venerdì 29 giugno 2018

Veduta salendo al Piazzale Michelangelo

Foto di Francesco Baciocchi

mercoledì 27 giugno 2018

Ponte Vecchio

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Non sia superbo chi il suo albero vede fiorire"

lunedì 25 giugno 2018

Via di San Leonardo

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Non mai s'intende l'uomo saggio e perfetto, se non ha di sè stesso umil concetto"

domenica 24 giugno 2018

venerdì 22 giugno 2018

Vorsuto

Glie' vorsuto anda' a casa = È voluto andare a casa

Ponte Vecchio

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Non istà bene gran berretta a poco cervello"

giovedì 21 giugno 2018

Untato

Scusi, gli ho untato la tovaglia = Scusi gli ho unto la tovaglia

Piazza della Signoria

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Non c'è vantatore che parli senza errore"

Firenze

Foto di Francesco Baciocchi

Dignene

Dignene = diglielo

martedì 19 giugno 2018

L'adolescente Carducci a Firenze

Via Romana n.135
“[…] Giosuè Carducci […] era un discolo. […] Forte, sulfureo, insofferente alla disciplina. Facile alla burrasca come alla facezia che poteva essere feroce. Tirò zampate a destra e manca fin da ragazzo. Venne a Firenze a 14 anni nel 1849 per studiare agli Scolopi (in via Martelli). A scuola arrivava in ritardo, giacchetta di panno turchino e berretto militare. Entrava in classe con passo ardito e fronte alta. Non era un allievo come gli  altri e prendeva buoni voti nonostante le forche. Aveva la stoffa del leader. Una volta, durante l’ora di latino, uscì dal banco all’improvviso, attraversò l’aula, si fermò di fronte alla cattedra e tirò fuori di tasca un libretto. Lesse, tradusse, commentò. Preciso, sicuro di sé, nessuna esitazione. Era un testo di Persio Flacco senza note. Roba tosta. Poi tornò al suo posto nel silenzio ammirato della classe. Da quel giorno ebbe tutti in pugno. […]”
(Tratto da: Quel discolo di Carducci che in classe dettava legge, di Silvia Lagorio, Corriere Fiorentino del 2011)

"[...] Le idee politiche di Michele Carducci (il padre), intanto, cominciarono a rendergli la vita impossibile in paese,[21] tanto che dovette migrare dapprima a Castagneto (oggi Castagneto Carducci ingloba gli antichi borghi di Castagneto e Bolgheri) e poi a Lajatico, dove in breve si ripropose lo stesso problema, che convinse il dottore a cercar rifugio nella grande città.
Fu così che il 28 aprile 1849 i Carducci si stabilirono a Firenze (in una misera abitazione di via Romana) dove il primogenito, quattordicenne, conobbe la quindicenne Elvira, figlia del sarto Francesco Menicucci e della sua prima moglie. Menicucci aveva sposato in seconde nozze la sorella di Ildegonda Celli ed era divenuto così parente della famiglia, instaurando un'assidua frequentazione che permise ai due ragazzi di vedersi spesso.
Il 15 maggio cominciò a frequentare il liceo nelle Scuole Pie degli Scolopi di San Giovannino acquisendo una sempre più sorprendente preparazione in campo letterario e retorico. Nei primi mesi suo docente di umanità fu don Michele Benetti. Prima di iscriverlo al biennale corso di retorica (1849-1851), il padre pensò per un istante di introdurlo nel Liceo Militare ma abbandonò presto l'idea.
Continuò così la frequentazione delle Scuole Pie, dove l'insegnante di retorica era padre Geremia Barsottini (1812-1884), sacerdote con fama di liberale e poeta dilettante d'ispirazione romantica. Carducci strinse amicizia in particolare con due compagni, Giuseppe Torquato Gargani ed Enrico Nencioni, i quali notarono subito il suo talento superiore alla norma. È noto l'episodio, riferito dal Nencioni stesso, di quando ad un'interrogazione di latino in cui ciascuno doveva tradurre e spiegare oralmente un passo ad libitum, Giosuè estrasse un libro non annotato di Persio, e lo espose con sbalorditiva maestria.
Nel frattempo, nell'aprile 1851, la famiglia si trasferì a Celle sul Rigo sulle pendici del Monte Amiata, ma il giovane Carducci rimase a Firenze per continuare gli studi. Il maggior tempo libero gli permise di vedere più frequentemente Elvira Menicucci, e la simpatia che si era subito venuta a creare si alimentò, se è vero che il 6 settembre Carducci scriveva versi di questo stampo:
« E se 'l tempo e i suoi corrucci
a' miei canti piegherà
Oh! l'Elvira di Carducci
forse no, che non morrà »

Una breve digressione letteraria si rivela necessaria sin da ora, perché la produzione poetica fu precoce, e c'è chi, forse esagerando, vi ha visto presente in nuce il poeta maturo. Sono in ogni caso anni di intensa sperimentazione poetica, anni in cui Carducci cerca in tutti i modi di affrancarsi da un'impostazione romantica che l'educazione ricevuta e la corrente dominante avevano inevitabilmente imposto al ragazzo e ai componimenti della prima adolescenza. Tra il 1850 e il 1853 si fanno strada l'ode saffica (Invocazione e A O. T. T.) e alcaica (A Giulio), gli inni (A Febo Apolline, A Diana Trivia) e i brani d'ispirazione oraziana. Nonostante ciò, il gusto pratesco resiste ed è riscontrabile nei Lai d'un trovatore e nell'Ultimo canto del poeta.
Oltre all'amore e alla contemplazione rugge nell'irruente spirito carducciano un patriottismo impregnato di motivi pariniani, foscoliani e leopardiani, in una convinta condanna della situazione politica attuale. Accanto al tema della morte, leitmotiv che sarà ricorrente nell'intera vicenda artistica del Nostro, vi è un senso autentico e profondo del religioso, un lancinante e post-manzoniano arrovellarsi attorno all'esistenza di Dio (nel sonetto Il dubbio per esempio), una spiritualità nobile che si tramuterà in anticlericalismo negli anni a venire, certamente per lo scontro con la mentalità bigotta con cui venne frequentemente in contatto.
Alla scuola fu ammesso per l'anno 1851-1852 al corso di scienze; la geometria e la filosofia gli furono impartite da padre Celestino Zini, futuro arcivescovo di Siena. In quel periodo il Carducci, che si dava anima e corpo allo studio anche a prezzo di grandi sacrifici (d'inverno si recava a scuola senza mantello e senza sciarpa a causa delle ristrettezze economiche), andava rafforzando una predilezione per i poeti classici dell'antichità, sprone morale e patriottico per l'età presente. Tuttavia, la sua indole passionale lo portò a contatto anche con i romantici, soprattutto Schiller e Scott, mentre si entusiasmò per Leopardi e Foscolo.
Siccome vicino a via Romana viveva lo stampatore Emilio Torelli, riuscì a far comparire in forma anonima un sonetto arcadico alla maniera di Angelo Mazza, mentre sempre nel 1852 compose la novella romantica Amore e morte, in cui combinando confusamente assieme vari metri raccontava di un torneo in Provenza e della fuga del vincitore, un cavaliere italiano, con la bella regina della manifestazione; un ratto che dovette tragicamente concludersi a Napoli dove il fratello dell'avvenente tolosana uccise l'amante e la costrinse alla monacazione. L'abate Stefano Fiorelli che curava allora una rivista letteraria non gliela volle tuttavia pubblicare, e Carducci gliene sarà riconoscente, avendo evitato di farsi passare per poeta romantico.
Intanto, completati gli studi superiori, nel 1852 raggiunse la famiglia a Celle sul Rigo, che era un piccolo borgo. [...]"
(Tratto da Wikipedia.it)

Ponte Vecchio

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"La troppa umiltà vien da superbia"

lunedì 18 giugno 2018

Lungarni

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"La superbia andò a cavallo, e tornò a piedi"

sabato 16 giugno 2018

venerdì 15 giugno 2018

La vita a Firenze durante la guerra

“[….] Novoli, Rifredi, Peretola e Brozzi […] la condizione alimentare, grazie alla maggiore vicinanza dei campi e alla presenza di orti, sembrò essere meno drammatica di quella del centro cittadino, che proprio alle zone periferiche e alle campagne di rivolgeva per la ricerca di prodotti di consumo. […] I contadini  della zona dovevano portare tutto ciò che avevano all’ammasso, dove i prodotti venivano immagazzinati per essere tenuti di scorta. In seguito, però, […] invece di dare dieci sacchi di grano al regime ne davano otto. Ciò che rimaneva era nascosto in alcune stanze che venivano murate o veniva venduto al mercato nero. […] <<Non c’era cibo anche se noi in famiglia avevamo messo da parte qualcosa, soprattutto riso “bucato”. Avevamo anche una specie di polverina per fare il brodo. All’epoca mangiavamo quello che ci capitava di cogliere nei campi, roba acerba e tralci di rovo con il sale. […]>>. […] <<Si era arrivati persino a mangiare farina di miglio e bestie morte da tempo. Il caffè si faceva con le ghiande>>. […]”

Forte di Belvedere

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"La lode propria puzza"

giovedì 14 giugno 2018

martedì 12 giugno 2018

La Sinagoga

Foto di Francesco Baciocchi

Le piante medicinali dell’orto dei Semplici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova nell’antico chiostro delle medicherie (6 - continua)

“Rubia tinctorum (Robbia) - La Robbia viene utilizzata per preparati erboristici, oltre che come pianta tintoria. Dalle sue radici, infatti, si estrae fin dall’antichità una sostanza colorante: la alizarina. Da quest’ultima si ottiene una lacca rosso violetto. Molto probabilmente il nome della più famosa famiglia di scultori fiorentini, i Della Robbia, deriva proprio da questa pianta e si presume infatti che, all’inizio, fossero legati all’arte dei tintori. In erboristeria la pianta viene usata per la preparazione delle tinture naturali per capelli e se ne apprezzano anche le proprietà terapeutiche diuretiche ed antinfiammatorie. […]”
(Tratto da: Le piante medicinali dell’orto dei Semplici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova nell’antico chiostro delle medicherie)

Via di San Leonardo

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Il primo grado di pazzia è tenersi savio, il secondo farne professione, il terzo sprezzare il consiglio"

lunedì 11 giugno 2018

Ponte Vecchio

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Il male ha chi lo comporta, ma il bene non v'è chi lo sopporta"

sabato 9 giugno 2018

Il Calcio Storico Fiorentino

"[...] Il calcio fiorentino, detto anche "calcio in costume" o "calcio in livrea, è un gioco che affonda le sue radici in tempi remoti. Il primo vocabolario italiano del 1612, degli Accademici della Crusca, avvalora la tesi fornendo la seguente definizione: 《è calcio anche il nome di un gioco, proprio e antico della città di Firenze, a guida di battaglia ordinato, passato da' Greci a' Latini, e da' Latini a noi》. Quindi gioco 《proprio e antico 》 di Firenze le cui origini, remotissime, vanon però cercate prima dai Greci e poi dai Latini. [...] Nell'antica Grecia venivano comunemente effettuate ludiche ricreazioni con la palla, organizzando gare dai nomi di "Feninda", di "Episciro", è, più conosciuto, di "Sferomachia" (che traeva il nome proprio dalla sfera in gioco), nel quale sue gruppi di pari numero di giocatori, contendendosi accanotamente la palla, offriva o uno spettacolo più vario ed agonistico che, al tempo stesso, comlrendeva l'esercizio della corsa, del salto e della lotta. Dai Greco, questo ludo, passò ai Romani i quali, con il nome di Harpastum (strappato a forza) lo giocavano su terreni sabbiosi (da cui anche pulverulentum) [...]. La competizione aveva carattere virile e aspro. Lotte serrate e continui "corpo a corpo per il possesso della palla [...] fu il divertimento preferito dei legionari dell'esercito romano o quali abitualmente lo praticavano. [...] E proprio l'harpastum, radicato nel costume di vita dei romani, venne sicuramente "esportato da quei legionari che stanziarono nella colonia Florentia da loro fondata l'anno 59 avanti l'era cristiana. [...] A Firenze l'antico gioco romano cambiò nome da "arpasto" a quello di "calcio" (termine che indica chiaramente uno dei modi con cui veniva colpita la palla) è, con il nome, anche alcune regole fondamentali. Si mantenne però inalterata la disposizione in campo dei giocatori come l'ordine dei reparti in battaglia dell'unità tattica della legione romana, suddiviso in quattro linee orizzontali parallele: i Veliti (fanti armati alla leggera e perciò molto veloci), gli Astanti (armati di lancia che dovevano ostacolare l'avanzata dei nemici), i Principi (componenti forti e robusti armato pesantemente, considerati i migliori soldati di protezione) ed infine i Triari che rappresentavano l'ultima riga di difesa, sceltri tra i più anziani e valorosi. Queste quattro linee di battaglia furono esattamente mantenute nel Calcio Fiorentino dagli "Innanzi" o "Corridori (in numero di quindici), dagli "Sconciatori" (cinque), chiamati così perché spintonavano gli avversari per frenarne l'impero, dai "Datori innanzi" (quattro) e dai "Datori addietro" (tre) che poi erano gli estremi difensori sui quali ricadeva l'ultima speranza di respingere o bloccare il pallone agli avversari nell'intento di segnare la "caccia" (goal) vincente.
A questo punto, degno di rilievo e d'interesse, appare evidente come pure nel modernomoderno schieramento in campo delle squadre di foot-ball, di derivazione inglese, la disposizione sia ugualmente sulle solite quattro linee [...]. Effetto dell'arpasto sicuramente introdotto anche in Inghilterra dai legionari di Cesare? Oppure suggerimento dei mercanti e banchieri fiorentini che per ragioni di commercio e d'affari vi soggiornavano? [...] Il Calcio in Luce e continuò a svolgersi senza interruzioni fino al Settecento quando le partite, almeno quelle organizzate caddero i disuso. L'ultima gara ufficiale si svolse nel gennaio del 1739 in piazza Santa Croce e dopo questa il gioco secolare si spense del tutto, almeno come pubblica manifestazione di spettacolo solennemente preparato, per riapparire solo più tardi nel 1898 [...]. Alla fine, dopo cinquanta minuti, la formazione vincente riceve in premio una bianca vitella [...], o meglio, un quantitativo di bistecche ad essa equivalentr [...]."
(Tratto da: "Festività Fiorentine" di Luciano Artusi e Anita Valentini, a cura del Comune di Firenze)

giovedì 7 giugno 2018

Il tortello mugellano

“[…] Durante la preparazione della pasta fresca per ogni chilo di farina vengono aggiunte 11 uova e olio extravergine di oliva senza aggiunta di acqua. Il ripieno viene realizzato miscelando le patate fresche lessate, il grana padano, l’olio extravergine di oliva, il prezzemolo, l’aglio, il sale, il pepe e la noce moscata. […] la sfoglia è molto sottile, solo il 35% del tortello, per permettere una cottura molto veloce (non più di tre minuti) che esalta il sapore degli ingredienti. […]”
(Tratto da: Tortello del Mugello, a cura de Granaio dei M edici – Prodotti del Mugello)

Il Cestello

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Il fumo va all'aria, e l'acqua alla valle"

mercoledì 6 giugno 2018

Le piante medicinali dell’orto dei Semplici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova nell’antico chiostro delle medicherie (5 - continua)


“[…] Origanum vulgare (origano): Pianta aromatica conosciuta da sempre e spesso confusa con la maggiorana (che ha peraltro un altro profumo) l’Origano è un noto ingrediente speziato della cucina mediterranea. In erboristeria è un efficace antispastico utile contro la tosse, specie insistente, e comunque in tutte le affezioni bronchiali, un antispasmodico, stomachico e tonico. I terpeni fenolici dell’Origano, quale timolo, carvacolo e aldeide cinnamica, gli conferiscono proprietà digestive, regolatrici della mobilità gastrintestinale e favorenti l’eliminazione del gas. […]”
(Tratto da: Le piante medicinali dell’orto dei Semplici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova nell’antico chiostro delle medicherie)

Piazza della Signoria

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"La roba buona si loda da sè stessa"

lunedì 4 giugno 2018

Firenze

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Gloria mondana, gloria vana, fiorisce e non grana"