sabato 29 agosto 2020

Quando San Giuseppe fu comprotettore di Firenze

 

Chiesa di San Giuseppe (foto tratta da: https://www.beweb.chiesacattolica.it)

“[…] Cosimo III, non si sa per quale voto fatto ed esaudito il 18 dicembre del 1719 elesse San Giuseppe patrono di Firenze e del granducato. La solenne proclamazione del «comprotettore del felicissimo Stato» avvenne nel 1720 in occasione della ricorrenza del santo, e fu sancita da un documento del Senato dei Quarantotto nella chiesa accanto alla basilica di Santa Croce (prima c’era una cappella della Compagnia di Santa Maria del Giglio e San Giuseppe) […]. Il granduca s’era sentito ispirare a porre famiglia e Stato «sotto il potentissimo patrocinio, tutela e dominio assoluto del glorioso San Giuseppe» e alla speciale cerimonia assistettero pure il figlio Gian Gastone e la principessa Elettrice.
Il senatore Filippo Buonarroti lesse la carta d’elezione, fu cantato il Te Deum, poi seguì uno sparo d’augurio dalla Fortezza da Basso.
Cosimo s’impegnò pure a mandare, ogni 18 di dicembre (anniversario del suo voto), olio e cera al convento dei padri Minimi […].
La storia durò poco. Ci pensò il libertino Gian Gastone a far svanire il sogno del padre […].”
(Alfredo Scanzani, in Storia & storie di Toscana, gennaio-febbraio 2020)

venerdì 21 agosto 2020

Le campane di Santa Maria Novella che fecero scappare Leopardi

 

“Maria Domenica Caterina, Maria Nunziata Pietra Tommaso, Maria Assunta Vincenza Antonina e Maria Giovanna Caterina, tutte e quattro figlie del fonditore fiorentino Alessandro Tognozzi, vennero battezzate il 16 giugno del 1764. Risuonarono per l’intera città di Firenze. Parliamo delle campane della basilica di Santa Maria Novella, rifuse anche con il bronzo delle vecchie sorelle che risalivano all’inizio del 1300. Tra bronzo antico, quello nuovo e la manodopera, costarono un patrimonio (1077 scudi, 4 lire e 11 denari). Ma il suono lasciava un po’ a desiderare e di questo se ne lamentò persino il poeta Giacomo Leopardi, che nel 1830 alloggiava in un albergo poco lontano. Nervosetto di suo, Leopardi non riteneva gradevole quello scampanio e decise di trasferirsi in una locanda più silenziosa. Rimediò alla supposta stonatura fra’ Rosario Magnelli che quindici anni dopo, proprio per armonizzare al meglio il suono delle quattro campane, con la scusa di onorare il fondatore del convento di Santa Maria Novella spese 800 libbre per aggiungere una squilla, dedicandola a  Giovanni da Salerno, eletto beato fra gli angeli e le campane. […]”
(Alfredo Scanzani, in Storia & storie di Toscana, gennaio-febbraio 2020)

martedì 18 agosto 2020

Torre di San Niccolò alle Rampe

Torre di San Niccolò alle Rampe (Gabinetto Vieusseux, Archivio Contemporaneo A.Bonsanti, Fondo Poggi)
 

mercoledì 5 agosto 2020

L'Educandato di Poggio Imperiale

foto di Autore: Stefano Casati
“Di quel fascino misto a baldanza si era accorto anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel sottolineare, tra le pagine del suo Il Gattopardo, “quante arie“ fosse solita darsi Angelica una volta “ritornata dal collegio di Firenze“, andando “ n giro per il paese con la sottana rigonfia e i nastri di velluto che le prendono giù dal cappellino“. […] E’ l’Educandato della Santissima Annunziata il collegio di cui parla lo scrittore. La scena descritta ne Il Gattopardo si riferisce a qualche anno prima che l’Educandato lasciasse l’antica sede di via della Scala (per far posto al Ministero dei Lavori Pubblici), dove poi arrivò l’Accademia per Sottufficiali dei Carabinieri. Accadeva il 31 marzo del 1865, un mese dopo che Firenze divenne Capitale del Regno. […] Fu lo storico e politico Gino Capponi a fondarla nel 1823 […] anche se la prima allieva arrivò solo due anni dopo. E nel 1861 con l’Unità d’Italia, l’Educandato femminile divenne scuola dello Stato a tutti gli effetti. Prima di salire sul poggio “per diretta mano del re Vittorio Emanuele II che volle ristrutturare la villa per ospitare l’istituto a cui era da sempre legatissimo, perché qui da piccolissimo rischio di morire bruciato nella culla. […] 1822 quando il neonato figlio di Carlo Alberto, futuro re d’Italia rischiò di morire in culla […]  leggenda secondo cui morì effettivamente e fu fsostituito con uno dei 17 figli del macellaio delle Due Strade detto il Maciacca. […] Da qui è passata parte importante della storia italiana da Maria Josè che arrivò già destinata essere la futura regina,  alla figlia di Mussolini, Edda, quella di D’Annunzio, le figlie di Marconi e Mascagni, la madre di Romina Power Linda Christian che ci tornò col marito Tyron Power in viaggio di nozze. E poi la scrittrice Dacia Maraini, l’attrice Marisa Berenson, una Rockfeller,  le tre figlie dell’ultimo re dell’Afghanistan tutta la nobiltà fiorentina e italiana e la borghesia del boom. […] Negli anni 70 la scuola aprì anche ai maschi. Fu il primo istituto a insegnare fisica, partecipò all’Expo di Parigi del 1839 con propri manufatti, si dedicò  con metodi originali all’insegnamento dell’arte aprendo a insegnanti non laureati ma grandi artisti: Adriana Pincherle, Onofrio Martinelli, Enzo Faraoni. […] Nel Quattrocento era un podere di campagna, nel Cinquecento una villa vera e propria, nel Seicento è sempre più imponente con affreschi di grandissimo valore del Volterrano, Terreni, Matteo Rosselli […]. Nel Settecento assume un profilo internazionale con decorazioni simili a quelle di palazzo Pitti. Poi la stagione napoleonica cambia il volto del Poggio e ci restituisce l’immagine ritardo il mio classica che vediamo ancora oggi con quella cappella unica nel suo genere […]”
(Tratto da: Poggio un ballo nella storia, di Edoardo Sommola, Corriere Fiorentino del 27 marzo 2015)