monumento funebre in onore del marajà (monumento all’indiano), opera dello scultore inglese Charles Francio Fuller, a forma di pagoda, aperto su ogni lato, con al suo interno il busto del giovane che  sormonta una base quadrata sui cui lati sono affisse quattro targhe scritte in italiano, inglese, hindu e punjabi, che ricordano la vicenda di Rajaram.
Da quel momento quell’angolo di Firenze sarà ribattezzato l’”Indiano”, tanto che nel 1972, quando fu costruito il ponte rosso che collega, proprio in prossimità di quest’area, le due rive dell’Arno, l’amministrazione cittadina non ebbe difficoltà a battezzarlo “Ponte all’Indiano”.
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Monumento all'Indiano (immagine tratta da: wikipedia.it

domenica 21 aprile 2013

SALVA IL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO A FIRENZE. SAVE THE MAGGIO MUSICALE FIORENTINO IN FLORENCE,ITALY


AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA E A TUTTI I CITTADINI DEL MONDO
Sponsored by: Alessandro Maggio Musicale Fiorentino

Io sono Firenze.Sono conosciuta in tutto il mondo per la mia bellezza. Adesso ho bisogno di voi. Sto rischiando di perdere il mio Maggio Musicale Fiorentino, il mio storico e glorioso teatro d'opera che insieme ai musei, ai palazzi, alle opere d'arte e alla mia storia mi fa sentire amata e protetta da milioni di persone. Firma questo mio grido di aiuto e spendi una parola per me. Grazie!

I am Florence. I am famous worldwide for my beauty. Now I need you. I am in danger of loosing one of my most precious gems. My Maggio Musicale Fiorentino, my historic Opera House that together with museums, palaces, works of art, and the greatest cultural patrimony makes me feel loved and appreciated by millions of people all around the world. Please Share my cry for help and lend me your voice.

Sottoscrivi l'appello/Sign
http://www.thepetitionsite.com/328/899/674/salva-il-maggio-musicale-fiorentino-a-firenze-save-the-maggio-musicale-fiorentino-in-florence-italy/

Lina Cavalieri, la “più bella del mondo” e la sua morte misteriosa a Firenze


Testo di Roberto Di Ferdinando

“La massima testimonianza di Venere in Terra”, questa fu la dedica di Gabriele D’Annunzio  su una copia de Il Piacere che donò a Lina Cavalieri, il soprano e l’attrice che entrò nel Mito, definita agli inizi del Novecento la  “donna più bella del mondo”. Colei che ogni giorno riceveva dai suoi ammiratori 1.300 fiori, tra rose e orchidee, che ricevette 870 proposte di matrimonio e sette respinti si suicidarono, un duca siciliano giunse perfino a fingersi autista per due mesi per poterle starle accanto per poi desistere sconfortato: “è follia essere amato da voi, che non pensate e non vivete che per la vostra arte”. Infatti, nel cuore della Cavalieri sembrava che ci fosse spazio solo per l’arte, l’arte del canto, che difatti le aveva cambiato la vita.
Natalina (Lina) Cavalieri, nacque a Viterbo il 24 dicembre 1874, in una semplice famiglia, suo padre era un architetto marchigiano e la madre una casalinga viterbese, ma ben presto le condizioni economiche della famiglia Cavalieri naufragarono nella più profonda povertà, in quanto il padre aveva aggredito il suo datore di lavoro perché corteggiava la moglie. I Cavalieri decisero di abbandonare Viterbo per Roma, dove la giovanissima Natalina iniziò a dare una mano alla famiglia, come fioraia, sarta e piegatrice di giornali in una tipografia, ma contemporaneamente nutrendo passioni artistiche, in particolare per il canto, era solita infilarsi di nascosto nei teatri per ascoltare la musica. La madre notò la bella voce della figlia e le fece frequentare, gratuitamente, delle lezioni di canto dal maestro Arrigo Molfetta. E’ la svolta della vita per la giovane Natalina. Infatti, così inizia ad esibirsi in un povero teatro di piazza Navona, quindi al Teatro Orfeo e poi al Diocleziano, arrivano i primi contratti ed i primi successi. La sua presenza, il suo fascino, le sue doti canori la fanno diventare ben presto un personaggio. Roma inizia ad esserle stretta, decide di approdare nel regno italiano dei cafè-chantant, cioè Napoli. A 21 anni si esibisce al Salone Margherita, il massimo per una cantante del periodo, e famosa diventa la sua interpretazione di  Funiculì, Funicuà. Tale successo le apre le porte dei teatri d’Europa. A Parigi, trionfò alle Folies Bérgères cantando un repertorio di canzoni napoletane accompagnata da un’orchestra completamente femminile.
Lina Cavalieri (Ritratto di Giovanni Boldini)

Sul finire dell’Ottocento decide di trasformarsi in cantante lirica. Il 4 marzo 1900 debutta con La Bohème di Giacomo Puccini al Teatro San Carlo di Napoli. E’ il trampolino per la grande lirica negli Stati Uniti, dove la fama della sua bellezza l’anticipa. Siamo nel 1906. Il pubblico americano riempie i teatri per vederla più che ascoltarla. La sua straordinaria bellezza, l’eleganza del portamento, la sua sensualità e le acconciature sontuose la conducano ad incarnare il ruolo di assoluta Diva. Sottoscrive importanti contratti con la Metropolitan Opera Company e con la Manhattan Opera Company, e lavora insieme a Enrico Caruso e Francesco Tamagno. A New York, al Metropolitan Opera insieme ad Enrico Caruso interpreta la Fedora e dopo il bacio appassionato di scena tra i due cantanti, nasce il Mito, la stampa la definisce  “The kissing primadonna” (la primadonna che bacia).

Lina Cavalieri e Enrico Caruso - immagine tratta da:  www.tuttofinanza.it
Tanti i successi artistici che sembrarono non accompagnarsi a quelli sentimentali. Lina si sposò cinque  volte. La prima volta, a Pietroburgo, con il principe russo Alessandro Bariatinsky (1899), rimasero insieme per pochi mesi. Famosa la collana di smeraldi che il principe le regalò. Era talmente lunga, che nonostante fosse girata per tre volte al collo, ricadeva sempre abbondante sul suo ventre. La seconda, a Lisbona, con il re del Kazan, anche questo matrimonio finì presto  in seguito al rifiuto di Lina di rinunciare al canto e al teatro. Pare che il sovrano fosse disperato a tal punto che, sposata una sosia della Cavalieri, si diede all’alcool e morì a soli quarant’anni, dopo aver espresso la volontà di essere sepolto nella città preferita dalla sua Lina: Firenze.  La terza volta, nel 1907, a New York fu con il ricchissimo Bob Chanler, convinto anch’esso che le sue ricchezze l’avrebbero tenuto vicina a lui per sempre. Dopo una settimana di matrimonio, ed essersi fatta intestare alcune proprietà, Lina rientrò in Italia , gli altri due matrimoni furono con il tenore Luciano Muratore e con il pilota automobilistico Giuseppe Campari (1927).

Lina Cavalieri (immagine tratta da: http://www.pfgstyle.com/2013/04/salone-del-mobile-di-milano-i-cento.html )
Ma tanti furono i suoi amori: Trilussa che le dedicò alcuni versi (Fior d’orchidea/il bacio dato sulla bocca tua/lo paragono al bacio d’una dea), l’industriale Davide Campari, che per starle vicino convinse la sua famiglia che i suoi continui viaggi all’estero fossero invece solo per pubblicizzare il noto aperitivo di famiglia, Mattia Battistini, Tito Schipa ed anche Guglielmo Marconi.
Nel  1914, d’accordo con il marito decise l’addio alle scene liriche, ma un tale personaggio non poteva non far parlare ancora di sé ed ecco quindi dedicarsi alla carriera cinematografica che durò fino al 1920, interpretando 7 film ma senza lasciare un segno particolare. Così abbandonò definitivamente le scene artistiche per ritirarsi a Parigi, dove apre, sfruttando il suo nome e la fama delle sua bellezza, un istituto di bellezza che ebbe un notevole successo. Ancora alcuni anni, per poi rientrare in Italia e trasferirsi definitivamente, dopo un breve soggiorno a Rieti, nella città che amava di più: Firenze.
A Firenze la Cavalieri risedette nella zona di Poggio Imperiale, in una villa a metà di via Suor Maria Celeste. Faceva vita riservata, le rare volte che era notata la si vedeva a bordo della sua carrozza percorrere i viali o presso il Piazzale. Condusse questa vita di quasi totale isolamento fino alla sua morte, il 7 febbraio 1944. Lina Cavalieri morì la notte tra il 6 ed il 7 febbraio del 1944 a causa dell’esplosione della sua casa colpita da una bomba aerea Alleata. Si racconta (leggenda per caratterizzare ancor più il personaggio?) che la Cavalieri riuscì a scampare all’esplosione, scappando dalla casa in fiamme, ma poi rientrandovi, nel tentativo d recuperare una cassetta di suoi gioielli, mori nel crollo dell’abitazione. Più verosimile che la nostra Lina morì nel suo letto sorpresa dall’esplosione. Ma qui i misteri si infittiscono. Infatti, in quelle settimana Firenze e quella zona della città era stata bersaglio del cannoneggiamento tedesco, ma non di raid aerei Alleati. Non solo, in quella notte  caddero tre bombe aeree a Firenze e tutte e tre in quella zona, che non era ritenuta per niente strategica. Ecco quindi le varie versioni: bombe sganciate per sbaglio o per alleggerire il proprio carico da un aereo alleato in difficoltà oppure un bombardamento mirato per colpire la Cavalieriche aveva conoscenze e frequentazioni tra i gerarchi tedeschi a  Firenze? Ci fu anche chi avanzò l’ipotesi un po’ fantasiosa di un attentato partigiano per punire le sue frequentazioni tedesche.
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venerdì 19 aprile 2013

L’inno della Fiorentina cantato dai giocatori dell’Inter


Testo di Roberto Di Ferdinando

L’inno della Fiorentina (“Garrisca al vento il labaro viola…), cantato da Narciso Parigi, che accompagna l’ingresso delle squadre in campo al Franchi e festeggia le vittorie casalinghe dei viola, si chiama “Canzone Viola”, sebbene conosciuta ormai dal popolo calcistico gigliato come “O Fiorentina”. La canzone fu scritta nel 1930 da Enzo Marcacci, su musica di Marco Vinicio e nel 1931, l’Ordine del Marzocco, una sorta di originario viola-club, stampò il testo della canzone e lo distribuì ad una partita casalinga della Fiorentina, allo stadio di via Bellini. Da quel momento “Canzone Viola” divenne l’inno ufficiale della società gigliata.
Nel 1959 Narciso Parigi incise nuovamente la “Canzone Viola” e nel 1964 ne pubblica una nuova versione, modificandone leggermente il testo, che diverrà così il nuovo inno ufficiale. Curiosamente il coro di quest’ultima versione, in cui si inneggia alla Fiorentina, è cantato da alcuni giocatori dell’Inter, tra cui Egidio Pandolfini, tifoso viola, che erano presenti nello studio di incisione di Milano, quando Narciso Parigi ne effettuò la registrazione.
Nel lato B del vinile della versione del 1964, Parigi incise anche un altro brano (di Alfonso Corsini, Mario Gallerini e Giobatta Dolcino) dedicato alla squadra e dal titolo, inevitabile, Fiorentina (Alé alé Fiorentina  nel 1965) che divenne il secondo inno, la canzone che accompagnò, fino ai primi anni Settanta l’ingresso dei gigliati nelle partite casalinghe nel rientro in campo dopo l’intervallo. La versione di Narciso Parigi fu sostituita dal 1981 al 1990 dall’inno “pontelliano”, “La Fiorentina” (http://curiositadifirenze.blogspot.it/2013/02/linno-della-fiorentina-dei-pontello.html), per poi essere riadottato su forte richiesta dei tifosi viola

CANZONE VIOLA di Enzo Marcacci
Garrisca al vento il labaro viola
sui campi della sfida e del valore
una speranza viva ci consola
abbiamo undici atleti e un solo cuore

O Fiorentina,
di ogni squadra ti vogliam regina!
O Fiorentina,
combatti ovunque ardita e con valor!
Nell'ora di sconforto e di vittoria,
ricorda che del calcio è tua la storia!

C’infiamma chiusa in cuore una passione
Di forza, di coraggio e d’ardimento.
Non conosciam tristezze e delusione
E sempre pronti siam a ogni cimento..

O Fiorentina,
di ogni squadra ti vogliam regina!
O Fiorentina,
combatti ovunque ardita e con valor!
Nell'ora di sconforto e di vittoria,
ricorda che del calcio è tua la storia!

Maglia viola lotta con vigore,
per esser di Firenze vanto e gloria
Sul tuo vessillo scrivi: forza e cuore,
e nostra sarà sempre la vittoria!

O Fiorentina,
di ogni squadra ti vogliam regina!
O Fiorentina,
combatti ovunque ardita e con valor!
Nell'ora di sconforto e di vittoria,
ricorda che del calcio è tua la storia!

Forza Fiorentina!

Alè alè viola!


CANZONE VIOLA (Manni-Vinicio)
interpretata da Narciso Parigi
edizioni EMI-Pathè 1974

Garrisca al vento il labaro viola
sui campi della sfida e del valore
una speranza viva ci consola
abbiamo undici atleti e un solo cuore

O Fiorentina,
di ogni squadra ti vogliam regina!
O Fiorentina,
combatti ovunque ardita e con valor!
Nell'ora di sconforto e di vittoria,
ricorda che del calcio è tua la storia!

Maglia viola lotta con vigore,
per esser di Firenze vanto e gloria
Sul tuo vessillo scrivi: forza e cuore,
e nostra sarà sempre la vittoria!

O Fiorentina,
di ogni squadra ti vogliam regina!
O Fiorentina,
combatti ovunque ardita e con valor!
Nell'ora di sconforto e di vittoria,
ricorda che del calcio è tua la storia!

Forza Fiorentina!

Alè alè viola!

ALE' ALE' FIORENTINA (Corsini-Gallerini-Dolcino)
interpretata da Narciso Parigi
edizioni EMI-Pathè 1974

La Fiorentina anche quest'anno
è lo squadrone dei campioni,
ormai i tifosi già lo sanno
che si batte per il tricolor!

Alè alè Fiorentina!
Quando senti negli stadi la canzone
Alè alè Fiorentina!
Son le voci di migliaia di persone
Alè alè Fiorentina
E' la folla che ti acclama con ardor
Sei la più grande, la più bella, la più cara ad ogni cuor!

Alè alè Fiorentina!
Alè alè Fiorentina!
Alè alè viola!

Alè alè Fiorentina!
Di viola il campionato hai colorato
Alè alè Fiorentina!
Le speranze al nostro calcio hai tu donato
Alè alè Fiorentina!
Salvaguarda il tuo prestigio con onor
Alè alè Fiorentina!
Tutta Firenze, lo scudetto attende ancora con ardor,
lo scudetto attende ancora con ardor!

(i testi delle due versioni del 1974 sono stati tratti da: http://www.fiorentinamuseo.it/inno.html)

mercoledì 17 aprile 2013

La Salsa Colla


Testo di Roberto Di Ferdinando

Louis de Béchamel, marchese di Nointel, gran ciambellano di Re Luigi XIV (sec. XVII), diede il nome alla sua creazione, la bechamél (besciamella), il cui uso oggi è diffuso in tutto il mondo. Ma non tutti sanno che che tale salsa trarrebbe origine, invece, dalla toscanissima “salsa colla” (il nome deriva dal fatto che la salsa era utilizzata anche per legare gli ingredienti di una pietanza)  sbarcata in terra di Francia con l'arrivo a Parigi di Caterina de Medici, sposa di Enrico II. La nuova regina di Francia, infatti, giunse alla corte di Parigi con vari cuochi del Mugello che introdussero alcuni piatti della tradizione gastronomica toscana (zuppa di cipolle, papero al melarancio, le pezzole della nonna francesizzate in crepes). La salsa colla presentava varie spezie, eliminate successivamente dalla versione francese.

Ingredienti per la bescamella:

- 1 litro di latte
- 4 cucchiai di farina (100 gr.)
- 4 cucchiai di burro (100 gr.)
- sale
- pepe
- noce moscata grattugiata

Esecuzione:
Con una forchetta amalgamate la farina al latte e attenzione di non creare grumi, aggiungete il sale, il pepe e la noce moscata. Versatelo in una casseruola dove avete messo il burro a sciogliere a fuoco lento. Portate ad ebollizione mescolando sempre con un cucchiaio di legno. Dopo circa 3 minuti di bollore la salsa si sarà addensata e sarà pronta per l'uso.
(tratto da: Leo Codacci: Caterina De' Medici - Le ricette di una regina - Maria Pacini Fazzi Editore)
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lunedì 15 aprile 2013

Palle e Santi


Testo di Roberto Di Ferdinando

In Toscana era il gioco più semplice dei ragazzi, la versione antica del più contemporaneo Testa e Croce. Infatti, il gioco si basava sul lancio della moneta e sullo scommettere su quale faccia sarebbe caduta. Invece della Testa e Croce di sabauda memoria, ecco le Palle (il simbolo dei Medici), ed i Santi (il San Giovanni) che erano raffigurati sui due lati del fiorino in circolazione nel Granducato mediceo.
(fonte: Dizionario universale della lingua italiana, di Carlo Antonio Vanzon - Livorno 1838).
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Le Monnier, l’editore che sognando Atene amò Firenze


Testo di Roberto Di Ferdinando

A Firenze Le Monnier fu famosa casa editrice e storica libreria. Oggi la casa editrice è passata sotto la proprietà ed il controllo della Mondadori, mentre il negozio di via San Gallo, dove un giovane Giovanni Spadolini comprava i suoi libri, è stato chiuso. Eppure Le Monnier per oltre un secolo e mezzo ha fatto la storia dell’editoria fiorentina ed italiana grazie al suo fondatore, il francese Felice Le Monnier, che giunse a Firenze con l’intento di rimanerci solo alcuni giorni, invece vi visse tutta la sua vita.
Felice le Monnier nacque a Verdun (Francia) nel 1806 e dimostrò fin da giovane il suo carattere romantico e ribelle. Il padre, ufficiale napoleonico, desiderava per lui la carriera militare, e lo iscrisse così al collegio parigino Henri IV, da quale Felice scapperà ben presto, riacciuffato e riammesso alla scuola fu di lì a poco espulso. Quindi, il padre decise di punirlo mandandolo da un suo amico stampatore perché imparasse il mestiere. Più che una punizione fu un premio, infatti il giovane Felice si appassionò al lavoro ed in breve tempo fu promosso a capo tipografo. Le leggi contro la libertà di stampa  e la chiusura di alcune tipografie imposte dal re Carlo X, portò il nostro ad appoggiare le idee rivoluzionarie ed aderire alla Rivoluzione di luglio 1830. Pur con la caduta di Carlo X, Le Monnier prende atto che la Francia non è quel paese in cui auspicava di vivere e che quindi era il momento di andarsene. In accordo con un amico d’infanzia, nel 1831 decide di recarsi in Grecia, da poco resasi indipendente dal Sultanato di Istanbul e quindi meta affascinante per i liberali del periodo, per avviare una stamperia. L’amico precede Le Monnier ad Atene per organizzare la parte burocratica della loro iniziativa imprenditoriale. Le Monnier decide di attraversare l’Italia nel suo viaggio di avvicinamento alla Grecia; così, giunge a Firenze dove prevede di rimanervi alcuni giorni, il tempo di visitare le bellezze del centro storico della città. Affascinato dalla bellezza di Firenze, Le Monnier desidera vedere oltre, quindi prolunga la sua sosta fiorentina, recandosi a Fiesole, Bellosguardo, Settignano, e poi Siena, Pisa, Lucca e Arezzo, tanto che passano cinque mesi dal suo arrivo che è ancora a Firenze, ma comunque convinto a partire di lì a poco. Ma passò un altro mese e gli giunse da Atene la notizia drammatica della morte del caro amico ed il naufragio del suo sogno di diventare stampatore. Ma non si perse d’animo. Si fece inviare da Parigi da amici stampatori, due lettere di presentazione, una per Giampiero Viesseux e l’altra per il tipografo Davide Passigli. Fu quest’ultimo, insieme al suo socio, Borghi, a dare credito al “Francese” ed a cambiargli la vita, tanto che nel giro di alcuni anni (1840), diverrà l’unico proprietario della stamperia. Le Monnier affianca all’attività di stamperia anche quella di editore. Coglie il momento del nascente Risorgimento stampando testi di impronta nazionale e unitaria. Diventa subito famosa la sua collana “Biblioteca Nazionale Italiana”, caratterizzata dalla stampa curata in “sesto elegante”, con un prezzo basso e la copertina rosa. Pubblicò i classici, Dante, Petrarca, Machiavelli, i risorgimentali Guerrazzi, D’Azeglio, Balbo e Gioberti, ma anche Leopardi e Manzoni. Con quest’ultimo ebbe uno scontro molto forte. Infatti, Le Monnier fu restio ad accettare le nuove leggi che tutelavano il diritto d’autore, tanto che per un’edizione economica dei Promessi Sposi (1842), senza l’autorizzazione dell’autore, fu citato in giudizio da Manzoni. Il processo durò sedici anni, Le Monnier fu ritenuto responsabile con una multa di 34.000 lire, ma questa sentenza non intaccò il suo prestigio. Ma deluso dagli ideali traditi dall’Italia unitaria, Le Monnier decise di vendere la sua casa editrice (1865), ma continuò a vivere a Firenze da cui era rimasto stregato molti anni prima e dove morì nel giugno del 1884.
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domenica 14 aprile 2013

I fegatelli di maiale


E’ uno dei più conosciuti piatti della tradizione culinaria toscana e tipico del periodo natalizio. Il suo nome deriva dal fatto che l’ingrediente principale è la carne di fegato di maiale insaporita con alloro e finocchio. E’ arrostita al girarrosto o al forno inserendola, a pezzi, in spiedini insieme a fette, tagliate molto spesse, di pane (frustino). Come vuole la tradizione i fegatelli per essere conservati  a lungo dopo la loro cottura, spesso sono immersi nel grasso di maiale (strutto) ed avvolti nella rete del peritoneo.
Per la ricetta si veda: http://viverelatoscana.blogspot.it/2011/12/ricetta-fegatelli-alla-toscana.html 
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venerdì 12 aprile 2013

I graffiti di via San Leonardo


Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Le colline che circondano Firenze sono attraversate da numerose strade tortuose e strette  delimitate dai caratteristici muri irregolari in pietra. Sono le antiche strade che i contadini o i viandanti usavano per giungere in città insieme alle merci, e quei suggestivi muri segnavano, ed ancora segnano, le proprietà adiacenti la strada ed i campi privati. Erano issati utilizzando le pietre, i massi, i sassi irregolari che venivano tolti da quei campi vicini che così potevano essere coltivati . Si posso ammirare, ad esempio, in via di San Leonardo, la più bella via di accesso al Forte di Belvedere, immortalata più volte nei suoi quadri dal pittore fiorentino Ottone Rosai, che proprio qui aveva la su abitazione e studio (si veda: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/02/ottone-rosai-e-via-di-san-leonardo.htmlhttp://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/09/via-san-leonardo.html). Percorrendo questa strada, specialmente nel suo tratto finale, verso il Forte, questi tipici muri di pietra e massi hanno qui una ancor più caratteristica particolarità, quella di essere intonacati e decorati con semplici e armoniose figure circolari, quadrate o a spirali; una varietà di graffiti, molti ancora originali, che riportano alla elegante semplicità contadina dei secoli passati. Chi volesse fare un salto indietro nel tempo, percorra questa strada e non si faccia svegliare nel suo “viaggio temporale” dalle automobile che ogni tanto vi si affacciano. E si lasci affascinare anche dall’illuminazione pubblica, garantita da efficienti  lumi degli anni Trenta, adagiati su pali di legno, una rarità affascinante nella Firenze moderna.
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Via San Leonardo con i tortuosi muri e l'illuminazione anni Trenta
i "graffiti" di via San Leonardo

lunedì 8 aprile 2013

L’orologio digitale di Piazza Santa Maria Novella


Testo di Roberto Di Ferdinando

Nel quotidiano viaggio sui mezzi pubblici verso il mio luogo di lavoro vi sono alcune tappe e riti quasi sempre immancabili. Non si tratta (forse) di ossessioni, ma di semplici gesti di un comune pendolare, come quello di guardare che ore sono, per sapere se l’arrivo sarà  in ritardo o puntuale. E dato che non porto l’orologio al polso, ecco che per pigrizia, cioè per evitare di tastare le mie tasche per trovare il cellulare e guardare l’ora, sbircio dai finestrini dell’autobus per vedere l’ora segnata dagli orologi pubblici. Ce ne sono pochi in giro, e pochi tra questi sono funzionanti e precisi. Ma uno ormai mi è familiare, so dove si trova  (dove mi attende) ed è uno di quei pochi che citavo essere precisi. Mi riferisco all’orologio digitale, dalla curiosa forma triangolare, di Piazza Santa Maria Novella, quello che è collocato proprio sulla parete esterna della stazione, lato scalette. Un orologio che ha un valore storico importante, oltre alla sua funzione di misurazione del tempo. Infatti , è il primo orologio pubblico digitale, cioè l’ora è espressa con i numeri che ruotano grazie ad un meccanismo elettrico. Fu ideato nel 1935 dall’architetto Nello Baroni che collaborò anche alla realizzazione della stazione di Santa Maria Novella. L’orologio fu per gli anni Trenta, insieme alla stessa stazione, un inno alla modernità.
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Immagine tratta da: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Stazione_smn_orologio.JPG



domenica 7 aprile 2013

Modi di dire: “Chi nasce tondo un more quadro”


Chi nasce in un certo modo non può , qualsiasi impegno ci metta, stravolgere o cambiare la propria natura
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mercoledì 3 aprile 2013

Modi di dire: TERZO APRILANTE, QUARANTA DI' DURANTE

Secondo la tradizione, il tempo metereologico del 3 di aprile si ripeterà per quaranta giorni. E' un modo di dire legato al mondo contadino molto attento ai fenomeni atmosferici per i raccolti e la semina.
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lunedì 1 aprile 2013

Perché il Chianti ha il simbolo del Gallo Nero

Testo di Roberto Di Ferdinando

Il Gallo Nero è il simbolo del Consorzio dei produttori del vino Chianti Classico e richiama subito alla mente la zona del Chianti, cioè il territorio intero dei comuni di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti, Greve in Chianti, Radda in Chianti e in parte quelli di Barberino Val d’Elsa, di Castelnuovo Berardenga, di Poggibonsi, di San Casciano in Val di Pesa e di Tavarnelle Val di Pesa.
La scelta del gallo quale stemma rappresentativo di questa zona ha origini molto antiche. La prima documentazione attesta che un gallo nero su sfondo oro, fu adottato come stemma dalla Lega del Chianti, una giurisdizione militare creata dalla Repubblica del Marzocco nel 1384 in funzione antisenese, comprendente gli avamposti fiorentini di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti e Radda in Chianti.
Ma perché fu scelto proprio il gallo come stemma? La tradizione vuole che nel Medioevo Firenze e Siena rivendicassero, ricorrendo spesso alle amrmi, il controllo su questo preziosissimo angolo di Toscana, ma entrambe, stanche di dispendiose battaglie, decisero di regolare la questione con un singolare e pacifico arbitrato. Infatti, le due città si accordarono di affidare la delimitazione dei loro confini contesi ad una sfida tra due cavalieri, uno rappresentante Firenze e l’altro Siena. La prova cavalleresca prevedeva che il confine sarebbe stato fissato nel punto dove i due cavalieri si fossero incontrati partendo al canto del gallo dalle rispettive città. I senesi scelsero un gallo bianco e lo trattarono con tutte le cure ed attenzioni oltre ad offrirgli del prelibato cibo, convinti che così all'alba avrebbe cantato più forte, invece, i fiorentini, scelsero un gallo nero che tennero volutamente a digiuno. Il giorno della prova il gallo nero fiorentino, affamato, iniziò a cantare molto prima dell’alba, mentre quello bianco senese, sazio e coccolato, dormiva tranquillo.
Così, il cavaliere fiorentino al canto del gallo iniziò la sua corsa al galoppo, mentre quello senese dovette aspettare ancora prima che il gallo bianco cantasse: il risultato fu che i due cavalieri si incontrarono a soli 12 km dalle mura di Siena e così la Repubblica Fiorentina poté annettersi la quasi totalità del territorio del Chianti.
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