sabato 23 gennaio 2021

Angelo Pietrasanta e la decorazione di Villa Oppenheim (l'attuale Villa Cora)


"Se, come abbiamo avuto ormai più volte occasione di sostenere, la pittura dei Macchiaioli ha offuscato in Toscana la fama di tutti gli altri pittori da Accademia o di Romanticismo storico, a maggior ragione sono stati totalmente dimenticati tutti gli artisti “non toscani“, che ebbero importanti commissioni a Firenze nella seconda metà dell’Ottocento in particolare nel periodo in cui Firenze fu capitale d’Italia (1865-1870). È stato questo il caso del pittore Lombardo Angelo Pietrasanta, giustamente considerato “un protagonista della pittura lombarda del secondo Ottocento“. […] nacque a Cologno Monzese il 27 novembre 1834 […]. Scoperto il proprio talento artistico dal 1850 frequentò a Milano l’Accademia di Brera […]. Al termine dei corsi ottenne il premio più ambito ovvero il pensionato artistico, che consisteva in un soggiorno a spese dell’Accademia un anno a Roma, uno a Firenze uno a Venezia, oltre all’esenzione dal servizio militare sotto l’Austria. Fu tra gli allievi prediletti del vecchio Francesco Hayez. […] gli anni tra il 1858 e il 1860 li trascorse tra Firenze e Roma […] a Firenze, dove aveva già soggiornato durante un precedente viaggio nel quale aveva conosciuto Telemaco Signorini, giunse per il pensionato il 5 novembre 1858. […] Signorini ricorda come Pietrasanta fu al caffè Michelangelo nel 1855, insieme Odoardo Borrani, Vincenzo Calabianca, Cristiano Banti, Antonio Fontanesi. […] In questi anni durante questo secondo soggiorno fiorentino Pietrasanta poté copiare dipinti antichi degli Uffizi. […] Rientrato in Lombardia si stabilì a Milano dove svolse attività di ritrattista per la ricca borghesia locale. […] Il Pietrasanta diventò pittore assai ricercato, fu chiamato nel 1870 a Firenze per adempiere a un l’altro importante incarico. Firenze, che era stata capitale d’Italia tra il 1865 e il 1870, abbattute le antiche mura cittadine, si andava espandendo secondo il piano urbanistico dell’architetto Poggi, con la creazione dei nuovi lungarni, di viali di circonvallazione e del viale dei Colli, sul modello dei boulevards parigini. La commissione affidata a Pietrasanta fu appunto quella di affrescare le sale di una villa appena realizzata proprio sul nuovo viale dei Colli, per il banchiere e finanziere Gustavo Oppenheim, appartenente a una ricchissima famiglia di origine ebraica, che aveva interessi commerciali ad Alessandria d’Egitto; entrato in rapporti con i banchieri fiorentini Emanuele Fenzi, principale azionista della ferrovia Leopolda, nonché il proprietario di palazzo Marucelli a Firenze, l’Oppenheim ne aveva sposato una nipote, la bellissima Eugenia; aveva quindi incaricato Carlo Fenzi, zio della moglie, di acquistare per suo conto un lotto di terreno di grandi dimensioni sul viale dei Colli e di chiamare il miglior architetto il più alla moda per redigere il progetto di una lussuosa, villa: essendo il Poggi oberato di lavori, l’incarico fu affidato a un allievo del suo studio, Pietro Comparini Rossi. Quest’ultimo, nell’adempiere l’incarico ebbe come modello di riferimento la villa che il Poggi stesso aveva eseguito da pochi anni sul Lungarno Nuovo per la Baronessa Fiorella Favard, realizzando un edificio in stile neorinascimento, che si presentava esternamente come un volume pressoché cubico, con facciate spartite da lesene e finestre trabeate, composto da piano terreno, primo piano e ammezzato nel sottotetto per la servitù. Per la sistemazione dell’interni fu chiamato l’ingegner Eduardo Gioja, conosciuto dall’Oppenheim in Egitto, che secondo i desideri del committente eseguì tra agli altri ambienti la sala bizantina, con la curiosa decorazione con motivo di carte da gioco, e la sala moresca, per la quale l’Oppenheim stesso  dettò l’iscrizione in arabo da trascrivere in oro al centro del soffitto; per la sala da ballo al piano terreno e per la camera da letto e il boudoir di Eugenia Fenzi al primo piano fu scelto più opportunamente uno stile neorococò. Per questi ambienti Gioja si avvalse dell’opera del decoratore Antonio Careminu, dell’ornatista Luigi Samoggia e appunto del pittore Angelo Pietrasanta. […]."
(Tratto da: Il pittore Angelo Pietrasanta e la decorazione di Villa Oppenheim a Firenze, di Ricardo Carapelli, in Le Antiche Dogane, febbraio 2012)

(Foto tratte dai siti di: Amici dei Musei e dei Monumenti Fiorentini,  Il Messaggero, Villa Cora)






giovedì 14 gennaio 2021

Canto dei Cartolai


“Intorno alla Badia Fiorentina, dall’inizio del Trecento si aprivano le botteghe dei pergamena e cartolai. Un tandem ben assortito. I primi trattavano le pelli animali per ricavarne la carta che i secondi rilegavano per fame libri, codici e registri che i secondi rilegavano per farne libri, codici e registri che poi rivendevano. Erano manoscritti che costavano cari e pochi potevano permetterseli, per avere un’idea: un priore di Fiesole dovette venderà un campo per comprarsi il messale. In questo angolo di Firenze, nel 1400, operava Vespasiano da Bisticci, un’abile cartolaio che aveva messo su un’officina libraria di prim’ordine. Alle sue dipendenze aveva un esercito di copisti e riforniva biblioteche prestigiose. Una volta, per soddisfare Cosimo il Vecchio, riuscì con 45 amanuensi a comporre 200 volumi in venti mesi. […]” (Tratto da: L’officina del libraio che amava far salotto, di Silvia Lagorio, in Corriere Fiorentino, 2015)

Antiche insegne resistono: via della Colonna

 



martedì 5 gennaio 2021

Quando La Pira andò in Vietnam per tentare di fermare il conflitto

immagine tratta da: https://www.cittanuova.it

“[…] Quando il conflitto vietnamita scoppiò con tutta la sua violenza, molti, in tutto il mondo, s'illusero che fosse possibile bloccarlo. Si distinse tra quei generosi il giurista Giorgio La Pira, sindaco di Firenze dal 1951, noto per le sue iniziative in favore della pace nel mondo e convinto che un suo incontro con Ho Chi Minh avrebbe contribuito a risolvere l'intricata situazione internazionale che si andava delineando.
La Pira partì da Firenze il 20 ottobre del 1965. In tasca aveva qualche migliaio di lire e un visto per Varsavia; in una valigetta qualche indumento e la riproduzione di una Madonna di Giotto. Sperava di raggiungere Hanoi e convincere Ho Chi Minh a bloccare la guerra. Lo accompagnava un giovane professore universitario, il matematico Mario Primicerio, che una trentina di anni dopo, nel '94, sarebbe stato suo successore in Palazzo Vecchio. Affrontando un lungo viaggio irto di difficoltà diplomatiche, il Sindaco di Firenze riuscì a incontrare nel suo  palazzo presidenziale Ho Chi Minh, che lo ricevette con un semplice «buongiorno, La Pira» in italiano e un abbraccio. Era l’8 novembre 1965. Il colloquio tra il sindaco pacifista e lo statista durò tre ore: nonostante le testimonianze non manchino, i suoi contenuti
restano in larga misura celati sotto una spessa coltre aneddotica, per non dire leggendaria. La Pira non aveva in realtà alcuna veste affidale né alcun mandato diplomatico, ma era d'altro canto molto meno ingenuo di quanto non volesse apparire. Firenze era l'Atene dell'occidente, una grande città d'arte e di cultura, la madre della Modernità: e il giurista siciliano, che dal canto suo aveva la sua residenza in quel convento di San Marco del quale era stato priore Gerolamo Savonarola, sapeva benissimo tanto sia sottile in realtà il confine fra utopia e realismo. Egli aveva compreso alla perfezione il senso profondo della massima evangelica che insegna a essere semplici come colombe e astuti serpenti. Era partito nel modo formalmente più ingenuo sprovveduto, con quattro soldi in tasca che erano tutti roba senza chiedere nemmeno uno spillo al governo italiano o amministrazione della sua città: esempio tanto fulgido quanto
poco destinato, ohimè, a trovare, nella politica e nella società italiana degli anni a venire, gente disposta a seguirlo. Allo stesso con lo spudorato candore di chi non avendo alcun potere mondo, chiese papale papale al presidente vietnamita quali potessero essere le condizioni per porre fine sul nascere a un conflitto che si annunziava durissimo. Ho Chi Minh stette al gioco, e rispose con la solita pacata e inappuntabile cortesia che sarebbe bastato che gli americani ottemperassero a quattro condizioni: interrompere i bombardamenti sul Vietnam del Nord; sospendere l'invio di truppe e di materiale bellico in quello del Sud; riconoscere come interlocutore il Fronte di Liberazione, cioè Vietcong; mantenere riservati termini e svolgimento di quei preliminari, alquanto irrituali, a proposito dei quali né Mosca né Pechino erano stati informati. Insomma, accettò d'invitare gli americani a "venir a prendere una tazza di tè da lui", come si dice nell'Asia sudorientale.
La Pira rientrò in Italia a metà novembre, grazie alla cortesia del presidente Ho Chi Minh che si fece carico delle spese del viaggio di ritorno; e il governo statunitense, informato della proposta attraverso Amintore Fanfani che si trovava allora a New York con l’incarico di presidente dell'Assemblea dell'ONU, non volendo accettare i primi tre punti, respinse il quarto giudicandolo impossibile a ottemperarsi. In realtà, Casa Bianca, Segreteria di Stato e Pentagono erano allora convinti che la loro schiacciante superiorità militare avrebbe avuto ragione con poco della resistenza di un pugno di poveri contadini e che non ci fosse quindi bisogno di accordi diplomatici. Sappiamo bene, invece, come le cose andarono a finire. La guerra infuriò durissima ancora per otto anni e alla fine gli Stati Uniti furono sconfitti. L'accordo, firmato a Parigi il 2 marzo del 1973 dal segretario di Stato americano Henry Kissinger e dal rappresentante vietnamita Le Duc To, consisteva esattamente nelle prime tre clausole esposte nel novembre del 1965 da Ho Chi Minh a Giorgio La Pira. Quante vite - e quante sofferenze - si sarebbero risparmiate se l'orgogliosa superpotenza avesse dato ascolto a quel piccolo sindaco siciliano che aveva avuto l'idea di far di Firenze quel che già il Savonarola aveva sognato: la Nuova Gerusalemme, il motore della pace nel mondo.
Dell'accoglienza di La Pira a Hanoi e del colloquio tra lui e il presidente esiste anche una versione vietnamita, che ci presenta un Ho Chi Minh cordiale e sottilmente ironico: un aspetto della sua personalità che, del resto, è ben documentato da molte fonti. Ad esempio, al sindaco di Firenze che sottolineava le sue frequenti visite nei paesi socialisti, il presidente vietnamita replicò chiedendogli se non gli sembrasse di star passando un po' «troppo tempo coi comunisti». Si è anche detto che, all'osservazione di La Pira - il quale, ripetendo una frase che è stata attribuita a molti pensatori, aveva affermato che «è proprio nel momento più buio della notte che bisogna credere nell'alba» -  Zio Ho rispondesse con la solita cortese eleganza citando ilGalileo di Brecht per domandargli: «Ma lei sa per caso a che ora della notte ci troviamo adesso?» […]”
(Tratto da: L’appetito dell’Imperatore, di Franco Cardini, Mondadori 2104)