domenica 27 dicembre 2020

Pietro Leopoldo e Livia Raimondi

Casino della Livia (Roberto Di Ferdinando)

“Nel Settecento, tramontata la dinastia medicea, il governo del Granducato di Toscana fu assunto dalla famiglia Asburgo-Lorena che iniziò qui a regnare al tempo di Francesco Stefano di Lorena, marito dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria; essi visitarono insieme una sola volta Firenze nel 1739, non potendo trattenersi più a lungo. Dopo un lungo periodo di Reggenza dobbiamo aspettare il 1765 per
avere nuovamente la presenza stabile del Granduca regnante a Firenze, cioè quando Pietro Leopoldo, figlio della coppia imperiale. Inizia la sua duratura permanenza in città accompagnato dalla sposa Maria Luisa Borbone. A Pietro Leopoldo  però una sola sposa non bastava e così ebbe varie amanti, tanto che si racconta che la Granduchessa, uscendo a passeggio con i figli, li invitasse a salutare gli
altri bambini perché forse loro fratelli. Fra le varie relazioni amorose di Pietro Leopoldo, di solito ricordato solo per le importantissime riforme economiche e politiche in Toscana, la più celebre quella con la ballerina romana Livia Raimondi. Le circostanze che li avevano fatti incontrare erano davvero particolari: Livia era stata fischiata mentre si esibiva di fronte a degli studenti pisani e per questoandata a chiedere sostegno al Granduca, il quale era stato subito rapito dalla sua bellezza. Alla sua amante Pietro Leopoldo non fece mancare gioielli, vestiti eleganti, porcellane e libri (non dimentichi che il granduca era un grande estimatore degli Illuministi francesi).
Il loro rapporto sereno, iniziato nel 1786 e rallegrato dalla nascita del figlio, Luigi, nel 1788, venne improvvisamente turbato dai fatti interni della politica internazionale: il fratello di Pietro Leopoldo, l’Imperatore Giuseppe II era morto e il granduca doveva lasciare la sua amata Toscana per diventare imperatore d’Austria al suo posto, col nome di Leopoldo II. Livia fu invitata a trasferirsi a Vienna ma la sua vita lì non fu più serena. Aveva deciso di tornarsene in Italia quando, nel 1792, Pietro Leopoldo morì e il nuovo imperatore Francesco le strappò il piccolo Luigi, suo
fratellastro, perché crescesse in Austria mentre Livia venne rimpatriata. Il bambino negli anni venne educato da militare e combatté nelle guerre antinapoleoniche.
Si sono conservate molte lettere indirizzate da Luigi alla madre, scritti che esprimono il desiderio del giovane di poter rincontrare Livia a Firenze.
Questo incontro non potè mai avvenire: egli si ammalò all’inizio del 1814 e morì il 2 luglio dello stesso anno, non prima di essere almeno riuscito a inviare alla madre una ciocca dei capelli e chiedendogliene a lei in cambio una delle sue. Di questo intreccio di vite a Firenze rimane, a duratura memoria, la casa in cui la madre e il piccolo vissero insieme così pochi anni, l’elegante palazzina situata all’angolo tra via degli Arazzieri e Piazza San Marco, oggi circolo Ufficiali, ricordata come il Casino della Livia.”
(Tratto da: Pietro Leopoldo e Livia Raimondi, di Samuele Magri, in Florence is you, aprile 2016)

domenica 13 dicembre 2020

Ercole e il leone

Immagine tratta da Tripadvisor

“Piazza Ognissanti venne creata nel XIII secolo per permettere ai fedeli di assistere alle prediche degli Umiliati di fronte la chiesa di Ognissanti.  Dal 1860 al 1930 fu chiamata piazza Daniele Manin, in onore del patriota risorgimentale, e subì una modifica con la creazione del Lungarno Vespucci, che la ingrandì e vide la costruzione di palazzo giuntini e dell’Hotel Excelsior. Nel 1937 la statua di Manin fu sostituita da quella in bronzo Ercole e il leone, ad opera di Romano Romanelli, proveniente da una storica famiglia di scultori attiva a Firenze dal XIX secolo […]”.
(Tratto da: Fancy Florence - Food Fashion & Forniture - La Firenze dei fiorentini)

La statua dedicata a Tommaso Manin si trova oggi collocata nel piazzale Galileo

lunedì 7 dicembre 2020

Il palazzo in cemento armato di Borgo Ognissanti


“Situato in Borgo Ognissanti all’altezza del numero 28, tra la Chiesa di Ognissanti e la casa galleria Vichi, proprio come quest’ultima è stata costruita nei primi del XIX secolo e rappresenta uno dei rarissimi esempi di costruzione in stile Liberty di tutta la città.
La struttura semplice ed elegante, la luminosità, le proporzioni ripresa dalla tradizione toscana, lo rendono un esempio unico in tutto il panorama europeo. Sede nei primi anni del secolo scorso di uno dei principali grandi magazzini della città, la Grossenbacher, (magazzini di tessuti e ricami)  oggi ospita un negozio […]. Si dice che Botticelli sia nato proprio qui nel 1445.”
(Tratto da: Fancy Florence - Food Fashion & Forniture - La Firenze dei fiorentini)

sabato 5 dicembre 2020

Mandragora offìcinarum (Mandragora)


Pianta magica per eccellenza sia per la forma della sua lunga radice che ricorda il corpo umano, sia per il suo contenuto in alcaloidi, che provocano alterazioni della coscienza con tratti spiccatamente sensuali. Usata per riti e pratiche magiche, si credeva avesse un “animo umano”. Andava raccolta da un cane e non da un uomo (che sarebbe impazzito per il grido che la pianta emetteva) e aveva il potere di donare amore eterno, invulnerabilità, buona o cattiva sorte secondo come fosse trattata. Peccato che i suoi effetti “magici” fossero molto vicini ad effetti mortali per l’uomo.
(Tratto da: L'Orto dei Semplici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova nell’antico chiostro Medicherie)

martedì 1 dicembre 2020

Modi di dire: “a voglia se mi piace!”

Bandiera del Granducato di Toscana

L’espressione è usata per indicare qualcuno o qualcosa che gradiamo molto. L’origine deriverebbe dalla pronuncia toscana del tedesco “ja wohl” (“sì”, “agli ordini”), introdotto nel Granducato con l’arrivo a Firenze degli Asburgo-Lorena, della loro corte e dei loro funzionari sul finire degli anni Trenta del Settecento.
(Roberto Di Ferdinando

giovedì 26 novembre 2020

Palazzo Lenzi

 


“Palazzo Lenzi è anche conosciuto come il Palazzo degli Enigmi, perché le sue origini sono
misteriose: il Vasari ne attribuì la costruzione a Filippo Brunelleschi, ma oggi si pensa che si confondesse con Palazzo Bardi, l'ipotesi più
accreditata è quella che l’architetto fosse Michelozzo, ma potrebbe anche essere stato un terzo architetto. L’inizio dei lavori di costruzione è incerto e viene collocato nel 1470, periodo in cui i due fratelli Lenzi (famiglia di Petriolo, che esercitò la mercatura) vivevano a Borgo Ognissanti. Il Governo francese acquistò l’edificio nel 1950, che oggi ospita il consolato, l’istituto e la biblioteca francese.
(Tratto da: Fancy Florence)

martedì 24 novembre 2020

Sedum telephium (Erba della Madonna, Faba grassa)


Erba da sempre impiegata come risolvente per le infiammazioni, per le ustioni e per guarire le piaghe. Attualmente usata al nuovo ospedale di San Giovanni di Dio, storicamente veniva utilizzata per realizzare il famoso cerotto dei monaci Vallombrosani detto cerotto di Padre Rimbotti. Ogni famiglia contadina aveva una piantina di Sedum in una vecchia pentola, all'uscio di casa, per la fortuna.”
(Tratto da: L'Orto dei Semplici dell’Ospedale di  Santa Maria Nuova nell’antico chiostro Medicherie)

domenica 15 novembre 2020

Il Tabernacolo monumentale delle Fonticine


 “Nel processo di ingrandimento urbanistico cui fu sottoposta Firenze nel corso del XIX secolo spicca la realizzazione di Piazza dell'indipendenza (inizialmente chiomata Maria Antonia) e dì tutto il contorno di arterie che, di fatto, costituiscono un ampio reticolo adiacente la stazione ferroviaria di Santa Maria Novella.
Tra queste l'attuale Via Nazionale costituisce la fondamentale arteria di collegamento tra l'anello dei viali con lo scalo ferroviario principale della città e appare già tracciata (sia pure per il tratto tra Via Guelfa e Via Faenza) nella pianta di Firenze redatta nel 1 731 da Ferdinando Ruggieri.
Prima del 1859 la via si divideva in vari tratti con diverse denominazioni ma, con il rapido sviluppo ottocentesco del quartiere di Barbarano.
Si arrivò alla configurazione attuale per cui si intervenne con lo spostamento del fronte degli edifici determinando un ampliamento del tratto centrale antico.
Il Tabernacolo delle Fonticine di Via Nazionale che si trovava, in origine, nella vicina Via Santa Caterina d'Alessandria fu smontato e ricomposto in asse con Via dell'Ariento, sul muro esterno dell'orto del soppresso convento delle monache di S. Onofrio di Fuligno, sicuramente prima del 1847. […].
La  consuetudine di collocare le immagini sacre lungo le direttrici viarie, pur essendo molto anteriore all'età medioevale, si sviluppò enormemente anche a seguito di gravi epidemie (v. la peste del 1348) e si può affermare che, alla fine del Trecento, a Firenze non ci fosse strada o piazza in cui non si incontrasse un'immagine della Madonna, dispensatrice di grazie e carità.
Molti tabernacoli giunti sino a noi furono commissionati, oltreché da privati, dalle libere istituzioni nate per l'esercizio delle opere di pietà e carità, dalle potenti Corporazioni delle Arti e da quelle associazioni, dette ‘Potenze' che, costituitesi fin dal Duecento, avevano il compito di organizzare festeggiamenti in occasione delle  vicende cittadine. Queste brigate, composte dal popolo minuto, avevano base prettamente rionale e furono attive sino al 1629 quando, a causa di antagonismi aggressivi e di ingerenze politiche tra le loro fila, iI Granduca Ferdinando II decise, per prudenza, la soppressione.
Il Tabernacolo monumentale delle Fonticine è una costruzione complessa che ospita una grande opera in terracotta invetriata policroma realizzata da Giovanni Della Robbia nel 1522 su incarico della Potenza denominata” Reame di Beliemme'.
Il nome ‘Fonticine" deriva dalle selle cannelle che, abboccate al altrettanti protomi di cherubini modellate nel marmo, versano acqua potabile nello stretto bacile della vasca. […]”
(Tratto da: Il restauro del Tabernacolo delle Fonticine, a cura del Comune di Firenze, 2016)

venerdì 6 novembre 2020

Iris florentina

(Giglio fìorentino, Giaggiolo)
“Questa pianta è con molta probabilità il fiore stemma della Repubblica Fiorentina (l’altro fiore supposto è il Lilium candidum). Specie quasi estinta nel territorio nazionale, si presenta come un Iris molto piccolo, bianco latte con leggere sfumature blu, uni o bifloro. Pianta antica, usata già dai Greci e Romani per estrarre il profumo
dal rizoma, fu soppiantata dall’Iris germanica e dall’Iris pallida, piante più robuste e redditizie.”
(Tratto da: L’Orto dei Semplici dell’Ospedale Santa Maria Nuova nell’antico chiostro Medicherie - percorso Museale dell’Ospedale Santa Maria Nuova)

mercoledì 28 ottobre 2020

L'acqua antisterica


Chrysanthemum balsamita (Balsamita)
“L’”acqua antistorica”, specialità dell’officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella, è una particolare miscela di piante aromatiche quali la Balsamita, la Menta e la Cannella di Ceylon, conosciute per le loro proprietà benefiche e rinfrescanti. La Formula originale fu elaborata nel 1614 dal frate Angiolo Marchissi.
Era usata contro la depressione e gli svenimenti e come tonico, antispastico e vermifugo.”
(Tratto da: L’Orto dei Semplici dell’Ospedale Santa Maria Nuova nell’antico chiostro Medicherie - percorso Museale dell’Ospedale Santa Maria Nuova)

sabato 24 ottobre 2020

Il contratto di affitto della Loggia del Piazzale Michelangelo del 1882


"1° maggio 1882. Dopo la scomparsa del marito, il droghiere Alessandro Ronci, primo affittuario del caffé-restauraut La Loggia, la moglie Palmira non è più in grado di pagare il semestre anticipato delle 40O lire annue di affitto dovute al Comune dì Firenze e di portare avanti l’esercizio:  da lì la decisione di riconsegnare il locale all’amministrazione cittadina. Fra i documenti contenuti nel fascicolo vi è l’iniziale contratto di affitto che consente di ricostruire tempi e condizioni di assegnazione del locale. Già il 28 luglio 1871, nelle settimane del trasferimento della capitale da Firenze a Roma, la Giunta municipale con delibera adottata in via d'urgenza, affidava ai signori Gelasio Lazzeri e Riccardo Ciampi i lavori per la costruzione di una “Loggia ad uso di caffé sul Piazzale Michelangelo": il progetto del Poggi del museo michelangiolesco era stato accantonato a vantaggio di un più redditizio caffé-restaurant.
I lavori vanno avanti negli anni: nella prima metà del 1876 l'edificio è consegnato all’Amministrazione comunale, che procede nel luglio di quello stesso anno alla concessione dell’immobile in affitto: al droghiere Alessandro Ronci, appunto, secondo le condizioni indicate nel documento qui riportato, che le riepilogava in data 22 febbraio 1877. Si apprende fra l'altro che il 4 luglio 1876 la Giunta aveva concesso al
 Ronci l'uso gratuito del locale (probabilmente per compensare le iniziali spese di avvio e di adeguamento) fìno al 1° novembre 1877: da tale data scattava il canone di affitto di quattrocento lire annue (accordo quinquennale) da versare in due rate semestrali anticipate. Fra le clausole, il diritto del Comune di usare certi spazi in occasione di feste straordinarie. I documenti riportati illuminano altresì su ulteriori aspetti rilevanti: il canone assai elevato dell’immobile, tenuto conto che il guadagno per l’affittuario si registra solo nei mesi estivi e ore serali, "essendo  di troppo esposto negli altri tempi ai venti forti e diacci del Nord , e non essendo quei viali popolati che in estate nelle, ore fresche della sera, ma più specialmente le feste”. Di conseguenza occorreva accertasi bene della persona con cui veniva stipulato il contratto di affitto, affinché non venisse fatto di quegli ambienti un “uso immorale": il che consentirebbe certi ricavi più elevati rispetto al solo esercizio di  caffé-restaurant, ma snaturerebbe la destinazione per cui la Loggia era stata realizzata, fra arte, astronomia e cultura.

Municipio di Firenze
2° Uffizio - Ragioneria
N. 305
Oggetto: Caffè della Loggia sul piazzale Michelangiolo - Sulla riconsegna offerta del medesimo e sul nuovo affitto

All’onorevole  Sig. Sindaco di Firenze

[Contratto di affitto] anno Milleottocentosettantasette a questo dì ventidue del mese di febbraio in Firenze
La Giunta Municipale di questa città nell’adunanza del dì quindici gennaio prossimo passato concesse in affitto al Signore Alessandro Ronci per lo annuo canone di Lire quattrocento il locale  ad uso di Caffé-Restaurant nella Loggia del Piazzale Michelangiolo.
Volendo quindi le Parti che di tale affitto e delle relative condizioni consti in buona e valida forma indi è che:
per il presente benché privato Atto da valere però e tenere alla pari di un pubblico Testamento apparisca e sia noto come l’Illustrissimo Signore Cavaliere Marchese Pietro del fu Marchese Luigi Torrigiani nato e domiciliato a Firenze di condizioni Possidente, nella sua qualità di Assessore  della Giunta Municipale del Comune di Firenze opportunamente indicato dal Sindaco di detto Comune;
il Signore Alessandro del fu Nicola Ronci nato a S. Vito in provincia di Roma, e domiciliato a Firenze in condizione di Droghiere hanno convenuto e stipulano quanto appresso:
In primo luogo protesta solennemente il Signore Marchese Pietro Torrigiani che con quanto va a fare e stipulare non ha inteso né intende di obbligare minimamente la sua persona, eredi, e beni ma soltanto i beni ed assegnamenti del Comune di Firenze, da aversi tale protesta per ripetuta nel presente Atto quante volte occorra.
Secondo - Il Signore Cavaliere Marchese Pietro Torrigiani nella surriferita sua qualità  di Assessore del Comune suddetto, ed in conformità della Deliberazione sopracitata concede in affìtto al Signore Alessandro Ronci il locale di proprietà comunale ad uso di Caffè-Restaurant posto nella Loggia Piazzale Michelangelo.
(a) La durata dell'affìtto sarà di anni cinque decorrenti dal Primo Novembre Milleottocentosettantasette, giorno in cui è terminata la convenzione gratuita dell'uso di detto locale fatta al Signore Ronci con liberazione della Giunta sudetta del dì quattro luglio Milleottocentosettantasei, ed il canone da corrispondere dal Signore Ronci stesso al Comune sarà di Lire quattrocento all'anno pagabile in rate semestrali  anticipate;
(b) Il Signore Alessandro Ronci invigilerà che i suoi inservienti rispettino e facciano le piantagioni circostanti al locale ed i pietrami della Loggia, e tengano ben netto il pavimento ed ogni altra parte del locale medesimo;
(c) Le tre Latrine esistenti dovranno essere tenute con proprietà onde non tramandino cattive esalazioni;
(d) Senza il permesso dell'Uffizio Tecnico Municipale non potranno essere messi chiodi, o tende nella Loggia e terrazza superiore;
(e) In caso di bisogno di restauri o quando si verificassero movimenti nella fabbrica della Loggia, il Comune avrà il diritto quando lo crede opportuno di eseguire lavori senza la corresponsione di alcun indenizzo all'affittuario;
(f) L'Amministrazione Comunale si riserba inoltre il diritto di collocare tanto nella tribuna che nei Sodi della Loggia, delle statue e altre decorazioni le quali dovranno essere rispettate;
(g) L’affittuario Ronci dovrà remuovere il Cartello apposto, sulla balaustrata della terrazza, e potrà collocarne altri nel modo che gli verrà indicato dall'Ingegnere Comunale soltanto però agli sbocchi delle vie che conducono alla Loggia sopramenzionata;
(h) Egli avrà bensì la facoltà di estendere le tavole nel Piazzaletto prospiciente e nel giardino annesso e di porre anche tavole avanti i sedili di proprietà comunale esistenti in detto giardino non che peraltro debba maggiormente curare sotto la sua personale responsabilità che non siano recati danni ai sedili stessi e alle piantagioni circostanti;
(i) L’affittuario medesimo dovrà nei giorni festivi e di concorso illuminare a proprie spese i fanali straordinari esistenti sulla balaustrata superiore alla vasca del Gran Piazzale;
(k) Sarà rinnovato l'Inventario degli affissi e di quant'altro sia creduto opportuno per  consegnarlo alla custodia e vigilanza dell’affittuario; (l) Resta convenuto che il Signore Ronci potrà godere per uso del locale affittatogli di una quantità di acqua, proveniente dal condotto di Gamberaia, non maggiore di litri Novecentoundici e sessantotto centilitri al giorno, e che nel caso di rottura o di restauro del Condotto stesso o di qualunque altra evenienza non debba il Comune essere obbligato a fornire detta quantità di acqua a sue spese, né a corrispondere per detta mancanza indennità alcuna. Verificandosi la rammentata mancanza di acqua il Comune concede fin d’ora all’affituario di fornirsene attingendola dai due pozzi di proprietà del Comune medesimi situati l'uno sotto il Piazzale Michelangiolo, e l'altro sul Viale in faccia alla villa Ciantelli, od alla cisterna del Convento del Monte;
(m) Nell'occasione di feste pubbliche straordinarie potrà il Comune valersi della terrazza esistente sopra la Loggia, e di quei locali che gli fossero necessari senza alcun indennizzo all'affittuario, come sarà sua facoltà di chiudere il giardinetto per gli inviti in conformità di quanto avvenne nell'occasione delle feste del Centenario Michelangiolo. Non cesserà però in tali circostanze l'esercizio di Caffè-Restaurant del Signor Ronci a servizio di quelli ammessi nel recinto chiuso esclusa la terrazza;
(n) Potrà l'Uffizio Tecnico Comunale esaminare due volte l'anno le fogne della Loggia e dei Sotterranei, e porle in carico occorrendo;
(o) Le spese tutte del presente atto sono a totale ed esclusivo carico del Signor  Ronci .
Fatto, letto e sottoscritto il presente atto nel giorno, mese, ed anno che sopra in Firenze , e precisamente in una Sala del
Palazzo Comunale posto in Piazza della Signoria.
Ca Pietro Torrigiani
Ca Alessandro Ronci
Repertorio n. 227
Autenticazione di firme ed atto di locazione…..”
(Tratto da: La Loggia e la sua storia, a cura degli Amici della Loggia, Umberto Cechi, Cosimo Ceccuti, Elio Erbucci, Raul Rega)

lunedì 12 ottobre 2020

I palazzi del potere di Firenze Capitale

“[…] La capitale a Firenze. Palazzo Pitti accoglie la Reggia; Palazzo Vecchio il Parlamento, col
Senato “sistemato” nella galleria degli Uffizi, nella sala dell’antico teatro mediceo (con 97 scalini da salire per gli anziani membri dell’alta assemblea). I ministeri si sistemarono nei palazzi e nei conventi. A palazzo della Signoria il ministero degli esteri, dove abbiamo visto insediarsi irami del Parlamento; il ministero della guerra, prima in via Gino Capponi e poi nell’edificio nuovo di Piazza San Marco; il ministero dell’interno a palazzo Medici, in via Larga, oggi via Cavour; quello delle finanze nel Casino della Livia e il Casino medìceo di via Larga. Sull’Arno, in piazza Frescobaldi, al di là del ponte Santa Trinità, nel settecentesco edificio dei padri delle Missioni, il ministero della marina; nell’ex convento di San Firenze, l’istruzione, nel convento di Santa Maria Novella i lavori pubblici. In altri palazzi privati gli altri ministeri. La grazia e giustizia nel Corso, a Palazzo di Cepparello; l’agricoltura via Pandolfini, nel palazzo Galli Tassi; il Consiglio di Stato nel palazzo Strozzi, detto “Non finito”, in via del Proconsolo. In convento a Santa Maria Novella, andò la Corte di Cassazione e in quello della Badia la Tesoreria Generale. […]”
(Tratto da: “LA LOGGIA' - E LA SUA STORIA, a cura degli Amici della Loggia - Umberto Cocchi, Cosimo Ceccuti, Ezio Erbucci, Raul Rega)


sabato 10 ottobre 2020

Sempervivum tectorum (Semprevivo dei tetti)

Il nome volgare della pianta, rende ragione del fatto che nelle campagne si usava farla crescere sul tetto per proteggere la casa dai fulmini, da questa credenza scaturì una legge dell'Imperatore Carlo Magno (742-814) che  ordinava ai contadini e alpigiani di coltivare i Semprevivi sui tetti delle loro case. Le piante erano usate dalle popolazioni montane anche per preparare cataplasmi contro le punture di insetti, le ustioni, le ulcerazioni cutanee ed anche in infuso come collirio, contro le infiammazioni congiuntivali.
(Tratto da: L'Orto dei Semplici dell'Ospedale di Santa Maria Nuova,  antico chiostro delle Medicherie)

lunedì 5 ottobre 2020

Il Re e Palazzo Pitti

 


“[…] Per il Re, Palazzo Pitti andava benissimo. E non solo per la sua dimensione regale, per il pregio delle opere d'arte e  per il giardino di Boboli, ma soprattutto per quell'ingresso, detto di Annalena, dove era - come scrive Ugo Pesci nel suo libro Firenze  Capitale - “pienamente libero, poteva andare e venire a suo comodo, senza essere osservato…ricevere nelle ore mattutine chi gli pareva e piaceva; godere insomma quella libertà della  quale egli fu amatissimo". Per abitazione egli scelse il quartiere della Meridiana: proprio nell’edifìcio neoclassico che Leopoldo I aveva fatto costruire al Paoletti ed era stato poi continuato dai Poccianti, il suocero di Giuseppe Poggi. "Anche la vicinanza delle ville suburbane - continua il Pesci- di Castello e della Petraia - in questa venne quasi subito ad abitare la contessa Rosa di Mirafiori - la non grande distanza tra Firenze e la tenuta di San Rossore resero subito gradito a Vittorio Emanuele il soggiorno nella nuova capitale". L'unico problema erano i cavalli e le carrozze. Per scuderie e rimesse serviva in piazza S. Marco una parte di quei locali che sono stati poi attribuiti all'Istituto Geografico Militare e all'Università. Ma non fu difficile rimediare questa defìcienza. Le nuove scuderie fuori Porta Romana, tra il Giardino di Boboli e il primo tratto di Viale dei Colli furono la sola richiesta del Re. Per i corazzieri bastava il convento del Carmine. [...]"
(Tratto da: “La Loggia" e la sua storia, a cura degli Amici della Loggia ,Umberto Cecchi, Cosimo Ceccuti, Raul Rega, Ezio Erbucci)

sabato 26 settembre 2020

Il caro affitti di Firenze Capitale


“[...] i fiorentini appaiono preoccupanti per l'aumento vertiginoso degli affitti. "Problema non piccolo - ricorda Giovanni Spadolini nelle pagine di Firenze Capitale. Gli anni di Ricasoli - - sistemare diecimila impiegati, i "cavajer” che dilagano da Nord con le loro famiglie. Qualcosa come ventisei-trentamila persone'. Personaggi famosi, fra loro, ma soprattutto oscuri travet, che si radicano con la famiglia nella città. Un solo esempio, Giovanni Giolitti. Il futuro statista aveva allora ventitre anni, appena entrato in ruolo come sostituto procuratore, con uno stipendio di duemila lire annue. Dopo un primo soggiorno con la madre, si stabilisce a Firenze nel 1869, appena sposato con Rosa Sobrero. Affitta un quartiere in Via San Sebastiano, oggi via Gino Capponi,  al numero 16. Alle sei del mattino esce di casa, attraversa piazza della Santissima Annunziata, verso San Marco e via Cavour, fino a palazzo Riccardi. Alla Chiesa della SS. Annunziata battezzerà tre figli, di cui il primo, Giovenale, vissuto solo pochi mesi...[...]."
(Tratto da: La Loggia e la sua storia, a cura degli Amici della Loggia, Umberto Cecchi, Cosimo Ceccuti, Elio Erbucci, Raul Rega, 2012).
 

lunedì 14 settembre 2020

Florence Nightingale

“[...] Florence Nightingale, il nome è frutto dell'amore che i genitori nutrivano per Firenze, dove nacque il 12 maggio del 1820 sulla collina di Marignolle. Florence, una sua zia materna, e le altre 37 infermiere londinesi volontarie - dicevamo in pochi mesi riuscirono a ribaltare le spaventose condizioni igienico-sanitarie di quell'infame ospedale da campo (Guerra di Crimea) riducendo di due terzi le morti tra i feriti inglesi. La notizia arrivò in patria e il giornale “Times" esaltò la missione di quelle eroine [...] Tornata a casa, nel 1860 riuscì a far capire alla Reale Commissione quanto, oltre a buone medicine, fossero essenziali i requisiti da lei forniti per dare un minimo di dignità agli ospedali civili e militari. Parliamo dell'aria pulita, dell'acqua pura, fogne efficienti, pulizia e luce. A questi ne accodava tre, altrettanto curativi: silenzio, calore, dieta. E subito dette vita alla Scuola Nightingale, la prima al mondo destinata alla formazione degli infermieri, offrendo nozioni, e un rigoroso metodo da seguire. [...] L'opera di Florence ispirò anche la nascita della Croce Rossa. Morì a Londra il 13 agosto del 1910. La natia Firenze le ha dedicato una statua nella basilica di Santa Croce. [...]."

(Tratto da: Alfredo Scanzani, in Storia & Storie di Toscana, MARZO-APRILE 2020)

mercoledì 9 settembre 2020

La peste del 1630


“[…] L’abbigliamento dei medici durante la pestilenza: il "becco" era riempito di erbe aromatiche per purificare l'aria infetta, il bastone per visitare l'infermo senza toccarlo. […] Il cuoio veniva creduto invece uno scudo ai “semi” della nera. I medici si coprivano interamente il corpo con mantello e cappello di pelle […]”. (Pino Miglino, in Storia & storie di Toscana MARZO-APRILE 2020).

sabato 29 agosto 2020

Quando San Giuseppe fu comprotettore di Firenze

 

Chiesa di San Giuseppe (foto tratta da: https://www.beweb.chiesacattolica.it)

“[…] Cosimo III, non si sa per quale voto fatto ed esaudito il 18 dicembre del 1719 elesse San Giuseppe patrono di Firenze e del granducato. La solenne proclamazione del «comprotettore del felicissimo Stato» avvenne nel 1720 in occasione della ricorrenza del santo, e fu sancita da un documento del Senato dei Quarantotto nella chiesa accanto alla basilica di Santa Croce (prima c’era una cappella della Compagnia di Santa Maria del Giglio e San Giuseppe) […]. Il granduca s’era sentito ispirare a porre famiglia e Stato «sotto il potentissimo patrocinio, tutela e dominio assoluto del glorioso San Giuseppe» e alla speciale cerimonia assistettero pure il figlio Gian Gastone e la principessa Elettrice.
Il senatore Filippo Buonarroti lesse la carta d’elezione, fu cantato il Te Deum, poi seguì uno sparo d’augurio dalla Fortezza da Basso.
Cosimo s’impegnò pure a mandare, ogni 18 di dicembre (anniversario del suo voto), olio e cera al convento dei padri Minimi […].
La storia durò poco. Ci pensò il libertino Gian Gastone a far svanire il sogno del padre […].”
(Alfredo Scanzani, in Storia & storie di Toscana, gennaio-febbraio 2020)

venerdì 21 agosto 2020

Le campane di Santa Maria Novella che fecero scappare Leopardi

 

“Maria Domenica Caterina, Maria Nunziata Pietra Tommaso, Maria Assunta Vincenza Antonina e Maria Giovanna Caterina, tutte e quattro figlie del fonditore fiorentino Alessandro Tognozzi, vennero battezzate il 16 giugno del 1764. Risuonarono per l’intera città di Firenze. Parliamo delle campane della basilica di Santa Maria Novella, rifuse anche con il bronzo delle vecchie sorelle che risalivano all’inizio del 1300. Tra bronzo antico, quello nuovo e la manodopera, costarono un patrimonio (1077 scudi, 4 lire e 11 denari). Ma il suono lasciava un po’ a desiderare e di questo se ne lamentò persino il poeta Giacomo Leopardi, che nel 1830 alloggiava in un albergo poco lontano. Nervosetto di suo, Leopardi non riteneva gradevole quello scampanio e decise di trasferirsi in una locanda più silenziosa. Rimediò alla supposta stonatura fra’ Rosario Magnelli che quindici anni dopo, proprio per armonizzare al meglio il suono delle quattro campane, con la scusa di onorare il fondatore del convento di Santa Maria Novella spese 800 libbre per aggiungere una squilla, dedicandola a  Giovanni da Salerno, eletto beato fra gli angeli e le campane. […]”
(Alfredo Scanzani, in Storia & storie di Toscana, gennaio-febbraio 2020)

martedì 18 agosto 2020

Torre di San Niccolò alle Rampe

Torre di San Niccolò alle Rampe (Gabinetto Vieusseux, Archivio Contemporaneo A.Bonsanti, Fondo Poggi)
 

mercoledì 5 agosto 2020

L'Educandato di Poggio Imperiale

foto di Autore: Stefano Casati
“Di quel fascino misto a baldanza si era accorto anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel sottolineare, tra le pagine del suo Il Gattopardo, “quante arie“ fosse solita darsi Angelica una volta “ritornata dal collegio di Firenze“, andando “ n giro per il paese con la sottana rigonfia e i nastri di velluto che le prendono giù dal cappellino“. […] E’ l’Educandato della Santissima Annunziata il collegio di cui parla lo scrittore. La scena descritta ne Il Gattopardo si riferisce a qualche anno prima che l’Educandato lasciasse l’antica sede di via della Scala (per far posto al Ministero dei Lavori Pubblici), dove poi arrivò l’Accademia per Sottufficiali dei Carabinieri. Accadeva il 31 marzo del 1865, un mese dopo che Firenze divenne Capitale del Regno. […] Fu lo storico e politico Gino Capponi a fondarla nel 1823 […] anche se la prima allieva arrivò solo due anni dopo. E nel 1861 con l’Unità d’Italia, l’Educandato femminile divenne scuola dello Stato a tutti gli effetti. Prima di salire sul poggio “per diretta mano del re Vittorio Emanuele II che volle ristrutturare la villa per ospitare l’istituto a cui era da sempre legatissimo, perché qui da piccolissimo rischio di morire bruciato nella culla. […] 1822 quando il neonato figlio di Carlo Alberto, futuro re d’Italia rischiò di morire in culla […]  leggenda secondo cui morì effettivamente e fu fsostituito con uno dei 17 figli del macellaio delle Due Strade detto il Maciacca. […] Da qui è passata parte importante della storia italiana da Maria Josè che arrivò già destinata essere la futura regina,  alla figlia di Mussolini, Edda, quella di D’Annunzio, le figlie di Marconi e Mascagni, la madre di Romina Power Linda Christian che ci tornò col marito Tyron Power in viaggio di nozze. E poi la scrittrice Dacia Maraini, l’attrice Marisa Berenson, una Rockfeller,  le tre figlie dell’ultimo re dell’Afghanistan tutta la nobiltà fiorentina e italiana e la borghesia del boom. […] Negli anni 70 la scuola aprì anche ai maschi. Fu il primo istituto a insegnare fisica, partecipò all’Expo di Parigi del 1839 con propri manufatti, si dedicò  con metodi originali all’insegnamento dell’arte aprendo a insegnanti non laureati ma grandi artisti: Adriana Pincherle, Onofrio Martinelli, Enzo Faraoni. […] Nel Quattrocento era un podere di campagna, nel Cinquecento una villa vera e propria, nel Seicento è sempre più imponente con affreschi di grandissimo valore del Volterrano, Terreni, Matteo Rosselli […]. Nel Settecento assume un profilo internazionale con decorazioni simili a quelle di palazzo Pitti. Poi la stagione napoleonica cambia il volto del Poggio e ci restituisce l’immagine ritardo il mio classica che vediamo ancora oggi con quella cappella unica nel suo genere […]”
(Tratto da: Poggio un ballo nella storia, di Edoardo Sommola, Corriere Fiorentino del 27 marzo 2015)

venerdì 24 luglio 2020

Sotto i portici degli Uffizi....

“La Fabbrica degli Uffizi, che forma tre lati di un parallelogramma, è di ordine dorico, fu eretta secondo il progetto del Vasari. Le arcate, o portici, sono una sorta di bazar, e sono occupati da piccoli commercianti, i cui banchi allegri straripano solo di merci francesi e inglesi. Il contrasto che queste formano con gli oggetti circostanti estremamente piacevole."
(Lady Morgan 1819-20)

mercoledì 15 luglio 2020

I Buonaparte e Firenze

“Un legame forte dei Buonaparte con la Toscana, ed in particolare con Firenze, fu quello di Paolina e Carolina, seconda e terza sorella dell’Imperatore […] per esservi morte, nel 1825 e 1839, e la seconda perché mi fu anche sepolta […]. Paolina fu con Napoleone esule all’Elba, fece lunghi soggiorni in Lucchesia e a Pisa, morì poi a Firenze in una villa situata sulla collina di Montughi, ma venne sepolta a Roma nella cappella della famiglia Borghese, quella del marito. […] L’altra sorella, Carolina, era la moglie del famoso maresciallo napoleonico Gioacchino Murat. […] Carolina ormai vedova si risposò con Francesco  McDonald, che era stato ministro dello stesso Murat, ma non ebbe figli, e dopo vari trasferimenti si stabilì con lui a Firenze nel 1830, nel palazzo di Annalena, in via Romana, e nel 1839 vi morì. Fu sepolta nella chiesa di Ognissanti[…]  dove si può ancora visitare la piccola cappella funebre[…] Ma in Toscana vennero a morire anche i due fratelli dell’Imperatore. A Firenze vi sono ricordi del maggiore ovvero Giuseppe Buonaparte (1768-1844), che studiò giurisprudenza all’Università di Pisa , divenne prima Re di Napoli poi di Spagna. Dopo la caduta del fratello trascorse un lungo periodo negli Stati Uniti per tornare in Europa nel 1839 e stabilirsi a Firenze nel 1841, dove morì nel 1844. Risiedeva nel palazzo Serristori sul Lungarno omonimo, dove una targa in via Renai lo ricorda… […] Fu però sepolto insieme a Napoleone e l’altro fratello Girolamo nella chiesa di Saint Louis des Invalides  a Parigi. Quest’ultimo (1784-1860), il più giovane dei fratelli dell’Imperatore, che divenne re di Vestfalia, dopo l’esilio dimorò a Trieste, Roma e infine a Firenze nel palazzo Orlandini del Beccuto in via de Pecori. Ma a Firenze in Santa Croce è sepolta anche la figlia dell’appena citato Giuseppe Buonaparte, ossia Charlotte Napoleone, quindi nipote dell’Imperatore, che morì di parto a 37 anni, nel 1839. Aveva sposato il cugino Napoleone Luigi (1804-1831) figlio di Luigi e Ortensia Beauharnais ed avevano abitato a Firenze. […] Carlo Luigi Napoleone (1808-1873) divenuto l’Imperatore Napoleone III, che in anni giovanili, nel 1830 si era rifugiato a Firenze, dopo essere stato espulso da Roma. Luigi abitò per lunghi periodi a Firenze nel palazzo Gianfigliazzi, sul Lungarno Corsini, acquistato nel 1828, dove soggiornò anche Alessandro Manzoni. […] Ebbero forti legami con la Toscana, pure i genitori Napoleone che erano di lingua e cultura italiane. La famiglia del padre, Carlo Maria (1746-1785), aveva una storia antichissima che risaliva ai Buonaparte di Firenze dalla quale nel secolo XIII erano derivati due rami: di San Miniato e di Sarzana. Napoleone […] durante la campagna d’Italia vuole andare a saluta lo zio a San Miniato […] il 30 giugno passo la notte a Firenze nel palazzo Ximenes di Borgo Pinti […]”
(Tratto da: “Vita e morte di Bonaparte in Toscana, di Maurizio Maggini, Storia e Storie di Toscana)

venerdì 26 giugno 2020

La bella Villana

“Villana (1332-1360), figlia del ricco mercante Messer Lapo de’Botti, bella e procace, di “villana“ aveva soltanto il nome essendo essa gentile, educata e molto garbata. Fin da bambina fu attratta dalla vita religiosa senza pur tuttavia approdarvi, in quanto i ricchi genitori la obbligarono a sposarsi. Era il periodo terribile della peste nera del 1348, che sterminò quasi 100.000 fiorentini […]. Molti sopravvissuti si abbandonarono ai piaceri e alle frivolezze […]. Giovanissima pervenne a nozze nel 1351 con Rosso di Pietro Benintendi di famiglia benestante al quale per la sua spiccata capacità seduttiva, lo sfavillante sguardo per una segreta corrispondenza all’intensa passionalità, procurò ben presto diversi grattacapi, conducendo una vita sfrenata e licenziosa ai margini del consentita […]. La compiacente Villana era una delle donne più desiderate di Firenze […]. Una mattina nel farsi con accuratezza il solito maquillage per apparire ancora più bella e desiderabile, Villana si guardò con civetteria, come sempre, allo specchio e con spavento, anziché vedere le sue avvenenti fattezze, vide riflesso il volto del demonio. Gettata via quella superficie riflettente, si precipitò a guardarsi in altri specchi ma sempre con il medesimo risultato […] . Presa dal pentimento ed umiliata si strappò di dosso gli eleganti abiti, andò a confessarsi alla basilica di Santa Maria Novella decidendo di rinunciare alla vita mondana per abbracciare quella spirituale. Dopo aver venduto tutti i suoi beni, si fece terziaria dell’ordine di San Domenico […]. Riuscendo perfino a convertire il padre, il marito e diverse meretrici. la giovane donna  morì a soli 28 anni il 29 gennaio del 1360, tanto da essere poi beatifica da Leone XII il 27 marzo 1824 […]. Lo splendido monumento funebre che la vede giacente sotto un drappeggio sorretto da angeli si può vedere entrando nella basilica di Santa Maria Novella, a destra, quale pregevole opera eseguita nel 1451 dal famoso scultore da architetto Bernardo Rossellino […]”.
(Tratto da: Il diavolo allo specchio, di Luciano e Riciardo Artusi ,in Il Reporter - febbraio 2015)

giovedì 18 giugno 2020

Dino Compagni

Lapide in Santa Trinita - Fonte: Wikipedia
“Ventitre giorni […]. Tanto duro l’ultimo mandato da priore di Dino Compagni. Era l’autunno del 1301 quando, nella Firenze guelfa, i Neri presero il potere e spazzarono via gli avversari.Dino era Bianco, non gli toccò il confino come a Dante, ma perse il posto il restò esule in patria. Compagni si era costruito una rispettabile vita pubblica. Era un moderato, un brav’uomo […]. Non era uno spregiudicato, ma neanche un ingenuo. Gli bruciò essere scaricato in quel modo. Si tappo in casa a rimuginare, poi si mise a scrivere. […] Dalla sua penna uscì la <<Cronica>> delle cose fiorentine di quei tempi, il resoconto vivo di chi era stato nella mischia. […] Il buon Dino s’infervora, soffre, si indigna, fustiga i cattivi loda i bravi. <<Signori perché volete disfare una città così buona? Contro chi volete pugnare,? Contro i vostri fratelli? Che vittoria avrete? Non altro che pianto>>. Il piccolo libro appassionato rimase per secoli chiuso in un cassetto poi fu stampato e fece storia.”
(Testo di:  Silvia Lagorio in Corriere Fiorentino 2014)

lunedì 15 giugno 2020

Gli operai del cantiere dell'Opera del Duomo

“Dai registri dell’opera del Duomo. […]  Gli operai al lavoro nel cantiere principale, la cui base inferiore era a 55 metri di altezza, e si trovava all’interno della cupola in costruzione, non furono mai più di 80. Il numero variava a seconda della stagione e del denaro a disposizione. Dunque, per andare in cantiere, le maestranze dovevano salire almeno 300 gradini, e perché non perdessero tempo su e giù per le scale, con tutti i rischi che ne derivavano, era loro vietato di farlo più di una volta al giorno. Inoltre, quando pioveva, restavano tutti senza paga, salvo tre o quattro, sorteggiati, ai quali veniva chiesto di controllare il cantiere. […]”
(Tratto da: Conosci Firenze? A cura di Maurizio Naldini,  La Nazione del 17 febbraio 2013)

sabato 13 giugno 2020

Giuseppe Raddi

Monumento a Giuseppe Daddi nella Basilica di Santa Croce
“Giuseppe Raddi (Firenze 1770-Rodi 1829) rappresenta un punto di riferimento per la botanica neo tropicale ed in particolare per la flora brasiliana. […] Di famiglia umile, Raddi si  affermò grazie al sodalizio con Ottaviano Targioni Tozzetti che lo avviò allo studio della botanica, dopo una breve esperienza giovanile come ragazzo “di bottega“ in una farmacia. L’amicizia con Gaetano Savi portò il Raddi ad intensificare i suoi studi prima sulle Crittogame Toscane […]  fu considerato il padre della Epaticologia. Il periodo napoleonico comportò subito, sin dall’arrivo di Napoleone in Firenze (1799), una serie di problemi che culminarono in un’assoluta incompatibilità del Raddi con la dominazione francese in Italia. Ciò, anche a seguito dell’allontanamento del granduca di Toscana Ferdinando III Asburgo Lorena, ridusse l’attività scientifica del Raddi, che vide sopprimere il proprio posto di custode nel museo di fisica e storia naturale di Firenze. Tuttavia tra il 1799 e il 1808, Raddi non cessò lo studio delle epatiche, muschi e funghi dei dintorni di Firenze, prodotto di numerose sue escursioni ed indagini di campo. Gli anni tra il 1808 il 1814 furono i peggiori, o meglio il primo periodo di difficoltà politiche per il Raddi […] . Nel 1814 la svolta che permise a Raddi di riscattarsi dal periodo della dittatura napoleonica. Infatti il rientro a Firenze di Ferdinando III permise il restaurarsi di un rapporto costruttivo tra Raddi e la politica e la cultura cittadina. Nel 1818 Raddi prende parte al viaggio in Brasile organizzato in occasione dell’incontro tra la principessa d’Austria Leopoldina e l’erede al trono dell’impero del Brasile, Don Pedro dei Bragança, a seguito del matrimonio tra i due  avvenuto per procura. Raddi fu incaricato da Ferdinando III a prendere parte a questo viaggio in terra brasiliana in qualità di naturalista insieme a illustri rappresentanti del mondo scientifico mitteleuropeo […]. Durante la permanenza in Brasile (5 novembre 1817-1 giugno 1818), più precisamente nell’aria di Rio de Janeiro, a qui tempi già abbondantemente abitata, ma circondata da immense foreste ed ecosistemi intatti e vergini, Raddi raccolse non solo piante […], ma si dedicò ad ogni aspetto che riguardasse  le risorse naturali e loro uso da parte delle popolazioni locali. Nel giugno 1818, Raddi rientrò a malincuore dal Brasile in Italia, poiché privo di finanziamenti adeguati per poter intensificare le sue missioni di studio, più volte richiesti, ma mai concessi da Ferdinando III. Il rientro a Firenze fu alquanto difficile a causa di più fattori, non esclusa l’invidia dei colleghi locali che non ammettevano che uno come il Raddi, di origine umili e povere, fosse giunto a un livello di notevole fama internazionale. Nel 1828, Raddi prese parte alla spedizione archeologica italo-francese “Rossellini-Champollion “in Egitto dove raccolse e descrisse numerose nuove specie. Raddi chiuse la sua breve esistenza a soli 59 anni, nel 1829, a causa di una malattia contratta durante la spedizione in Egitto, morendo a Rodi l’8 settembre 1829. Alla sua morte, la famiglia a causa delle ristrettezze economiche fu costretto a liberarsi delle collezioni originali del caro estinto, […] furono vendute all’Università di Pisa dove attualmente sono conservate oltre a una serie di duplicati presenti in Firenze e altri sedi europee con cui Raddi aveva rapporti culturali continui. […] La sua fama riconosciuta soprattutto all’estero, meno in patria, dove spesso viene non solo dimenticato, ma totalmente disconosciuto […].”
(Tratto da: 1817-2017 Bicentenario del viaggio di Giuseppe Raddi in Brasile, al cura del Dipartimento di Biologia, Centro studi erbario tropicale dell’Università degli Studi di Firenze)

mercoledì 10 giugno 2020

"Ora voi farete conoscere a Firenze..."

L'apparizione Mariana.  Madonna del Sasso, presso Santa Brigida - Pontassieve (Fi)
(Foto di Roberto Di Ferdinando)











lunedì 8 giugno 2020

Hotel Bernini Palace, i luoghi del Risorgimento a Firenze

Hotel Bernini, la sala delle colazioni
“[…] l’Hotel Bernini Palace, storico albergo di Piazza San Firenze. […] Proprio nella buvette ora sala delle colazioni, non a caso orlata lungo il perimetro del soffitto dei volti degli allora parlamentari, gli uomini che hanno fatto il Risorgimento italiano: Garibaldi, Nero Corsini, Giuseppe Montanelli, Cosimo Ridolfi, Vincenzo salvagnoli e Manfredo Fanti. Con loro, i piemontesi Cavour, Balbo, Gioberti, La Marmora, La Farina e Manin. L’albergo, oggi foderato di velluti e damaschi - il primo ad avere nel XVII secolo l’acqua corrente e un ricovero per gli animali - fu dunque dimora e luogo di incontro dei deputati e dei senatori che nelle stanze dell’ex albergo Columbia Parlamento, (in precedenza denominato Scudo di Francia), prolungavano le discussioni appena fuori delle aule di Palazzo Vecchio e degli Uffizi, rispettivamente sede della Camera dei Deputati e del Senato del Regno. Al tempo in cui a Firenze era un problema reperire letti a sufficienza per le migliaia di persone che in occasione delle trasferimento della capitale d’Italia da Torino a Firenze arrivavano in città per assistere alle celebrazioni. [...] Fa ancora più effetto ricordare che quest’edificio apparteneva nel XIV secolo all’antica famiglia Della Pera, antenati della famiglia dei Peruzzi citati anche nel XVI canto del Paradiso dantesco. Ne è testimone la lastra di marmo all’ingresso […]
(Loredana  Ficicchia, Corriere Fiorentino del 12 febbraio 2014)

mercoledì 3 giugno 2020

La Crocefissione di San Marco

“L’altro giorno sono andato al convento sconsacrato di San Marco, ho pagato il mio obolo al cancelletto profano che cigola all’ingresso (a quanto pare sono necessari non meno di sei custodi per aprirlo, quasi avesse una coscienza riottosa), ho attraversato il chiostro luminoso e silente e ho porto i miei omaggi alla cCrocifissione di Fra’ Angelico, e la buia sala al piano terra. L’ho osservato a lungo: non si può fare altrimenti. L’affresco ha del patetico, e dopo averne colto la bellezza ci si sente impossibilitati ad andarsene bruscamente, proprio come a uscire di chiesa durante la predica.
(Henry James)

venerdì 29 maggio 2020

La figlia di Galileo

“Prima di Arcetri, Galileo abita in una casa senza pretese sotto Forte belvedere. A pochi passi, in un convento di clausura, vivono le due figlie monache. La più grande, Virginia, lo ama teneramente gli scrive lettere commoventi. “Amatissimo signor padre potesse penetrar l’animo mio come penetra i cieli”. Lui è la sua finestra sul mondo. Lei gli racconta le vicende quotidiane, invia dei dolcetti di marzapane di cui è ghiotto. Virginia è intelligente, dedicata, premurosa e per non dargli pensiero, spesso scherza e lo burla. Anche se prigioniera del chiostro, lo accudisce, dirige la sua casa, ha occhio per tutto, per la mula, l’orto, la cantina. È sempre informata, partecipe. Segue il processo con ansietà. Dopo la condanna lo rincuora “non faccia molto caso a questa burrasca“. Lo scienziato serba  e rilegge tutte le lettere. Sono un conforto per entrambi. Questa figlia lontana eppur così vicina è un affetto vivo e palpitante. Il 19 dicembre 1625 lei manda al babbo una rosa: “cosa straordinaria di questa stagione. Ci sono le spine, ma anche le fronde verdi, segno di speranza. E qui facendo punto, la saluto, vostra figliola affezionatissima  Suor Maria Celeste“.”
(Silviana Lagorio in Corriere Fiorentino, 2011)

domenica 24 maggio 2020

Ferdinando Zannetti il medico che operò Garibaldi

Targa sulla facciata dell'abitazione fiorentina di Ferdinando Zannetti in via de'Conti, numero 1
“Ferdinando Zannetti fu tra i protagonisti del periodo storico che portò all’Unità d’Italia. Nel 1848, infatti, con lo scoppio della prima guerra di indipendenza contro l’Austria, il medico toscano (nato a Monte San Savino nel 1801) si arruola come volontario facendo parte dei 5.000 toscani che affrontano 30.000 austriaci nella battaglia di Curtatone e Montanara. Per la sua competenza viene nominato direttore sanitario delle milizie toscani. […] Nel 1849, reinsediatosi a Firenze Leopoldo II, Ferdinando Zannetti, ostile a rientro del granduca, restituì la croce di San Giuseppe, riconoscimento ai meriti professionali e scientifici ricevuto alcuni anni prima, e fu così destituito da tutti i suoi incarichi a Santa Maria Nuova. Questo allontanamento durò dieci anni, fino al 1859, quando la rivoluzione Fiorentina, restituendogli le mansioni in Santa Maria Nuova, lo nominò presidente del Consiglio superiore militari di sanità. Il suo nome acquisì sempre più rilevanza, tanto che divenne direttore del servizio sanitario delle truppe di Garibaldi e fu uno dei consulenti di fama internazionale che venne chiamato a consulto in seguito al famoso ferimento in Aspromonte di Garibaldi, avvenuto mentre l’eroe dei due mondi risaliva la penisola al comando di un drappello di volontari con l’intenzione di liberare Roma. […] Garibaldi viene ferito il 29 agosto 1862 da due palle di carabina, una che colpì di striscio l’anca sinistra e l’altra che penetrò nel malleolo interno della gamba destra. I primi medici che visitarono il generale furono i dottori Albanese, Basile e Ripari, medici dell’ambulanza garibaldina che lo assistettero devotamente durante tutto il decorso della malattia. Il dottor Albanese, osservando che non esisteva un forame d’uscita, ritenne che la pallottola fosse penetrata attraverso l’osso rimanendo all’interno dei tessuti. Riscontrò anche una tumefazione in sede premalleolare esterna che poteva essere la sede di ritenzione del proiettile ed eseguì un’incisione in tale sede per cercare di estrarlo. Tuttavia la ricerca fu negativa. Dopo una notte trascorsa nel capanno di un pastore, Garibaldi venne trasportato a Scilla, colà imbarcato sulla fregata Duca di Genova che fece rotta verso La Spezia e ricoverato nella fortezza di Varignano, località in prossimità di Porto Venere. […] Due giorni dopo l’arrivo a Varignana ebbe luogo il primo consulto: oltre ai medici curanti garibaldini intervennero Francesco Rizzoli, clinico-chirurgo di Bologna, e Luigi Porta, clinico chirurgo di Pavia, mandati dal ministro dell’interno, Prandina, Di Nigro e Riboli, giunti di propria iniziativa, e Zannetti su precisa richiesta di Garibaldi. Il parere che prevalse fu quello che la pallottole fosse rimbalzata nell’urto contro l’osso e non fosse quindi presente. Vennero praticati impacchi e applicate le sanguisughe intorno alla ferita. Ben presto, tuttavia, iniziarono i sintomi dell’infezione […]. La situazione era così grave che si cominciò a temere l’amputazione. Continuò il pellegrinaggio di chirurghi tra i più famosi d’Italia e d’Europa. Uno dei primi a raggiungere Garibaldi fu Ferdinando Antonio Palasciano. […] Egli non ebbe dubbi sulla presenza del proiettile nella ferita e sulla necessità di un immediato intervento per asportarlo. […] Nella seconda metà di ottobre le condizioni di Garibaldi peggiorarono ulteriormente e venne presa la decisione di trasferirlo in un luogo più confortevole: un albergo di La Spezia e poi venne deciso un ulteriore trasferimento di Garibaldi: questa volta a Pisa, via mare col vapore Moncalieri fino alla foce dell’Arno e quindi fino in città con una barca, alloggiando nel miglior hotel della città, il Tre Donzelle. Va sottolineato che la decisione di trasferire Garibaldi a Pisa viene presa per la stima di cui gode Zannetti: è lui il vero punto di riferimento dei medici che lo assistono in particolare di Albanese, suo allievo proprio a Santa Maria Nuova che quasi giornalmente lo informa della salute del generale inviandogli lettere[…]. Finalmente Garibaldi, trasferito all’ospedale di Pisa, viene operato il 23 novembre alla presenza, oltre che di Zannetti, di Basile, del professore di fisica Felici, il medico belga Jean-Baptiste Allard e dal direttore dell’ospedale Cuturi. Zannetti rimosse il proiettile con successo utilizzando una pinza dentata che gli fu portata dal Brasile. Ci riferisce lo stesso Albanese nel suo diario che il professor Zannetti tira con gran facilità la palla. L’operazioni è di così lieve entità che il generale non sente quasi nulla: era impiombata sull’estremità anteriore della tibia ed era mobile. […] L’estrazione del proiettile assicurò a Zanetti una vasta fama: da tutto il mondo ricevette testimonianze di stima. […] Il 22 marzo 1860, dopo il plebiscito di annessione del Granducato al Regno di Sardegna, lo Zannetti viene nominato senatore del regno da Vittorio Emanuele II per i suoi meriti scientifici e patriottici. Sembra che egli non si sia mai recato in Senato e non abbia mai pronunciare il giuramento di rito, forse per non trascurare la sua amata professione per la politica. Possò infatti gli ultimi anni della sua vita al servizio dei pazienti: per i poveri cure gratuite, ma anche aiuti con i suoi mezzi. […] Morì a Firenze il 3 marzo 1861: funerale solenne accompagnato dal lutto cittadino. [..].”
(Tratto da: I protagonisti della chirurgia fiorentina, a cura di Francesco Tonelli in collaborazione con John Patrick d’Elios. Articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino del 24 settembre 2011).

giovedì 21 maggio 2020

Perché dal termine inglese football abbiamo calcio e non pallapiede?

Perché da football calcio e non pallapiede?
“Perché in italiano l’inglese basketball diventa pallacanestro, volley diventa pallavolo, handball pallamano, ma per football non si usa pallapiede? La risposta va cercata nel fatto che in Italia, e precisamente a Firenze, esisteva già nel Rinascimento un gioco in cui la palla veniva colpita con i piedi: quello che appunto si chiamava il calcio. Così, quando alla fine dell’Ottocento il football cominciò a diffondersi anche da noi, il suo nome fu soppiantato facendo leva su questo antico ricordo. “Uno dei giuochi nazionali inglese il football, una specie di quello che in Italia si chiamava giuoco del calcio, che era in uso da noi fin dall’epoca del Rinascimento“, spiega nel 1894 un volume intitolato l’Educazione fisica della gioventù.
Nella prima edizione del suo dizionario moderno (1905), Alfredo Panzini -alla voce goal - lo chiamava “giuoco della Palla al Calcio ove di prammatica è la lingua inglese“. E in effetti era normale, ancora nel primo Novecento, usi come kick per rinvio, penalty per calcio di rigore, full-backs per difensori, forwars per attaccanti o goalkeeper per portiere. Racconta il linguista e scrittore Veneto Luigi Meneghello, in un romanzo autobiografico intitolato Libera nos a Malo: “giocando al pallone si imparavano anche gli elementi dell’inglese […]”. Fino alla fine degli anni Venti, si diceva ancora bar per traversa, fault per fallo, heading per colpo di testa, referee per arbitro. Solo negli anni del fascismo si impose quella che in un libro del 1926 era definita la Questione dell’italianità nel gioco del calcio. Alcune proposte di sostituzione vengono presentate nei giornali o in pubblicazioni specialistiche, come il Vocabolarietto di termini esotici sportivo-calcistici.
(Tratto da, Giuseppe Antonelli, il museo della lingua italiana, Mondadori 2018)

mercoledì 20 maggio 2020

Pellegrino Artusi, La Scienza in cucina (1891)

“[…] “Dopo l’unità della patria mi sembrava logica conseguenza il pensare all’unità della lingua parlata, che pochi curano e molti osteggiano, forse per un falso amor proprio e forse anche per la lunga e inveterata consuetudine ai propri dialetti“. La prima questione con cui Artusi si trova fare i conti è proprio quella dei diversi nomi che nelle diverse parti d’Italia si danno a ricette e pietanze. Un esempio tipico è la zuppa di pesce che su mar Tirreno si chiama cacciucco e sull’Adriatico brodetto. Artusi, romagnolo, sceglie di farsi - secondo l’insegnamento del Manzoni - al modello linguistico della Toscana e di Firenze (e fa precedere il suo libro da una Spiegazione di voci che essendo del volgare toscano non tutti intenderebbero). Quella zuppa, dunque, la chiama cacciucco; allo stesso modo parla di triglie, anche se “nella regione adriatica chiamansi rossioli o barboni“, e preferisce il nome di cicale e quello di canocchie. Cicale di mare, ovviamente: “sbucciate e dopo cotte e, messa a nudo la polpa, tagliatele in due pezzi, infarinatela, doratela nell’uovo frullato e salato, e friggetela nell’olio.” […]”
(Tratto da: Giuseppe Antonelli, il museo della lingua italiana Mondadori 2018 chiusa per)

sabato 16 maggio 2020

"Anche da morto all'osteria..."

“Il pittore Bernardo Barbatelli (Firenze, 26 agosto 1548-Firenze, 10 novembre 1612), soprannominato “Bernardino Poccetti“ perché di bassa statura e perché si dice che fosse abituato ad “alzare il gomito“, cioè a “pocciare“, sinonimo di poppare, per traslazione “bere“ più del dovuto. Bere s’intendo vino […] pare che l’artista non si mettesse mai a dipingere se, insieme ai colori, non avesse avuto un fiasco di buon nettare […] a chi gli rimproverava il suo “malcostume”, sembra che rispondesse che lui non avrebbe mai smesso di bere e che, all’osteria, ci sarebbe andato anche da morto! […] Valentissimo nell’arte di dipingere a fresco e a graffito le facciate dei palazzi, a tal proposito fu soprannominato anche Bernardo delle Facciate. Divenuto vecchio, dopo la morte della moglie, conducendo una vita umile andò ad abitare, per alcuni anni, nello Spedale degli Innocenti dove, in cambio dell’accoglienza, affrescò le sue ultime opere. Sotto l’elegante portico prospiciente piazza della Santissima Annunziata raffigurò, a fresco, Esculapio con lui in braccio un fanciullo privo di vita nel tentativo di risuscitarlo con sughi di erba (1610), che sovrasta la cosiddetta “ruota“, dove venivano deposti i gettatelli e, dalla parte opposta, una Strage degli Innocenti. Terminati questi lavori il Poccetti andò ad abitare, con un vecchio servitore, in una casa in via di Sitorno (oggi via della Chiesa, nel tratto fra via delle Caldaie e via dei Serragli). La mattina del 10 novembre 1612, il nostro pittore morì improvvisamente per un colpo apoplettico. […] appresa la notizia, gli amici colleghi dell’Accademia del Disegno, fecero una generosa colletta per organizzare un decoroso funerale e una eguale tumulazione del cadavere di Bernardino nella chiesa del Carmine […] Nel tardo pomeriggio del giorno successivo al decesso, il corteo funebre si mosse da via di Sitorno per recarsi al Carmine […] Tutto andò bene fin quando, al Ponte alla Carraia, si scatenò un violentissimo temporale […] Il mesto corteo si smembrò  […] anche i portatori con il feretro affrettarono il passo che ben presto divenne corsa, giungendo in piazza Soderini (oggi Nazario Sauro) e, non sapendo dove entrare con la bara, infilarono direttamente all’osteria della Trave Torta che era proprio sulla cantonata di via dei Serragli. In tal modo si avverò quello che il Poccetti aveva sempre ripetuto ai compassati moralisti che gli sottolineavano il vizio di bere!
(Tratto da “Anche da morto all’osteria”, di Luciano è Ricciardo Artusi, in Il Reporter, febbraio 2016)

giovedì 14 maggio 2020

La collezione egizia di Firenze

La spedizione franco-toscana in Egitto, Giuseppe Angelelli, Firenze Museo Egizio
[…] In pochi conoscono la travolgente e datata passione della città medicea per l’Egitto. “Tutto merito del Granduca di Toscana Leopoldo II che, oltre ad acquistare alcune collezioni, finanziò insieme a Carlo X re di Francia una spedizione scientifica in Egitto negli anni 20 dell’Ottocento“. La missione, che interessò i siti di Giza, Siqqara, Menfi, Tebe, Philae e la Nubia, era diretta da Jean François Champollion (il celebre decifratore dei geroglifici) e dal pisano Ippolito Rosellini. “Rosellini riportò circa 2000 oggetti, frutto dell’equa spartizione del bottino fra Firenze e il Louvre. Vengono divisi a metà persino i corredi ffunerari. Pensate, furono ritrovati due zoccoli di epoca copta, quello sinistro fu dato a noi e quello destro andò a Parigi…”. […]”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016)

27 novembre 1829: si conclude la Missione archeologica franco-toscana in Egitto
(Tratto da: Museo Archeologico Nazionale di Firenze)

lunedì 11 maggio 2020

La Bibbia Amiatina

“[…] Biblioteca Medicea Laurenziana. […]  la Bibbia Amiatina. Un addetto la trasporta su un carrello, con grande cautela. La Bibbia pesa ben 40 chili ed è composta da oltre mille fogli di pergamena. Secondo gli studiosi è la più antica copia manoscritta (in latino) del testo sacro che si sia conservato integralmente. Risale all’VIII secolo. Le miniature al suo interno (come quella dello scriba Esdra intento a lavorare sul libro che tiene sulle ginocchia) hanno colori ancora vividi. […].”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016) 

sabato 9 maggio 2020

Il rifugio segreto di Michelangelo

“[…] Cappelle medicee. Attraversiamo la Sacrestia Nuova a testa bassa, per non lasciarci rapire dalla bellezza ipnotica dei monumenti funerari di Giuliano duca di Nemours e di suo nipote Lorenzo duca d’Urbino, ideati da Michelangelo. Col Buonarroti, infatti, abbiamo un altro importante appuntamento: il ricovero sotterraneo che lo protesse dopo la restaurazione della famiglia Medici a Firenze nel 1530 (l’artista era stato un acceso sostenitore della Repubblica Fiorentina). Monica Bietti, direttrice delle Cappelle, scosta un mobile e apre una botola che dà su una scala. Quel che vediamo, una volta scesi, ha dell’incredibile. Un ambiente di non più di 15 metri quadrati con le sbarre alle finestre le pareti fittamente disegnate a carboncino. Corpi di uomini e donne, piedi, schiene, gambe e una testa di Laocoonte, un album da disegno unico al mondo. […] Il Buonarroti dimorò qui per circa tre mesi, con la complicità del priore di San Lorenzo Giovanni Battista Figiovanni che aveva interesse che finisse il suo lavoro alla Sacrestia (“io lo campai alla morte“ scrisse poi il sacerdote nelle sue Ricordanza). Quando andò via, poi, Michelangelo passò una mano di intonaco sulle pareti per nascondere il tutto […] solo per un caso, dopo averlo grattato via, è stato possibile riscoprire questa meraviglia. […]”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016) 

venerdì 8 maggio 2020

I passaggi segreti di Francesco I de’Medici

foto tratta da: http://ambranna.blogspot.com
[…] palazzo Pitti. […] accesso di Bacco del giardino di Boboli. Scendiamo giù da una scalinata fino a sbucare in un ambiente grandioso dove sono conservati dipinti e arredi in attesa di restauro. […] Ora stiamo esattamente sotto il Teatro di Bacco. Camminiamo estasiati da tanta ricchezza. Cornici di grandi dimensioni, lampadari, decorazioni, tutto è distribuito in un dedalo di cunicoli che culminano in uno strano passetto che, si dice, permetteva a Francesco I de’Medici di recarsi in segreto della sua amante Bianca Cappello, nella vicina via Maggio. […]Francesco I, si diceva, era avvezzo ai ipassaggi segreti. Un altro se l’era fatto creare nel 1572 (stavolta non per rincorrere amore inopportuni ma per “seguire virtute e canonscenza“) tra la stanza da letto e il suo privatissimo Studiolo, in Palazzo Vecchio. […]. Lui era legato all’alchimia di Paracelso, così il Vasari e il Borghini congegnarono  una serie di armadi a scomparsa (è spettacolare vedere le mensole apparire dietro dipinti di forma ovale) nei quali conservare gli oggetti relativi ai diversi elementi della natura. Le pietre o le ossa intagliate per la Terra, e distillati, vetri e metalli forgiati con il calore per il Fuoco, i cristalli per l’Aria e le perle per l’Acqua. Alla decorazione dello Studiolo parteciparono ben trentun artisti dell’Accademia del disegno tra cui Gianbologna, Allori, Stradano e Ammannati. […]
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016)