martedì 31 luglio 2018

Via delle Panche

Villa I Pini
“[…] Sulle origini del nome delle Panche le versioni non sono né certe né concordi. Se infatti il Pecchioni lo attribuisce al nome che avevano le basi di pietra che sostengono gli argini dei fiumi, e quindi a protezione dei frequenti straripamenti del Terzolle, lo fa derivare dal termine longobardo (gli originari proprietari della zona) panka, è anche vero che questo termine, secondo il dizionario Devoto-Oli, per i Longobardi indicava la parte della staffa dove si posava il piede. […] Può darsi che il Pecchioni (Enio Pecchioni, “Rifredi”, Becocci Editore, 1985) abbia ragione, ma potrebbe anche darsi  - è una nostra ipotesi che va presa, ovviamente, con il beneficio d’invertario – che il termine sia molto più recente, e volesse indicare secondo modi di dire “laici” l’unico luogo di aggregazione del territorio: la chiesa di santo Stefano in Pane, appunto, e perciò le panche della chiesa […]. Comunque, sia la nobiltà ancestrale del territorio, non semplice campagna come abbiamo detto, è testimoniato dalle presenze di ville e palazzotti […] che appartennero a famiglie importanti, in qualche caso molto importanti, di Firenze. I Guicciardini, ad esempio, ma anche i Pucci, i Soderini. E, poco dopo l’inizio di via delle Gore (dove erano in funzione dei mulini messi in funzione dall’acqua del Terzolle), la villa delle Filippine che fu di proprietà, fino all’inizio del 1500, nientemeno che dei Brunelleschi, e poi diventi, quando i Brunelleschi la vendettero, una osteria fino al 1861 quando l’acquistarono i Vettori. […] Bisognerà infine anche ricordare la villa I Pini, che ebbe per penultimo proprietario (prima dell’industriale Passigli) il grande tenore Enrico Caruso.”
(Tratto da: C’era una volta (e c’è ancora) una Casa del Popolo, Andrea Mugnai, 2001)

Cupola

Foto di Sara Pezzoli


Proverbio Toscano del Giorno

"Dove non servon le parole, le bastonate non giovano"

venerdì 27 luglio 2018

Rifredi

“[…] Alcuni fanno addirittura risalire l’origine di Rifredi al epoca pre-romana, longobarda. E che il nome derivi da Rio di Ofrid, cioè il Terzolle (rio) e le terre intorno appartenute ad un signore longobardo che si chiamava, appunto, Ofrid o Fredi.
Ma esistono anche altri documenti, posteriori, che menzionano, nel 1124, il territorio come Rio Frido; da qui Rio Freddo (sempre il Terzolle, naturalmente), e quindi Rifredi.
Quanto al fatto che il Terzolle si meritasse l’appellativo di fiume o torrente (rio) “freddo”, oggi rimane difficile crederci: a guardarlo dalle spallette del ponticino di via Caccini (che una volta era di legno e si chiamava “ponte del Rotondino”), o da quello di piazza Dalmazia oggi fa solo […] l’impressione di un rigagnolo  […].  Ma in altre, lontane ma anche non troppo lontane, epoche, è assai probabile che il Terzolle, o Rio Freddo che dir si voglia, fosse un robusto fiumicello che scorreva con giovanile ardore a buttarsi nel Mugnone e poi, con questo, dentro il padre Arno. Però Rio Freddo ma anche Terzolle, e questo era il nome con il quale i romani, che in queste cose erano puntigliosi, identificavano la zona: il terzo miglio da Firenze della Cassia proprio dove il torrente è attraversato dal ponte. Così come Sesto Fiorentino (il proseguimento di quella strada) è, esattamente, “ad sexstum milium”. […]”
(Tratto da: “C’era una volta (e c’è ancora) una Casa del Popolo”, di Andrea Mugnai, 2001)

Si legga anche: il fiume Terzolle

Antiche insegne resistono: via Tornabuoni

Foto di Roberto Di Ferdinando

Lungarni

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi non ode ragione, non fa con ragione"

mercoledì 25 luglio 2018

martedì 24 luglio 2018

Le piante medicinali dell’orto dei Semplici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova nell’antico chiostro delle medicherie (8 - continua)

“Atropa belladonna (belladonna):
Atropos era il nome di una delle tre Moire che, nella mitologia greca, tagliava il filo della vita: per ricordare che l’ingestione delle bacche di questa pianta causa la morte. Belladonna fa riferimento ad una pratica del Rinascimento: le dame usavano questa pianta come collirio per dare risalto e lucentezza agli occhi. Infatti l’atropina contenuta nella pianta, agisce direttamente sul sistema nervoso parasimpatico e fa dilatare le pupille (midriasi). In fitoterapia la Belladonna è usata da tempo immemorabile dai medici per le sue doti spasmolitiche e come anestetico generale.”
(Tratto da: Le piante medicinali dell’orto dei Semplici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova nell’antico chiostro delle medicherie)

Lungarni

Foto di Roberto Di Ferdinando


Santissima Annunziata

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi fa a suo modo, non gli duole il capo"

lunedì 23 luglio 2018

venerdì 20 luglio 2018

Fiorentinità

“[…] I fiorentini si considerano e sono considerati dagli altri italiani come il popolo più civile d’Italia, così come il contadino toscano è giudicato il più esperto e intelligente degli agricoltori italiani. […] La percentuale di analfabeti in Toscana è di gran lunga la più bassa e si può sorprendere la più umile domestica fiorentina a compitare sul giornale i delitti di cronaca nera e <<le cose dell’arte>>.
Questa qualità chiamata <<fiorentinità>> (e Firenze è la sola città italiana il cui nome si muti naturalmente in un sostantivo che denoti una qualità astratta) vuole dire buon gusto e abilità manuale […]. La <<fiorentinità>> nasce dalle mani dell’artigiano in tuta o di quelle zitelle come le sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi con le loro forbici e ditali e il tombolo […]. Se il nome è sinonimo di civiltà e raffinatezza, non può essere separato dal povero e dal suo modo di parlare, di pensare, di sentire, che è sempre realistico e equilibrato. La parlata fiorentina è piena di diminutivi; ogni cosa è trasformata in qualcosa di più <<piccolo>>, il che ha un effetto curioso che è insieme deprecatorio e nobilitante. Vecchie esclamazioni – come:>>Accidenti!>>, <<Diamine!>>, <<Perbacco!>> danno alla parlata fiorentina un sapore campagnolo. La comune premessa a una qualche domanda è:<<per cortesia>>. Un <<pisolino>> è il termine usato per indicare il riposo pomeridiano; una bevanda di acqua calda e limone prende il nome di <<canarino>> . […]”
(Tratto da: Le pietre di Firenze, di Mary McCarthy, 1956)

Lungarni

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Asino duro, baston duro"

giovedì 19 luglio 2018

Ponte Santa Trintita

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"A chi pecca per erro s'ha compassione; ma chi pecca per arri, non merita scusa"
(per erro, cioè per ignoranza, per inavvertenza: arri, allude alla caparbietà dell'asino)

mercoledì 18 luglio 2018

martedì 17 luglio 2018

venerdì 13 luglio 2018

Le piante medicinali dell’orto dei Semplici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova nell’antico chiostro delle medicherie (7 - continua)

“Melissa officinalis (Melissa)
La Melissa era l’”erba antimalinconia” del Medioevo. Coltivata fin dall’antichità come pianta mellifera, l’acqua di Melissa rimane a tutt’oggi uno dei rimedi migliori per leggere depressioni, antispasmodico contro crampi e vomito. Dato il suo gradevole sapore di limone è anche uno dei “corrigendum” più usati per tisane e decotti altrimenti imbevibili.”
(Tratto da: Le piante medicinali dell’orto dei Semplici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova nell’antico chiostro delle medicherie)

Il Duomo

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Tutte le stringhe rotte vogliono entrare in dozzina"

giovedì 12 luglio 2018

“IN QUESTO LUOGO PRIVO DI FASTI VANI DORMIAMO IN PACE NOI POVERI CANI..."

Nel parco di villa Favard, a Rovezzano, a sinistra, guardando l’attuale ingresso principale su via di Rocca Tedalda, vi è una piccola area delimitata da tre palme, purtroppo oggi incolta. Superando con un piccolo salto quest’erba alta, scopriamo al centro di questo spazio una piccola lapide posta a terra. Non è facile leggervi il contenuto della scritta, ma molto probabilmente ricorda al passante che lì vi sono sepolti dei cani. Infatti, alcune parole sono ancora visibili: “IN QUESTO LUOGO PRIVO DI FASTI VANI DORMIAMO IN PACE NOI POVERI CANI [… ] FU DONATO LA LIBERTA’[…] NON MINORE LA FEDELTA’”. Questa lapide sembra quindi il dono di un proprietario ai suoi amati e fedeli cani, e  sembra essere ottocentesca, od almeno dei primi del Novecento, quando la villa era di proprietà di Fiorella Favard de l'Anglade, che aveva incaricato Giuseppe Poggi di eseguire  i lavori di ammodernamento ed abbellimento dell'edificio e del giardino. Forse i cani erano della duchessa che volle così tenerseli vicini anche dopo la loro dipartita? Forse….Curiosamente, dal lato opposto di questa parte di parco, dal 2010 vi è uno spazio recintato dove i proprietari di cani possono far sgambettare in piena libertà i loro cari animali.
(Testo e foto di Roberto Di Ferdinando)

Ponte Santa Trinita

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Tutte le chiavi non pendono a una cintura"

martedì 10 luglio 2018

Le stranezze del Pontromo e del Rosso Fiorentino

“[…] Nella vita privata, sia il Pontormo che il Rosso Fiorentino furono dei <<nevrotici>> per usare il gergo psichiatrico di oggi. Pontormo era un recluso nella tradizione di Paolo Uccello e di Piero di Cosimo: un ipocondriaco solitario che viveva in una strana casa alta che si era fatto costruire apposta […] con una stanza, all’ultimo piano, dove dormiva e ogni tanto lavorava, raggiungibile dalla strada per una scala a pioli che egli si tirava dietro con una carrucola in maniera che una volta salvo dentro casa nessuno lo potesse raggiungere. […] Il diario del Pontormo, tenuto negli ultimi tre anni della sua vita, segue con minuta attenzione lo stomaco, i reni e gli intestini e registra meticolosamente i suoi pasti di misantropo astemio. <<Cenato con dieci once di pane, cavolo e rape>>. <<Un grappolo d’uva per cena; nient’altro>>. <<Una frittata, sei once di pane e qualche fico secco>>.
Lo scrittore Bocchi raccontava che il Pontormo era enormemente malinconico e teneva in bacili d’acqua dei cadaveri allo scopo di studiarli per il Diluvio Universale che stava dipingendo in San Lorenzo; il puzzo ammorbò l’intero vicinato. Dice invece il Vasari che aveva una paura morbosa della morte e non sopportava di sentirla menzionare o di vedere per strada il trasporto di un cadavere. Durante la peste si rifugiò dai frati della Certosa del Galluzzo. Il Rosso (chiamato così per la carnagione accesa) era solito scavar cadaveri nel cimitero di Arezzo per studiare gli effetti della decomposizione. A Firenze, in via dei Tintori, viveva con un babbuino che aveva addestrato a piccoli servizi. Secondò il Vasari si suicidò a Fonainebleau, ma moderni studiosi lo negano. […].”
(Mary McCharty, le Pietre di Firenze, 1956)

Proverbio Toscano del Giorno

"Quando la superbia galoppa, la vergogna siede in groppa"

lunedì 9 luglio 2018

giovedì 5 luglio 2018

Le pene seicentesche per gli atti vandalici

“[…] I Granduchi di Toscana curarono sempre il decoro di chiese e conventi, emanando precise disposizioni di polizia, in modo da evitare comportamenti scorretti o l’accumulo di rifiuti presso i sacri edifici. Soprattutto nel Seicento, per l’accresciuto numero dei poveri e dei mendicanti, si provvide ad affliggere, nei vari luoghi, lapidi con le norme prescritte e con la precisa indicazione delle pene a cui chiunque sarebbe andato incontro in caso di trasgressione. Ogni lapide portava in alto la chiara indicazione degli Otto, la magistratura fiorentina responsabile dell’ordine pubblico. […] nel caso di Santo Spirito si vietarono nella piazza giochi rumorosi […] la pena pecuniaria era molto elevata, di gran lunga superiore al salario mensile di un lavoratore per scoraggiare, nel modo più deciso, ogni infrazione. Ben più grave era sporcare, o fare i bisogni corporali attorno alla chiesa di santo Spirito. […] In questo caso la pena era corporale e dolora, due tratti di fune, ma si aggiungeva l’arresto e l’arbitrio del magistrato di aggiungere ciò che avesse ritenuto opportuno. Terribili i tratti di fune. Al reo venivano strettamente legate le braccia dietro la schiena. Si passava poi una lunga corda e la si faceva scorrere su di una carrucola posta in alto, sollevando il condannato con le braccia rivolte all’indietro. L’articolazione impediva il movimento causando la torsione dei legamenti ed un forte dolore. Il condannato veniva sollevato una volta, un tratto di fune e, giunto a terra nuovamente sollevato, due tratti di fune. L’arbitrio del magistrato spesso consisteva nel far aggiungere peso al reo, soprattutto se di fisico gracile. Ai piedi venivano così legati pesi di 10, 20, 30, 40 libbre accrescendo, così, il tormento […]
(Tratto da: “Le lapidi anti degrado dei Granduchi, di padre Giuseppe Pagano, in Corriere Fiorentino del 28 giugno 2018)

Proverbio Toscano del Giorno

"Ognuno si crede senza vizio perchè non ha quelli degli altri"

mercoledì 4 luglio 2018

I bombardamenti a Firenze

“[…] A partire dal 25 settembre 1943, anche Firenze non fu risparmiata dai bombardamenti. Essi miravano a colpire, in particolare, strade e le linee ferroviarie. I primi avevano interessato la zona di Campo di Marte per poi estendersi, nei mesi successivi, anche ad altre aree.
Sabato 11 marzo 1944 era stata la volta di Careggi, il polo industriale di Rifredi e la zona di San Jacopino.
L’allarme era suonato intorno alle 10,30 del mattino. A grappoli di cinque bombe erano cadute come pioggia su quella parte della città. Ne erano state investite la casa di cura Villa Flora, in via Rossini, crollata travolgendo i malati; l’ambulatorio e la sede distaccata del reparto malattie infettive dell’ospedale pediatrico Meyer: un medico, sette infermieri, due suore e undici bambini ricoverati erano rimasti schiacciati tra le macerie. Decine di bombe erano poi esplose attorno all’Ospedale di Careggi e tra le strade di Rifredi, facendo crollare anche il Dispensario di San Jacopino in via delle Carra. Alla prima avevano fatto seguito incursioni, a qualche ora di distanza l’una dall’altra. Obiettivo dei bombardieri era quello di colpire il deposito di locomotive del Romito, le officine ferroviarie e la Stazione di Rifredi. Quando alle 12.50 era stato diramato il cessato allarme, la situazione era apparsa drammatica […]: oltre cento i morti e più di duecento i feriti. E non era finita lì: il 1 maggio altre incursioni avrebbero preso nuovamente di mira il deposito del Romito e le officine ferroviarie di Porta a Prato. In quell’occasione un ordigno andrà a sfondare anche il tetto del Teatro Comunale, esplodendo sul palcoscenico.
I bombardamenti non avevano risparmiato neanche le fabbriche. Proprio in zona Rifredi erano situate alcune più importanti industrie cittadine: la Galileo, attiva nella produzione di materiali ottici, di puntamento e di apparecchiature elettriche per armamenti, che nel 1943 occupava più di 4.870 operai; la Pignone, da cui uscivano elmetti, macchinari, proiettili per marina e mine, la Superfila e la Fiat a Novoli, che dava a lavoro a 1.250 persone impiegate nella produzione di materiale per l’aviazione[…]”
(Tratto da: Tra il Mugnone e Cercina: itinerari della Guerra e della Resistenza nel Quartiere 5, a cura dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscane e del Comune di Firenze)

Proverbio Toscano del Giorno

"Ognun dà la colpa al cattivo tempo"

Piazza della Signoria

Foto di Roberto Di Ferdinando