domenica 26 dicembre 2021

San Carlo dei Barnabiti in via Sant'Agostino

Foto tratta da Wikipedia.it
“[…] l’ex chiesa di San Carlo dei Barnabiti, che al suo interno custodisce alcune piccole meraviglie, tra cui la volta di Sigismondo Betti del 1721 e le quadrature prospettiche di Domenico Stagi, che ritroviamo anche nella chiesa del Carmine, oltre alcune pittura di Giuseppe Zocchi […].
Ma chi commissionò queste opere? L’ordine dei Barnabiti. Su progetto di Gherardo Silvani, lo spazio occupato in Oltrarno dall’ordine venne restaurato, trasformando cosi quello che era un luogo di culto. Nel 1783, a seguito della soppressione per volere del Granduca di Toscana Leopoldo II, i Barnabiti lasciarono Firenze (salvo poi tornare un secolo dopo). L’immobile fu privatizzato per essere poi acquistato dagli Scolopi nel 1838, che lo tennero trent’anni. L’ex chiesa è stata poi adibita a scuola e palestra […].
La gestione dell’ex edificio religioso è ora in mano al Quartiere 1: qua, negli ultimi anni, sono state ospitate alcune mostre di artisti contemporanei e iniziative culturali. […]”
(Tratto da: Carolina Natoli, I “tesori” dell’ex chiesa (che si prepara a rivivere), in Il Reporter, luglio 2015)

venerdì 24 dicembre 2021

Stazione di Santa Maria Novella

Foto di Roberto Di Ferdinando 



martedì 21 dicembre 2021

Modi di dire: “[…] Mi scordo di mettere il lumino alla Madonna, figurati se non riuscirò a scordarmi di lui…[…]”.

Modi di dire: “[…] Mi scordo di mettere il lumino alla Madonna, figurati se non riuscirò a scordarmi di lui…[…]”.

Così Vasco Pratolini, in “Le ragazze di Sanfrediano” fa parlare Tosca, innamorata del bel Bob (Aldo), ma da quest’ultimo raggirata e tradita….

domenica 12 dicembre 2021

Il "frontino"


“[…] Allora Bob, fu lui. Improvviso, e quasi a lui stesso inatteso, vibrò a Gianfranco, colpendolo sulla fronte col cavo della mano, dal basso in alto, quello che in Sanfrediano chiamano un "frontino"’. L’idea di decadere nella stima e dal cuore delle sue ragazze, esse che erano la sua vita, l’aveva resuscitato.
Il frontino, è un colpo bonario, vale la manata sulle spalle; nei confronti di un fanciullo sostituisce la carezza, e in opposte circostanze è il massimo segno di disprezzo. In questo caso il frontino serve "a non sporcarsi troppo le mani” con chi è talmente in basso da meritare di essere schiaffeggiato. E c’è il frontino, cosiddetto interrogativo, che sta a metà tra il complimento e l’ingiuria, ed è un modo squisitamente popolano di provocare, dalle reciproche reazioni, un sentimento definitivo. L’ampiezza del gesto che accompagna il frontino e l’intensità del sorriso di chi lo vibra, determinano i vari generi, poiché in quanto a peso, sia il frontino rivolto in segno di affetto, di offesa o di perdono, la misura non cambia - Si tratta sempre di un colpo secco, potente, sotto la cui scossa, Ila testa colpita torna e storna e per alcuni secondi il cervello si dilegua.
Comunque, nulla di più appropriato di un frontino per risolvere o far cambiare rotta ad una discussione, allorché l’interlocutore tocca il limite estremo del tenero, del drammatico o dell’abbietto.
Ma c’è anche una quarta circostanza che esige l’uso del frontino, ed è quella in cui si trovava Bob, «dell’uomo messo con le spalle al muro, che subisce una condanna o un ricatto sproporzionati alla sua colpa, inauditi e mortali: il frontino della disperazione. […]”
(Vasco Pratolini, Le ragazze di Sanfrediano)

mercoledì 1 dicembre 2021

Il buzzurro e le botteghe dell'Arco di San Pierino

Foto tratta da Wikipedia

“La Volta di San Piero, meglio conosciuta come arco di San Pierino, è un passaggio coperto realizzato in conci di pietra forte a vista, tra piazza San Pier Maggiore e via dell’Oriuolo. Il pittoresco luogo è ancora ricordato per le caratteristiche botteghe di una volta che vedevano: il buzzurro, oggi locuzione sinonimo di persona maleducata, ma che in origine indicava il venditore di castagne e suoi derivati. Infatti, le peculiari golosità prodotte dal buzzurro erano le ballotte, cioè le castagne bollite con un rametto di finocchio selvatico o con foglie di alloro, oppure le bruciate arrostite sulla brace, nonché fumanti castagnacci e la patrona che altro non era che la polenta di farina di castagne. [.…]
Alla friggitoria di fronte si gustavano sommommoli di riso, polpettine di patate e gli gnocchi di ferina gialla, i cosiddetti “canarini”, fritti nello strutto con l’aggiunta di alcuni semi di finocchio, oppure i roventini di sangue di maiale cotti in piccole padelle e poi spruzzati di parmigiano grattato, ottimi per consumare uno spuntino “alla lesta” che non è né una colazione né una merenda ma solo un ritocchino a “battiscarpa”, cioè da consumarsi senza indugi. Nella trattoria, oltre a scambiare quattro chiacchiere, si degustavano pasta e fagioli, riso e cavolo sul brodo di trippa e lampredotto, la ribollita, la zuppa Certosina, ossi buchi o baccalà, altrimenti gobbi in umido, serviti in bianche scodelli su un foglio di carta gialla steso sul piano di marmo dei tavolini come se fosse una tovaglia! […]”

(Tratto da: “L’Arco di San Pierino [volta di San Piero], di Luciano e Ricciardo Artusi, in Il Reporter, novembre 2014)