martedì 31 maggio 2016

La Firenze descritta da Mary Mc Carthy (continua)



“[…] I fiorentini del Medioevo e del Rinascimento quando andavano in battaglia si portavano statue con sé. Savonarola, anche se, presumibilmente, nemico dell’arte, si portò in processione un Bambino Gesù di Donatello nel giorno dei bruciamenti di <<vanità>> quando furono bruciati tanti dipinti secolari, fra cui gli studi dal vero di Fra Bartolomeo. Secondo una credenza popolare, sopravvissuta fono al secolo attuale, degli spiriti erano imprigionati nelle statue. La statua di Nettuno dell’Ammannati nella fontana di piazza della Signoria è chiamata <<Il Biancone>>, un tempo si credeva che fosse il potente dio fluviale dell’Arno mutato in statua perché, come Michelangelo, sdegnava l’amore delle donne. Racconta la leggenda che a mezzanotte, quando la luna piena vi risplende sopra, egli torna alla vita e passeggia per la piazza conversando con le altre statue. Prima di diventare statua, il David di Michelangiolo era conosciuto come Il gigante. Era un enorme blocco di marmo rubato da Agostino di Duccio; umanizzato dalla fantasia popolare, giacque nei laboratori della Cattedrale finché Michelangiolo non fece del  <<gigante>> l’uccisore del gigante ovvero un’immagine patriottica del piccolo paese che sbaraglia i suoi maggiori avversari. La leggenda tramanda che dei giganti costruirono le grandi mura etrusche di Fiesole […].
Più di ogni altra piazza in Italia, Piazza della Signoria evoca il mondo antico, non solo nelle colossali statue deificate […].  Alcuni sono Grecia e Roma antica; altri Rinascenza; altri appartengono all’epoca manieristica; uno al diciannovesimo secolo. Pure fra di essi non esiste disarmonia; paiono tutti figli di uno stesso grembo, un’esperienza ininterrotta, un conio periodicamente reimpresso. Il mondo che evocano è sanguinario. Quasi tutti questi gruppi stanno lottando […] .
Questa piazza, dominata da palazzo vecchio, antica sede di governo, possiede un’austera bellezza virile […] . Qui si trovava il centro civico, distinto dal centro religioso della piazza del Duomo e del Battistero e dai due mercati. La Giuditta e Oloferne di Donatello fu portata qui da Palazzo Medici, dov’era parte di una fontana, e sistema sulla <<aringhiera>> di Palazzo Vecchio quale emblema di pubblica salvezza; una iscrizione sulla base dichiara che ciò fu compiuto dal popolo nel 1493, quando i Medici furono cacciati e i loro tesori dispersi. La aringhiera era la piattaforma sulla quale si svolgevano le orazioni politiche e si leggevano al popolo i decreti della Signoria, e la statua di Giuditta che taglia la testa del tiranno intendeva simboleggiare, in modo più sintetico delle parole, la liberà popolare trionfante sul dispotismo. I Medici furono ripetutamente cacciati da Firenze, e sempre vi ritornarono. Quando Cosimo I instaurò la sua dittatura, per commemorare il trionfo del dispotismo sulla democrazia ordinò al Cellini il Perseo. Nel frattempo il Bruto di Michelangelo era stato commissionato, così si crede, da un privato per onorare Lorenzino de’Medici, che aveva meritato il nome di Bruto con l’assassinio del suo lontano cugino, il ripugnante tiranno Alessandro.  […]. Nella piazza, le statue erano lezioni ammonitrici o <<esempi>> civili, e la durata della materia, marmo o bronzo, implicava la convinzione o la speranza che la lezione sarebbe stata definitiva. […]”
Mary Mc Carthy, Le pietre di Firenze, 1956)

Proverbio Toscano del Giorno

"Nè forse nè mi parse non si scrisse mai in carte"

venerdì 27 maggio 2016

Modi di dire: "chiasso"

Il termine ‘chiasso’ ha più significati. Quello più usato è per indicare una confusione prolungata, spesso riferita a quella prodotta da bambini, altre volte, bonariamente, per sottolineare la confusione mentale, in determinati ragionamenti, degli adulti, oppure un loro rumoroso dinamismo: “non fare chiasso”.
Ma ‘chiasso’ è usato anche per indicare una via stretta e o corta, od un piccolo cortile, mentre in antichità era utilizzato per nominare i bordelli.
L’etimologia deriverebbe, come sinonimo di confusione, dal latino volgare ‘classu(m)’, che a sua volta trae origine da ‘conclassare’, cioè il gridare insieme. Invece, il termine, utilizzato in ambito stradario, ha origine, sempre dal latino, ma da “classis”, che significa “sezione”, in seguito impiegato anche per indicare un “quartiere”.
Roberto Di Ferdinando

Veduta dal Forte di Belvedere

Foto di Angela Lidia Larosa


Proverbio Toscano del Giorno

"Dal conto sempre manca il lupo"

lunedì 23 maggio 2016

Modi di dire: “andare a letto con le galline” e “impara a parlare quando piscian le galline”

di Roberto Di Ferdinando

Detti molto popolari, e di antica origine, quando in molte famiglie toscane, nelle campagne o nelle periferie delle città del Granducato, erano animali domestici. Il primo indica l’andare a dormire molto presto, nel tardo pomeriggio o all’inizio della sera, seguendo i ritmi di veglia  e sonno delle galline che prima del tramonto sono solite rientrare nel pollaio.
La seconda espressione invece è un deciso invito a rimanere zitti, in particolare di non immischiarsi verbalmente in affari altrui o in discussioni che coinvolgono altre persone, o a farlo “quando piscian le galline”, cioè, come era creduto nei secoli scorsi, mai. Infatti, la gallina effettua i suoi bisogni, compreso l’orinare, dall’ano (organo onnicomprensivo: cloaca), ma tale funzione, non molto palese, nella credenza popolare era convinzione che non avvenisse.
RDF

Libro: Pier Francesco Listri - PIETRO LEOPOLDO. Granduca di Toscana

Pier Francesco Listri
PIETRO LEOPOLDO
Granduca di Toscana.
Un riformatore del Settecento
Firenze Leonardo Edizioni, 2016
Pagine 144
"Questo volume, ricco di illustrazioni a colori, cronologie, dati storici, ricostruisce in modo agile e brillante il percorso umano e politico di un ragazzo che a soli diciotto anni divenne Granduca di Toscana e che per venticinque anni, prima di diventare l'Imperatore del Sacro Romano Impero, governò la Toscana trasformandola in una regione moderna, aperta al mondo e all'Europa, libera dall'oppressione della Chiesa di Roma e dall'antica morale cattolica, sviluppando accademie, musei, biblioteche, e abolendo per la prima volta in Europa, nel 1786, la pena di morte. Prefazione di Eugenio Giani, introduzione di Francesco Gurrieri."

Il Nettuno

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"S'impara a vivere sino alla morte"

giovedì 19 maggio 2016

Firenze attraverso la penna di Mary Mc Carthy.....

“[…] Firenze fu la <<figlia>>, Roma la <<madre>>: questa era l’opinione medievale. I fiorentini si appellarono alla tradizione, vantandosi di discendere da nobili famiglie romane. Gli Uberti, ad esempio, si dichiaravano discendenti di un presunto figlio di Catilina, perdonato da Cesare e da lui adottato col nome di Uberto Cesare. Ai tempi di Dante si credeva che due razze avessero popolato Firenze: i nobili, o Neri, discendenti dei soldati dell’esercito romano; e il popolo comune, o Bianchi, discendenti dai nativi di Fiesole. L’incompatibilità di questi due rami era portata a motivo delle perpetue discordie cittadine. Un’altra storia racconta come Firenze, distrutta da Totila, fu ricostruita da Carlo magno, che la edificò <<com’era>>, con le antiche forme di governo: leggi romane, consoli e senatori. Queste leggende e fantasie genealogiche celano un seme di verità. La sobrietà e il decoro di Firenze è la gravitas di Roma – una Roma pioneristica, di frontiera, sistemata fra monti selvaggi, su un fiume tumultuoso. Questo senso di avamposto, di un campo drizzato in un rettangolo militare vicino alla montagna di Fiesole, è ancora percettibile nelle strade attorno al Duomo – via Ricasoli, via dei Servi – che corrono dritte verso il monte come le vie delle città nuove del Far West.
Sotto la superficie fiorentina giace una Roma affondata. […] Diceva la leggenda che il Battistero era l’antico tempio di Marte, patrono della città. Una moderna teoria afferma che il Marzocco – il leone araldico fiorentino – fu in origine il Martocus ovvero una statua mutilata di Marte lasciata a guardia superstiziosa del Ponte Vecchio fino al 1333. […] In Piazza San Firenze, non lontano dal Bargello, vi era un tempio dedicato a Iside, la deità egizia dei fiumi e delle piene, il cui culto può darsi fosse stato importato da veterani romani; a Fiesole c’era un collegio di sacerdoti laici devoti alla Magna Mater, di importazione orientale.  […] Il Foro o mercato, più tardi Mercato Vecchio, era stato abbellito da un arco trionfale (ancora ricordato nel Medioevo) e ornato con statue. […]”
(Mary Mc Carthy, Le pietre di Firenze)

Piazza della Signoria

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Presto e bene, tardi avviene"

martedì 17 maggio 2016

Modi di dire: “ho un patema”

E’ il “patema d’animo”, cioè afflizione, l’angoscia, la forte preoccupazione, spesso causata da un’irragionevole paura o da un fatto non ancora verificatosi e, forse, mai da verificarsi. La parola deriva dal greco ‘pàthema’ (da ‘pàthein’) soffrire, ‘pàthos’ sofferenza, passione, il patire (da qui trae origine anche la parola: patetico).
Roberto Di Ferdinando

Battistero

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Per parlare di giuoco, bisogna aver tenute le carte in mano"

mercoledì 11 maggio 2016

Statue.....

"È un'evidente mancanza di gusto, anzi una vera e propria assurdità, collocare una statua su un piedistallo alto da 10 a 20 piedi, dove nessuno la può mai vedere chiaramente, tanto più che di regola essa è di bronzo, dunque di un colore nerastro: vista da lontano, infatti, diventa indistinta: se poi ci avviciniamo a essa, sale cosi in alto, che la vista rimane abbagliata dal suo sfondo di cielo chiaro. Nelle città italiane, specialmente a Firenze e a Roma, si trova un gran numero di statue sulle piazze e per le vie, ma tutte hanno un piedistallo molto basso, affinché si possa vederle distintamente: perfino i colossi sul Monte Cavallo hanno un piedistallo basso. Anche in ciò dunque si rivela il buon gusto degli italiani."
(Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, 1851)

Veduta dal Campanile di Giotto

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"La pratica val più della grammatica"

martedì 10 maggio 2016

Completata la ricognizione dei depositi di Firenze: gli ultimi risultati in un volume

Si intitola Dai Depositi. Nei depositi. Restauri e repertori di opere di opere d’arte dei
depositi fiorentini il secondo e ultimo volume frutto della pluriennale ricognizione nei
depositi dei beni storico-artistici di Firenze.
A quattro anni la pubblicazione del primo volume Dai depositi. Nei depositi. I Fondi Lotto per i
restauri e repertori di opere d’arte di alcuni depositi fiorentini, che proponeva solo un primo,
parziale censimento del patrimonio artistico fiorentino, la presentazione del nuovo lavoro è
prevista mercoledì 11 maggio, alle 17.30 nell’aula dell’ex-chiesa di San Pier Scheraggio agli
Uffizi (ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili), alla presenza del Direttore delle
Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt, del Soprintendente Belle Arti e Paesaggio per le province di
Firenze, Pistoia e Prato, Alessandra Marino, e con gli interventi di Cristina Acidini (già
Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino e sotto la cui guida prese il via questa grande
perlustrazione del patrimonio), Timothy Verdon (Direttore del Museo dell’Opera di Santa Maria del
Fiore), Giorgio Federici (Segretario del Comitato Firenze 2016) e della stessa curatrice del
volume, Maria Matilde Simari, funzionario responsabile dei depositi delle Gallerie degli Uffizi e
coordinatrice di quelli dei beni di provenienza territoriale.
Come indica Alessandra Marino, responsabile della tutela dei beni storico artistici anche di
Firenze, nell’introduzione del libro, “nell’anno in cui ci apprestiamo a commemorare l’alluvione del 4 novembre 1966 credo che questo libro sia da considerare la prima e importante testimonianza di
quanto si è fatto (in ragione dell’alto numero di opere alluvionate presenti nei depositi e dei vari
restauri che le hanno interessate) e di quanto ancora resti da fare, in uno scenario che comunque
ci dice come nulla venga dimenticato, nulla abbandonato, nonostante sia sempre più difficile il
reperimento delle risorse necessarie per sopperire alle molte necessità”.
“Questo libro mette fine a tanti falsi miti e leggende urbane sui tesori nascosti nei depositi
fiorentini – aggiunge Eike Schmidt -, valorizzando al contempo le vere ricchezze di dipinti e oggetti
d’arte che vi sono conservati”.
Infatti, a 50 anni esatti dall’alluvione di Firenze – che si rivelò un trauma enorme per il patrimonio
artistico cittadino - si completa quest’azione di inventariazione e catalogazione delle opere
d’arte (riferite anche alla Città di Firenze) presenti in cinque depositi - Limonaia di Villa
Corsini a Castello, Museo del Cenacolo di Andrea del Sarto a San Salvi, Villa medicea di
Poggio a Caiano, Villa medicea della Petraia a Castello e Laboratori di Restauro della
Fortezza da Basso – che dà l’opportunità di rispondere alla domanda che più volte è stata posta
dai media e da privati cittadini ai responsabili del patrimonio culturale: “ma cosa c’è nei depositi
della Soprintendenza?”.
“Sfogliando questo volume, e il precedente del 2012 – scrive Maria Matilde Simari nel suo testo
introduttivo -, si potrà avere la risposta con numeri, dati e immagini. Sarebbe poi auspicabile che,
una volta scoperto il contenuto di questi depositi, gli enti proprietari, e non solo loro, si attivassero
per restauri e ricollocazioni in luoghi adeguati. Non è raro udire e leggere l’affermazione che ‘la
conoscenza è il primo passo per la valorizzazione’”.
Inoltre, la ricerca ha permesso di stabilire con certezza non solo le “presenze” numeriche
delle opere nei depositi (quelle riferite alla sola città di Firenze attualmente inventariati sono
1114 tra dipinti, oggetti d’arte, affreschi e cornici), ma anche quelle che nel tempo sono
state riconsegnate agli enti proprietari (570) e quelle attualmente in restauro (822).

Basilica di Santa Croce

Foto di Marco Giorgi

Proverbio Toscano del Giorno

"Il mangiare insegna bere"

venerdì 6 maggio 2016

Modi di dire: “biribissaio”

di Roberto Di Ferdinando

Indica una situazione confusa, o uno spazio dove vi è una caotica e rumorosa presenza di persone. L’espressione deriva dal nome di chi tiene il banco dell’antico gioco del ‘biribissi’; un gioco d’azzardo, simile alla tombola, in cui i giocatori collocano la posta su una o più delle 70 caselle (numerate e figurate) in cui è diviso il tavolo da gioco. Il biribissaio estrae dal sacchetto uno dei settanta numeri proclamandolo ad alta voce. Da immaginare che in tale situazione tra il biribissaio che urla il numero ed i giocatori che si accalcano intorno al tavolo spintonandosi per puntare, quanta confusione si crei. Da qui l’origine dell’espressione.
La parola deriverebbe dal tedesco vier-fussig (quadrupede) perché nel tavolo da gioco, le caselle numerate sono decorate con figure di animali.
Nel 1902 Paolo Lorenzini, nipote del famoso Carlo, pubblicò un libro umoristico per ragazzi, che ebbe un grande successo editoriale, dal nome ‘Sussi e Biribissi’ dal nome dei protagonisti della storia. Tale titolo divenne anche un’espressione popolare, utilizzato per indicare due persone dall'aspetto fisico opposto, molto amiche tra di loro, come i personaggi del racconto.

Veduta dal Campanile di Giotto

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi ha fatto la piscia a letto la rasciughi"

giovedì 5 maggio 2016

1865-1870: Firenze e l’Europa. Giuseppe Mengoni e il Sistema dei nuovi mercati della città.

di Rita Panattoni

Tratto da “Nuova Antologia” di Aprile-Giugno 2015

“[…] il contributo intende riflettere sulle vicende che hanno condotto alla realizzazione del sistema dei nuovi mercati fiorentini, sia durante gli anni frenetici in cui la città toscana riveste suo malgrado il ruolo di capitale (provvisoria d) del Regno d’Italia (1865-1870), sia in quelli immediatamente successivi al (poi temuto) trasferimento della stessa capitale a Roma (1871): il Mercato Centrale dei Camaldoli di San Lorenzo (1874) e i due mercati succursali di Sant’Ambrogio alla Mattonaia (1873) e di San Frediano in Oltrarno (1875).
L’inattesa centralità acquisita da Firenze unita alla ristrettezza dei tempi utili per dotare la città di servizi adeguati ritenuti urgenti, oltreché indispensabili, impongono alla classe dirigente fiorentina di avvalersi delle competenze di professionisti qualificati in ambito nazionale, e appunto in questa cornice che si inserisce l’opera di Giuseppe Mengoni (1829-1877): l’ingegnere-architetto di formazione bolognese, assurto alle cronache internazionali come uno dei protagonisti dell’architettura italiana del periodo postunitario per la ‘straordinaria’ galleria Vittorio Emanuele II di Milano appena inaugurata (1867). Il Mengoni sarà coinvolto dal Comune nell’impresa dei nuovi mercati delle vettovaglie, prima in qualità di esperto consulente (1867) e in seguito come autore del progetto (1868-1870). [Firenze – con l’apporto del Mengoni – partecipa attivamente ad un fenomeno culturale complesso, destinato ad incidere fortemente sull’immagine architettonica e sull’assetto urbanistico delle città di fine ottocento (non solo italiana): la trasformazione morfologica e tipologica del tessuto urbano antico come rappresentazione dell’ascesa della nuova classe borghese e del consolidarsi delle sue aspirazioni; il gigantismo degli edifici come stimolo per la dominante cultura dello storicismo architettonico ad andare oltre la pura citazione e la colpa.
[…] .
A Firenze la facies ancora medievale del centro urbano, coincidente con l’area del Mercato Vecchio, sarà definitivamente cancellata, laddove gli edifici antichi più significativi della sua storia verranno <<isolati>> come <<monumenti>> di un passato glorioso, avulsi dal contesto per il quale erano stati concepiti. E come un ‘monumento’ del presente (identificato ora col Progresso) sarà progettato il Nuovo Mercato Centrale fiorentino di Mengoni: un’originale, moderna ‘cattedrale del cibo’ (soprattutto se si considera che cominciò a funzionare effettivamente dopo diversi anni dacché era stato inaugurato).
Accogliendo buona parte dei suggerimenti contenuti nella memoria sui mercati del 1862 dell’architetto Giuseppe Poggi, già alla fine del 1864
[…] si delibera la demolizione del secolare Mercato Vecchio, trasferendo la vendita di vettovaglie nei Camaldoli di San Lorenzo […] mentre si prevedono due nuovi mercati rionali, da costruirsi presso Porta alla Croce, fra il nuovo quartiere della Mattonaia e quello popolare di Sant’Ambrogio, e nella zona dei Camaldoli di San Frediano in Oltrarno. Il sistema ‘mercato generale-mercati di quartiere’ viene infatti adottato in tutte le grandi città europee come il più vantaggioso per l’approvvigionamento e lo smistamento delle terre. La decisione interrompe la lunga serie di progetti diretti a ricostruire il nuovo mercato nella medesima area di quello vecchio; tuttavia, in attesa di studi dettagliati, anche il piano di riordinamento del centro, predisposto dall’ingegnere dell’Ufficio d’Arte Luigi Del sarto nel 1866, ad integrazione di quello di ampliamento (1865) redato dal Poggi (ma pur sempre dettato dall’Amministrazione comunale) si limita a precisare le direttive da seguire per ‘liberare’ e ‘riordinare’ l’antico nucleo cittadino. Alla base, una <<retorica tendenziosa>> ormai corrente che, dietro ad un’effettiva condizione di degrado da risanare, cela la volontà di corrispondere alle aspettative dell’ideologia borghese, assecondandone le pressanti richieste speculative e di legittimazione, malgrado la forte reazione oppostale dal mondo intellettuale (non solo fiorentino) e da quello dell’arte, i cui echi si riversano sulle riviste e sui quotidiani.
La strategia di trasferire il Mercato Vecchio nei Camaldoli di San Lorenzo è volta a promuovere il ‘risanamento’ anche di quel settore cittadino ‘popolare’, per rivalutarne economicamente le proprietà immobiliari, favorite dalla centralità urbana e dalla vicinanza strategica della stazione ferroviaria. Per quanto riguarda le altre due realtà periferiche: nel caso di Sant’Ambrogio il mercato andrà ad occupare gli orti espropriati al monastero di Santa Verdiana, mentre a San Frediano andrà a ‘sostituirsi’ ad un grande giardino privato, parimenti espropriato (prossimo alla omonima Porta); da qui, le demolizioni degli immobili di quelle aree rispondono unicamente allo scopo di aprire nuove strade o di rettificare quelle esistenti per favorire gli accessi alle due moderne strutture di servizio. Sul trasferimento del Mercato Centrale si discuterà a lungo, fino a quando il Mengoni, invitato inizialmente per esaminare il progetto presentato dalla ditta inglese di Alexander e John Skwarcow (1867), non riceverà l’incarico di redigere lui stesso una proposta progettuale (1868), che sarà approntata tra ottobre e novembre 1869, e approvata definitivamente nel febbraio 1870.
[…]. Ciò che qui preme sottolineare è la novità dirompente introdotta a Firenze dal Mercato Centrale.  […] Il progetto di Mengoni non solo interviene sulla città con un disegno che in pianta si sovrappone brutalmente al tessuto edilizio preesistente, ma anche in alzato il vocabolario che usa per dialogare con l’intorno è inedito: a Firenze, in effetti, se si escludono i ponti sospesi dei fratelli Seguin (1836-1837), non si è mai utilizzato il ferro con tale sistematicità e profusione, riservandone l’uso per abbellire e rendere più comode le residenze della Corte, oppure per elementi di decoro urbano o di arredo nelle abitazioni della borghesia. […] Per la realizzazione dell’opera di Mengoni si sarebbe provveduto mediante un prestito contratto dal Comune fiorentino con la Cassa di Risparmio di Firenze per 2.500.000 lire. […]
E’ dunque il principio dell’ambientazione a suggerire l’adozione del bugnato rustico toscano in arenaria grigia nel basamento-rivestimento della gabbia metallica del Nuovo Mercato di San Lorenzo, mentre l’impiego del ferro consente la copertura di uno spazio espositivo così vasto, e il suo abbinamento al vetro favorisce l’illuminazione e l’areazione degli ambienti. […]”

La tartaruga di Jan Fabre in Piazza della Signoria

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi non va non vede; chi nonprova, non crede"