venerdì 28 aprile 2017

La cucina degli avanzi in Toscana

“[…] Un altro importante tema di riflessione riguarda l’utilizzo alimentare dei resti di cucina in caso di penuria di prodotti come avvenne durante l’autarchia conseguenza delle sanzioni economiche che l’Italia fascista subì a causa dell’aggressione dell’Etiopia nel 1936.
Nel periodo autarchico a tal scopo si veda paolo Nesti e il suo libro “Tra vita regime e cucina. A Pistoia e in Italia”, si assisté all’uso alimurgico di parte degli scarti vegetali e di altre parti normalmente non edibili delle verdure, come ad esempio, le bucce dei piselli, bollite e passate al setaccio servivano per cucinare <<una saporita minestra>> e poi ancora <<i piccioli delle melanzane, bolliti, si infarinano e friggono: hanno un buon sapore di funghi>>.
Oppure ad esempio, venivano valorizzati per altri usi anche non alimentari i resti di cucina come <<l’acqua di cottura delle patate libera il bestiame dagli insetti e pulisce guanti e argenterie>>, oppure <<i noccioli di frutta possono essere utilizzati per alimentare gli impianti termici casalinghi o sfruttati in applicazioni industriali.
E’ interessante osservare che l’autore a proposito degli sprechi dice: <<Molta attenzione era riservata anche ai cereali e alla pasta in particolare a quella che di solito rimaneva sul fondo della madia in forme di varia foggia e dimensione che si consigliava di impiegare nelle minestre di legumi o per comporre un fritto, dolce o salato. […]”
(Enrico Vacirca, in La cucina degli avanzi, attraverso le ricette contadine)

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi semina spine, non vada scalzo"

Piazzale Michelangelo

Foto di Roberto Di Ferdinando

giovedì 27 aprile 2017

Il carciofo violetto di Toscana

Una delle eccellenze agroalimentari italiane, moltiplicata in decine di varietà squisite espressione della diversità geografia delle regioni di provenienza, è il carciofo.
L’Italia ne detiene il primato mondiale a livello di produzione e le zone di maggiore coltivazione dono la Sicilia, la Sardegna e la Puglia. Derivato dal cardo selvatico, il carciofo è originario dal Vicino Oriente ed è stato introdotto in Italia dagli Arabi, al Centro-Sud, e dai veneziani per le coltivazioni presenti in laguna. Il nome ha origini arabe: si chiama harsufa, poi in spagnolo alcachofa, e poi appunto carciofo.
Le varietà che si coltivano in Italia possono essere classificate, in base alle caratteristiche agronomico-commerciali, in due grandi gruppi: uno autunnale, la cui produzione si estende in primavera fino a maggio, dopo una stasi invernale, ed uno primaverile, da febbraio-marzo fino a maggio-giugno, coltivato nelle aree costiere dell’Italia centro-settentrionale. Tra le più di 90 varietà di carciofo coltivate nel mondo si distinguono le varietà spinose da quelle inermi, cioè senza spine.

[…] (Il carciofo violetto di Toscana) colore violetto e forma ovoidale. Ha foglie molto scure all’esterno e quasi bianche all’interno. E’ una particolarità che trova corrispondenza anche nella consistenza delle bratee, molto dure e coriacee quelle esterne, decisamente tenere quelle interne. Nonostante sia apprezzato oltre i confini regionali, nel corso del tempo la superficie coltivata a carciofi violetto è diminuita. […]”
(Caterina Vianello, in rivista: “Pizza e pasta italiana”)

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi ride del mal d'altri, ha il suo dietro l'uscio"

Veduta da villa Bandini

Foto di Sara Barbanera

domenica 23 aprile 2017

venerdì 21 aprile 2017

La nascita del Monte dei Paschi

“[…] Per quanto riguarda il Monte dei Paschi – la più antica banca del mondo – la sua storia risale al XV secolo, per la precisazione al 27 febbraio 1472, quando, con delibera del Consiglio Generale della Repubblica – nasce il Monte Pio, il cui scopo è concedere prestiti alle “povare e miserabili o bisognose persone” con un tasso d’interesse ridotto (7,50%). Nel frattempo, per lo sfruttamento dei terreni in Maremma era stato approntato un sistema di tariffe amministrato dall’ufficio della “Dogana dei Paschi” (formato da un camarlingo e nove ufficiali, tra cui un capo vergaro residente in Maremma, con funzioni di controllo). Siamo alla fine del XV secolo, il Comune di Siena decide che una parte di questi proventi confluisca nel Monte Pio e in pari tempo – non essendo in grado di far fronte al debito pubblico – stabilisce che si corrisponda ai creditori una rendita sul capitale prestato tratta sempre dai proventi della Dogana dei Pascoli (e del Sale). Così, il Monte Pio – che nel frattempo vede crescere anche l’attività di prestito alle comunità dello Stato senese – comincia ad assumere la fisionomia di un istituto di credito.
Ma non può ancora ricevere depositi di capitali privati, pertanto la sua operatività resta limitata. Negli anni successivi all’avvento dei Medici i senesi chiedono con sempre maggior insistenza la creazione di un istituto bancario vero e proprio, in grado di fornire sostegno all’economia locale; chiedono, in particolare, la creazione di una banca che agevoli agricoltori e allevatori, e permetta forme di deposito di capitali privati. Il Granduca, infine, accoglie la richiesta, ma pone a garanzia dell’istituzione della nuova banca proprio il vincolo delle rendite dei pascoli demaniali della Maremma. Sono le rendite della Dogana dei Paschi, pertanto, a fornire il capitale necessario per la fondazione di una banca vera e propria. E’ il 1624: nasce il Monte dei Paschi di Siena (le rendite dei pascoli maremmani – divise in porzioni del valore di 100 scusi – sono collocate presso i risparmiatori con titoli che garantiscono una rendita annua del 5%).

(Andrea Meschini, Doriano Pela, Sulle orme dei pastori, edizioni Fuoridalleviemaestre)

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi fa la casa in piazza, o l'è tropp'alta o troppo bassa"

giovedì 20 aprile 2017

mercoledì 19 aprile 2017

Modi di dire: “Oh fava!!”

In Toscana, ma in particolare a Firenze, è un’offesa, bonaria se detta scherzosamente, molto pesante se espressa con violenza. Infatti, si usa (declinato al femminile) per riferirsi all’organo sessuale maschile, e nell’espressione popolare indica, a seconda dell’intensità con cui è detta, ma anche a chi è rivolta: il non capire niente, l’essere poco intelligente, il poco sveglio, l’incapace di fare e pensare, praticamente…un bischero. La si usa anche per sottolineare un errore veniale commesso da altri, ma lo possiamo rivolgere anche a noi stessi nel commentare una nostra distrazione: “ma guarda che fava che sono stato!”. Si usa anche per sottolineare palesemente un errore grossolano commesso da chi si ritiene infallibile o ganzo: “che fava!”, oppure un sentito consiglio a non fare ulteriori danni: “sta bono, un fa’ la fava”, od ancora chi si diverte compiendo gesti o dicendo frasi giudicate stupide o ridicole.
La parola deriva dal latino, faba, cioè il seme della pianta, fava, che si mangia fresco o secco. Il seme è custodito dal baccello (dal latino: baculus, per la sua forma a bastone, da qui l’allusione al sesso maschile) , altro sinonimo popolare, toscano, per indicare l’organo sessuale maschile, e, non a caso, usato per appellare anche qui qualcuno che sbaglia grossolanamente o si rende responsabile  di atteggiamenti stupidamente danneggianti.
Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi altri giudica, sè condanna"

Basilica della Santissima Annunziata

Foto di Marco Giorgi


martedì 18 aprile 2017

Il pallaio

Nel Medioevo e fino a metà dell’Ottocento a Firenze era molto diffuso il gioco delle pallottole, una sorta di gioco delle bocce. Era praticato in ogni area verde che sorgeva a ridosso dell’abitato cittadino, ma era frequente vederlo giocare anche nel centro cittadino. Non a caso, presso via del Proconsolo esiste, appunto, Piazza delle Pallottole, che prende il nome proprio da questo gioco che qui si praticava fino a quando l’Opera del Duomo espropriò questi spazi per il cantiere della cattedrale. Ma tale gioco non era ben visto dalle autorità cittadine, perché spesso si praticava provocando schiamazzi ed anche perché era causa di risse e di violenze; così fu deciso di vietarlo in città. I “pallai” (i luoghi di pratica del gioco) si spostarono nelle campagne fuori le mura, comunque continuando ad essere molto frequentati. Così, questi pallai videro il sorgere di improvvisati chioschi che servivano da bere e da mangiare ai giocatori, agli spettatori ed ai loro frequentatori vari. Il termine “pallaio” fu così esteso anche a questi punti di ristoro, rimanendo in parte in uso ancora oggi.
Roberto Di Ferdinando

Basilica della Santissima Annunziata

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Astio e invidia non morì mai"

venerdì 14 aprile 2017

Formaggi e pascoli nell'antica Transumanza

“[…] In estate con il latte di ogni ovino si produceva un chilo e mezzo di formaggio (nel Mugello, nel Casentino e in Alta Val Tiberina il formaggio si faceva anche mischiando il latte di pecora con quello vaccino). Quando le greggi erano in Maremma, invece, si produceva il “caciofiore”, un formaggio fresco molto ricercato, e il “forte”, formaggio da condimento dal sapore piccante, che si preparava usando come coagulante il caglio (per ottenere formaggi dai sapori più dolci si utilizzava come coagulante la presura, ricavata dal cardo selvatico).
Le caratteristiche dei formaggi, in ogni caso, dipendevano dall’erba dei pascoli: da quelle odorose di timo e lupinella della Maremma, a quelle delicate di assenzio delle Crete senesi, a quelle in cui prevalgono trifoglio e cicoria, della campagna romana. In Maremma, effettivamente, le tipologie di pascolo erano molteplici, ed assumevano una diversa denominazione in base al periodo di frequentazione e al tipo di animale. I migliori era il pascolo di stoppia, prodotto dal terreno seminato a cereali l’anno prima, e il domesticheto (pascolo in vigna, oliveto e alberi da frutto). Mentre il peggiore – da evitare – era quello umido, perché l’erba terrosa poteva provocare malattie agli animali.
Dopo la mungitura, il latte si versava nella caldaia per essere scaldato, vi si aggiungeva quindi acqua con caglio, poi si copriva finché non cagliava. Il caciere riuniva allora la pasta con le mani, formano una palla che poi divideva in tante parte quante erano le forme da preparare. Ognuna di tali porzioni veniva adagiata nella cascina, e comincia la spremitura del siero (operazione delicata, perché più la pasta è compatta, più si conserva il formaggio). Infine, le forme venivano portate nella caciaia e salate. Nel frattempo, la caldaia era messa di nuovo sul fuoco, per fare la ricotta.
[…]”
(Andrea Meschini – Doriano Pela, Sulle orme dei pastori, edizioni fuoridalleviemaestre)

Giardino degli Palazzo degli Orti Oricellai: Polifemo che beve all'otre

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"All'assente e al morto non si dee far torto"

giovedì 13 aprile 2017

Stazione di Santa Maria Novella

Il fabbricato viaggiatori fu progettato all'inizio degli anni trenta da una squadra di architetti detta Gruppo Toscano, guidati da Giovanni Michelucci. Gli altri apparati tecnici e di servizio erano stati progettati da Angiolo Mazzoni e conclusi leggermente prima nel1929
Il progetto del Mazzoni però subì numerose critiche, tanto che nel 1932 il Comune di Firenze dovette bandire un concorso per la nuova stazione: ne risultò vincitore un gruppo, il cosiddetto Gruppo Toscano, formato da Pier Niccolò Berardi, Nello Baroni, Italo Gamberini,Sarre Guarnieri, Leonardo Lusanna, Giovanni Michelucci, i quali crearono una delle opere più importanti del cosiddetto Razionalismo italiano.
Foro di Francesco Baciocchi
(Particolari anni Trenta)

martedì 11 aprile 2017

La passerella di Viale Matteotti

Immagine tratta da. https://firenzemia.wordpress.com/
Percorrendo i viali di circonvallazione era quasi impossibile non notare la passerella pedonale di ferro che, di colore verde, attraversava viale Matteotti al suo inizio, in prossimità di piazza della Libertà. Era una delle tre presenti in città fino agli inizi degli anni Novanta; le altre due erano collocate, una davanti alla Fortezza e l’altra in viale Giannotti. Quella di viale Matteotti è quella più ricordata nella memoria dei fiorentini, non solo per la sua collocazione, essendo quel viale già nei decenni passati molto trafficato, e non solo perché è stata l’ultima ad essere smantellata (il suo pensionamento fu anticipato nel 1998 da un incidente stradale; infatti, un autista di un camion privato, senza calcolare le misure del proprio mezzo, la danneggiò e gli alti costi per la riparazione, che l’assicurazione del mezzo non coprì, affrettarono il suo smontaggio), ma per la famosa scena nel film “Ad Ovest di Paperino” della telefonata nella cabina che sorgeva proprio ai suoi piedi.
Personalmente la ricordo bene quella passerella. A metà degli anni Ottanta, liceale, mi muovevo in bus per andare a scuola in centro, e da Firenze Sud prendevo il bus numero 8 che, come oggi, aveva la fermata sul viale Matteotti, subito dopo via Francesco Valori. Un tragitto pedonale sicuro, tranquillizzante per i genitori, dovendo percorrere il marciapiede, l’attraversamento pedonale, regolamentato da semaforo, e poi la super protezione della passerella (l’altezza allora non era un pericolo, i pericoli venivano da terra, e la bassa balaustra non incuteva vertiginosi timori, quelli arriveranno più tardi) per arrivare in via Cavour e così penetrare nel centro.
Roberto Di Ferdinando


Basilica della Santissima Annunziata

Foto di Marco Giorgi

Proverbio Toscano del Giorno

"Tristo quel cane che si lascia prendere la coda in mano"

lunedì 10 aprile 2017

sabato 8 aprile 2017

La Fiorentina è molto più che una bistecca

Mario Lancisi, Marcello Mancini
“Quali sono le ragioni che rendono unico il rapporto tra la Fiorentina e Firenze? Intanto, a Firenze c’è una singolare e straordinaria equazione tra il tifoso e il cittadino. Chi è di Firenze, salvo rare eccezioni, è automaticamente tifoso viola. Un’educazione sentimentale che non ti lascia mai. Si può cambiare la donna (o l’uomo) della vita, ma non la squadra di calcio.   

venerdì 7 aprile 2017

L’affresco miracoloso, dell’Annunciazione nella Santissima Annunziata



“[…] Nelle chiese italiane le antiche icone miracolose della Madonna […] sono di solito nascoste da un velo e vengono scoperte soltanto in occasione di feste speciali, quasi ad ammetterne la potente magia attribuita dalla credenza popolare. L’affresco miracoloso, dell’Annunciazione nella Santissima Annunziata a Firenze, noto in tutta Italia per i suoi poteri terapeutici è incorniciato da un tempietto di marmo disegnato da Michelozzo, chiuso da uno schermo d’argento e nascosto da una tenda di damasco prezioso che viene sollevata una volta all’anno, per la festa dell’Annunciazione. Come molte icone di miracolosa virtù, la fantasia popolare la crede opera di un agente sovrannaturale o <<aiutante magico>>: un monaco del Duecento, cui si attribuisce la paternità dell’affresco, aveva terminato tutto tranne la testa della Madonna; cadde poi in un sonno profondo e mentre dormiva un angelo dipinse il volto per lui. In altre parole, nessun potere terreste avrebbe potuto cogliere la somiglianza, e la copertura dell’immagine (se fosse stata questione di proteggerla, un vetro sarebbe bastato) implica un tabù. Così il San Giovanni di Santa Trinita che approvò con un cenno del capo Sa Giovanni Gualberto è coperto da un quadro che ne illustra la leggenda, e viene esposto solo il Venerdì Santo. […]”
(Mary McCarthy, le pietre di Firenze, 1956)

Duomo

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Servi a principe e a signore, e saprai cos'è dolore"

mercoledì 5 aprile 2017

"Aprile non ti alleggerire"

[…] Gli uccelli migratori approfittano dei venti caldi meridionali e ritornano a nidificare nell’Europa del Nord, seguendo la dorsale est dell’anticiclone atlantico. C’è un curioso proverbio toscano, diffuso anche in Francia, che dice: “al cinque di aprile, il cuculo deve venire, e se non viene al sette o all’otto, o che è perso o che è morto, se non viene ai venti è perso per i frumenti, se non viene al trenta il pasto l’ha cotto con la polenta”. Recenti studi spiegano il significato di questo proverbio, stando al quale la migrazione del cuculo dipende dalla posizione del monsone indiano, e quest’ultimo è la causa prevalente del clima d’aprile, come il monsone africano lo sarà per il clima dell’estate. Infatti quando il monsone indiano tarda ad instaurarsi, anche l’alta pressione sul sud dell’Atlantico tarda a spostarsi verso nord e le perturbazioni provenienti dall’Atlantico investono il Mediterraneo. Per questa ragione aprile è il mese dell’anno che mostra la maggiore variabilità delle piogge: si passa dai 10 mm degli anni più aridi ai 180 mm di quelli più piovosi. [..]
(Tratto da: “Non ti alleggerire”, di Giampiero Maracchi, in Informatore Coop di aprile 2017)

Basilica della Santissima Annunziata

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"O servi come servo, o fuggi come cervo"

martedì 4 aprile 2017

Il Diluvio Universale di Paolo Uccello nelle pagine di Mary McCarthy

[…]  Il tema della maggiore opera di Paolo Uccello, eseguita per il Chiostro Verde di Santa Maria Novella, è il Diluvio Universale. In questo affresco straordinario […] la fantasia dell’Uccello attanaglia la mente come un sermone in immagini, con esempi tratti dall’esperienza comune, e un evento biblico appartenente a tempi remoti viene dotato dell’urto immediato e parlante di una profezia. Qui vi è una di quelle grandi visioni di giudizio di cui solo i fiorentini, da dante a Michelangiolo, furono capaci – visioni che traggono la loro chiaroveggenza da una passione unitaria, l’amore per una città o una nazione, come fu per gli antichi Ebrei, e da una ricchezza <<documentaria>> o scientifica di descrizione; ad esempio l’inferno dantesco è ancora più impressionante per l’elaborata geografia e geologia del suo resoconto. Dante <<esplorò>> l’inferno e lo trovò pieno di fiorentini; quando un prelato criticò i nudi del Giudizio Universale di Michelangelo lo aggiunse prontamente all’affresco, raffigurandolo nell’inferno, con le corna e un serpente arrotolato intorno ai lombi , e quando il prelato andò a lamentarsene col papa (Paolo III), il papa rispose: <<Se il pittore vi avesse mandato in purgatorio, avrei fatto del mio meglio per liberarvi, ma non ho alcuna influenza nell’inferno […]>>. […] Allo stesso  modo il Diluvio Universale di Paolo uccello è una pittura naturalistica, fondata senza dubbio su una esperienza fiorentina, di un mito biblico.
Esso è costituito in due parti, con l’arca di legno, ripetuta due volte, in prospettiva, ai due lati del dipinto, bilanciante la scena frenetica. A sinistra l’arca galleggia sulle acque, con figure disperate che si aggrappano ai suoi fianchi; sulla destra, l’arca si è voltata ed è più quieta, avendo le acque cominciato a placarsi. Le due sezioni paiono avere u n punto in comune e non vi è una linea netta di separazione fra i due episodi, fra il <<prima >> e il <<dopo>>. La compressione del tempo, che confonde in un solo evento simultaneo i lunghi mesi dell’inondazione, aggrava il senso di claustrofobia dato dalle pareti convergenti delle due arche. Dio è assente dallo spettacolo, sul quale gioca una livida luce, e l’uomo, imprigionato là dentro, estromesso dalla salvezza (simboleggiata dall’arca), rivela la sua natura di dannato, non per una volta, ma per tutta l’eternità. Nello stretto spazio fra le due arche, l’acqua è ingorgata da un ammasso di cadaveri, che impediscono il movimento dei vivi. A destra, un corvo becca gli occhi di un fanciullo annegato, mentre a sinistra un uomo nudo su un cavallo natante (come un centauro) leva la spada contro un bel giovane biondo, intorno al cui collo è scivolato il mazzocchio, come un serpente bianco-nero arrotolato. Un rozzo e muscoloso bifolco si è impadronito di un barile e cerca di tirarsi su, dando una sciocca occhiata in tralice; e un essere nudo su una zattera caccia via un orso con una mazza. Più lontano, una querce è stata colpita dal fulmine, e la sua chioma si è scaraventata contro l’arca. In primo piano a sinistra, un uomo dalle vesti fradice, aggrappato ai bordi dell’arca, appiattito contro di essa, guarda di sghembo, come circospetto e furtivo, i suoi piccoli che si dibattono nell’acqua sottostante.
A parte, su una piccola isola di terra asciutta, sta una figura maestosa, aristocratica, ben rasata, con una mano levata in rispettosa preghiera; dagli ampi drappeggi della su aveste e dai nobili, rugosi lineamenti, promana una elementare sicurezza. Egli appare come una roccia grigia, una rupe lambita dalle acque, che non riescono ad erodere la sua massiccia calma scultorea. Fuori dall’acqua si protendo due mani ad afferragli le caviglie, e lo zotico nel barile lo guarda, attonito, ma l’austera figura non volge il suo sguardo indomito d’aquila dal punto dello spazio che sta contemplando, dalla Luce ch’egli vede e che sembra cadere su di lui, talché egli appare quasi fosforescente, mentre dietro e sopra di lui (nella scena seguente), la mano tesa del barbuto patriarca Noè, che sporge il capo fuor dell’arca per saggiare il tempo, suggerisce un beato acquietarsi dell’uragano.
Nessuno sa di sicuro chi sia questa misteriosa figura centrale. Molti critici ritengono si tratti di Noè, nel fiore degli anni, che si prepara all’imbarco sull’arca; altri obiettano che la figura non somiglia al barbuto Noè sbirciante fuor dalla finestra  dell’arca né al barbuto Noè degli altri affreschi del ciclo.
Ma se non è Noè, chi è? Uno dei figli di Noè? Ma non somiglia a nessuno dei figli dipinti nell’Ubriachezza di Noè, e la sua autorevole dignità esclude l’idea ch’egli sia qualcosa di meno del primo cittadino di un grande popolo. Si direbbe c’egli debba essere Noè, l’antenato leggendario del popolo italiano, scolpito in rilievo sul campanile di Giotto. Il barbuto Noè potrebbe rappresentare il patriarca, vecchio e devastato e santificato dal confino nell’arca, mentre l’uomo sull’isola asciutta potrebbe essere Noè nel colmo della virilità, uno dei giganti terrestri di cui parla il primo capitolo della Genesi, procreati dai figli di Dio con le figlie degli uomini. L’occhio e il magnifico naso ricurvo si ripetono in due visi. In ogni caso, egli è un fiorentino, un fiorentino quintessenziale <<che discese di Fiesole ab antico | e tiene ancor del monte e del macigno >> (Inferno, XV, 61).
Paolo fece una serie di affreschi per il Chiostro Verde (chiamato così per via della terra verde, sua materia favorita per affrescare). Vi erano una Creazione dell’Uomo e degli animali, una Creazione di Eva, una Caciata dal Paradiso, il Diluvio, il Sacrificio di Noè e l’Ubriachezza di Noè. Sfortunatamente gli altri sono più danneggiato del Diluvio universale, per cui restano chiaramente visibili solo alcuni ritratti
[…].”

(tratto da Mary McCarthy, Le pietre di Firenze, 1956)

Proverbio Toscano del Giorno

"Più pro fa il pane asciutto a casa sua, che l'arrosto a casa d'altri"

Piazza della Signoria

Foto di Francesco Baciocchi