lunedì 28 ottobre 2019

Il fiorino d'oro, la moneta internazionale

“[…] Il fiorino, coniato a Firenze dal novembre d1252, divenne presto la moneta più stabile e più conosciuta del mondo medievale. Su un lato aveva l’effige di san Giovanni, il santo patrono di Firenze; sull’altro il giglio, simbolo della città. Non era molto grande (più o meno quanto i cinque centesimi di oggi), ma i suoi tre grammi e mezzo erano tutti d’oro. D’oro! Già questo rappresentava una clamorosa novità. Dai tempi di Carlo Magno, infatti, le monete in Europa erano state sempre d’argento. La scelta di battere monete in oro rappresentava una dimostrazione di forza: una scommessa sulla potenza economica e commerciale di Firenze. Scommessa vinta, se è vero che poi anni dopo in fiorini si pagava anche a Roma, nel Regno di Napoli e poi nell’intera penisola. In breve tempo, il fiorino divenne la moneta internazionale più affidabile e ricercata. […]”
(Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Mondadori, Milano, 2018)

lunedì 21 ottobre 2019

"L’affermazione del fiorentino letterario trecentesco come lingua condivisa in tutta Italia si dovette ad un nobile veneziano"

Pietro Bembo (1470-1547)
“[…] La stessa lingua parlata a Firenze era ormai molto diversa da quella trecentesca, piena di possibilità e forme alternative che finivano col confondere le idee ai letterati non fiorentini. Si usava el oltre a il, fosse accanto a fosse e amano accanto ad amano, si preferiva dire le parte al posto del plurale le parti e le mia cose invece di mie.
Non sarà un caso, allora, che a trionfare sia stata la soluzione proposta da Bembo. Una soluzione che guardava soltanto alla lingua scritta, e in particolare letteraria. […] Una soluzione comoda ed efficace, perché sulla base di quei modelli sceglieva una sola forma come corretta (il, fosse, amano, le parti, le mie cose) ed escludeva come sbagliate tutte le altre. […] <<non si può dire che sia veramente lingua alcuna favella che non ha scrittore>> (Bembo). O che <<la lingua delle scritture>> non deve mai <<a quella del popolo accostarsi>>. L’esempio da seguire è quello dei grandi scrittori latini e greci: Virgilio e Cicerone, Omero e Demostene, <<i quali tutti, non mica secondo il parlare, che era in uso e in bocca al volgo delle loro età, scriveano>>. Un modello equivalente a quei grandi si può trovare nei <<due Toschi>>: <<il Boccaccio e il Petrarca senza più>>. Dunque nel riconoscimento della superiorità di quella <<fiorentina lingua>>, molto diversa dalla lingua usata a Firenze nel Cinquecento. Al punto che - affermava provocatoriamente Bembo, -  <<l’essere a questi tempi nato fiorentino, a ben volere fiorentino scrivere, non sia di molto vantaggio>>. Fu così che l’affermazione del fiorentino letterario trecentesco come lingua condivisa in tutta Italia si dovette ad un nobile veneziano. […]”
(Tratto da: Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Milano, Mondadori 2018, e da Giuseppe Patota, La quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell'italiano scritto, Bologna, Il Mulino, 2017)

giovedì 17 ottobre 2019

Modi di dire: tagliare i ponti

“Tagliare i ponti è la frase pronunciata quando si vuol troncare ogni rapporto, interrompere bruscamente contatti o relazioni con qualcuno, in modo così netto da non lasciare alcuna possibilità di ritornare sulle decisioni prese o di tentare una qualsiasi riconciliazione.
Il drastico concetto proverbiale trae origine addirittura dal Medioevo quando alcune famiglie benestanti, che abitavano nelle case torri, per collegarsi fra loro costruivano ponteggi aerei in legno sostenuti da travi introdotte nelle apposite buche pontaie, aperte sulle possenti pareti in filaretti di pietra delle loro dimore.
Firenze nel 1200 faceva sfoggio di ben 150 torri alte da 50 a 70 metri, in massima parte concentrate nella zona di Mercato Vecchio. Nella compatta struttura della cerchia muraria, attraversata da strade strette e tortuose, le case torri in principio non erano vere e proprie abitazioni ma, per quella loro individualità tipologica e varietà di altezza, venivano considerate preziosi e sicuri luoghi di rifugio assimilabili a vere e proprie fortezze.
Originariamente infatti, la torre nasceva per uno specifico uso militare ed avendo tutti i caratteri del fortilizio, era un luogo dove il signore, all’occorrenza, poteva mettersi al sicuro durante le lotte civili fra le varie fazioni antagoniste.
Queste costruzioni, occupando poco spazio alla base ma molto nel suo insieme, in quanto proiettate in altezza, erano anche il segno (unitamente alle logge) di potenza e prestigio delle famiglie che le possedevano; addirittura la loro altezza era considerata proporzionale al livello politico-sociale dei loro facoltosi proprietari.
Per difendersi dal vicino nemico nelle lotte intestine, si diffuse una forma di associazione fra i signori della città detta Società delle Torri, per cui la stessa torre apparteneva ad una consorteria composta da diverse famiglie di “altissima potenza” le quali, in caso di necessità, si asserragliavano dentro gli slanciati fortilizi.
Si potevano quindi sfruttare come appoggio le buche pontaie esistenti nelle spesse mura, realizzando dei veri e propri ponteggi in legno attraverso i quali, scavalcando costruzioni, vicoli e piazzette sottostanti, si otteneva un rapido e diretto collegamento fra le torri amiche.
Allorché l’amicizia fra due o più famiglie cessava, si “tagliavano i ponti” per evitare incursioni da parte di un nuovo probabile nemico, rendendo così ben visibile la definitiva interruzione dei rapporti.
Terminate le lotte interne fra Guelfi e Ghibellini, con l’affermazione della Parte Guelfa su quella Ghibellina, venne deciso di “squadrare” tutte le torri, ossia abbassarle quel tanto che nessuna dovesse superare l’altezza di quella di Palazzo Vecchio che rappresentava l’autorità massima della Comunità. Si verificò così un’evoluzione delle tipologie residenziali perché la torre, perdendo la sua funzione di manufatto bellico, si trasformò in una vera e propria casa. […]”
(Tratto da “Tagliare i ponti” articolo di Luciano e Ricciardo Artusi, pubblicato su Il Reporter di ottobre 2019)

martedì 15 ottobre 2019

Le Rampe di San Niccolò

Gabinetto Vieusseux Archivio Contemporaneo A.Bonsanti Fondo Poggi

lunedì 14 ottobre 2019

L'ordine delle lettere di Leon Battista Alberti

Leon Battista Alberti
Ordine delle lettere
1435 Biblioteca Moreniana, Moreni 2
“[…] Leon Battista Alberto […] un vero umanista, capace di conciliare cultura tecnica e teorica; grande conoscitore del latino e dell’antichità, ma cultore anche del volgare; uomo di studi e cittadino impegnato per il progresso della sua Firenze. E proprio per questo l’autore - tra il 1438 e il 1441 - di una grammatica pensata <<per honorare la patria nostra>> […]. Nello schema delle lettere allestito da Alberto, l’ordine - cioè la disposizione nella pagina - segue un criterio puramente grafico. Si va dai segni più semplici, quelli formati da una o più aste corte (come i o m) a quelli più complessi, contenenti cioè un asta lunga (l), una linea curva (c), un tratto ondulato (b) o addirittura due segni diversi (ch). Ma il primo problema che Alberti si pone è quello di rendere attraverso l’alfabeto latino i suoni della <<linghua toschana>>. Come la differenza tra la di casa (qui resa sempre con una ch) e quella di cera, tra la g di gatto (qui con una gh) e quella di gelo. O tra la e aperta di bella (qui una <<ae>>) e quella chiusa di stella, o tra la o aperta di cotto (qui <<au>>) e quella chiusa di sotto. Alberto prova per primo a inventare dei segni che rendano la grafia delle parole più aderente alla loro pronuncia. Anche se […] le sue proposte non avranno successo. […]”
(Tratto da: Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Milano, Mondadori 2018, e in Guiuseppe Patota, Lingua e linguistica in Leon Battista Alberti, Roma, Bulzani, 1999)

giovedì 3 ottobre 2019

Riapre la torre medievale Ricci - Donati

foto dell'ufficio stampa della Donati Luxury Tower
Dopo più di venti anni di chiusura, riapre la torre medievale
Ricci - Donati, l’antico edificio risalente al 1100, posizionato nel
cuore di Firenze, a un passo dal Duomo. La nuova sistemazione,
operativa tra una settimana, accoglierà una dimora turistica di lusso,
costituita da 12 appartamenti, dotati ognuno di cucine e con varie
metrature da 40 a 70 metri quadri. La torre
abbandonata dalla proprietà da un ventennio, e’ stata completamente
rimodernata, con Interventi importanti. Si è trattato di un restauro
conservativo, che ha sfruttato con un lavoro certosino, tutto quel che
era rimasto della struttura originaria. Il costo dell’operazione si
aggira sui 2 milioni di euro, con una gestione da parte dei nuovi
investitori, che avrà la durata di 25 anni. La società gestrice della
struttura. la Donati Luxury Tower Srl, fa riferimento agli
amministratori, Enrico Borgogni, fiorentino da numerose generazioni e
attuale proprietario in città dell’hotel Firenze, un tre stelle in
pieno centro e al suo socio di Rimini, Fulvio Fabbri. “Puntiamo - ha
sottolineato Borgogni, in sede di conferenza stampa - a un turismo di
qualità, di classe, non certamente da mordi e fuggi. Un turismo che
abbia come obbiettivo prioritario quello di allungare le permanenze in
città, rivolgendosi a una clientela costituita da belle famiglie,
provenienti per lo più dall’ estero”.
I lavori di ristrutturazione della torre, sono stati curati
dall’architetto, Peroni, con l’obbiettivo di valorizzare
principalmente gli elementi storici dell’edificio, anche perché non
sottoposto a vincoli.
GDF