lunedì 30 aprile 2012

Piazza del Cestello

Il cardine della porta duecentesca

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In via dell’Anguillara, angolo  con via Verdi, ponendoci alle spalle della basilica di Santa Croce, sulla destra è possibile notare un cardine e la parete di una porta della seconda cerchia di mura, risalente quindi a metà dell’anno Mille. Questi due elementi sono ciò che ci rimane dell’antica Porta di San Simone, così chiamata dalla vicina chiesa, ancora oggi presente, di via Isola delle Stiche.
Questa porta permetteva l’accesso in città da Oriente, principalmente per i viaggiatori che provenivano dal Valdarno e che così si immettevano in Firenze, per l’appunto, per via dell’Anguillara, così chiamata dai fiorentini , secondo la tradizione, a causa del suo tracciato sinuoso, come un’anguilla. In passato questa strada aveva preso il nome, prima, di via del Parlascio come il vicino anfiteatro fiorentino (vedi: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/06/nuove-scoperte-della-firenze-romana.html), poi dei Cocchi, dal nome di una famiglia che qui risiedeva. Alcuni storici fiorentini ritengono, invece, che il nome della strada derivi dal capitano di ventura Baldo di Piero Bruni, noto come Baldaccio Bruni o Baldaccio d'Anghiari (circa 1400–1441), detto, appunto, conte dell’Anguillara, che qui aveva acquistato il palazzo che oggi si trova quasi all’angolo con via dell’Acqua, e che nei secoli successivi fu sede anche delle Poste Granducali.
RDF

Via dell'Anguillara, il cardine e la parete della Porta di San Simone
il cardine dell'antica Porta di San Simone
La chiesa di San Simone che dava il nome alla porta duecentesca

Via dello Sprone e gli antichi forni regi

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Via dello Sprone è una piccola strada, ma molto caratteristica, in Oltrarno, che collega piazza Frescobaldi con via Guicciardini. Questo suo particolare nome deriva dall’angolo acuto, ornato da una elegante fontana del Buontalenti, che caratterizza l’ingresso alla strada da piazza Frescobaldi. L’accesso a via dello Sprone da via Guicciardini, invece, era consentito attraversando un arco che collegava due palazzi medievali. Arco e palazzi furono distrutti dalle mine tedesche del 1944, sostituiti poi da  un modello palazzo costruito nel 1957 su progetto dell’architetto Michelucci (lo stesso della stazione di Santa Maria Novella). E proprio in via dello Sprone, in prossimità con via Guicciardini, sulla sinistra per chi percorre la strada verso Palazzo Pitti, è possibile ammirare, sopra un’attività commerciale, un’insegna in marmo su cui vi è scritto: “ANTICHI FORNI REGI”, è questa l’unica testimonianza degli antichi forni granducali in Oltrarno che in questi vecchi fondi avevano sede.
RDF

Via dello Sprone, la targa che rigorda gli antichi forni regi
Via dello Sprone

mercoledì 25 aprile 2012

Porta San Gallo e la storia d’amore del re danese

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando


Porta San Gallo - lato nord

Porta San Gallo - lato sud
In Piazza della Libertà a memoria dei secoli passati sono rimaste intatte due testimonianze storiche: il settecentesco arco, eretto per accogliere il 19 gennaio 1739 l’ingresso in città dei Lorena, i nuovi signori del Granducato dopo la fine della dinastia de’ Medici, e la porta duecentesca di San Gallo. Infatti, nel Medioevo questa zona di Firenze  era chiamata San Gallo; tale nome deriva da una piccola chiesa del Duecento, oggi non più esistente, la prima a ospitare in Firenze i frati francescani, presente in questa area e che era stata dedicata al santo irlandese eremita.  Chiesa che inoltre serviva come luogo di culto ai pellegrini che alloggiavano nel vicino ospedale, allora collocato dove oggi sorge il Parterre. Infatti, questa zona era di transito per i pellegrini che si muovevano da o per Bologna ed entravano in città attraversando la porta e percorrendo la via, appunto, via San Gallo, denominazione di fatto che è rimasta fino ai giorni nostri.
La chiesa e l’ospedale erano modeste costruzioni e nel Quattrocento caddero in rovina, tanto che Lorenzo il Magnifico incaricò l’architetto e scultore fiorentino Giuliano Giamberti (1445–1516) di dare nuovo splendore a questi due edifici e alla zona. Il lavoro di Giamberti fu talmente elegante ed apprezzato che da quel momento fu conosciuto come Giuliano da San Gallo.
La chiesa e l’ospedale però non ebbero vita lunga, infatti furono abbattute durante l’assedio francese alla città (1529-30) per porvi delle strutture difensive, mentre l’intervento ottocentesco del Poggi con la creazione della piazza con i loggiati ed infine la costruzione durante il fascismo del Parterre, nato come luogo di aggregazione, cancellarono definitivamente il lavoro di Giuliano da San Gallo.
Di quell’antico spazio rimane oggi solo la Porta San Gallo.  Fu costruita nel 1285 per volere del Capitano di parte Guelfa, Rolandino da Canossa, come ricorda la piccola iscrizione posta sulla facciata settentrionale, mentre sui lati della stessa sono posti due leoni in pietra di Parte Guelfa (Marzocchi), all’interno una lunetta affrescata riproduce la Madonna e santi. Ma sicuramente da notare è la targa affissa proprio sopra l’arco d’ingresso della porta, che ricorda il passaggio in città nel 1708 del Re Federico IV di Danimarca, durante il quale il sovrano fu protagonista di una curiosa storia. Nel 1691 Federico di Danimarca, non ancora re, visitava Lucca, dove conobbe e s’innamorò, amore ricambiato, della nobile Maria Maddalena Trenta. Ma ben presto Federico fu richiamato in patria lasciando sola la bella Maria Maddalena e l’aspirato matrimonio non avvenne. Federico divenuto sovrano di Danimarca, non aveva dimenticato il suo amore, tanto da farle pervenire in dono un proprio ritratto con una cornice di brillanti. Ma Maria Maddalena nel frattempo, dolorante per le pene di amore, aveva scelto di entrare nel Monastero di Santa Maria Maddalena de’Pazzi a Firenze, come suora di clausura. Quindi, Federico saputo della notizia, giunto in Toscana per questioni diplomatiche, volle giungere a Firenze in visita ufficiale e chiese di poter rendere visita a suora Maria Maddalena, nonostante questa fosse monaca di clausura. Per non fare uno sgarbo al sovrano del nord, l’arcivescovo Tommaso della Gherardesca e la badessa del convento acconsentirono all'incontro. L’incontro avvenne in un pomeriggio e si concretizzò in una breve conversazione sulla religione cattolica cristiana e quella protestante, con Maria Maddalena che, probabilmente istruita dai suoi superiori, propose al sovrano di convertirsi alla fede cattolica. Qualche giorno dopo il re, prima di partire donò al monastero di Santa Maria Maddalena de' Pazzi la somma di cinquecento ungari d'oro.
Per ulteriori informazioni su Piazza della Libertà:
http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/01/piazza-della-liberta-arco-e-porta.html
RDF

Porta San Gallo, l'iscrizione sulla facciata che ricorda Rolandino da Canossa
Porta San Gallo, lapide sopra l'arco che ricorda la visita del Re Federico IV di Danimarca
Porta San Gallo, la lunetta interna affrescata

venerdì 20 aprile 2012

Via dei Becchi, scusate......Via della Rosa

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Via Ghibellina, all’altezza di Via da Verrazzano, s’incontra con Via della Rosa, e proprio sull’angolo di questa strada vi è una lapide ovale che ricorda che in passato la via non ebbe questo dolce e delicato nome. Infatti, per secoli questa strada si è chiamata Via dei Becchi, una denominazione non molto gradita ai numerosi abitanti che qui risiedevano; tanto che fin dal Trecento questi interpellarono le autorità cittadine con petizioni ufficiali perché variassero il nome alla strada. Ma Palazzo Vecchio respinse sempre tale tipo di modifiche. Anche nel Cinquecento un’altra richiesta fu rigettata. Si dovette aspettare il 1730, quando finalmente le autorità cittadine accolsero la petizione e i “Becchi” si trasformarono in “Rosa”. La lapide ricorda quel giorno, ormai insperato dai residenti di allora, con queste parole: “Via Rosa – per decreto dei Signori Capitani di Parte – 7 7embre 1730”.
RDF

Calendimaggio

Testo di Roberto Di Ferdinando

Il Calendimaggio (da calende di maggio) o Cantar maggio, è una tradizionale festa popolare, ormai andata persa, che si svolgeva ai primi di maggio, per festeggiare l’arrivo della piena primavera. A Firenze si celebrava il 1° maggio con il rito della fioritura, cioè, in onore del risveglio primaverile della Natura, i fiorentini portavano in processione i “maggi” o “majo”, cioè i rami fioriti degli alberi, che poi i giovani appendevano alle porte delle case delle loro innamorate come simbolo del loro corteggiamento. Se la ragazza apprezzava il corteggiamento ed il corteggiato, ecco che lei metteva in casa il ramo ed il “maggio” avrebbe dato il frutto sperato dall’amato. Boccaccio, nella sua “Vita di Dante” scrive che proprio il 1° maggio del 1274 il sommo poeta conobbe la sua amata Beatrice.
Nei primi giorni di maggio così in Firenze si svolgevano le maggiolate, cioè festose celebrazioni fatte di canti, suoni e balli. Le fanciulle, con le teste ricoperte di ghirlande di rose, giaggioli e ginestre, camminavano per la città, ed accompagnate da strumentisti, improvvisavano danze tradizionali, “a rigoletto” (girotondo) e cantavano le ballate composte con i versi dei poeti.
In quei giorni le attività commerciali erano sospese e la città per un mese diventava sede di festosi ritrovi popolari. Centro della festa era Piazza della Signoria, ma tutta la città era coinvolta e presa dalla festa. L’Arte dei Calzolai onorava solennemente San Filippo suo protettore, allestendo, presso la statua del Santo all’esterno di Orsanmichele,  un altare addobbato con fiori, alloro e lumi, nonché con la consueta "fiorita", un tappeto per terra di foglie e fiori primaverili. Mentre in Santissima Annunziata si svolgeva per tre giorni un ricco mercato contadino. Ma anche le campagne vicine erano coinvolte e festeggianti, Le rive dell’Arno, del Mugnone e dell’Affrico si riempivano di gruppi danzanti, di chi vi andava per raccogliere le pratoline, le margherite con cui fare le ghirlande e incoronare la bella del momento, la “regina di maggio” o la “sposa di maggio”, e di cantori di storie popolari ed amorose.
Oggigiorno in numerose zone rurali della Toscana si usa ancora il termine “maggerino”, per indicare quei poeti improvvisatori che commentano, nelle feste di primavera in ottave di rime un tema assegnato, oppure cantano vicende storiche o amorose.
Infine, a Firenze ogni anno, ancora oggi, il 23 maggio si svolge la Fiorita. Cioè, dopo la messa nella Cappella dei Priori in Palazzo Vecchio, si forma un corteo di frati domenicani e di cittadini, che scende in piazza per spargere petali di rose, tra rami di palme, sulla lapide circolare che ricorda il punto dove fu impiccato e arso Fra’ Girolamo Savonarola assieme ai suoi due confratelli Fra’ Domenico Buonvicini da Pescia e Fra’ Silvestro Maruffi da Firenze. Questa cerimonia prende origine dalla pietosa e spontanea iniziativa popolare che avvenne la mattina dopo la morte del predicatore, quando il luogo dell’esecuzione fu coperto di fiori.
RDF

lunedì 16 aprile 2012

Folon al Giardino delle Rose



"Io sogno di trovare un giorno in Toscana, un luogo, con un giardino, con una bella casa tranquilla, dove poter lasciare tutte queste opere perché esistano anche dopo di me.”  Jean-Michel Folon

FOLON NEL GIARDINO DELLE ROSE
a cura di Marilena Pasquali, presidente del Centro Studi Giorgio Morandi di Bologna e già curatrice della mostra del 2005 "FolonFirenze”.
Iniziativa del Comune di Firenze, con la collaborazione della Regione Toscana
Con i contributi di Toscana Energia e dalle gallerie Guy Pieters di Knokke-le-Zoute e di Saint Paul-de-Vence.

Viale Giuseppe Poggi 2 -
Tutti i giorni dalle 9 al tramonto
Ingresso libero
Firenze

“Troppa grazia Sant’Antonio!”

 Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In via dello Studio, al numero civico 25, si erge una duecentesca casa torre ottimamente conservata. Sopra il suo ingresso sono posti una targa ed un busto che ricordano che quella fu la casa natale di Sant’Antonio Pierozzi (1389- 1459), domenicano, priore di San Marco, teologo, letterato e arcivescovo di Firenze.
Sant’Antonio, detto anche Sant’Antonino, per la sua gracile e minuta corporatura, era molto amato dai fiorentini che riceveva quotidianamente in questa sua casa che vi giungevano per formulare suppliche, o chiedere pareri o aiuti. E Dante Pitti e sua moglie, Marietta, non furono da meno, desiderosi, infatti, di avere un figlio che però non riuscivano ad avere, quindi si recarono da “Antonino dei consigli”, così era anche chiamato il futuro santo. I due sposi tornarono più volte da Antonino, fino a quando, finalmente, disse loro che quanto desideravano stava arrivando. Infatti, dopo alcune settimane Marietta si accorse di essere incinta, nacque così Guido, il figlio tanto desiderato. Fu una gioia immensa e la notizia della “miracolosa” nascita fece il giro della città tanto che si affermava che: “Sant’Antonio aveva fatto la grazia!”. Una grazia? Non una sola. Difatti, pochi mesi dopo, Marietta, rimase nuovamente incinta, questa volta di una femmina. Ancora gioia e felicità, che sarebbe durata ancora a lungo. Perché poi giunse il terzo, il quarto, il quinto ed infine il sesto figlio della coppia, tanto che i fiorentini diedero così vita al famoso detto: “Troppa grazia Sant’Antonio!”.
RDF
Via dello Studio, la targa ed il busto dedicati a Sant'Antonino, posti sopra la sua casa natale

giovedì 12 aprile 2012

Modi di dire legati al mondo dei “banchi”

Testo di Roberto Di Ferdinando

Firenze è stata città di banchieri e tra il Quattrocento ed il Cinquecento le più importanti famiglie fiorentine impiegarono le loro disponibilità economiche in attività di cambio e prestito, accumulando così tesori ricchissimi. L’Arte dei Cambi, la corporazione dei banchieri, divenne difatti molto potente in città.
I banchieri svolgevano principalmente due attività, quella del prestito e quella di cambio delle valute non fiorentine.
Spesso il prestito era offerto a tassi di interesse molto alti, tanto che in quegli anni in città, la potente famiglia di banchieri degli Strozzi, che esercitava il tasso di prestito più alto, era soprannominata, in alcuni suoi membri, in maniera dispregiativa, degli “strozzini” (da "Il Canto dei Bischeri" di Franco Ciarleglio - Ed. Sarnus).
L’altra attività era quella di cambio. Chi desiderava cambiare altre valute in fiorini si recava al banco di cambio, e qui il banchiere, se si trattava di ricevere monete d’oro, prima di cambiarle, le faceva risuonare sul banco di pietra (da qui, poi, il nome “banca”) per accertarsi della loro autenticità e peso. Sul fiorino d’oro di Firenze non c’erano molti dubbi, grazie alle garanzie fornite dall’immagine di San Giovanni che era apposta su una faccia della moneta e dal suo particolare peso (in riferimento al modo di dire “San Giovanni non vuole inganni”, si veda l’altro mio post: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2012/03/modi-di-dire-san-giovanni-non-vuole.html ). Ma anche il fiorino d’oro poteva essere preso di mira per delle truffe. Infatti, alle volte poteva capitare che alcuni fiorini d’oro uscissero dalla zecca cittadina (che era posta nella Torre della, appunto, “Zecca”, nell’attuale Piazza Piave) con delle leggere imperfezioni sui bordi, qui dei piccoli filamenti d’oro venivano fuori dal profilo, “invitando” alcuni possessori a grattarli via e ad impossessarsene. Da qui il modo di dire “grattare” per indicare un furto.
RDF

martedì 10 aprile 2012

Buontalenti, un gusto di gelato


Testo di Roberto Di Ferdinando

Il fiorentino Bernardo Timante Buonacorsi, detto Buontalenti, (1531-1608), fu architetto, scultore, pittore  ingegnere militare, orafo, ebanista, disegnatore di mobili e scenografo . Fu primo artista della corte de’Medici, occupandosi anche degli aspetti quotidiani della vita della Signoria fiorentina. Difatti, si occupava anche dell’organizzazione dei banchetti di rappresentanza della famiglia de’Medici, intrattenendo gli ospiti con ricchissime scenografie e giochi pirotecnici, e non solo, li deliziava anche con squisiti gelati, tanto da avvalersi l’invenzione del gelato che servì per la prima volta alle nozze di Maria de’Medici. Da qui, la dedica al Buontalenti di un originale gusto di gelato, chiamato, appunto, con il nome del poliedrico artista. Infatti nel 1979, i commercianti fiorentini indissero un concorso per ricordare Bernardo Buontalenti e la gelateria fiorentina Badiani, lo vinse, presentando il “Buontalenti”, un gusto di gelato a base di panna e crema, gusto squisito divenuto  famosissimo tra i fiorentini e non.
RDF

mercoledì 4 aprile 2012

Le corna del Granduca

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Avevo già parlato della Ruota dello Spedale degli Innocenti in Piazza della S.S. Annunziata (http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/08/la-ruota-degli-innocenti.html ), ma ci ritorno per segnalarvi un’ulteriore curiosità, non molta nota. Infatti, se ci posizioniamo davanti alla ruota, osserviamo che essa è sormontata dal busto di Francesco I de’Medici, Granduca di Toscana. In origine, dietro al busto era stata collocata un’apertura che doveva dare luce ad un corridoio interno dello Spedale. Ma in seguito ad interventi di restauro e di ristrutturazione, l’apertura è stata murata e lo spazio affrescato, ma, involontariamente, sono state dipinte due catene d’oro che, ponendoci davanti e ad una certa distanza dal busto, appaiono come due corna che spuntano dalla testa di Francesco I.
RDF
spuntano delle corna d'oro

Le palle de’Medici e modi di dire

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

La famiglia de’Medici, la Signoria di Firenze a cui dobbiamo gran parte dello splendore del patrimonio artistico e monumentale della nostra città, era originaria del Mugello. La tradizione vuole che capostipite della famiglia fosse Medico di Potrone, nato intorno alla metà dell’anno Mille, e di professione, per l’appunto, medico, che diede così il nome alla stirpe. I discendenti di Potrone, giunsero a Firenze intorno al Duecento e si iscrissero all’arte dei Medici e Speziali. Alcuni componenti della famiglia dei Medici, infatti, svolgevano anche attività di speziali, cioè farmaceutiche, e le sei palle rosse dell’ormai famosissimo  stemma di famiglia, non sarebbero altro che le pasticche tipiche della produzione farmaceutica dei Medici. Infatti, le pasticche allora erano colorate di rosso per riconoscere il loro esclusivo uso farmaceutico. Dato il sapore molto amaro che avevano in quei tempi i prodotti medicinali, gli speziali dell’epoca, per rendere più “appetibili” le pasticche, erano soliti ricoprirle con della polvere zuccherata dal coloro dorato. Da qui il modo di dire: “indorare la pillola”, usato anche in altri ambiti per indicare un modo per addolcire un’amarezza.
Successivamente la Famiglia de’Medici si diede ad altre e più redditizie attività commerciali, ma mantenne lo stemma con i sei bisanti rossi (termine utilizzato in araldica per indicare un tondino di metallo. Il nome deriva dal bisante, moneta d'oro coniata a Bisanzio). Nel 1533, quando Caterina de’Medici sposò il futuro re di Francia, Enrico II, i Medici, autorizzati dalla casa regnante francese, modificarono il proprio stemma, sostituendo il bisante rosso più alto, con uno blu contenente tre gigli d’oro, simbolo dei Re di Francia.
RDF

Lo stemma mediceo