sabato 30 novembre 2019

Toscana Insolita e Segreta Alla CartoLibreria Rosmini di Rovereto



lunedì 25 novembre 2019

Il villino Lampredi

Foto di Roberto Di Ferdinando
“[…] in via Giano della Bella, l’architetto Giovanni Michelazzi costruì, tra il 1908 e il 1910, il villino Lampredi in stile Liberty. La casa è caratterizzata dalle due colonne con draghi che sorreggono il terrazzino centrale e dai tre motivi circolari che ornano le finestre del primo piano. La parte più alta della facciata è arricchita dalle ceramiche di Galileo Chini”.
(Tratto da: La grande guida delle strade di Firenze, di Franco Cesati, Newton & Compton editori, Roma 2003)

domenica 24 novembre 2019

Veduta da Palazzo Ricci Donati

(Foto dell'ufficio stampa di Palazzo Ricci Donati)

martedì 19 novembre 2019

domenica 17 novembre 2019

Arno

Foto di Roberto Di Ferdinando








giovedì 14 novembre 2019

Le patologie di Dante

“[…] Cercheremo, invece, di intravedere, dalle raffigurazioni pittoriche e scultore di Dante, quali sono le più importanti ed evidenti caratteristiche fisiche che si possono correlare con eventuali malattie di cui il sommo poeta poteva soffrire. […] Innanzitutto risulta evidente una estrema carenza del pannicolo adiposo sotto-cutaneo nel volto, senza, comunque, alcun segno di distrofia e carenza. Il che vuol dire che non era conseguenza di carenze alimentari, ma di una controllata assunzione del cibo, sempre con un notevole equilibrio fra l’introduzione e il consumo calorico, arrivando, così, a determinare una particolare rilevatezza degli zigomi e una evidenza del naso aquilino […]. Si può, pertanto, ipotizzare che Dante non fosse un abbondante mangiatore, e fosse piuttosto parco nell’assunzione di grassi animali e di glicini, contrariamente alla maggior parte dei suoi contemporanei […]. Nel volto di Dante risulta anche particolarmente evidente il cosiddetto segno di “De Filippo” che è una notevole evidenza del solco laterale naso-labiale, tipico dei soggetti ulcerosi […] e ipersecrezione gastrica. […] risulta evidente una certa tendenza  alla ptosi palpebrale con facie di tipo “miastenico”. Dal momento che, vista l’attività del poeta, non si pensa possa trattarsi di una miastenia primitiva, è possibile che tale segni sia da correlare a un relativo ipotiroidismo, con insufficienza della ghiandola tiroide, forse conseguente a una pregressa tiroidite, con iperattività della ghiandola. […] il colorito scuro, quasi sempre presente nelle raffigurazioni somatiche del Poeta, che potrebbe caratterizzare una condizione di emocromatosi, e cioè di eccessivo accumulo di ferro nei tessuti, e in particolare nel sottocute, o, in maniera del tutto differente, con un’insufficienza portico-surrenalica cronica, con ipotensione arteriosa, in cui il colorito della cute rappresenta uno dei segni dominanti […]”
(Tratto da: Agenda letteraria Dante Alighieri 2013, a cura di Gianni Rizzoni)

lunedì 11 novembre 2019

Dante e la medicina

“Per entrare sulla scena politica e adire alle cariche pubbliche cui aspira, Dante, ottemperando alla legge in vigore a Firenze, deve iscriversi a un’Arte o Corporazione. Nel 1295 la scelta cade sull’Arte dei Medici e degli Speziali, evidentemente, come chiosano i biografi, la più adatta alla sua formazione culturale.
IN effetti, nella Commedia e nella altre opere in latino e in volgare il poeta dimostra di possedere estese e profonde conoscenze mediche che utilizza per lo più per le esigenze della poesia, della metafora al contrappasso, e dell’assunto morale, teologico, scientifico o politico che desidera affermare e validare.
Sono presenti, tuttavia, precisi riferimenti sintomi di singole malattie, ad esempio la <<grave idropesì>> di Maestro Adamo (Inferno XXX, 49-129) e la  <<quartana>> (inferno XVII, 85-87), […] la generazione umana nella lezione di Stazio (Purgatorio XXV, 31-78), le potenze dell’anima legata al corpo all’inizio della Vita Nova (1, 5-7) e le complessioni corporee nel IV trattato del Convivio. […] la sincope e il sonno patologico insorgenti a seguito di bruschi e violenti stimoli emozionali (Inferno III, 130-36 e IV, Purgatorio XXXI, 85-93; XXXII, 61-78), la crisi epilettica (Inferno XXIV, 112-117), le visioni oniriche nel sonno fisiologico e le immaginazioni o fantasie nelle farneticazioni in stato di veglia, presenti più volte nel Purgatorio e nella Vita Nova.
E’ stato ipotizzato che Dante sia così preciso nel descriverne i sintomi per averli sofferti di persona. A mio giudizio è più documentato e verosimile che il poeta, desideroso di apprendere e dotato di una memoria eccezionale, abbia fatto tesoro delle nozioni acquisite con la lettura dei testi, <<nelle scuole della religiosi e alle disperazioni della filosofanti>> (Convivio II XII 7). Le fonti dalle quali il poeta poteva derivare le sue conoscenze sono molte e non limitate ai libri di medicina, che peraltro erano più diffusi di quanto ancor oggi si creda. […]”
(Tratto da: Agenda letteraria, Dante Alighieri 2013, a cura di Gianni Rizzoni, Società Dante Alighieri)

venerdì 8 novembre 2019

"D M D S. P. MARTIRE"


In Borgo Tegolaio, nel quartiere di Santo Spirito, alcune abitazioni del lato sinistro della strada, andando verso via Sant’Agostino, hanno sulla loro facciata una lapide circolare in pietra su cui si legge, solo in alcune perché le restanti sono state danneggiate dal tempo, “D M D S. P. MARTIRE” e sotto un numero romano. Questa lapide ricorda, con molta probabilità, che quelle abitazioni furono in passato di proprietà dell’ormai scomparso monastero di San Pier Maggiore che fu fondato in via dei Serragli tra il 1418 e il 1420. Il convento era delle monache domenicane osservanti, legate ai monasteri maschili di San Domenico di Fiesole. Nel 1557 il monastero fu soppresso (le monache furono trasferite al convento di San Felice in Piazza) e gli ambienti demoliti per fare spazio alle costruzioni delle fortificazioni di porta San Pier Gattolino. In quest’occasione fu trasferito, ed oggi al Museo nazionale di San Marco, il Trittico di San Pietro Martire”, opera del Beato Angelico, che ornava l’altare del monastero.
(Testo e foto di Roberto Di Ferdinando)

domenica 3 novembre 2019

Le scritture del mercante fiorentino

“[…] Già dal Medioevo, i giovani mercanti si formavano dapprima in scuole laiche (<<andare a botteguzza>> è l’espressione che si trova in alcuni testi). Poi si perfezionavano seguiti dai maestri <<d’abaco>>, cioè di calcolo […]. Quello che bisognava imparare per diventare bravi mercanti era - in buona sostanza - <<leggere, scrivere e far di conto>>. A volte, visto che i commerci avevano un respiro internazionale, i mercanti apprendevano anche una o più lingue straniere. Non il latino, però, quella che pure era considerata la grammatica per antonomasia. Il motivo è chiaro. Quando scrivevano, i mercanti non si preoccupavano di usare una lingua nobile: badavano al sodo. […] . Trattando dell’arte di scrivere lettere, il maestro di retorica Boccompagno da Signa nota che i mercanti ne scrivono parecchie, ma senza ricercare il bello stile […]. Anzi: quasi tutti scrivono e rispondono nei loro idiomilocali, ossia i volgari, oppure in una specie di latino storpiato. […]. I mercanti insomma sono i primi non letterati a scrivere così tanto, così spesso e in lingua volgare. Un’altra grande novità è il tipo di scrittura che usano: un corsivo rapido e tondo, con legamenti facili tra una lettera e l’altra. Una scrittura fondata sull’alfabeto latino, ma usata soltanto per scrivere in volgare: quella che oggi chiamiamo proprio mercantesca. […] Dalla Toscana e soprattutto da Firenze proviene la gran parte delle scritture mercantili medievali giunte fino a noi. Perché in Toscana si trovava la sede di molte tra le più grandi aziende dell’epoca. Aziende a cui facevano capo corrispondenti di tutte le regioni d’Italia. […].”
(Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Milano, Mondadori 2018)