lunedì 31 luglio 2017

Palazzina della Meridiana - Giardino di Boboli

Foto di Francesco Baciocchi


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi è stato battezzato con l'acqua del fosso puzza sempre di umido"

Firenze

Foto di Francesco Baciocchi

sabato 29 luglio 2017

giovedì 27 luglio 2017

La chiesa di Santa Margherita de’Cerchi e lo zabaione



“[…] Nella chiesa di Santa Margherita de’Cerchi […] ha sede la venerabile Compagnia dei “Quochi” (con la Q) dedicata a San Pasquale Baylon – nome derivato da quello della festività religiosa della Santa pasqua – morto in Spagna a Villareal il 17 maggio 1592. San Pasquale è il patrono universale dei cuochi e dei pasticcieri. Nella chiesa, davanti all’altar maggiore, è tuttora visibile lo storico sepolcro della compagnia. Il termine Zabajone, infatti , secondo una leggenda trarrebbe origine dal nome del frate, San Pasquale de Baylon che in dialetto torinese abbreviato diventò San Bajon, italianizzato poi in Zabaione. San pasquale è anche protettore delle donne, in particolare, in particolare di coloro che cercano marito. In antico era diffusa anche una preghiera che recita: “San pasquale Baylon, protettore delle donne, mandami un marito, bianco rosso colorito, ma deve essere tale e quale, come te San pasquale”. A San Pasquale è inoltre attribuita l’invenzione del corroborante “zabaione”. […]”
(Testo tratto da: “A zonzo per Firenze”, di Luciano e Riciardo Artusi, pubblicato su Il Reporter di aprile 2017)

Proverbio Toscano del Giorno

"Quando il villano è alla città, gli par d'essere il potestà"

mercoledì 26 luglio 2017

martedì 25 luglio 2017

Profilo inedito di Cosimo I

“[…] Cosimo I, che restaurò il ramo cadetto della dinastia dopo la caduta della Repubblica e l’assassinio di Alessandro, possedeva la freddezza e l’astuzia felina della tribù. Suo padre, Giovanni dalle Bande Nere, a giudicare dalla brutta statua  del Bandinelli davanti a San Lorenzo, somigliava a un gatto selvatico ammiccante o a un leone di montagna. Fisicamente Cosimo prese da lui, ma non eredità nulla della sua audacia e del suo nobile  impeto. Gatto domestico e crudele a caccia di topi (quando volle avvelenare Pietro Strozzi provò i veleni sui prigionieri del bargello e fece assassinare Lorenzino dai suoi agenti di Venezia con un pugnale avvelenato), fu un tassatore spietato e un puritano feroce. Durante il suo tetro regno furono votate aspre leggi contro la sodomia e la bestialità; egli volle circondarci di una corte casta, ponendosi a modello per la sua cronica fedeltà alla consorte Eleonora di Toledo. Non si fidava dei fiorentini e per i traffici politici di corridoio si valse del seguito spagnolo della moglie: lo zio di lei, fratello del Viceré di Napoli, e vari prelati. Lo storico Segni (che non parteggiava per i Medici) scrisse:<<Egli certo infra molte sue virtù aveva quella della temperanza. Nel modo del suo governo era inviolabile nelle esecuzioni della giustizia, ma non già troppo risoluto, però dava udienza poco e negoziava per via di suppliche>>. Il Segni prosegue dicendo che Cosimo spese cifre favolose in ufficiali, spie, spagnoli, e donne che <<accudissero a Madama>>, e in seguito ad accrescere il numero di guardie per sé e delle spie degli altri. Pure, fu proprio questo casto e circospetto governatore a radunare la raccolta di allusive sculture del Cellini e del Bandinelli, ora esposte al terzo piano del Bargello: una leda, due Ganimedi, un Narciso e un Giacinto. E si racconta la storia spaventosa di una scena vissuta dal pittore di corte Vasari, in una sala di Palazzo Vecchio, che il Granduca lo aveva incaricato di affrescare. Un caldo giorno d’este vasari stava in piedi su un’impalcatura a dipingere il soffitto quando vide la figlia id Cosimo, Isabella, entrare nella stanza, buttarsi sul letto e poi addormentarsi. Mentre la fanciulla dormiva, entrò d’improvviso nella stanza il Duca Cosimo e a un tratto il vasari udì un grido terribile proveniente dal eletto. Dopodiché prosegue il racconto, egli non guardò più da quella parte ma fu costretto a restare nascosto sul soppalco, non sentendosi più disposto a dipingere per quel giorno.
Questo racconto, narrato da un cronachista più tardo, e probabilmente inventato, ha tuttavia nella sua succinta brevità il suono del vero.
[…]”
(Mary McCharthy, Le pietre di Firenze, 1956)

Proverbio Toscano del Giorno

"Ognuno patisce del suo mestiere"

giovedì 20 luglio 2017

Botticelli "piagnone" beniamino dei Medici

“[…] Secondo alcuni scrittori, Botticelli divenne un <<piagnone (il nome irrisorio con cui venivano chiamati i seguaci del frate Savonarola) ma solo dopo il martirio del Savonarola. Nella National Gallery londinese vi è un misterioso dipinto del Botticelli noto col titolo L’adorazione mistica, che può essere interpretato come un’enigmatica allusione al martirio e alle profezie del monaco. […] . Sia vero o no che Botticelli diventasse un <<piagnone>> come Lorenzo di credi e Fra Bartolomeo e rinnegasse i suoi nudi pagani, come fece più tardi l’Ammannati, è certo che l’atmosfera delle sue ultime opere è inasprita da una violenta tensione. Una qualche lotta interiore, tipicamente fiorentina, dovette insediarsi nell’animo di questo artista, che fu chiaramente, in ogni caso, uomo di vaste contraddizioni, se si pensa che la sua bottega dalla quale sorgevano tante Vergini languide e sognanti erano centro famoso di burle e di <<beffe>> fiorentine.
Dopo la Primavera  e la Venere un realismo aspro, asciutto, nervoso, comincia a inacerbare le sue forme, ancora lievi, alla prima occhiata, e dolcemente, voluttuosamente pensose nello stile che gli era proprio: i soffici ricci dorati si appesantiscono e più gravi diventano i panneggi, come nei gesti mimati di una tediosa sciarada. Nel 1480 egli dipinse per la chiesa di Ognissanti un grande affresco angoloso in strani toni di giallo e di grigio raffigurante Sant’Agostino nel suo studio; quest’opera rivela una drammatica simpatia col santo proto-calvinista. Al tempo del piccolo dipinto intitolato Calunnia (1490; savonarola fu giustiziato nel 1498), la metamorfosi è compiuta. Una fredda, maligna bruttezza emana dalle figure di questa composizione neo-classica, dove un Giudice Ingiusto, con orecchi d’asino, seduto su un trono, è assistito dalla ignoranza e dal Sospetto, mentre l’Odio conduce la Calunnia, che porta la torcia della Verità e trascina per i capelli l’Innocenza, una giovane donna seminuda.. la Calunnia è seguita dalla Frode e dall’Invidia che intrecciano rose nei suoi capelli ramati. Dietro di loro avanza il Rimorso, una vecchia vestita di nero, e la Verità Nuda, con lunghi biondi capelli disciolti, che immobile come una statua alza l amano destra ad additare il Cielo, in un gesto fatidico. Nello sfondo, dietro le arcate di una pesante architettura classica appare un mare verde-pallido, che rammenta, come la figura della Verità, la Nascita di Venere. Questo richiamo al passato è come un rimbalzo vendicativo sul Botticelli arcadico, più antico; la Calunnia è un Arcadia divenuta violenta e paranoide.
Tale, in ogni suo gesto, è la pittura puritana per eccellenza : fredda, declamatoria, programmatica, affatto priva della nordica fantasia delle <<tentazioni>> di Bosch, per esempio, dove almeno il demonio è fertile. Botticelli fu il pittore beniamino dei Medici, una famiglia in cui il puritanesimo si combinava o si alternava con una sensualità animalesca e la freddezza con la genialità. Cosimo il Vecchio era freddo, abile e ascetico; era un uomo che sapeva aspettare, una caratteristica felina che ricompare in Cosimo I e nella giovane Caterina, gli accaparratori di potere della famiglia. D’altro canto, invece, il figlio del vecchio Cosimo, Giovanni, era un sibarita che viveva alla giornata e morì di indigestione. Lorenzo il Magnifico fu <<incredibilmente dedito alla soddisfazione di una passione amorosa>>, per esprimersi come Roscoe, il suo biografo settecentesco; la sua sensualità era incontrollata, una perpetua smania taurina. Tre Medici furono fisicamente attraenti: il bel Giuliano e suo figlio, papa Clemente, e il cardinale Ippolito, che fu ritratto da Tiziano in abiti ungarici. Lorenzo, anche nei suoi ritratti che a quanto si tenderebbero a migliorarlo, ha un fisico curioso; con i capelli neri e lisci, il labbro superiore lungo e sottile, il naso aquilino e la carnagione olivastra, è simile ad un capo Sioux. Era molto miope, aveva una voce aspra e sgradevole, e praticamente era privo del senso dell’odorato; come tutti i Medici, soffriva di gotta. Suo padre, Piero il Gottoso, ne rimase zoppo per tutta la vita. Lorenzo duca d’Urbino, il padre di Caterina de’Medici, morì di sifilide. […]”
(Mary McCharty, Le pietre di Firenze, 1956)

Tramonto fiorentino

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Ogni uomo ha buona moglie e cattiva arte"

mercoledì 19 luglio 2017

Proverbio Toscano del Giorno

"Non è villano perchè in villa stia, ma villano è chi usa villania"

martedì 18 luglio 2017

Il pecorino Toscano

“Il pecorino Toscano ha origini antichissime risalenti all’epoca etrusca; notizie storiche certe sulla sua produzione si ritrovano già in Plinio il Vecchio che ne tratta per la zona di Luni (l’attuale Lunigiana). La pastorizia e l’allevamento ovino continuano a diffondersi in tutta la Toscana durante il Medioevo ed è emblematico l’episodio di Giotto che pascola il gregge nei pressi di Vicchio del Mugello dipingendo sui sassi. Durante i secoli seguenti numerosissimi sono gli scritti e documenti celebranti l’importanza rivestita dal pecorino in Toscana, questo allora veniva chiamato cacio marzolino perché la sua produzione iniziava tradizionalmente in marzo per poi continuare durante tutta la primavera. Ad eccezione della crisi che si abbatté sulla pastorizia toscana dal 1918 fino al dopo-guerra, riducendo drasticamente il numero dei capi allevati e i quantitativi di pecorino prodotto, l’allevamento ovino toscano vede sempre maggiore sviluppo; nascono i primi caseifici e si ha la separazione fra la figura del pastore, l’allevatore delle pecore, e quella del casaro, vero e proprio produttore del formaggio.. Il pecorino Toscano DOP viene prodotto con latte intero di pecora, con aggiunta di caglio di vitello o vegetale; la pasta viene sottoposta a cottura e a rottura fino a determinare granuli di cagliata di grandezza variabile da quella di un chicco di granturco per il tipo di pasta “semidura” a quella di una nocciola per il tipo “tenero”. Successivamente si effettua la pressatura e la salatura, cui segue un periodo di stagionatura di durata variabile a seconda della collocazione gastronomica del formaggio.
La forma del prodotto finito è cilindrica a facce piane, dal diametro variabile tra 15 e 22 cm; lo scalzo è leggermente convesso, di latezza compresa tra i 7 e 11 cm ed il peso delle forme varia da 1 a 3,5 kg. Il colore della crosta è giallo con tonalità variabile mentre la pasta è bianco-paglierini di sapore delicato, coin una leggera vena piccante. […].”
(Tratto da: “Toscana, l’eccellenza del gusto)

Proverbio Toscano del Giorno

"Niuno s'ha da vergognare della sua arte"

lunedì 17 luglio 2017

Il Pane Toscano

“La storia stessa della Toscana ha determinato la nascita di un pane differente da quelli normalmente prodotti in larga parte nelle altre regioni italiane poiché il Pane Toscano è senza sale. Tale assenza sembra risalire ad una storica contesa, tutta toscana, del XII secolo tra le allora città rivali di Firenze  Pisa. Oltre la contesa sembrerebbe comunque una scelta conseguente all’alto prezzo del sale e perciò destinato principalmente per la conservazione della carne di maiale per la scorta annuale. Una prima testimonianza scritta sulla produzione di pane “sciocco”, cioè senza sale, viene fornita già nel Cinquecento da Pierandrea Mattioli. Successivamente ne parla il Manetti che fa riferimento, inoltre, all’uso del lievito naturale, detto in Toscana “Formento”, costituito da pasta inacidita che veniva conservata nella cosiddetta “madia” o “cassa del pane”, come la chiama Leon Battista Alberto nel “De re aedeficatoria”, in mezzo alla farina. Le varietà di frumento utilizzate per la produzione di farine per il Pane Toscano derivano in larga misura da quelle che, a partire dagli inizi del 1900, furono oggetto di studio e di miglioramento genetico avvenuti in Valdichiana. Tali varietà, quando coltivate in Toscana, danno quei valori idonei per la lievitazione con lievito madre a pasta acida determinando così il caratteristico gusto del pane preparato senza sale. La produzione del pane assumeva caratteri quasi rituali, in parte ancora mantenuti. Se “posare il pane in modo opposto alla cottura” era considerato mancanza di rispetto verso un alimento basilare, era grave peccato, ancora oggi sentito, gettar via il pane avanzato. Di qui, probabilmente, la ricchezza di ricette popolari legate all’utilizzo del pane raffermo: la panzanella, conosciuta già nel’500, la panata, minestra nota fin dal XIV secolo, la ribollita, l’acqua cotta, la pappa col pomodoro, la bruschetta o fettunta, la minestra di cavolo nero per citarne alcune.
Il Pane Toscano ha profumo di nocciola tostata, sapore senza sale e lievemente acidulo della mollica, crosta croccante e mollica dall’alveolatura irregolare color bianco, bianco-avorio. La corretta lievitazione lo preserva per un periodo ben superiore al pane oggi diffuso, ha inoltre un valore nutrizionale elevato dovuto sia all’alta digeribilità, legata all’uso di un mix di farine con bassi valori di glutine e con l’apporto nutritivo del germe di grano proprio (cioè non aggiunto) sia dalla storica assenza del sale fra gli ingredienti
(Tratto da: “Toscana, l’eccellenza del gusto”)

Proverbio Toscano del Giorno

"Montanini e gente acquatica, amicia e poca pratica"

giovedì 13 luglio 2017

L’olio del Chianti Classico

“L’olio del Chianti Classico ha una tradizione antichissima tramandata di generazione in generazione. La produzione dell’olio di oliva ha avuto un forte impulso con il passare degli anni per motivi nutrizionali, religiosi (riti e cerimonie che imponevano l’uso dell’olio) e d’incremento demografico. Furono così trasformate ampie zone boschive in vigneti e oliveti, favorendo l’esaltazione dello straordinario paesaggio toscano compreso tra la città di Firenze e Siena (comuni di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti, Greve in Chianti, Radda in Chianti, Barberino Val d’Elsa, Castelnuovo Berardenga, Poggibonsi, San Casciano in Val di Pesa e Tavarnelle in Val di Pesa). Un riconoscimento particolare della zona di produzione è stata la promulgazione di un editto del 1716 con il quale il Duca Cosimo III tracciava gli attuali confini dell’area di produzione riconoscendo la qualità delle attuali produzioni olivicole e viticole della zona.  Nel 1819 il Trattato teorico-prativo completo sull’ulivo di G. Tavanti indicava già le principali cultivar esistenti nella zona del Chianti Classico.
L’olio extravergine di oliva del Chianti Classico è prodotto con olive di oliveti iscritti all’albo , costituiti per almeno l’80% da piante della varietà Frantoio, Correggiolo, Moraiolo e Leccino da sole o congiuntamente, e per un massimo del 20% da piante di altre varietà della zona […]. Ha un colore da verde intenso a verde con sfumature dorate, un odore netto di olio di oliva e fruttato e un sapore piccante e leggermente amaro. La presenza di note aromatiche rende quest’olio ottimo su insalate, minestre a base di legumi e su piatti della tradizione Toscana come la ribollita e la panzanella. […]”
(Tratto da: “Toscana, l’eccellenza del gusto”)

Proverbio Toscano del Giorno

"La carità dei frati accompagna fino alla porta"

mercoledì 12 luglio 2017

Piazzale Michelangelo (2004)

Foto di Roberto Di Ferdinando


La chiesa che ispirò l'architettura di Brunelleschi

“[…] In Brunelleschi la tradizione fiorentina raggiunse il suo culmine. Ecco – per esempio in Santo Spirito o nella Cappella dei Pazzi o nella Badia di San Domenico  - la grave purezza, quiete e semplicità delle prime chiese fiorentine. Il germe del Brunelleschi non va ricercato  nella Roma classica ma nella chiesetta dei Santi Apostoli che la leggenda attribuisce a Carlo Magno. Tutta grigia e bianca, pietra grigio-scura giustamente chiamata <<serena>> contro il candido intonaco, tre navate, due processioni di colonne con leggiadri capitelli corinzi che corrono giù per la chiesa a sostenere una ritmica fila di archi rotondi, volte che si intrallacciano come ventagli chiusi ed aperti, motivi decorativi, sempre in pietra grigia, a foglie, a conchiglie, a ovoli e lische di pesce, a raggi solari: questi sono, in sunto generico, gli elementi del classicismo toscano che rincorrono di continuo nelle grandi chiese brunelleschiane, con l’aggiunta, nelle parte più frivole come la sacrestia, di fregi e tondi per mano di Desiderio o di Luca della Robbia: cherubini aureolati di corolle o con ali incrociate come rigidi bavaglini, i quattro Evangelisti […].”
(Mary McCarthy, Le pietre di Firenze, 1956)

Leggi anche: Piazza del Limbo e le antiche terme romane

Proverbio Toscano del Giorno

"Invito d'oste non è senza costo"

martedì 11 luglio 2017

Modi di dire: “L’è un pigia pigia!”

Si usa per indicare uno spazio molto affollato, dove non è possibile muoversi per l’alta concentrazione di persone. L’espressione nasce proprio dal gesto, in questi luoghi dove le persone sono ammassate, di spingersi l’uno con l’altro per guadagnare spazio. Infatti, il verbo “pigiare” deriva dal latino “pisum”=”pinsum” gerundio di “piso”=”pinso” cioè pesto (pestare).
Roberto Di Ferdinando

Lungarno del Tempio (Social Forum 2002)

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Il villano nobilitato non conosce suo parentato"

lunedì 10 luglio 2017

Il genio di Brunelleschi nella realizzazione della cupola

Foto di Lorenza Pandolfini
“[…] A parte la meraviglia, questa cupola del Brunelleschi era estremamente pratica in tutti i suoi dettagli. Aveva gronde per la pioggia, piccoli tubi o sbocchi per ridurre la pressione del vento, uncini di ferro all’interno a sostegno delle impalcature per eventuali lavori d’affresco, luce nel ballatoio, che sale verso la cima per evitare ruzzoloni nel buio, e gradini di ferro a sostegno delle parti più ripide della salita. Durante i lavori Brunelleschi aveva anche provveduto al ristoro dei muratori con uno spaccio temporaneo di vini e id cibo, in modo che potessero lavorare tutto il giorno senza la fatica di dover andare e tornare per l’ora del pranzo. […]
In breve, l’opera era una meraviglia sotto ogni rispetto, e Michelangiolo quando fu chiamato a fare San Pietro tributò a Brunelleschi la sua ammirazione con un distico:<<Io farò la sorella | Già più grande ma non più bella>>. Disse il vasari che la cupola sfidava i cieli: <<Veggendosi ella estollere in tant’altezza, che i monti intorno a Fiorenza paiono simili a lei>>.
Spesso fu colpita dal fulmine e ciò fu interpretato come un segno d’invidia deli cieli. Quando i fiorentini seppero che stava per essere applicata alla cupola una lanterna, su disegno del Brunelleschi ma non incominciata che dopo la sua morte, si misero in allarme e parlarono di <<provocazione divina>>.
[…] Michelangiolo sapeva essere rude e sarcastico verso i suoi colleghi architetti e scultori […] ma era molto attento alla vera bellezza (fu lui a chiamare la porta del Battistero del Ghiberti >>porta del Paradiso>> e a rivolgersi al San Giorgio di Donatello dicendo, <<cammina!>>) e la sua architettura fu sempre memore del Brunelleschi, morto gran tempo avanti ala sua nascita, che non riuscì a superare ma solo a esagerare: più grande , sì, ma non più bella. […]”
(Mary McCharty, Le pietre di Firenze, 1956)

Proverbio Toscano del Giorno

"Frati osservanti risparmiano il suo e mangiano quel degli altri"

Foto di Elisa Ricci

venerdì 7 luglio 2017

Le profezie del Savonarola



“[…] le profezie del Savonarola furono, per così dire, riscoperte durante l’Assedio di Firenze; non solo la saggia suor Domenica, ma vari frati furono impiegati dalla signoria a trarre auspici dalle oscure espressioni del frate. Il suo detto, improvvisamente riesumato, <<Gigli con gigli dover fiorire>>, fu inteso nel senso che occorreva aderire all’alleanza francese, un’idea ben poco originale quando si pensa che il terrore del potere spagnolo si era già rivelato nel Sacco di Roma. La signoria e la gente tennero anche a ricordare un altro suo detto: che Firenze avrebbe perso tutto eppure si sarebbe salvata. Ala luce di questa frase, ogni catastrofe era vista come un presagio di vittoria finale: la perdita di Empoli, per esempio. Dopo averlo bruciato, la Repubblica affidava al frate le sue speranze. Gesù Cristo fu proclamato re dei fiorentini e la gente credeva realmente che la Città Sacra, che Papa Bonifacio VIII aveva chiamato <<il quinto elemento>> e il cardinale Pietro Damiani <<una nuova Betlemme>>, sarebbe stata salvata dagli angeli, scesi in bande armate dai cieli. […]”
(Mary McCharty, Le pietre di Firenze, 1956)

Proverbio Toscano del Giorno

"I frati si uniscono senza conoscersi, stanno uniti senza amarsi e muoiono senza piangersi"

Piazza San Marco

Foto di Roberto Di Ferdinando

giovedì 6 luglio 2017

Proverbio Toscano del Giorno

"Quando la merda monta in scanno, o che la puzza o che la fa danno"

mercoledì 5 luglio 2017

La prima corsa a cronometro a Firenze

Nell’aprile del 1834 la cittadina russa, di San Pietroburgo, Carolina Raukert, a Firenze come turista, fece ufficiale richiesta al Gonfaloniere della città per effettuare una corsa in bicicletta,  più precisamente con il velocipede: "<<effettuare  domenica 4 maggio a ore 6,30 una corsa velocipede nello stradone interno delle mura urbane della città e, segnatamente dalla Porta a san Gallo fino al Bastione del Forte di San Giovanni Battista, passando per detto tratto di strada per tre volte e viceversa in 29 minuti>>. Il 30 aprile il Gonfaloniere acconsentì alla cosiddetta prima gara ciclistica a cronometro che si svolse a Firenze".
(Tratto da Reporter di aprile 2017, articolo di Luciano e Riciardo Artusi. La richiesta della turista russa è conservata all’Archivio storico comunale di Firenze, CA 492, c.129).
Firenze sul finire dell’Ottocento divenne un importante cento di sviluppo della biciletta anche come mezzo sportivo. Si legga il seguente post: Il ciclismo italiano nacque a Firenze

Proverbio Toscano del Giorno

"Grama quella ca', dove soldato o prete va"

martedì 4 luglio 2017

Nevicata del 2004

Foto di Roberto Di Ferdinando



Quando c'era la musica per le strade di Firenze

“[…] Savonarola aveva scritto canzoni, non tutte di pia ispirazione, da modulare nei cori dei ribaldi canti carnascialeschi. Più anticamente, nel quattordicesimo secolo, il movimento religioso francescano aveva riempito di musica la città. I frati mendicanti cantavano nelle strade e nelle piazze, come i menestrelli e giocolieri ambulanti che si radunavano a Pian de’Giullari, alle soglie della città. Nelle chiesa francescana di santa Croce c’era una grande scuola di musica, dove si impartivano lezioni anche di retorica, scherma e danza; vi si insegnava sia la musica secolare che la musica sacra. Dall’altra parte della città, in santa Maria Novella, i domenicani avevano una scuola rivale che offriva lo stesso curriculum. La parola nota in musica era stata coniata da Guido, un  monaco fiorentino, nell’undicesimo secolo. I canti amorosi toscani – canzoni, ballate, strambotti, stornelli – che derivavano dai canti trovadorici di Provenza e dai menestrelli della corte siciliana di Federico II di Svevia, furono condannati, come ars nuova, da una bolla papale di Giovanni XXII nel 1322. Il più celebre compositore di ars nuova fu il cieco fiorentino Francesco Landino che i veneziani incoronarono d’alloro quando venne nella loro città a suonare il piccolo organo dalle otto canne dorate. Per carnevale, Lorenzo il Magnifico soleva scendere per le strade alla testa di una schiera danzante, che cantava in coro le licenziose ballate, da lui composte. E già nel 1283, anno prospero per Firenze, la famiglia Rossi diede una festa per 1000 persone, tutte biancovestite, che durò due mesi. I giovani Medici, Giuliano e Lorenzo, davano famosi tornei in piazza Santa Croce.
Secondo Machiavelli, i giovani ai tempi del magnifico, <<in giochi e in femmine il tempo e le sostanze consumavano; e gli studi loro erano apparire con il vestire splendidi e con il parlare sagaci e astuti>>.
[…]”
(Mary McCharty, le pietre di Firenze, 1956)

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi vuol vedere discortesia, metta il villano in signoria"