venerdì 31 marzo 2017

paradise Lost e Firenze

“[…] Per una strana e poetica coincidenza, Milton, nel suo cosmico intitolato Paradise Lost, il solo che si avvicini ai grandi miti fioriti a Firenze, tre volte invoca Firenze e le valli e i colli circostanti nella sua celebre descrizione di Satana. Egli paragona lo scudo di Satana alla luna:
Hung on his shoulders like the Moon, whose Orb
    Through Optic Glass the Tuscan Artist views
    At Ev’ning from the top of Fesole,
    Or in Valdarno, to descry new Lands,
    Rivers or Mountains in her spotty Globe.
    (Pende dalle sue spalle come la Luna, la cui Sfera
    osserva l’artista toscano con il Vetro Ottico,
    di sera, dalla collina di Fiesole
    o in Valdarno, per descrivere nuove Terre,
    Fiumi o Monti sul suo maculato Globo).
E poco più oltre parla delle legioni di Satana:
His legions, angel forms, who lay entranced
Thick as autumnal leaves that strew the brooks
 In Vallombrosa, where the Etrurian shades
High overarched embower.”
(Innumer falangi
Che ammucchiate giacean qual sotto gli alti
Archi de’ boschi opachi in Vallombrosa
S’ammassano e ricoprono i suggetti
Riva in autunno le cadute foglie)
(Tratto da Mary McCarthy, Le pietre di Firenze, 1956)

Proverbio Toscano del Giorno

"Tra rotto e strappato non c'è differenza"

giovedì 30 marzo 2017

La cucina dei mercati in Toscana di Giulia Scarpaleggia

La cucina dei mercati in Toscana
Giulia Scarpaleggia
Editore: Guido Tommasi Editore-Datanova
Collana: Gli illustrati
Anno edizione: 2017
Pagine: 365 p. , ill. , Rilegato

 "L'odore di pane la mattina ci inseguiva dalle porte aperte dei forni, mentre correvamo a lezione. La sera guardavamo con un briciolo di invidia i turisti che si godevano l'ultimo sole di settembre, seduti ai tavolini in piazza con un aperitivo o un tagliere di formaggi."

Il Pecorino Toscano

“Pecorino è un termine generico che indica qualsiasi formaggio fatto con latte di pecora. […] In Toscana, peraltro, comunemente il pecorino non viene chiamato formaggio, bensì cacio. […] Sebbene l’allevamento di ovini in Toscana fosse già praticato dagli Etruschi (forse anche da popolazioni di epoche anteriori), i primi cenni storici sul cacio risalgono all’epoca romana: nel Naturalis Historia Plinio il Vecchio descrive la sua produzione della zona di Luni (odierna Lunigiana).
A partire dal XV secolo, poi, sarà sempre più conosciuto come “cacio marzolino” per via del periodo di produzione: da marzo per tuta la primavera.
Oggi il pecorino toscano è un prodotto a Denominazione di Origne Protetta (D.O.P.), e la sua produzione avviene così: il latte di pecora si raccoglie e si refrigera per poi essere inviato ai caseifici, dove ha luogo la caseificazione. Per la coagulazione si usa il caglio capretto, e a seconda che il pecorino debba essere consumato fresco o stagionato, la cagliata si rompe in grumi più o meno grossi. La stagionatura dura dai 40 giorni ai 6 mesi, ed avviene in ambiente umido, a circa 10 gradi di temperatura.
Il pecorino toscano fresco ha la crosta di colore giallo paglierino, la pasta bianca o leggermente paglierina ed una consistenza tenera al tatto. Il sapore è fragrante e “dolce”. Il prodotto stagionato ha invece la crosta di colore giallo carico, ma a seconda dei trattamenti subiti (pomodoro, cenere, olio) può anche presentarsi nera o rossastra. La pasta è di color giallo paglierino, il sapore intenso, ma mai piccante. […].”
(Tratto da: Andrea Meschini Doriano Pela, Sulle orme dei pastori, fuoridalleviemaestre edizioni)

Basilica della Santissima Annunziata

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi non ha libertà, non ha ilarità"

mercoledì 29 marzo 2017

La Firenze antica nelle pagine di Mary McCarthy

“[…] Nell’anno 1304 vi fu un avvenimento spettacolare che ancora una volta fu visto come un <<giudizio>>. Era stata annunciata una rappresentazione dell’inferno presso il ponte alla Carraia, in un teatro allestito con barche sul fiume; c’erano fiamme, anime nude imploranti pietà, demoni maggiori e diavoli con i forconi. Sovraccarico di spettatori che si erano assiepati per assistere allo spettacolo, il ponte crollò e tutti o quasi annegarono, così si diceva dopo a Firenze che chi era andato a vedere l’inferno aveva ottenuto quello che cercava.
Quasi due secoli più tardi, savonarola predicando in Duomo terrorizzò i suoi uditori con una serie di realistici sermoni sull’Arca di Noè. Pico della Mirandola, il poeta e filosofo platonico, descrisse la predica sul Diluvio, da lui udita il 21 settembre del 1494. Cominciava con la citazione: <<E guardate che io, perfino io, porto un diluvio di acque sulla terra>>. Savonarola lo gridò a voce altissima, terribile, come un tuono, appena salito sul pulpito, mentre un brivido freddo correva per le ossa di Pico […]. Lo stesso giorno, come una profezia cupa fattasi trasparente, giunse a Firenze la notizia che un torrente di truppe straniere aveva inondato l’Italia. Erano le truppe del re francese Carlo VIII. […].”
(Mary McCarthy, Le pietre di Firenze, 1956)

Basilica della Santissima Annunziata

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi ben serve non sarà mai ricco"

martedì 28 marzo 2017

La vita dei pastori durante la Transumanza

“[…] si vive in capanne di legno e canne, che d’estate si riempiono di pulci. Non a caso, appena arrivati la prima operazione è la disinfestazione: si spingono i muli nelle capanne e li si chiudono per un quarto d’ora. Poi si fanno uscire. I muli si rotolano in uno spazio terroso, liberandosi dei parassiti. Così ripetendo l’operazione più volte, le capanne vengono ripulite.
L’abitazione principale del villaggio e la vergheria: una grande capanna circolare con tetto conico. A centro il focolare, su cui poggia la caldaia; alle pareti le rapazzuole, i giacigli dei pastori, fatti con tavole di legno, pelli e frasche. Questa capanna centrale è anche la mensa collettiva; accanto ad essa la caciaia, dove si conserva il formaggio. E poi i recinti degli animali, i “diacci”. Nel villaggio ci sono figure con compiti diversi: dopo il vergaio viene il buttero (si occupa della commercializzazione dei prodotti), quindi il caciere, che prepara il formaggio. A seguire, i pastori, gli addetti ai trasporti, e i bagaglioni, addetti ai lavori generici.
I pastori si svegliano alle quattro per la mungitura, poi – fatta colazione – conducono gli animali al pascolo. Per ingannare la monotonia durante il giorno intrecciano il giunco, o fabbricano utensili di legno. Qualcuno rassetta gli indumenti o legge. C’è persino chi compone versi. Solo dopo cena – tornati al villaggio e consumato un pasto caldo con gli altri – c’è un po’ di spazio per conversare.
A proposito del cibo. Il pastore fa colazione dopo  la lavorazione del latte. Il liquido residuo – con pane e ricotta – serve per una zuppa calda. Il pranzo invece si consuma al pascolo: pane un po’ di companatico, in genere formaggio. Il transumante, però, porta con sé le proprie abitudini, e anche in Maremma la farina di castagne ha un ruolo importante. La sera polenta o acqua cotta. La carne non si mangia quasi mai, i pastori integrano la dieta con pesce pescato nei fiumi e selvaggina catturata con le trappole (ma quella migliore – lepri, pernici, germani -  serve per alimentare un po’ di commercio). Solo in occasione della tosatura e dell’abbacchiatura (la macellazione degli agnelli) si mangia carne; i piatti tradizionali sono la coratella, fatta con le interiora, e la pecora alla brace o in padella. […].”
(Tratto da: Andrea Meschini Doriano Pela, Sulle orme dei pastori, fuoridalleviemaestre edizioni)

Battistero

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Asino di molti, i lupi lo mangiano"

lunedì 27 marzo 2017

Il pane toscano

“[…] il “re della tavola” è il prodotto più semplice ed antico: il pane toscano. Che si differenzia dal pane di altre zone d’Italia perché è senza sale.
A quanto pare, l’usanza di preparare il pane senza sale risale al XII secolo, nel periodo in cui Firenze e Pisa sono città rivali. I pisani, ad un certo punto, bloccano il commercio del sale e allora i fiorentini si vedono costretti a farne a meno, anche per preparare il pane. Per chi non è abituato a mangiarne può risultare insipido, ma è molto adatto, in realtà, per accompagnarsi ai cibi saporiti della tradizione.
Nelle famiglie contadine il pane si cuoceva una volta alla settimana, poi si avvolgeva nei panni e si conservava nelle madie. Durante la settimana doveva sfamare tutta la famiglia, e si mangiava in vari modi; tra questi ricorderemo ad esempio le merende preparate per chi andava a lavorare nei campi, come il “pane e pomodoro” (un pomodoro strofinato su una fetta di pane fino a spolparlo condito con olio e sale) e il “pane e vino” (un filo di vino rosso e tanto zucchero su una fetta di pane).
Il pane rustico toscano dura diversi giorni, e quando diventa raffermo non si butta via; trova impiego – tostato, o così com’è – per preparare crostini e bruschette (con olio extravergine di oliva ed aglio). Oppure si usa per preparare le zuppe, i veri piatti forti della tradizione rurale toscana. La zuppa era un “piatto unico” che doveva riempire la pancia con il minimo della spesa. Così, insieme al pane raffermo si mettevano verdure e legumi, e poi si insaporiva con aglio e cipolla (tra le zuppe più famose ci sono la ribollita, la zuppa di verdure, la minestra di cavolo nero, la pappa al pomodoro).”
(Tratto da: Andrea Meschini Doriano Pela, Sulle orme dei pastori, fuoridalleviemaestre edizioni)

Duomo

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Tempra la lingua quando sei turbato"

domenica 26 marzo 2017

venerdì 24 marzo 2017

Suonate pure le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane

“[…] La vita civile di Firenze non fu mai veramente afflitta da guerre esterne fino al grande assiedo del 1530, che i cittadini, finalmente uniti, fronteggiarono con eroico coraggio ma che entrò con l’entrata degli Spagnoli e la caduta della Repubblica. Pochi anni prima, nel 1494, il re francese Carlo VIII aveva marciato sulla città con le sue truppe vittoriose ma si era ritirato subito, impaurito dall’ostilità dei cittadini. Una sola frase succinta, pronunziata da un capo cittadino, Pier Capponi, decise la partenza del re. <<Allora noi suoneremo le nostre trombe!>> aveva gridato minaccioso il re quando la deputazione fiorentina rifiutò l’ultimato presentato alla città sconfitta. <<Suonate pure le vostre trombe: noi suoneremo le nostre campane>> replicò Capponi. Carlo aveva visto Firenze e i fiorentini – i palazzi di pietra, tetri come fortezze e la gente, pronta a divampare come un’esca, che già prendeva a sassate i suoi soldati – sapeva ciò che questa frase voleva dire: una corsa generale nelle piazze. Spaventato da un combattimento in quelle strade che di battaglie ne aveva già viste tante, il re capitolò e la ferrea frase del Capponi ancora rintocca come un ammonimento agli invasori dei comuni repubblicani – la campana che risponde alla tromba, la chiamata a raccolta della gente che ribatte alla fanfara militare. Quando infine la dinastia dei Medici salì al potere, fu dato ordine di distruggere la campana dell’adunata popolare. […].”
(Mary Mc Carthy, Le pietre di Firenze, 1956)

Piazza di San Giovanni

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Quando la cornamusa è piena, comincia a suonare"

giovedì 23 marzo 2017

La partenza della transumanza


“[…] I preparativi erano già stati fissati ai primi di settembre: scarponi chiodati, pantaloni di fustagno, giacche di velluto.
E poi la manutenzione dei carri, la sistema zione degli zoccoli dei cavalli. […] si svolgeva il rito della partenza: caricate le masserizie sul barroccio, benedetti gli animali e bevuto un ultimo bicchiere di vino, il vergaio - con il bastone di avellano nuovo – dava il segnale. Ci si avviava per il “sentiero Biozzi” (da Badia Tedalda, in provincia di Arezzo, ad Alberese, nel Grossetano) scendendo al Tevere e proseguendo poi per la Maremma.
In coda all’immenso gregge c’era un folto numero di montanari che – pur non essendo pastori – approfittavano per fare il viaggio in compagnia e diminuire così i rischi e disagi: falegnami, maniscalchi, fabbri, lavoranti e braccianti che andavano a “fare la stagione” in Maremma.
Il trasferimento dalla fine dell’XVIII secolo in poi si faceva con 7-8 giorni. In testa al branco il castrato col campano, ai lati i pastori, con ombrello sotto braccio e sacco di tela al fianco. La partenza sempre di buon mattino; per percorrere al massimo 25 km al giorno.
La sera si faceva sosta presso poderi ed osterie, si tiravano le reti per l’addiaccio, si consumava un pasto caldo, ci si intratteneva a parlare. Poi a dormire. Ma qualcuno pernottava fuori, per controllare gli animali. […]”
(Tratto da: Andrea Meschini Doriano Pela, Sulle orme dei pastori, fuoridalleviemaestre edizioni)

Cupola

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Guardati da aceto di vin dolce"

martedì 21 marzo 2017

Antiche insegne resistono: via Macci

Foto di Roberto Di Ferdinando

Macelleria
AGATI FERDINANDO
VENDITA CARNI BOVINE FRESCHE
Lavorazione salsicce

Piazza di San Giovanni

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Acqua che corre non porta veleno"

domenica 19 marzo 2017

venerdì 17 marzo 2017

I cenci

“[…] Fu Pellegrino Artusi, toscano di adozione ma romagnolo di origine, a dare il nome a questo prodotto, usando il plurale di cencio, che significa straccio, ritaglio di stoffa, anche se in altre regioni i cenci erano noti con altri nomi: “galani”, che deriva da “gala”, termine spagnolo, che significa fiocco, “frappe o sfrappe” dal francese antico, “frape” che significa striscia di stoffa smerlata usata come guarnizione di abiti o tende.
L’uso della pasta dolce fritta sembra derivare dalle feste pagane dell’antica Roma e precisamente dai “Liberalia”, feste che cadevano il 17 marzo, in onore del dio Liber Pater, conosciuto come Bacco, patrono della fecondità e dei raccolti, nonché delle libagioni. Così i giovani divenuti maggiorenni vestivano la toga virile e per le strade sui fornelli portatili si vendevano focacce di farina e miele chiamate libae o frictilia fritte nel grasso di maiale.
Un’altra storia narra che tale nome “chiacchere” deriva da un episodio accaduto alla corte dei Savoia, poiché la regina dopo ore di chiacchere con le dame di corte chiese al cuoco Raffaele esposito di fare un dolce e questi preparò per l’appunto dei dolcetti fritti facili che chiamò “chiacchere”.

Ingredienti per 6 persone
Farina 200gr
Uova 2
Burro 60 gr
Zucchero 100 gr
Liquore cucchiai 3
Limone grattugiato qb
Sale qb
Zucchero vanigliato qb

Preparazione
Miscelare il burro con lo zucchero, aggiungere le uova, la buccia di limone o arancia, sale e finalmente la farina. Mescolare bene gli ingredienti  e lasciare riposare per un’ora.
Riprendere la pasta e con la macchinetta o a amano con il mattarello stenderla fino ad ottenere un altezza ci circa una moneta; tagliare strisce e losanghe (non importa che siano uguali) con la rotellina che forma la zigrinatura.
Friggere in olio fresco in padella profonda  a 180° per un minuto circa fino a che la pasta non si colora. Attenzione alla frittura: usare olio di oliva o olio di semi di girasole ad alto contenuto di acido oleico che è molto adatto per la sua composizione monoinsatura.  […].”
(Alissa Mattei, Maremma Magazine di marzo 2017)

Museo di San Marco

Foto di Marco Giorgi

Proverbio Toscano del Giorno

"Non c'è tizzone che non abbia il suo fumo"

giovedì 16 marzo 2017

Modi di dire: “lecchino”

Si usa per indicare una persona estremamente servizievole per interesse, colui che adula in maniera viscida i propri superiori per ottenere approvazione e privilegi. Quindi, usato in maniera dispregiativa: “colui che lecca”, dall’espressione popolare di “leccapiedi” (colui che si prostra, si piega all’altro per ottenere un particolare interesse). E’ usato anche per descrivere l’uomo che, vestito elegante e tutto in punto corteggia il gentil sesso (“rileccato”). Il verbo “leccare” deriva dal greco ‘leich-os’, leccone, goloso, ed anche ‘lich-neia’, leccornia, ‘lichanos’-‘lich-us’, dito indice, e letteralmente quello col quale si lecca; e così dal latino ‘lingere’, sfregare una cosa con la lingua.
Roberto Di Ferdinando

Basilica della Santissima Annunziata

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"I colpi non si danno a patti"

mercoledì 15 marzo 2017

Il paesaggio toscano e la transumanza

Per secoli in Toscana l’allevamento degli ovini è stato – con quello dei bovini – un’attività di primaria importanza. Sia in forma stanziale che mobile, con periodici spostamenti alla ricerca del pascolo. E’ questa seconda forma a chiamare in causa le “vie della transumanza”, ancora oggi segno piuttosto tangibile di una pratica secolare. Certo, rispetto ad altre regioni dell’Italia centro-meridionale oggi la rete viaria della Toscana evoca in misura minore la pastorizia transumante, specie per la presenza  di un’ampia area collinare interessata alla mezzadria. Ma ciò non toglie che consistenti flussi di uomini e bestiame, abbiano attraversato per secoli proprio le colline della mezzadria, per alternare i pascoli della montagna a quelli delle maremme (peraltro, si parla qui di greggi che – come aree di provenienza – spesso travalicano i confini granducali: oltre ai pastori della montagna toscana, la Maremma ha accolto anche allevatori dell’Appennino emiliano, romagnolo e marchigiano). […] Anche in Toscana il secolare passaggio delle pecore su itinerari fissi ha finito per disegnare linee persistenti nel territorio: da più parti della catena appenninica, una rete di tracciati ha segnato le rotte di discesa verso la costa, prendendo il nome di “Via Maremmane” e “Vie di Dogana”. E tali rotte sono rimaste attive anche dopo l’abrogazione della Dogana dei Paschi, dato che molti pastori, seppur ormai liberi dal condizionamento della calli, hanno continuato ad imboccare le strade consuete, già ben delineate e conosciute.
Il paesaggio in cui si muove la transumanza si modella nel corso del Basso Medioevo, quando il territorio – fin a quel momento governato dalla signorie feudali – è interessato da due fenomeni di rilievo: l’infittissi dei centri abitati e la diffusione della mezzadria, specie in collina. Bonifiche e disboscamenti contribuiscono i poi nel corso del tempo ad estendere la maglia dei poderi, che spesso si organizzano come fattorie (si pensi ai grandi patrimoni dei Medici, o di enti ospedalieri quali S. Maria Nuova di Firenze. S. Maria della Scala di Siena). E’ in questo modo che si va delineando il paesaggio toscano: geometri di campi contornate da vie interpoderali e punteggiate di case contadine, ville, pievi. Nell’Ottocento, poi, le coltivazioni si espandono ancora, specie quelle collegate alla manifattura: lino, canapa, gelso , tabacco.

(A.    Mescini D. Pela, “Sulle orme dei pastori”, fuoridalleviemaestre edizioni)

Battistero

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"E' più facile far le piaghe che sanarle"

lunedì 13 marzo 2017

venerdì 10 marzo 2017

giovedì 9 marzo 2017

Il veggio

E’ uno scaldino in terracotta, molto usato fino al secolo scorso per scaldarsi le mani in inverno. Solitamente di piccole dimensioni, da tenere, appunto, tra le mani, conteneva dei tizzoni roventi  appena tratti dal camino. Presente anche in dimensioni più grandi, sempre in terracotta con manico con le mezzine, per scaldare angoli di casa o piccoli spazi. La parola deriva da “aveggio” a sua volta derivante da “laveggio”, che tra origine dal termine latino “lebeticum”, cioè specie di vaso .
Roberto Di Ferdinando

Basilica della Santissima Annunziata

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"A chi te la fa, fagliela"

mercoledì 8 marzo 2017

Ad ovest….miglioramento e peggioramento del tempo

“Se temiamo un peggioramento del tempo con pioggia dobbiamo volgere lo sguardo a occidente perché di norma è da quella parte che arriva il maltempo. Non facciamoci ingannare dal sole che ancora domina sopra di noi, se ad ovest si presentano nuvoloni neri certamente a breve arriveranno anche di sopra di noi. Allo stesso modo se piove e cerchiamo un miglioramento è sempre e ancora da quella parte che occorre guardare, non fidiamoci di schiarite improvvise che si manifestano qua e là nel cielo perché una vera schiarita, un vero miglioramento inizia da ovest. Il mondo dei campi sostava nel loggiato mentre pioveva e appena si manifestava la schiarita a occidente tornava al lavoro anche se continuava a piovere, sapeva che a breve sarebbe cessato.”
(Le Cassette di Crepapelle di via G. B. Orsini 55 di Firenze, La meteorologia prima della meteorologia)

Campanile di Giotto

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Nemico diviso, mezzo vinto"

martedì 7 marzo 2017

INNESTO CREATIVO, il giardino della Fondazione Michelucci

Collocato immediatamente sotto il centro di Fiesole, questo giardino storico è molto più di un semplice spazio verde. Da qui si gode una delle più belle viste su Firenze, ma ciò che lo rende davvero unico è la storia che custodisce. Villa Il Roseto, sede della Fondazione, è stata la casa-studio dell’architetto Giovanni Michelucci, che dal giardino poteva osservare e meditare sulla città, e di sua moglie, la pianista e pittrice Eloisa Pacini.
Con questo progetto la Fondazione Michelucci, grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze riqualificherà il giardino mettendo a disposizione del pubblico uno dei luoghi più suggestivi di Fiesole e Firenze.
Una volta realizzati gli interventi, in collaborazione con molteplici realtà del territorio, il giardino storico della Fondazione Michelucci diventerà un nuovo spazio di cultura, condivisione, arte e bellezza.
VUOI VIVERE UNO SPAZIO DI CULTURA, ARTE E CONDIVISIONE ALLA FONDAZIONE MICHELUCCI?
DIVENTA UN SOSTENITORE!
Fai una donazione a partire dal
21 gennaio sul sito di Eppela.
La tua donazione vale il doppio:
per ogni euro raccolto la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze ne raddoppia il valore!
http://www.michelucci.it/innestocreativo/

Chiostro della Santissima Annunziata

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"In chiesa per devozione, alla guerra per necessità"

lunedì 6 marzo 2017

Le curiosità di marzo

“Marzo (Martius in latino) deriva il suo nome dal dio romano Marte, dio della guerra, poiché era proprio nel mese di marzo che in genere iniziavano le guerre."
[…] Questo mese [marzo] era dedicato a onorare gli antenati. E’ curioso ricordare che l’usanza di mangiare fave e pecorino in questo mese derivi dall’epoca romana, quando il pater familias propiziava gli spiriti dei defunti, affinché proteggessero la casa, proprio con una cerimonia a base di fave.
[…].
La variabilità del tempo in questo mese è sintetizzata nel proverbio che dice: “marzo ha comprato la pelliccia a sua madre e tre giorni dopo l’ha venduta”. Secondo un altro proverbio diffuso in tutta Europa, “Marzo comincia leone e finisce montone”; marzo comincia con l’inverno e finisce con la primavera.
[…].
Nelle campagne, per sottolineare questo periodo di passaggio fra due stagioni, erano numerose le usanze come quella di “sega la vecchia”, pupazzo di legno ripieno di frutta secca e candita che rappresenta la fine dell’anno vecchio e dell’inverno e l’inizio della nuova annata agraria.
[…]”
(Fonte: Informatore Coop di marzo 2017)

Il Duomo

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Della pace ognun ne gode"

domenica 5 marzo 2017

Il restauro dell'"Ultima Cena" di Plautilla Nelli ha bisogno di fondi

Oltre ad essere la prima, e forse l’unica, “Ultima Cena” dipinta da  un' artista donna è anche il più grande dipinto mai realizzato da una mano femminile, la prima pittrice di Firenze, Plautilla Nelli.
http://us15.campaign-archive2.com/?u=e949ce8faa22099a851b17274&id=99502fdb5d&e=

Antiche insegne resistono

Foto di Francesco Baciocchi

sabato 4 marzo 2017