venerdì 26 giugno 2020

La bella Villana

“Villana (1332-1360), figlia del ricco mercante Messer Lapo de’Botti, bella e procace, di “villana“ aveva soltanto il nome essendo essa gentile, educata e molto garbata. Fin da bambina fu attratta dalla vita religiosa senza pur tuttavia approdarvi, in quanto i ricchi genitori la obbligarono a sposarsi. Era il periodo terribile della peste nera del 1348, che sterminò quasi 100.000 fiorentini […]. Molti sopravvissuti si abbandonarono ai piaceri e alle frivolezze […]. Giovanissima pervenne a nozze nel 1351 con Rosso di Pietro Benintendi di famiglia benestante al quale per la sua spiccata capacità seduttiva, lo sfavillante sguardo per una segreta corrispondenza all’intensa passionalità, procurò ben presto diversi grattacapi, conducendo una vita sfrenata e licenziosa ai margini del consentita […]. La compiacente Villana era una delle donne più desiderate di Firenze […]. Una mattina nel farsi con accuratezza il solito maquillage per apparire ancora più bella e desiderabile, Villana si guardò con civetteria, come sempre, allo specchio e con spavento, anziché vedere le sue avvenenti fattezze, vide riflesso il volto del demonio. Gettata via quella superficie riflettente, si precipitò a guardarsi in altri specchi ma sempre con il medesimo risultato […] . Presa dal pentimento ed umiliata si strappò di dosso gli eleganti abiti, andò a confessarsi alla basilica di Santa Maria Novella decidendo di rinunciare alla vita mondana per abbracciare quella spirituale. Dopo aver venduto tutti i suoi beni, si fece terziaria dell’ordine di San Domenico […]. Riuscendo perfino a convertire il padre, il marito e diverse meretrici. la giovane donna  morì a soli 28 anni il 29 gennaio del 1360, tanto da essere poi beatifica da Leone XII il 27 marzo 1824 […]. Lo splendido monumento funebre che la vede giacente sotto un drappeggio sorretto da angeli si può vedere entrando nella basilica di Santa Maria Novella, a destra, quale pregevole opera eseguita nel 1451 dal famoso scultore da architetto Bernardo Rossellino […]”.
(Tratto da: Il diavolo allo specchio, di Luciano e Riciardo Artusi ,in Il Reporter - febbraio 2015)

giovedì 18 giugno 2020

Dino Compagni

Lapide in Santa Trinita - Fonte: Wikipedia
“Ventitre giorni […]. Tanto duro l’ultimo mandato da priore di Dino Compagni. Era l’autunno del 1301 quando, nella Firenze guelfa, i Neri presero il potere e spazzarono via gli avversari.Dino era Bianco, non gli toccò il confino come a Dante, ma perse il posto il restò esule in patria. Compagni si era costruito una rispettabile vita pubblica. Era un moderato, un brav’uomo […]. Non era uno spregiudicato, ma neanche un ingenuo. Gli bruciò essere scaricato in quel modo. Si tappo in casa a rimuginare, poi si mise a scrivere. […] Dalla sua penna uscì la <<Cronica>> delle cose fiorentine di quei tempi, il resoconto vivo di chi era stato nella mischia. […] Il buon Dino s’infervora, soffre, si indigna, fustiga i cattivi loda i bravi. <<Signori perché volete disfare una città così buona? Contro chi volete pugnare,? Contro i vostri fratelli? Che vittoria avrete? Non altro che pianto>>. Il piccolo libro appassionato rimase per secoli chiuso in un cassetto poi fu stampato e fece storia.”
(Testo di:  Silvia Lagorio in Corriere Fiorentino 2014)

lunedì 15 giugno 2020

Gli operai del cantiere dell'Opera del Duomo

“Dai registri dell’opera del Duomo. […]  Gli operai al lavoro nel cantiere principale, la cui base inferiore era a 55 metri di altezza, e si trovava all’interno della cupola in costruzione, non furono mai più di 80. Il numero variava a seconda della stagione e del denaro a disposizione. Dunque, per andare in cantiere, le maestranze dovevano salire almeno 300 gradini, e perché non perdessero tempo su e giù per le scale, con tutti i rischi che ne derivavano, era loro vietato di farlo più di una volta al giorno. Inoltre, quando pioveva, restavano tutti senza paga, salvo tre o quattro, sorteggiati, ai quali veniva chiesto di controllare il cantiere. […]”
(Tratto da: Conosci Firenze? A cura di Maurizio Naldini,  La Nazione del 17 febbraio 2013)

sabato 13 giugno 2020

Giuseppe Raddi

Monumento a Giuseppe Daddi nella Basilica di Santa Croce
“Giuseppe Raddi (Firenze 1770-Rodi 1829) rappresenta un punto di riferimento per la botanica neo tropicale ed in particolare per la flora brasiliana. […] Di famiglia umile, Raddi si  affermò grazie al sodalizio con Ottaviano Targioni Tozzetti che lo avviò allo studio della botanica, dopo una breve esperienza giovanile come ragazzo “di bottega“ in una farmacia. L’amicizia con Gaetano Savi portò il Raddi ad intensificare i suoi studi prima sulle Crittogame Toscane […]  fu considerato il padre della Epaticologia. Il periodo napoleonico comportò subito, sin dall’arrivo di Napoleone in Firenze (1799), una serie di problemi che culminarono in un’assoluta incompatibilità del Raddi con la dominazione francese in Italia. Ciò, anche a seguito dell’allontanamento del granduca di Toscana Ferdinando III Asburgo Lorena, ridusse l’attività scientifica del Raddi, che vide sopprimere il proprio posto di custode nel museo di fisica e storia naturale di Firenze. Tuttavia tra il 1799 e il 1808, Raddi non cessò lo studio delle epatiche, muschi e funghi dei dintorni di Firenze, prodotto di numerose sue escursioni ed indagini di campo. Gli anni tra il 1808 il 1814 furono i peggiori, o meglio il primo periodo di difficoltà politiche per il Raddi […] . Nel 1814 la svolta che permise a Raddi di riscattarsi dal periodo della dittatura napoleonica. Infatti il rientro a Firenze di Ferdinando III permise il restaurarsi di un rapporto costruttivo tra Raddi e la politica e la cultura cittadina. Nel 1818 Raddi prende parte al viaggio in Brasile organizzato in occasione dell’incontro tra la principessa d’Austria Leopoldina e l’erede al trono dell’impero del Brasile, Don Pedro dei Bragança, a seguito del matrimonio tra i due  avvenuto per procura. Raddi fu incaricato da Ferdinando III a prendere parte a questo viaggio in terra brasiliana in qualità di naturalista insieme a illustri rappresentanti del mondo scientifico mitteleuropeo […]. Durante la permanenza in Brasile (5 novembre 1817-1 giugno 1818), più precisamente nell’aria di Rio de Janeiro, a qui tempi già abbondantemente abitata, ma circondata da immense foreste ed ecosistemi intatti e vergini, Raddi raccolse non solo piante […], ma si dedicò ad ogni aspetto che riguardasse  le risorse naturali e loro uso da parte delle popolazioni locali. Nel giugno 1818, Raddi rientrò a malincuore dal Brasile in Italia, poiché privo di finanziamenti adeguati per poter intensificare le sue missioni di studio, più volte richiesti, ma mai concessi da Ferdinando III. Il rientro a Firenze fu alquanto difficile a causa di più fattori, non esclusa l’invidia dei colleghi locali che non ammettevano che uno come il Raddi, di origine umili e povere, fosse giunto a un livello di notevole fama internazionale. Nel 1828, Raddi prese parte alla spedizione archeologica italo-francese “Rossellini-Champollion “in Egitto dove raccolse e descrisse numerose nuove specie. Raddi chiuse la sua breve esistenza a soli 59 anni, nel 1829, a causa di una malattia contratta durante la spedizione in Egitto, morendo a Rodi l’8 settembre 1829. Alla sua morte, la famiglia a causa delle ristrettezze economiche fu costretto a liberarsi delle collezioni originali del caro estinto, […] furono vendute all’Università di Pisa dove attualmente sono conservate oltre a una serie di duplicati presenti in Firenze e altri sedi europee con cui Raddi aveva rapporti culturali continui. […] La sua fama riconosciuta soprattutto all’estero, meno in patria, dove spesso viene non solo dimenticato, ma totalmente disconosciuto […].”
(Tratto da: 1817-2017 Bicentenario del viaggio di Giuseppe Raddi in Brasile, al cura del Dipartimento di Biologia, Centro studi erbario tropicale dell’Università degli Studi di Firenze)

mercoledì 10 giugno 2020

"Ora voi farete conoscere a Firenze..."

L'apparizione Mariana.  Madonna del Sasso, presso Santa Brigida - Pontassieve (Fi)
(Foto di Roberto Di Ferdinando)











lunedì 8 giugno 2020

Hotel Bernini Palace, i luoghi del Risorgimento a Firenze

Hotel Bernini, la sala delle colazioni
“[…] l’Hotel Bernini Palace, storico albergo di Piazza San Firenze. […] Proprio nella buvette ora sala delle colazioni, non a caso orlata lungo il perimetro del soffitto dei volti degli allora parlamentari, gli uomini che hanno fatto il Risorgimento italiano: Garibaldi, Nero Corsini, Giuseppe Montanelli, Cosimo Ridolfi, Vincenzo salvagnoli e Manfredo Fanti. Con loro, i piemontesi Cavour, Balbo, Gioberti, La Marmora, La Farina e Manin. L’albergo, oggi foderato di velluti e damaschi - il primo ad avere nel XVII secolo l’acqua corrente e un ricovero per gli animali - fu dunque dimora e luogo di incontro dei deputati e dei senatori che nelle stanze dell’ex albergo Columbia Parlamento, (in precedenza denominato Scudo di Francia), prolungavano le discussioni appena fuori delle aule di Palazzo Vecchio e degli Uffizi, rispettivamente sede della Camera dei Deputati e del Senato del Regno. Al tempo in cui a Firenze era un problema reperire letti a sufficienza per le migliaia di persone che in occasione delle trasferimento della capitale d’Italia da Torino a Firenze arrivavano in città per assistere alle celebrazioni. [...] Fa ancora più effetto ricordare che quest’edificio apparteneva nel XIV secolo all’antica famiglia Della Pera, antenati della famiglia dei Peruzzi citati anche nel XVI canto del Paradiso dantesco. Ne è testimone la lastra di marmo all’ingresso […]
(Loredana  Ficicchia, Corriere Fiorentino del 12 febbraio 2014)

mercoledì 3 giugno 2020

La Crocefissione di San Marco

“L’altro giorno sono andato al convento sconsacrato di San Marco, ho pagato il mio obolo al cancelletto profano che cigola all’ingresso (a quanto pare sono necessari non meno di sei custodi per aprirlo, quasi avesse una coscienza riottosa), ho attraversato il chiostro luminoso e silente e ho porto i miei omaggi alla cCrocifissione di Fra’ Angelico, e la buia sala al piano terra. L’ho osservato a lungo: non si può fare altrimenti. L’affresco ha del patetico, e dopo averne colto la bellezza ci si sente impossibilitati ad andarsene bruscamente, proprio come a uscire di chiesa durante la predica.
(Henry James)