La collocazione del David in piazza della Signoria


“[…] Alla fine di gennaio il Soderini convocò artisti e artigiani per decidere dove convenisse collocare il Davide di Michelangelo. Allo scultore, nel palazzo della Signoria, venne mostrato l'elenco delle persone invitate alla discussione. La lista dei pittori comprendeva Sandro Botticelli, Cosimo Rosselli, Davide Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Filippino Lippi, Piero di Cosimo, il Granacci, il Perugino, Lorenzo di Credi; c'erano inoltre gli scultori Giovan Francesco Rustici, Andrea Sansovino e Betto Buglioni; gli architetti Giuliano e Antonio da Sangallo, il Cronaca, Baccio d'Agnolo; infine quattro orafi, due intagliatori di gemme, un tessitore di ricami, un ceramista, un miniaturista, due carpentieri avviati a diventare architetti, il fonditore Bonaccorso Ghiberti e il fabbricante d'orologi Lorenzo della Golpaia.
- Abbiamo lasciato fuori qualcuno? - gli domandò il Soderini.
- Me.
- A ragion veduta. Gli altri potrebbero sentirsi impacciati dalla tua presenza, nel dare il loro parere.
- Vorrei anch'io esprimere la mia opinione.
- L'hai già espressa replicò seccamente il gonfaloniere.
La riunione era stabilita per il giorno seguente, prima dell'ora di cena, nella biblioteca del Duomo. Michelangelo non s'era affatto proposto di andare ad origliare; ma dalle finestre della biblioteca, che davano sul cantiere, gli giunse il brusio delle voci.
Attraversò il cortile, sali una scaletta che portava a una piccola anticamera attigua alla sala della riunione. Qualcuno batté sul tavolo per ottenere che si facesse silenzio. Michelangelo riconobbe la voce di Francesco Filarete, araldo della Signoria.
- Ho riflettuto sulla questione, esaminando quei suggerimenti che il mio giudizio poteva offrirmi. Avete due posti per collocare la statua: il sito dove si trova attualmente la Giuditta di Donatello e il centro del cortile dove sta il Davide di bronzo. Si potrebbe scegliere il primo di questi due luoghi, perché la Giuditta è di cattivo augurio e non adatta al posto in cui è collocata; inoltre non è bello che la donna uccida l'uomo; e soprattutto questa statua fu eretta sotto maligna stella, poiché da allora siamo andati continuamente di male in peggio. Il marmo del Davide è imperfetto nella gamba destra; e pertanto io consiglierei di metterlo in uno di questi due luoghi, ma do la preferenza a quello della Giuditta.
La proposta incontrava il pieno gradimento di Michelangelo.
Ma ecco levarsi un'altra voce, che non riconobbe. Aprì uno spiraglio e con una rapida sbirciata vide che si trattava di Monciatto, l'intagliatore e scultore in legno.
- Io dico che il Gigante è fatto per essere collocato fuori del Duomo. Non vedo perché non dovrebbe star lì; mi sembra che sarebbe un bellissimo e acconcio ornamento per la chiesa di Santa Maria del Fiore.
Ecco ora alzarsi, con sforzo, il vecchio Rosselli.
- Tanto messer Francesco Filarete quanto messer Francesco Monciatto hanno detto bene. Io avevo tuttavia pensato che il Gigante dovesse collocarsi sugli scalini del Duomo, a destra. A mio avviso, quello sarebbe il posto migliore.
Altre opinioni furono via via espresse. Secondo il Gallieno conveniva assegnare alla statua il punto della piazza dove si trovava il Marzocco, e anche Davide Ghirlandaio fu di questo parere; altri, compreso Leonardo da Vinci, preferiva la Loggia dei Priori, dove il marmo sarebbe stato al riparo dalle intemperie; il Cronaca proponeva la Sala Grande, dove il Vinci si accingeva a dipingere il suo affresco.
«E a nessuno viene in mente di dire che la scelta del luogo dovrebbe essere lasciata a me?», pensò Michelangelo.
Fu Filippino Lippi a esprimere finalmente quest'idea. - Tutti hanno detto cose assennate, ma io sono convinto che il luogo piú adatto può suggerirlo soltanto lo scultore, il quale certamente ha considerato più a lungo e con miglior competenza la questione.
Vi fu un mormorio di assenso.
~ Prima di prendere una decisione - aggiunse ancora Angelo Maufidi - io propongo che si chieda il parere dei Signori, tra i quali vi sono uomini di alto intelletto.
Lo scultore s'allontanò senza far rumore e ridiscese nel cantiere.
Il gonfaloniere Soderini avrebbe potuto far convergere la scelta verso il sito desiderato da lui, Michelangelo: davanti al palazzo della Signoria, dove si ergeva la Giuditta.
L'incarico del trasporto spettava all'architetto sovrintendente del Duomo, ossia al bisbetico Pollaiuolo detto il Cronaca, il qua però mostrò di accettare volentieri la collaborazione offertagli dai due Sangallo. Anche Baccio d'Agnolo offri i suoi servigi, e così pure Chimente del Tasso e Bernardo della Cecca, i due carpentieri-architetti, che provavano un vivo interesse per la soluzione di questo arduo problema. Bisognava naturalmente che la statua fosse saldamente legata, per evitare urti e cadute, ma non in modo cosí rigido che un sobbalzo o un brusco arresto potessero danneggiarla.
- Il Davide dovrà essere trasportato in posizione verticale -disse Giuliano da Sangallo.
- Ma senza che risenta delle scosse dell'armatura in cui sarà imprigionato.
- Ecco la soluzione - precisò suo fratello Antonio. - Sospenderlo con funi nell'interno della gabbia, con una certa possibilità di oscillazione che assecondi il movimento del mezzo di trasporto.
I due carpentieri-architetti costruirono un castello di legname dell'altezza di venti piedi, scoperto alla sommità. Antonio da Sangallo studiò un sistema di nodi scorsoi che sotto il peso si stringevano e con il diminuire della pressione si allentavano. Il Davide venne imprigionato in una robusta rete di canapi, sollevato con argani e introdotto nell'armatura, dove rimase sospeso.
Si demolì un tratto di muro, s'infilarono i rulli sotto il castello, si spianò accuratamente la strada da percorrere. La statua era pronta ad intraprendere il suo viaggio per le vie di Firenze.
Il Cronaca aveva già a sua disposizione quaranta uomini per manovrare gli argani e far procedere la massiccia gabbia. Un'avanzata lentissima, condotta con estrema cautela. il Davide, legato all'inforcatura delle gambe e intorno al petto possente, oscillava soltanto quanto gli era consentito dalla lunghezza dei nodi scorsoi. Non ostante i quaranta uomini, in un'ora si percorreva una distanza di pochi passi. Al cadere dell'oscurità la statua, procedendo in mezzo alla curiosità di centinaia di spettatori, aveva compiuto un brevissimo tragitto: uscita dal cortile dell'Opera aveva infilato via dell'Orologio, quindi era voltata in via del Proconsolo e s'era fermata verso la metà del primo isolato.
- Buona notte! - gridò ognuno. - A domani!
Michelangelo andò a casa. Per ore passeggiò nervosamente su e giú nella sua stanza. A mezzanotte, sentendosi inquieto, tornò in via del Proconsolo. S'arrampicò sul castello di legname:
ecco lí il suo Davide, bianco nel chiarore lunare, con il viso rivolto verso Golia, la mano sollevata ad afferrare la fionda, il profilo cesellato e levigato.
Gettò una coperta dentro la gabbia, facendola cadere alle spalle della statua. Lí, sull'assito in fondo all'armatura, c'era posto sufficiente per potervisi rannicchiare. Era in uno stato di dormiveglia quando udì un rumore affrettato di passi, voci concitate, poi un grandinare di pietre contro la parete del castello. Balzò su.
- Guardie!
Gli attentatori fuggirono per via del Proconsolo. Michelangelo si lanciò all'inseguimento.
- Fermateli! - gridava con quanto fiato aveva in gola. –
- Guardie, fermateli!
Ebbe l'impressione che quella mezza dozzina di fuggitivi fossero giovanotti. Con il cuore che gli batteva a precipizio, torno sui suoi passi e presso il castello trovò due guardie con lanterne.
- Che cos'è questo baccano?
- La statua è stata presa a sassate.
- A sassate? Da chi?
- Non lo so.
- L'hanno colpita?
- Non credo. Ho udito soltanto i colpi sul legno.
- Siete sicuro di non aver sognato?
- Li ho visti. Li ho sentiti. Se non fossi stato qui...
E per tutto il resto della notte girò intorno alla gabbia, scrutando nel buio e domandandosi chi potesse aver concepito l'idea di quell'aggressione al suo Davide.
- Vandali - disse il Soderini, arrivando la mattina di buon'ora per assistere alla ripresa del trasporto.
- Ma stasera disporrò un servizio di guardia.
I vandali tornarono dopo mezzanotte. Una dozzina. Michelangelo li udì mentre si facevano cautamente avanti per via del Proconsolo e lanciò un grido d'allarme che li costrinse a scaglia. re i loro sassi da una distanza eccessiva, La mattina dopo, tuta Firenze sapeva che era in atto un complotto per rovinare la tatua. Il Soderini convocò la Signoria e mandò a chiamare Michelangelo per domandargli chi potessero essere, secondo lui, gli attentatori.
- Hai nemici?
- Nessuno, ch'io sappia.
Dovremmo piuttosto domandarci se Firenze abbia nemici - disse Francesco Filarete, Paraldo. - Ma si pròvino ancora stanotte!
Si provarono infatti, all'angolo tra la piazza della Signoria e quella di San Firenze, dov'era giunta la statua. Ma il Soderini aveva fatto nascondere tutt'intorno guardie armate. Otto componenti della banda vennero acciuffati e portati al Bargello.
Michelangelo, mezzo morto dalla stanchezza e dal sonno, percorse l'elenco dei nomi. Nessuno che gli fosse noto.
Quella mattina il salone del Bargello era stipato di gente.
Michelangelo osservò i colpevoli. Cinque erano giovanissimi, non avevano forse piú di quindici anni, dichiararono che si erano semplicemente uniti a quell'avventurosa spedizione su proposta di amici maggiori d'età, ma non sapevano nemmeno di che cosa si trattasse. Furono rilasciati, mentre alle loro famiglie veniva inflitta una multa.
Gli altri tre, piú anziani, avevano un atteggiamento cupo e risentito. Il primo dichiarò di aver voluto lapidare il Davide per la turpe nudità, aggiungendo che il Savonarola l'avrebbe sicuramente fatto distruggere. Il secondo sentenziò che era una brutta opera e affermò di aver voluto dimostrare che qualcuno aveva ancora buon gusto artistico. Il terzo sostenne di aver agito per conto di un amico che desiderava di veder fracassata quella statua, ma non volle rivelarne il nome.
Tutti e tre vennero condannati alla prigione e tradotti alle Stinche. Il giudice citò un vecchio adagio: «L'arte ha un nemico che si chiama ignoranza »..
A sera il Davide arrivò a destinazione: era il suo quarto giorno di viaggio. Baccio d'Agnolo e i due giovani carpentieri abbatterono le pareti del castello; i Sangallo sciolsero i nodi, liberarono la statua dalle corde che la tenevano sospesa al trespolo. Rimossa la Giuditta, il Davide prese il suo posto davanti al palazzo della Signoria.
Michelangelo, guardandolo dal centro della piazza, quasi si senti mancare il respiro. Non l'aveva mai visto da questa distanza. Ora eccolo là in tutta la sua maestosa grazia: accendeva del. la sua bianca luce tutta la facciata del palazzo. S'avvicinò, ristette ai piedi della statua. Si senti insignificante, debole, svuotato d'ogni potere, adesso che l'opera s'era staccata dalle sue mani; e si domandò: «Quanto sono riuscito a esprimere, di tutto ciò che volevo dire?».
Sfinito dalle quattro notti insonni, si sentiva la mente così annebbiata da smarrire quasi il senso della realtà. Doveva ancora stare di guardia questa notte? Ora il Davide era completamente esposto, alla mercè di chiunque. Qualche grossa pietra, ben diretta, poteva portargli via le braccia o addirittura la testa...
- Certi incidenti accadono soltanto mentre le cose sono in movimento - lo rassicurò il Granacci - e cessano quando le cose sono giunte alla loro definitiva sistemazione.
Lo accompagnò a casa, gli sfilo gli stivali, lo aiutò a mettersi a letto e gli stese addosso una coperta.
- Lasciatelo dormire - disse a Lodovico, che stava a guardare dalla soglia.
- Anche se il sole fa due volte il suo giro.
Michelangelo si svegliò con un meraviglioso senso di freschezza e un appetito da lupi. Benché non fosse ora di andare a tavola, divorò tutto ciò che riuscì a trovare in dispensa. Poi, un bel bagno. Infine il piacere d'indossare biancheria pulita e mutar d'abito, per la prima volta dopo tanto tempo.
Tornò in piazza della Signoria, entrandovi da piazza San Firenze. Una piccola folla era radunata intorno al Davide, assorta in silenziosa contemplazione. Sul marmo della statua palpitavano alcuni foglietti, che vi erano stati appiccicati durante la notte. Un'usanza del genere egli aveva visto praticare anche a Roma, dove i denigratori dei Borgia andavano ad attaccare versi ingiuriosi sulla porta della biblioteca vaticana o ad affiggere le loro invettive e i loro sarcasmi sul marmoreo torso di Pasquino, vicino a piazza Navona.
S’avvicinò, attraverso la folla che s'apriva per lasciarlo passare. Cercò di decifrare le espressioni di questi spettatori, di cogliere la vibrazione del sentimento generale. Gli parve che tutti avessero gli occhi sgranati dalla meraviglia.
Giunto davanti alla statua, sali sul piedestallo e cominciò a staccare i fogli, leggendoli a uno a uno. Dopo il terzo, gli oc chi gli si velarono di lacrime. Erano tutti messaggi di simpatia e d'amore.
«Tu ci hai ridato il rispetto di noi stessi ».
«Siamo fieri di essere fiorentini ».
«Quanta magnificenza è nell'uomo! ».
«Nessuno venga piú a parlarmi della meschinità dell'uomo:
egli è la più splendida creatura della terra».
Hai creato un'opera di eccelsa bellezza ».
« Bravo! ».
Il suo sguardo si posò su un altro foglio: un tipo di carta che gli era ben noto. Lo staccò, con un intimo sussulto.
« Tutto ciò che mio padre sperava di compiere per Firenze è espresso nel tuo Davide.
Contessina Ridolfi de Medici ».
Era dunque venuta in città di notte, eludendo la sorveglianza delle guardie. Aveva voluto affrontare questo rischio, per venire a vedere il suo Davide e unire la propria voce a quella di Firenze...
Si voltò, ristette alcuni istanti in piedi lassú, sopra la folla che lo guardava. Nella piazza, un silenzio profondo: eppure egli non aveva mai avuto cosí forte la sensazione del contatto umano, non mai sperimentato una cosí completa comunione di sentimenti. Era come se ognuno leggesse i pensieri degli altri, come se tutti quanti fossero un'anima sola: essi erano una parte di lui, con gli occhi fissi nel suo volto, ed egli era una parte di loro. […].”
(Tratto da: Irving Stone, Il tormento e l’estasi, Dall’Oglio editore, 1964)
(Immagine tratta di Roberto Di Ferdinando)

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