martedì 30 luglio 2019

Manzoni e il fiorentino

“[…] tra le correzioni più evidenti - e più ricorrenti - che Manzoni aveva fatto nella nuova e definitiva edizione del romanzo, c’era proprio il passaggio da egli a lui, da ella a lei e da eglino o elleno  a loro. Usare il fiorentino parlato dalle persone colte, infatti, significava per Manzoni adeguarsi anche ad alcune scelte contrarie alla tradizione grammaticale. Ad esempio, smettere di usare alla prima persona dell’imperfetto le forme letterarie in -a (io andava, faceva, veniva) sostituendole con quelle in -o (io andavo, facevo, venivo). O passare da veggo a vedo, da dimandare a domandare, da servigio a servizio, da quistione a questione; preferendo - anche nel lessico - forme più usuali, sebbene non specificamente fiorentine: tavola al posto di desco, prigioniera invece di captiva, palazzi invece di palagi. E talvolta introdurre, nella sintassi, costrutti tipi del parlato:<<Pane, ne avrete>>, <<il coraggio, chi non ce l’ha non se lo può dare>>.
Anni dopo, quando l’Italia raggiunse l’unità politica (1861), I promessi sposi divennero un testo fondamentale per l’educazione scolastica. E il modello fiorentino - ribadito da un anziano Manzoni, ormai senatore, in una relazione ufficiale al ministro della Pubblica istruzione - divenne il punto di riferimento per provare a unificare una popolazione divisa ancora in tanti dialetti.”
(Tratto da: Il museo della lingua italiana, di Giuseppe Antonelli - Mondadori)

Proverbio Toscano del Giorno

"Il villano nobilitato non conosce il suo parentato"

lunedì 29 luglio 2019

"Abbiamo letto di Torre del Gallo..."

Abbiamo letto di Torre del Gallo: un belvedere sulle colline da dove Galilei, che vi soggiorno’ a lungo, osservava il cielo. Arriviamo che è ormai buio, il custode accende le luci, ci mostra la stanza di Galilei, diversi suoi ritratti, il suo telescopio e così via. [...] Alla fine scopriamo che tutto questo appartiene a un certo Conte Galletti, che abita al piano superiore e che quest’anno affitta il pianterreno. D’improvviso ci balena un’idea: la solennità del luogo, la pace, la vista è il giardino ci hanno ormai incantato. Facciamo scendere il Conte (veramente un bell’uomo, detto per inciso) che, con fare condiscendente, ci propone una cifra alta per l’Italia, ma modesta se paragonata ai prezzi correnti a Vienna... In breve, la mattina seguente ci trasferiamo a pensione completa. [...] Da molti punti si aprono scorci su Firenze. Ecco, proprio ora, mentre sto scrivendo, un mare di luci scintillanti, simili alla vista che si gode da Bellevue. Solo che invece di Vienna c'è Firenze. [...] Tutta questa meraviglia dura ancora per tre giorni, poi il venerdì telegrafiamo di buon mattino annunciando il nostro viaggio di ritorno, durante il quale probabilmente sconteremo tutti i nostri peccati."
(Sigmud Freud) (Tratto da: "Ho visto Firenze - Guida letteraria - a cura dell'APT Firenze)

Proverbio Toscano del Giorno

"Il tuo nemico è quel dell'arte tua"

sabato 27 luglio 2019

Volevamo vedere l’originale del David ...

“Volevamo vedere l’originale del David (sulla piazza della Signoria ce n’è una copia, anche se eccellente). L’originale si trova all’Accademia di Belle Arti. Vi arrivammo cinque minuti prima della chiusura. La vendita dei biglietti era già finita, ma il vecchio custode ci permise di dare un’occhiata dalla pesante porta massiccia socchiusa. In fondo alla sala, in una nicchia, proprio di fronte a noi, stava quel giovinetto grazioso, forte, dalla grossa testa, con la fionda sulla spalla che tante volte avevamo visto disegnato nel Museo Puskin di Mosca.
<<Scusate, signori, sono le quattro....>> La porta fu chiusa. <<Andate al secondo piano, per questa scaletta. C’è una piccola mostra molto interessante. Gli ultimi lavori dei pittori italiani>>. Ci andammo. Era veramente una piccola mostra: tre stanze in tutto. C’erano opere molto interessanti, di Renato Guttuso, di Carlo Levi, ma il primo premio (un milione di lire) era stato assegnato al pittore Pirandello, figlio del famoso scrittore. Su un’enorme tela che prendeva quasi tutta la parete, erano mescolati senza alcun criterio e, secondo me, addirittura senza l’intervento del pennello, tutti i colori dello spettro esistenti e non esistenti. [...] Ogni espressione artistica è conforme a una sua legge. Ma che farci se, dopo aver visto il David, guardando il quadro che aveva ottenuto il milione di premio, divenni assai triste?”
(Vittorio Nekrasov. Tratto da “Ho visto Firenze- Guida letteraria”, a cura di APT Firenze)

martedì 23 luglio 2019

lunedì 22 luglio 2019

Proverbio Toscano del Giorno

"I frati si uniscono senza conoscersi, stanno uniti senza amarsi e muoiono senza piangersi"

giovedì 18 luglio 2019

Zima di Firenze

“Sono ben note le proprietà curative e gastronomiche dello zafferano. Sin dall’antichità se ne tramandano i benefici effetti sul sistema respiratorio e sulla digestione, la funzione antidepressiva e il potere afrodisiaco. Altrettanto nota è la magia in cucina degli stimmi essiccati del Crocus sativus L., il bel fiore amante di terreni permeabili, ben drenati e soleggiati (ci vogliono quasi 160.000 fiori per ottenere un chilo di stimmi) […]. Forse non tutti sanno invece che lo zafferano più pregiato non proviene da terre lontane, ma è prodotto in Toscana e precisamente sulle colline fiorentine, dove ha una secolare tradizione. Numerosi documenti attestano infatti, sin dal Duecento, la coltivazione del croco e il commercio della spezia, la ricercatissima Zima di Firenze. Impiegato in farmacopea, nella tintura dei panni, in pittura e naturalmente in cucina, tanto prezioso da sostituire il denaro contante, nel Medioevo lo zafferano – anche se il nome deriva dall’arabo za’faran – fu dunque una delle poche spezie non importate, anzi esportata in altre città italiane e sulla sponda del Mediterraneo, costituendo una cospicua fonte di reddito, protetta con bandi e gabelle. […]”
(Tratto da: Ricettario - Vetrina Toscana, a cura della Camera di Commercio di Firenze)

martedì 16 luglio 2019

Proverbio Toscano del Giorno

"Frati osservanti risparmiano il suo e mangiano quel degli altri"

domenica 14 luglio 2019

Il peposo e Brunelleschi

"Il peposo alla Fornacina dell’Impruneta  era una delle pietanza che gli operai mangiavano nelle pause per la costruzione del Duomo. Il peposo di allora, a differenza di alcune varianti moderne - non aveva come ingrediente il pomodoro, giunto in Europa solo molti anni dopo la scoperta dell’America e dopo il completamento della cupola nel 1436. All’epoca il pepe, benché spezia importante e ovviamente costosa, veniva utilizzato sia come conservante che come ingrediente. Le tegole della Cupola del Duomo erano fatte all’Impruneta e i fornacini imprunetini si nutrivano di  carne lungamente cotta nel vino, in un coccio messo a cuocere negli stessi forni delle tegole. Il geniale architetto Filippo Brunelleschi, decise di adottare tale piatto per sfamare le maestranze al lavoro per erigere la cupola del Duomo fiorentino e, per evitare perdite di tempo, stabilì di creare due mense a base di robusto peposo direttamente sulle impalcature della cupola."
(Liberamente tratto da: Ricettario - Vetrina Toscana, a cura della Camera di Commercio di Firenze)

La ricetta:
Peposo alla fornacina d'Impruneta
Questa è una delle diverse versioni del piatto, dovute al fatto che è una preparazione popolare: ognuno ha la sua. E, come al solito, le quantità degli ingredienti sono approssimative ed a discrezione (e gusto) di chi lo prepara.
Gli ingredienti

1 kg di muscolo di chianina
1 lt. di Chianti
20 chicchi di pepe nero
5 spicchi d'aglio vestito
Pane toscano a fette 
un mazzetto composto da salvia e rosmarino
sale

La Modalità di preparazione

In una capace pentola di coccio, disponete il muscolo tagliato a cubetti non troppo piccoli. Aggiungete gli spicchi d'aglio non pelati, il sale, il mazzetto di odori e il pepe. Coprite con il vino e far cuocere a calore moderato, in forno o sul fornello, fino a che la carne non risulti estremamente morbida. 
Tostate le fette di pane, in forno o sulla griglia, versateci sopra il peposo e servire subito.
Tratto da: http://www.peposo.it/

lunedì 8 luglio 2019

Proverbio Toscano del Giorno

"Frate sfratato e cavol riscaldato, non fu mai buono"

sabato 6 luglio 2019

Dante, alla ricerca della lingua perfetta….

“[…] Tra le opere che Dante aveva scritto prima della Divina Commedia, una era specificamente dedicata alla lingua. Alla lingua volgare, per essere precisi: quella che possiamo considerare l’antenato del nostro italiano. Anche se Dante, quell’opera, aveva deciso di scriverla in latino. Perché il latino era ancora la lingua dei letterati propri a loro Dante voleva rivolgersi. L’opera s’intitola De Vulgari eloquenti: <<Sull’arte del dire in volgare>>. Solo che in Italia di volgari ce n’erano tanti e molto diversi tra loro, così come è oggi per i dialetti. Allora Dante si mette a caccia (usa proprio questa espressione) della parlata italiana più bella e illustre. Passa in rassegna quattordici di versi volgari - dal Friuli fino alla Sicilia - e per ognuno riporta almeno una breve frase e un commento, quasi sempre negativo.
[…] il romanesco […] è per Dante un <<tristiloquium>>: un volgare squallido, il peggiore (<<turpissimus<<) tra quelli italici. Un trattamento simile è riservato al marchigiano e allo spoletino, al milanese e al bergamasco. Stando al suo orecchio, friulani e istriani <<con il loro accento bestiale eruttano Ce fas tu?>> e i sardi <<imitano la grammatica>> (cioè il latino) <<così come le scimmie imitano gli uomini>>. Allo stesso modo, Dante esclude - tra gli altri - il veneziano, il genovese, il romagnolo, il perugino, le parlate meridionali […]. Ma anche, inaspettatamente, il toscano. Le parlate toscane - scrive Dante - <<pretendono per sé il titolo di volgare illustre>>, ma sono soltanto parlate municipali: <<non c’è dubbio che il volgare di cui andiamo in cerca sia altra cosa da quello praticato dal popolo di Toscana>>. A salvarsi sono soltanto, almeno in parte, il siciliano letterario - quello che Dante attribuiva ai poeti della scuola di Federico II - e il bolognese del suo amico Guido Guinizzelli, parlata <<temperata verso est di lodevole soavità>> (ma non <<da preferire in assoluto>>).
[…] Dante non portò a conclusione la sua opera: il De volgari eloquenti rimase interrotto prima ancora di arrivare a metà. […] . Per nostra fortuna, invece, Dante riuscì a concludere la sua Divina Commedia. […] . Per il suo poema, Dante scelse di usare proprio quel fiorentino che pure aveva criticato in precedenza. Plasmando quella lingua - la sua lingua materna - , riuscì a raccontare le più basse nefandezze e le visioni più sublimi […]. Usò tutti i vocaboli che aveva a disposizione, dalla terminologia filosofica e scientifica fino alle parolacce. […] Alcune le usò in un significato nuovo, altre - quasi un centinaio - le inventò. Basta pensare  alle tante frasi del poema che sono diventate popolari modi di dire: per li rami, le dolenti note, dalla cintola in su, far tremare le vene e i polsi, senza infamia e senza lode. […].”
(Tratto da: Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Mondadori, 2018,  e da Mirko Tavani, Qualche idea su Dante, Bologna, il Mulino 2015)

giovedì 4 luglio 2019

L'arte fiorentina nel castello di Wawel di Cracovia

Il Castello - Foto di Roberto Di Ferdinando
Wawel è il castello cittadino di Cracovia, in Polonia. Costruito intorno all’X secolo, fu ampliato dalla famiglia reale Jagellone nel XIV secolo, che volle dargli un aspetto architettonico gotico. Per tale compito fu chiamato un architetto ed artista toscano: Bartolomeo Berrecci, di Pontassieve. “[…] Berrecci si formò a Firenze frequentando la bottega di Giuliano da Sangallo per poi trasferirsi, intorno al 1506 a Roma, conobbe Michelangelo e, probabilmente, lavorò alla rifinitura della tomba di Giulio II.
Dal 1516 in Polonia, su invito del vescovo Jan Laski, dove fece fortuna - e un ingente patrimonio - e creò un laboratorio di scultura in pietra insieme a un gruppo di artisti italiani fra cui Nicola Castiglione, Bernardino di Gianotis e Giovanni Cini.
Berrecci fu artista apprezzato alla corte reale di Wawel - nella cattedrale realizzò tra il 1519 e il 1533 la cappella di Sigismondo I considerata la maggiore opera del Rinascimento italiano in Polonia 
[…] (tratto da: Bartolomeo Berrecci da Pontassieve. Un genio del Rinascimento tra arte e filosofia , di L. Cappelletti, Polistampa).
La famiglia reale Jagellone, fu anche appassionata collezionista di arte, ovviamente anche di quella italiana. Oltre a dipinti e ceramiche provenienti dalla penisola italiana, spicca in quasi ogni sala degli appartamenti reali ed in quelli governativi del castello, il mobilio fatto da artigiani fiorentini. In particolare eleganti sedie e ricche e intarsiate cassapanche che i sovrani polacchi nel Quattrocento commissionarono ai maestri artigiani di Firenze.
Roberto Di Ferdinando

cappella di Sigismondo I