giovedì 29 giugno 2017

Le terme di Firenze

"Le terme di Firenze (nel comune di Impruneta!) già usate dai Romani, furono rivenute nei primi decenni del 1300 a cui la tradizione popolare attribuì poteri terapeutici che furono in effetti riconosciuti e certificati alla metà del '900.
Lo stabilimento termale è infatti del 1953."
Foto di Francesco Baciocchi

domenica 25 giugno 2017

Via dell'Agnolo: l'ex casa del fascio Foto di Francesco Baciocchi

L'ex casa del Fascio di Firenze, oggi sede dell'Ufficio tecnico erariale, si trova in via dell'Agnolo 80. L'edificio occupa un intero isolato delimitato ad ovest dalla via Verdi, a nord dalla via dell'Ulivo, ad est dalla via dei Pepi ed a sud dalla via dell'Agnolo. Il volume compatto emerge nel tessuto articolato e minuto del popolare quartiere di Santa Croce, differenziandosene fortemente e costituendo inevitabilmente, assieme alle Poste ed agli edifici adibiti ad attività direzionale e scolastica sulle vie Pietrapiana e dell'Agnolo, un elemento di estraneità.
Storia
L'edificio fu commissionato come sede del gruppo rionale "Dante Rossi" all'architetto Raffaello Fagnoni dalla federazione fascista dopo che questa aveva acquistato dal comune di Firenze, nel 1938, un lotto di proprietà del Comune nel quartiere di santa Croce, in corso di risanamento.
Il progetto, completamente definito nel dicembre dello stesso anno, si uniformava al Regolamento che accompagnava il piano di ricostruzione disposto dall'Ufficio Tecnico e prevedeva che: l'edificio fosse costituito di due corpi distinti, in modo da conservare la preesistente via Rosa; la maggior parte dell'area (1490 m2. su un totale di 2600) fosse destinata a giardino; i fronti si allineassero lungo strada seguendone l'andamento (da qui il fronte convesso su via dell'Agnolo); l'altezza non superasse i 14 metri. Il complesso presenta dunque un impianto ad "U" articolato in due diverse parti: la prima (asse via Verdi-via dell'Agnolo) ha tre piani fuori terra e facciate rigorosamente simmetriche scandite da un ritmo regolare di finestre riquadrate in pietra; in essa si trovano le sale e gli uffici: la seconda (asse via dei Pepi) si sviluppa su unico piano ed è caratterizzata da una teoria di porte sovrastate da luci quadrate sulla via dell'Agnolo, da finestre ed oblò sulla via dei Pepi; in essa erano previsti il cinema-teatro e la palestra.
La costruzione
I lavori del primo lotto (ali su via Verdi e via dell'Agnolo) furono appaltati nel gennaio del 1939; le demolizioni vennero avviate il 13 gennaio dello stesso anno ed i lavori ebbero inizio il 14 febbraio, appena terminata la tramvia nelle vie dell'Agnolo e Verdi. La costruzione procedette con estrema celerità, tanto che nel marzo erano già costruiti gli scantinati, nel maggio si innalzarono le strutture del piano terra e nell'agosto si iniziò la copertura. L'edificio venne inaugurato il 21 aprile 1940 alla presenza del ministro Alessandro Pavolini[1].

Nell'occasione l'edificio venne segnalato dalle cronache cittadine per lo stile "dignitoso, di chiaro sapore fiorentino" e per "l'aspetto grandioso, pur nelle linee semplici e moderne".

L'ampliamento Modifica
A seguito dello scoppio della guerra, e della mutata situazione politica, non si dette avvio alla costruzione del secondo lotto (palestra-cinema) e l'edificio mutò la propria destinazione d'uso.
Questo venne trasformato in nuova sede dell'Ufficio tecnico erariale a partire dal 1955 e sin da questa data si rese necessario ampliarlo per poter accogliere gli uffici del Centro meccanografico catastale e delle visure per il pubblico.[...]"
(Da Wikipedia)

mercoledì 21 giugno 2017

Marijuana militare


Un colonello signore della droga? Suona male. Eppure Antonio Medica ha le carte in ordine per coltivare marijuana: dirige a Firenze il laboratorio specializzato nello Stabilimento chimico farmaceutico militare e ne produce 100 kg l’anno per gli usi farmacologici consentiti dalla legge, cioè terapia del dolore per malati di cancro e sclerosi multipla e trattamento di pazienti terminali. La piantagione in serre è blindata. La marijuana terapeutica è diversa da quella spacciata. Uno degli obiettivi è tenere contenuto il prezzo: -30% rispetto a quella prima importata dai Paesi Bassi per le farmacie.
(tratto dalla rivista Capital di aprile-maggio 2017)
http://www.agi.it/video/2017/02/10/news/la_marijuana_del_colonnello_viaggio_nella_serra_militare_di_firenze_che_produce_cannabis_terapeutica-1473582/

Proverbio Toscano del Giorno

"Dio ti guardi da villan rifatto e cittadin disfatto"

martedì 20 giugno 2017

Il maggio fiorentino



“[…] Anche maggio è un mese buono, ma incerto; in maggio può piovere per giorni e giorni. Soffia un vento dispettoso e gli abiti pesanti già riposti vengono tirati fuori un’altra volta, spesso odorosi di naftalina. Maggio, però, è il <<mese>> classico di Firenze. Per uno straniero il viaggio ideale è trascorrere il maggio a Firenze, riproduzioni in cornice della Venere o della Primavera botticelliane si assiepano sui lungarni, a gara con tovagliette ricamate e oggettini in pelle, per i turisti stranieri.. la città collabora con il <<Maggio musicale>>, stagione di concerti e di opere che in realtà si inoltra fino alla fine di giugno, e il mercato dei fiori rallegra la Loggia del Porcellino con una profusione di piante da vaso e da giardino: begonie, petunie, gardenie, gerani, nasturzi. Sulle soglie delle ville fioriscono le azalee negli orci, e usignoli gorgheggiano a Fiesole e a Settignano. Dagli Abruzzi arrivano le cornamuse a Porta San Niccolò, e sempre dagli Abruzzi i mulattieri coi loro muli a spaccar legna nel Mugello.
Il maggio fiorentino ebbe il suo stuolo di pittori: Bernardo Daddi, Beato Angelico, Fra Filippo Lippi, Benozzo Gozzoli, Verrocchio, Botticelli: i floreali pittori amati dai vittoriani. L’idea comune che si ha dall’estero di Firenze –che, come tanti luoghi comuni, proviene dall’epoca vittoriana – è fondata appunto sulle loro opere. Né è un’idea del tutto sbagliata. Nella pittura fiorentina si distinguono due modi, così come in politica c’erano Guelfi e Ghibellini, Neri  e Bianchi. L’uno è severo, autunnale, maestoso, talvolta aspro o livido: pittura guelfa, potremmo definirla, che iniziò con Giotto e prosegue con Orcagna, Masaccio, Uccello, Andrea del castagno, Antonio Pollaiolo, Leonardo, Michelangiolo; l’altro modo è soave, fiorito, primaverile, pittura ghibellina che germinò in Siena e fiorì prima in Berbardo Daddi, poi nel Beato Angelico e nei suoi minori imitatori, successivamente in Fra Filippo Lippi, in Verrocchio e, finalmente, in Botticelli. […]”
(Mary McCharty, le pietre di Firenze, 1956)

Santo Stefano al Ponte (settembre 2002)

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Da ricchi impoveriti e da poveri arricchiti, prega Dio che t'aiti"

lunedì 19 giugno 2017

Julius Ernst Wilhelm Fučík - Marcia fiorentina

Julius Ernst Wilhelm Fučík (Praga, 18 luglio 1872 – Berlino, 15 settembre 1916) è stato un compositore ceco.
Autore prolifico (scrisse infatti oltre 300 brani fra marce, polche e valzer), sovrappose l'attività di compositore alla direzione di bande militari cui dedicò gran parte della propria vita. Per la destinazione militare di gran parte delle sue opere è a volte noto come il Sousa boemo.

 

Via de'Bardi (2002)

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi serve all'altare, vive d'altare"

giovedì 15 giugno 2017

Oltrarno

Foto di Roberto Di Ferdinando

I talenti fiorentini

Il Dedalo, la prima formella a destra
“[…] <<Questo dunque sarebbe l’omino>> disse papa Eugenio IV squadrando la figura di Brunelleschi, <<che avrebbe l’audacia di girare il mondo sul proprio asse>>. <<Vostra Santità mi dia un punto dove possa fissare la mia leva, e vi mostrerò quel che so fare>>. La pronta risposta del piccolo architetto riassumeva l’atteggiamento fiorentino. […] La storia di Giotto e del cerchio, da cui proviene l’espressione <<rotondo come l’O di Giotto<< dimostra la stessa laconicità e la sua stessa sicurezza. Richiesto da un intermediario papale di dare un saggio della sua bravura, Giotto disegnò semplicemente un cerchio perfetto, a mano libera, con un lapis rosso, e lo mandò al vicario di Cristo, il quale capì l’antifona: un uomo che sapeva fare questo non aveva bisogno come gli artisti ordinari, di sottoporre disegni.
Sul campanile di Giotto vi è un piccolo rilievo di Dedalo, l’uomo-falco dell’antichità, il cui nome significa <<abile artigiano>>. Egli è ritratto tutto piumato con sulla scienza le ali fabbricate con le sue mani, da un disegno che si può attribuire a Giotto […]. Né sembra un puro caso che un fiorentino, Leonardo, inventasse la macchina volante e tentasse, così dicono, di volare da Monte Ceceri, l’alto picco fiesolano dove Milton colloca Galileo con la sua lente ottica e da dove i preti-astrologi etruschi solevano studiare i cieli.
[…]
La maggior parte dei grandi architetti e scultori fiorentini erano anche ingegneri. Brunelleschi cercò di organizzare la disfatta di Lucca per mezzo di un piano ingegnoso che deviasse il corso del fiume Serchio inondando i dintorni della città nemica (piano che fallì). Durante il grande assedio del 1530, Michelangiolo fu chiamato a dirigere la difesa della città e prima della sua fuga costruì, come fortificazioni della Repubblica, le mura ancora visibili presso San Miniato […]."
(Mary McCharty, Le pietre di Firenze, 1956)

Pittura in punta di dita degli Uffizi

I quadri tattili sono un prodotto del Laboratorio di tecniche pittoriche e artistiche afferente alla sezione arte figurativa del Liceo Artistico di Porta Romana di Firenze.
Il Laboratorio specializzato per le tecniche antiche della pittura è diretto dal prof. Gianfranco Terzo di Palazzolo. Dal 2014 il prof. Terzo, insieme ai dirigenti dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Firenze, presieduta da Niccolò Zeppi, hanno studiato come rendere leggibile l'immagine bidimensionale e favorire i non vedenti e ipovedenti nell'individuazione delle linee e dei colori delle campiture presenti negli originali.
A differenza di altri prodotti completamente bianchi e dedicati a coloro che non hanno la vista, i quadri tattili, così come studiati all'interno di questo laboratorio, sono adatti a soddisfare anche gli ipovedenti, rappresentando qualcosa che sì è gradevole e istruttivo toccare, ma che risulta anche più esplicativo e "parlante" per coloro che sono parzialmente vedenti. Per giungere a questi risultati sono state messe a punto tecniche utili a rendere oltre che gradevoli al tatto le superfici pure omogenei i colori e resistenti allo sfregamento dei polpastrelli. La vernice e il supporto sono stati scelti per essere adatti ad usi prolungati. Il rilievo, che segue in forma di schiacciato tridimensionale il disegno della pittura, è raggiunto attraverso un impasto di resina e cellulosa, La rifinitura superficiale è operata con resine altamente resistenti al tatto e con capacità di mantenere la propria brillantezza. I ragazzi prima di realizzare questi lavori sono stati bendati e guidati nello sfioramento di alcuni esemplari per stimolarli a vivere l'esperienza del non vedente e così riuscire poi ad andare incontro alle loro esigenze. Gli allievi sono stati scelti fra coloro che nel corso del proprio percorso curriculare hanno dimostrato maggiori capacità di modellazione e comprensione del fenomeno figurativo. In questo specifico anno scolastico 2016-17 sono stati 6 studenti, di cui due ragazze provenienti da famiglie di origine non italiana; ognuno di loro ha prodotto un esemplare eccetto una ragazza che ne ha prodotti due. I quadri tattili messi a disposizione quest'anno, dagli studenti del prof. Terzo, per il Museo sono dunque 7 e rappresentano opere che vanno dal Quattrocento al Seicento.
I quadri tattili, donati in questa fine di anno scolastico si aggiungono agli altri esemplari donati nel 2015 e rappresentanti le 5 madonne in trono arcaiche della collezione medioevale degli Uffizi.

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi ha l'arte, ha ufficio e beneficio"

mercoledì 14 giugno 2017

La medaglia di Cosimo I per celebrare la fondazione degli Uffizi

Aggiungi didascalia
Un tempo […] quando i potenti volevano far sapere qualcosa a tutti no si rivolgevano ai giornalisti, ma agli artisti. Per esempio, potevano ordinare che si creasse una medaglia: l’avevano fatto gli imperatori romani, tornarono a farlo i principi del Rinascimento. […] le medaglie sono grosse monete senza valore legale, ma con un grande valore politico, e spesso anche artistico. Allora erano belle, e avevano il vantaggio di poter essere realizzate in tantissimi esemplari: così piccoli da poter essere spediti in tutto il mondo.
Quella che vedete la fece fare, nel 1561, Cosimo I de’Medici, per celebrare la fondazione di un edificio destinato ad avere un grande futuro: il palazzo degli Uffizi. Cosimo si rivolse al suo fidato scultore Domenico Poggini: che non lo deluse. Sul lato principale della medaglia (che in latino si chiama recto, cioè il ‘diritto’) Domenico ritrasse Cosimo, vestito come un condottiero romano, con il titolo esatto (allora era: <<duca di Firenze e Siena>>), e l’anno. Sul verso (cioè sul rovescio), invece, una magnifica veduta di Firenze. Sullo sfondo vediamo Palazzo vecchio, mentre in primo piano, ecco i portici degli Uffizi: che allora esistevano solo nei progetti del oro architetto (Giorgio Vasari).
Quel che ci colpisce è che in questa città non ci sono cittadini: anzi non c’è nessuno. Di nessuno in carne ed ossa, per meglio dire: perché in primo piano vediamo una strana figura femminile. Anche lei vestita come un romano antico, e ha le mani impegnate: con una tiene la bilancia della Giustizia, con l’altra una cornucopia, che è il simbolo dell’Abbondanza. E la scritta latina dice:<<Pubblicae commoditati><, che significa: <<Per comodità di tutti>>.
Cosimo costruiva i palazzi del suo potere (gli Uffizi dovevano accogliere gli uffici del nuovo governo locale), ma diceva che avrebbero reso la vita più facile a tutti.
[…] oggi gli Uffizi – che orami sono un grande museo, e dunque rappresentano l’arte e la storia – siano davvero per la felicità di tutti […]”
(Tomaso Montanari, in Venerdì del 14 aprile 2017)

Veduta dall'Oltrarno

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi esce fuor del suo mestiere, fa la zuppa nel paniere"

martedì 13 giugno 2017

Palazzo Pitti

Foto di Roberto Di Ferdinando

I fiorentini che inventarono ed esportarono il Rinascimento

“[…] La Toscana è la solo provincia italiana che non abbia dialetto, essendo il dialetto toscano precisamente l’italiano – chiamato infatti talvolta dialetto toscano (la h al posto della c, per esempio, dire hasa invece di casa è solo una differenza di pronunzia). Allo stesso modo, la pittura italiana si espresse nell’idioma toscano dai tempi di Giotto alla morte di Michelangiolo, cioè per quasi tre secoli.
Furono i fiorentini a inventare, di fatto, la Rinascenza, il che equivale a dire che furon loro a inventare il mondo moderno.
[…]
Ma l’invenzione del mondo moderno non poteva essere arrestata al campanile di Giotto o al San Giorgio di Donatello o alla Cappella dei Pazzi o alla Trinità di Masaccio. I Fiorentini introdussero nelle arti il dinamismo, il che voleva dire un continuo processo di accelerazione, uno slancio che provocava un facile decadimento dei mezzi, come successe per i nuovi metodi nell’industria. Per tutta la Rinascenza, l’ultima parola venne sempre da Firenze. Quando nel 1433 Cosimo il Vecchio giunse, esule, a Venezia con il suo architetto Michelozzo e una corte di pittori e eruditi, e fu alloggiato come un gran principe  nell’isola di San Giorgio sulla laguna, i veneziani furono colpiti dallo spirito evoluto di queste persone, così come più tardi, al tempo di Giorgione, furono sbalorditi dall’arrivo di Leonardo. I romani, nel vedere i due giovani fiorentini Brunelleschi e Donatello  dirigere gli operai negli scavi delle rovine degli antichi templi e bagni, pensarono che cercassero tesori nascosti, oro, pietre, preziose, e le misure che prendevano i due giovanotti male in arnese  parevano confermare la loro ipotesi; si pensò praticassero la geomanzia o arte della divinazione per linee e figure, per trovare il luogo dove giaceva il tesoro nascosto. Un secolo più tardi, gli stessi romani, fatta propria la lezione dei <<cacciatori di tesoro>>, riesumavano il Laocoonte.
Dovunque andassero, i fiorentini agivano da disturbatori, da agenti del nuovo. Esuli, si congregarono a Ferrara, e la pittura  della corte personale del Duca toccò uno splendore cromatico che raggiunse un colmo di quasi sinistra bellezza negli affreschi di Palazzo Schifanoia, allegoria delle Stagioni e Segni dello Zodiaco, fatti per le nozze del giovane Borso d’Este a sostituire gli affreschi di Piero della Francesca danneggiati dal fuoco. I fiorentini vennero a Urbino, Rimini, a Mantova  e si  lasciarono dietro in questi minuscoli regni capolavori squisiti di pittura, d’architettura, di scultura, come fazzoletti di meraviglioso ricamo lasciati cadere a sbalordimento  delle scuole locali. Giotto aveva lavorato a Padova, alla Cappella dell’Arena, e l’influsso del suo stile monumentale si irradio per tutto il Veneto: i grandi affreschi di Treviso di Tommaso da Modena e i cicli di Altichiero a Verona proclamano, come sparse colonie, la loro filiazione fiorentina. Più di cent’anni dopo, fu ancora Padova a provare lo choc di una nuova rivoluzione fiorentina, quando Donatelo venne a sistemare l’enorme statua equestre del Gattamelata nella pubblica piazza a sfidare il mondo come un nuovo miracolo e a ispirare il giovane Mantegna e a loro volta, tramite lui, i veneziani, che eran già stati stravolti da Masolino, da Uccello e da quel selvatico montanaro della Alpi toscane, Andrea del Castagno
[…].
Nel secolo seguente i viaggi di Leonardo sollevarono nuove inquietudine: a Venezia, dove turbò Giorgione e il giovane Tiziano; a Milano, dove una scuola milanese di formò in gran fretta a sua immagine. Poco dopo, gli scultori funerari fiorentini trasportarono il declinante Rinascimento, come un malato, nell’Inghilterra dei Tudor; Pietro Torrigiani scolpì la tomba di Enrico VII nell’Abbazia di Westminster, e scultori nativi delle colline di Firenze, da Maiano a Rovezzano, lavorarono per il cardinale  Wolsey. […] Perfino a Roma molte fra le opere più sconvolgenti (la Cappella Sistina, la tomba di papa Giulio II, la tomba di Innocenzo VIII, la cattedrale di San Pietro, gli affreschi di Masolino a San Clemente) furono fatte da fiorentini. […]”
(Mary McCharty, Le pietre di Firenze, 1956)

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi bazzica co' preti e intorno ha il medico, vive sempre ammalato e muore eretico"

Piazza di Santo Spirito

Foto di Francesco Baciocchi

lunedì 12 giugno 2017

Nevicata del 2005



La finocchiona



“[…] Della preparazione e l’uso di insaccati nella gastronomia toscana esistono varie testimonianze già a partire dal XV secolo. In un testo attribuito ad un autore toscano, intitolato “il libro della cucina del secolo XV. Testo di lingua non mai fin qui stampato"” si parla dell’insaccatura di budelli di porco o vitella con grasso di maiale o altre carni, con spezie e erbe odorifere. Tra questi insaccati rientrava sicuramente anche la Finocchiona che ha lunga storia perché nel Medioevo il finocchio era usato in luogo del pepe, allora assai costoso e raro. Anton Francesco Grazzini, scrittore fiorentino del’500, in un suo componimento parlava dell’uso del finocchio in un tipo di salsiccia che si produceva e veniva consumata a Firenze. Alla fine dell’Ottocento il cav. Giuseppe Lancia nel suo manuale riconosceva che in Italia ogni regione, anzi ogni provincia, aveva il genere di salume suo proprio e speciale e Firenze aveva la mortadella finocchiata. L’Ottocento e il Novecento, poi, sono secoli particolarmente ricchi  di testimonianze della “Finocchiona” che solo per citarne alcune si ricorda la sua presenza nel Vocabolario della lingua parlata, 1875 di Rigutini e Fanfani, e nel Vocabolario degli Accademici della Crusca, edizione 1889. La pubblicazione “Atlante dei Prodotti Tipici: i salumi” dell’INSOR (2002) dedica una scheda alla Finocchiona e anche nella pubblicazione “Alla ricerca del pane perduto” (1889) si parla di questo straordinario salume.
La Finocchiona si caratterizza per l’originale scelta di aggiungere a carni di qualità, provenienti dai tagli di carne del suino pesante italiano o della Cinta Senese, altra specialità toscana, il finocchio che caratterizza tante ricette della cucina regionale e che fa parte della flora endemica toscana, spesso presente, dalla costa fino alle zone sub-montane, ai piedi dei muretti a sesso e ai piedi delle “stradelle” di campagna.  [...]"
(Tratto da: “Toscana, l’eccellenza del gusto”)

Proverbio Toscano del Giorno

"Nobiltà poco si preszza, se vi manca la ricchezza"

venerdì 9 giugno 2017

Piazza della Signoria Opere di Botero, 1999

Foto di Roberto Di Ferdinando
 
 

Cantuccini Toscani

L’artigianato dolciario è diffuso in Toscana sin dal sec. XIV, grazie al precoce impiego dello zucchero in cucina e in special modo nei prodotti da forno e al ruolo centrale svolto nei secoli successivi da questa Regione nello scambio di merci, spezie, idee e ricette. Il nome “cantuccio” o “cantuccino” compare per la prima volta nel 1691, nella terza edizione del dizionario dell’Accademia della Crusca, che lo definiva un “biscotto a fette, di fior di farina, con zucchero e chiara d’uovo”. Questo tipologia di biscotti veniva chiaramente riferita al territorio toscano: Francesco Redi, in numerosi scambi epistolari da Pisa, usa accompagnare le sue missive con cantucci, reperiti appunto in questa parte della Toscana oltre a farne riferimento nel suo “Libro dei ricordi”, che copre gli anni che vanno dal 1647 al 1697. Nella seconda metà dell’Ottocento nella ricetta il Ferri evidenzia la presenza delle mandorle, tant’è che afferma che “non si usava a sproposito il termine cantucci per indicare i biscotti con le mandorle”. Nei primi del Novecento, grazie anche alla produzione sempre più su vasta scale da parte dei numerosi forni attivi nella regione, i Cantuccini Toscani/Cantucci Toscani sono considerati una specialità nota anche al di fuori dei confini regionali, citata come esempio di biscotto tipico toscano […].
La preparazione dell’impasto dei Cantuccini Toscani/cantucci Toscani prevede obbligatoriamente l’impiego di ingredienti da utilizzare in quantità riferibili ad un Kg di impasto: farina di frumento, mandorle dolci naturali intere (non pelate); uova di gallina pastorizzate e tuorlo d’uovo; burro; zucchero semolato, cristallino o in granella; miele millefiori in aggiunta allo zucchero, agenti lievitanti, sale. […]”
(Tratto da: “Toscana, l’eccellenza del gusto”)

"Il nome deriva da "canto", cioè angolo, o da "cantellus", in latino pezzo o fetta di pane."

Proverbio Toscano del Giorno

"Il villano punge chi l'unge e unge chi lo punge"

giovedì 8 giugno 2017

Giardino dell’Orticultura

Nel 1852, constato il diffondersi dell’arte del giardinaggio, l’Accademia dei Georgofili nominò un’apposita commissione con l’incarico di formare in Toscana una società d’orticultura.
Da qui nasce l’esigenza dell’attivazione di un orto, o “giardino sperimentale”, che si potrà concretizzare nel 1859, anno in cui alla società venne concesso in enfiteusi un terreno posto fuori porta San Gallo, all’inizio di via Bolognese, di proprietà del marchese Ludovico Ginori Lisci e della marchesa Marianna Venturi . Dopo tre anni di lavoro la Società Toscana d’Orticultura poté cominciare a utilizzare il terreno come giardino sperimentale, realizzandovi un  piantatoio, una vigna e un pomario e impiantando nella parte bassa, verso la città, eccentriche e rare piante ornamentali. Un radicale riordinamento del giardino si ebbe a partire dal 1876 con lo scopo principale di poter ospitare future esposizioni nazionali e mostre prestigiose. Nel 1880 la Federazione orticola Italiana organizzò a Firenze la Prima Esposizione Nazionale e, proprio per onorare degnamente l’incarico, la Società Toscana d’Orticoltura decise di completare  il proprio giardino con la costruzione di un tepidario di grandi dimensioni che, in Italia, non aveva precedenti. Fu promossa una sottoscrizione fra i soci al fine di trovare i fondi necessari alla nuova costruzione. L’incarico di redigere il progetto fu affidato all’ingegnere e architetto Giacomo Roster e realizzato dall’Officina Michelucci di Pistoia. L’attività promotrice della Società s’intensificò ulteriormente con l’esposizione del 1887, in quella occasione il giardino venne arricchito dalla presenza di un Café Restaurant e da una seconda serra proveniente dal Giardino Demidoff di San Donato. Nel 1911, il giardino fu nuovamente teatro di una grande esposizione per le celebrazioni promosse dal Comune nell’ambito del cinquantenario dell’Unità d’Italia. In tale occasione furono operate considerevoli modifiche, alcune delle quali si conservano tutt’oggi: tra queste va sottolineata la costruzione della Loggetta Bondi da parte della Manifattura di Signa. Con la prima guerra mondiale cominciò il lento declino della  Società Toscana d’Orticultura. Nel 1930 il giardino venne acquistato dal Comune che lo destinò a giardino pubblico
. […]”
(Tratto da “Giardini e ville di Toscana”, a cura del Touring Club Italiano e della Regione Toscana)

Giardino dell’Orticultura, Via Vittorio Emanuele II, 4, 50139 Firenze

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi è uso alla zappa, non pigli la lancia"

martedì 6 giugno 2017

Il Giardino Corsi

“Il Giardino Corsi è situato nel quartiere di San Frediano tra via de’Serragli, via de’Mori e via Romana. Su questo terreno aveva trovato sede, intorno al 1441, il monastero di San Vincenzo fondato dalla contessa Anna Elena figlia del Conte Galeotto Malatesta. Attraversata dalle fortificazioni fatte costruire da Cosimo I durante la guerra contro i senesi, l’area risultò nuovamente stravolta dalla loro demolizione avvenuta nel 1571. Sotto tali fortificazioni, Cosimo I aveva fatto scavare un passaggio sotterrano che attualmente mette in diretto collegamento i Giardini di Boboli, Corsi e Torrigiani. Questo percorso sotterraneo, di cui sono ancora evidenti le tracce, consentiva a Cosimo I di uscire indisturbato da Firenze. La decima granducale del 1761 censì l’area addossata al bastione de’Mori, corrispondente all’attuale giardino, come terra lavorativa; negli stessi anni è inoltre documentata la sua appartenenza allo scrittoio delle Possessioni di Santa Maria.
Nell’anno 1790 il marchese Tommaso Corsi acquistò dal dottor Cantagalli mezzo ettaro di “terra ortiva”. E’ su questo terreno generalmente indicato come “orto dei Mori”, che l’architetto Manetti fra il 1801 e il 1810, su incarico del marchese Tommaso Corsi, realizza quello che si può definire il primo esempio di giardino romantico a Firenze. Caratterizzato da un’area di piccola estensione (mezzo ettaro circa), in origine il terreno si presentava come uno spazio molto ristretto: il problema principale del Manetti fu dunque quello di dilatare lo spazio interno disponibile isolandolo, al tempo stesso, dal contesto urbano circostante. Per ottenere questo risultato Manetti strutturò il suo progetto su due elementi principali: una grande aiuola ellittica di bosso e una terrazza attestante su via de’Serragli, a cui poter accedere mediante una rampa carrozzabile. Secondo questo programma, la terrazza diventa un espediente per allargare la visuale da uno spazio limitato verso un paesaggio interessante come quello della campagna toscana, all’epoca ancora visibile; ancora oggi si può ammirare tanto il Giardino Torrigiani quanto le colline appena fuori le mura. Gli arredi del giardino, fortemente improntati ai canoni del neoclassicismo, costituiscono un insieme unitario; fra questi risulta di grande interesse la panchina semicircolare in pietra serena collocata nella parte più alta del giardino lungo le mura medicee; questa seduta è addossata a un’esedra decorata a festoni in stucco, decorazione riproposta anche sulla facciata della casa prospiciente il giardino. […] Il manufatto più rappresentativo è certamente il tempietto posto in corrispondenza dell’incrocio tra via de’Mori e via Romana, “il “tempio del Canto”, realizzato nel 1810. […] In una nicchia sulla parete posteriore del tempio è posta una statua di Mercurio. […] Nei giardini fiorentini all’inglese troviamo numerose statue, spesso rappresentanti divinità della mitologia classica, collocate liberamente o all’interno di edifici costruiti per contenerle. Non fa eccezione il Giardino dei Corsi, dove si trovano statue in terracotta, raffiguranti le Muse, originariamente ricoperte in stucco lucidato a marmo. Si riconoscono l’una dell’altra per gli oggetti che recano in mano, come per esempio una maschera comica per Talia, una cetra per Euterpe, una lira per Erato, un globo per Urania, secondo l’iconografia classica codificata. […]”
(Tratto da “Giardini e ville di Toscana”, a cura del Touring Club Italiano e della Regione Toscana)

Proverbio Toscano del Giorno

"Cavalier senza entrata, e muro senza croce, da tutti è scompisciato"

Veduta da Lungarno Ferrucci

Foto di Roberto Di Ferdinando

lunedì 5 giugno 2017

sabato 3 giugno 2017

giovedì 1 giugno 2017

Leonardo da Vinci "stregone"....

“[…] In Leonardo sembrò concentrarsi tutto il genio del popolo fiorentino – genio per la scienza, l’ingegneria, la cartografia, la pittura, l’architettura, la scultura. Inoltre, era anche bello d’aspetto. Di tutti i doni di cui era ricco egli coltivò soprattutto la pittura diversamente da Michelangiolo il quale, quasi altrettanto donato, disprezzava tutta la pittura, tranne l’affresco, tenendola in contro di lavoro bambinesco, sconveniente ad un uomo. Anche Leonardo, però, come Paolo Uccello, era incantato dagli enigmi matematici dal punto da trascurare la sua arte. Un monaco che fungeva da agente di isabella d’este, ragguagliandola sull’attività di Leonardo le scrisse che i suoi esperimenti matematici lo avevano talmente distratto dalla pittura da non poter più soffrire il pennello.
Con Leonardo, prorompe finalmente, senza equivoci l’elemento stregonico dell’arte da lui prediletta. L’autoritratto (supposto tale) che si fece da vecchio lo ritrae come un antico mago Merlino o sacerdote druida, con lunga capigliatura bianca, bianca barba e candidi sopraccigli – tutti gli accessori dell’Incantatore. Le cave e grotte azzurrognole, le stalagmiti e stalattiti, le limpide pozze e i rivi ombrosi delle sue tele da cavalletto adescano lo spettatore in un regno rarefatto di sinistra magia. I curvi sorrisi delle sue madonne e Sat’Anne hanno una tentazione serpentina; san Giovanni Battista col suo morbido petto femmineo e rotonde braccia di cocotte si trasforma in un Bacco, con corona di pampini e pelle di pantera. Ogni cosa è in stato di lenta metamorfosi o di insinuante mutazione e il soggetto del suo quadro più celebrato, Monna Lisa, sorridente del suo sorriso enigmatico, è certamente una strega. Ecco perché la gente è tentata di sfregiarla, di disegnarle un paio di baffi, di violentarla; è il quadro più famoso del mondo perché tutti i trucchi di mistificazione della pittura sono in essa raccolti, a suscitare un senso di paura.
[…].”
(Mary McCarthy, Le pietre di Firenze)

Proverbio Toscano del Giorno

"Al cattivo lavoratore or gli casca la zappa ora il marrone"