domenica 3 novembre 2019

Le scritture del mercante fiorentino

“[…] Già dal Medioevo, i giovani mercanti si formavano dapprima in scuole laiche (<<andare a botteguzza>> è l’espressione che si trova in alcuni testi). Poi si perfezionavano seguiti dai maestri <<d’abaco>>, cioè di calcolo […]. Quello che bisognava imparare per diventare bravi mercanti era - in buona sostanza - <<leggere, scrivere e far di conto>>. A volte, visto che i commerci avevano un respiro internazionale, i mercanti apprendevano anche una o più lingue straniere. Non il latino, però, quella che pure era considerata la grammatica per antonomasia. Il motivo è chiaro. Quando scrivevano, i mercanti non si preoccupavano di usare una lingua nobile: badavano al sodo. […] . Trattando dell’arte di scrivere lettere, il maestro di retorica Boccompagno da Signa nota che i mercanti ne scrivono parecchie, ma senza ricercare il bello stile […]. Anzi: quasi tutti scrivono e rispondono nei loro idiomilocali, ossia i volgari, oppure in una specie di latino storpiato. […]. I mercanti insomma sono i primi non letterati a scrivere così tanto, così spesso e in lingua volgare. Un’altra grande novità è il tipo di scrittura che usano: un corsivo rapido e tondo, con legamenti facili tra una lettera e l’altra. Una scrittura fondata sull’alfabeto latino, ma usata soltanto per scrivere in volgare: quella che oggi chiamiamo proprio mercantesca. […] Dalla Toscana e soprattutto da Firenze proviene la gran parte delle scritture mercantili medievali giunte fino a noi. Perché in Toscana si trovava la sede di molte tra le più grandi aziende dell’epoca. Aziende a cui facevano capo corrispondenti di tutte le regioni d’Italia. […].”
(Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Milano, Mondadori 2018)

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