lunedì 26 novembre 2012

Brunelleschi guarda la sua Cupola


(Testo e foto di Roberto Di Ferdinando)

In Piazza Duomo, nella suo lato sud, poco dopo il palazzo della Misericordia, si erge il palazzo dei Canonici. Fu costruito a metà Ottocento quando fu rivalutata la piazza con nuovi interventi urbani. Il palazzo è opera dell’architetto Gaetano Baccani (1826) e prende questo nome semplicemente perché ospitava i canonici (ancora oggi l’edificio è proprietà della Curia). Si contraddistingue anche per la sua particolare balconata sorretta da quattro colonne tra le quali sono state inserite due grandi statue. Una raffigura Arnolfo di Cambio che volge il suo sguardo alla sua opera, il Duomo, l’altra, invece, rappresenta Filippo Brunelleschi che guarda in alto, guarda il suo capolavoro, la Cupola. Due iscrizioni latine sotto le statue elogiano i due architetti che progettarono la cattedrale fiorentina. Le statue sono opera di Luigi Pampaloni (1791-1847), che le realizzò nel 1830. Pampaloni è lo stesso autore della statua dedicata a Leonardo da Vinci ed ancora oggi presente nel Loggiato degli Uffizi.
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Piazza Duomo - la statua dedicata a Filippo Brunelleschi raffigurato nel guardare la sua Cupola

Piazza Duomo - la statua dedicata ad Arnolfo di Cambio raffigurato nel guardare la sua opera

sabato 24 novembre 2012

La Loggia del Pesce

(Testo e foto di Roberto Di Ferdinando)

Dove oggi c’è piazza della Repubblica, precisamente in corrispondenza dell’arco dei portici che immette in via Strozzi, qui una volta esisteva via dei Ferrivecchi (il nome derivava dalla presenza in questa strada di numerose botteghe che vendevano pezzi di ferro) che era uno dei principali accessi al Mercato Vecchio, il cuore popolare dell’antico ghetto. Chi entrava da qui nel mercato si imbatteva subito nella Loggia del Pesce. In origine il mercato del pesce non si svolgeva qui. Infatti, questo sorgeva in prossimità dell’Arno e ancor oggi è rimasta nella toponomastica cittadina il ricordo di quest’attività, si pensi a piazza del Pesce, proprio accanto a Ponte Vecchio. Ma nel 1557 in seguito ad un’alluvione dell’Arno, il mercato ittico rimase danneggiato e così fu deciso di spostarlo al Mercato Vecchio. Fu Cosimo I che nel 1568 incaricò il Vasari di progettare una loggia che ospitasse il mercato del pesce e fu eretta alla fine di via dei Ferrivecchi. Inizialmente di sette arcate, poi ampliata a nove, la loggia fu decorata con formelle. Sotto le arcate numerosi erano i banchi che esponevano il pesce in vendita su delle lastre di marmo inclinate, in modo da far sgocciolare l’acqua con la quale i venditori spesso “ravvivavano” la loro merce. Da questo sgocciolare forse nasce l’espressione fiorentina: “Chi vuole i’ pesce bisogna che s’ammolli!”. Con i nuovi progetti urbanistici di Firenze Capitale il ghetto e quindi il Mercato Vecchio furono smantellati, la Loggia del Pesce, opera del Vasari, fu in parte salvata, infatti fu smontata ed i pezzi trovarono ricovero in un magazzino. Solo nel 1955 fu deciso di recuperarla, difatti fu ricomposta in piazza de’Ciompi dove oggi è possibile ancora ammirarla.
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Piazza de'Ciompi - La Loggia del Pesce (progetto del Vasari)

martedì 20 novembre 2012

Il Nuovo Palazzo di Giustizia doveva essere un po’ diverso

(testo di Roberto Di Ferdinando)

E’ ormai definito il più brutto edificio in Firenze, parlo del Nuovo Palazzo di Giustizia di Novoli (http://curiositadifirenze.blogspot.it/2012/07/il-nuovo-palazzo-di-giustizia-e-tra-i.html), eppure ogni volta che ci passo vicino penso all’architetto che lo ha progettato e solidarizzo un po’ con lui quasi a volerlo sostenere dinanzi a tutti questi giudizi pesanti, troppi per una sola persona. Non lo so perché, ma mi viene spontaneo. L’architetto è Leonardo Ricci (Roma, 1918 – Venezia, 1994), allievo ed assistente di Giovanni Michelucci, e Ricci muore prima ancora di vedere la sua contestata opera iniziata (i lavori iniziarono nel 2008). Nei giorni scorsi mio padre, architetto, mi ritaglia alcune pagine della rivista “Opere”, dell’ordine degli architetti di Firenze, sono di un articolo dal titolo “Palazzo di Giustizia” a cura di Eugenio Pandolfini, in cui si descrive la tribolata storia della realizzazione di questo edificio e che Ricci immaginava diversamente dove questo imponente palazzo sarebbe dovuto sorgere. Riporto qui alcuni passaggi di quest’articolo: “Il primo piano generale, firmato dal paesaggista americano Lawrence Halprin, prevedeva un parco circolare al centro come fulcro di tutto l’intervento, circondato da edifici firmati da alcuni dei più affermati progettisti di quegli anni. In questa fase, il Palazzo di Giustizia, inteso da Ricci come macchina complessa, si relazionava al nuovo tessuto urbano attraverso una piazza circolare, interfacciandosi attraverso di questa al parco in maniera molto dinamica, e mediante un percorso che, attraversando tutta l’area, lambiva la facciata nord dell’edificio”. In fase di progettazione Ricci scriveva: “vi sono tante anime e funzioni in un palazzo di giustizia: progettarlo significa progettare una macchina estremamente complessa, fatta di parti, ognuna delle quali dotata di una specifica funzionalità e identità, ma al tempo stesso deve costituire un tutto unico con le altre.” Ricci aveva quindi previsto uno spazio ampio davanti al palazzo (una grande piazza) che proiettasse all’interno la vita quotidiana dell’esterno. Sempre dall’articolo di Pandolfini: “Non stupisca il fatto che il piano particolareggiato redatto in seguito da Ricci prevedesse, contrariamente all’impostazione di Halprin, una generale frammentazione: dividendo il grande parco unitario in parti più piccole Ricci intendeva assicurare una migliore relazione tra gli spazi  verdi e l’edificato, una comprenetazione più capillare tra le parti del suo palazzo di giustizia ed il nuovo tessuto urbano”. “con il piano regolatore del 1992, Leon Krier viene incaricato del nuovo piano guida: l’architetto luseemburghese divide in tre part l’ambito d’intervento, il parco rimane al centro dell’area di riqualificazione mentre gli edifici vengono raggruppati nelle due fasce laterali, caratterizzate da lotti irregolari, innervati da un tessuto molto serrato di strade con piccoli slarghi.” Quindi dell’idea di Halprin e Ricci cioè un grande parco verde che fa da unione ai vari edifici viene meno. Il risultato è un piccolo giardino di quartiere soffocato dalle strutture circostanti. Ancora Pandolfini: “Il progetto di Ricci, nella definizione sviluppata dagli uffici tecnici del comune di Firenze, accusa in maniera sensibile la mutata condizione al contorno. Il Palazzo di Giustizia resta nella posizione prevista fin dall’inizio, ma risulta completamente slegato dal resto dell’intervento e isolato dal tessuto urbano. Se da un lato l’orientamento dell’edificio, diagonale rispetto al lotto, non ha più alcun senso rispetto al nuovo assetto dell’area (tale orientamento trovava le sue motivazioni nell’allineamento con l’asse trasversale che nel progetto di Halprin costituiva la spina dorsale di tutto l’intervento), da un altro la tripartizione del lotto, che tradisce la centralità del verde come elemento relazionale, isola ulteriormente il progetto.” “Il progetto nasce per definire l’immagine di un nuovo pezzo di città e di una visione poetica della giustizia, e questa definizione passa immancabilmente dal concepire il Palazzo come un sistema relazionato alla città, alle persone, alla vita […], e non come oggetto isolato.” “Il tradimento nei confronti del progetto di Ricci è completo: la grande piazza […] non è mai stata realizzata, anzi: il Palazzo di Giustizia appare oggi come un gigante in gabbia, stretto intorno alla recinzione che lo divide ulteriormente dalla città”.
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mercoledì 14 novembre 2012

Florens 2012

(Foto di Roberto Di Ferdinando)

Piazza Duomo














Piazza di Santa Croce











giovedì 1 novembre 2012

I Santi stretti in Orsanmichele

Testo e Foto di Roberto Di Ferdinando

Orsanmichele (detta anche San Michele in orto, in quanto qui nel VII secolo in questa zona dove vi erano gli orti di un convento di suore, era presente una chiesa dedicata all’arcangelo Michele, da qui Orti di San Michele) prima di essere consacrato chiesa, fu loggia dei mercanti, poi granaio della Repubblica fiorentina ed ancora archivio notarile. Solo sul finire del Trecento l’edificio fu adibito a chiesa delle Arti, le antiche corporazioni fiorentine. Le potenti Arti per arricchire la  chiesa corsero, entrando spesso in sfida tra loro, ad accaparrarsi i più grandi artisti del momento perché realizzassero le statue dei santi protettori delle singole corporazioni che poi sarebbero state collocate nelle varie nicchie esterne alla chiesa. Furono ingaggiati i più grandi: Donatello, Giambologna, Orcagna, Baccio da Montelupo, Ghiberti, Verrocchio e Nanni di Banco. Le opere che oggi possiamo ammirare nelle nicchie della chiesa sono delle moderne copie, gli originali sono stati collocati al primo piano dell’edificio che è aperto al pubblico e vi si accede dal vicino palazzo dell’Arte della Lana, attraverso il pontile ad arco che unisce i due edifici ed opera del Buontalenti.
Al momento però di allestire le nicchie per l’Arte dei Mestieri di pietra e legname si presentò un problema. Infatti, a differenza delle altre corporazioni che avevano un solo santo protettore, questa ne aveva quattro: i martiri Simplicio, Castorio, Simproniano e Nicostrato. Per Nanni di Banco, l’artista “ingaggiato” dall’Arte dei Mestieri, si presentava così una complicazione, inserire quattro statue in una nicchia dove le altre corporazioni ne inserivano invece un’unica, senza che queste perdessero di slancio e armonia rispetto alle altre. Ma Nanni di Banco non si perse d’animo e realizzò un capolavoro molto apprezzato dall’Arte e fu quindi deciso di trasportare le opere alla chiesa per inserirle nella propria nicchia. Le operazioni di installazione furono eseguite alla presenza del Priore e dei membri dell’Arte, ma quando l’opera giunse dinanzi alla nicchia di destinazione, fu ben chiaro a tutti che quelle quattro statue mai sarebbero potute entrarvi, lo spazio della nicchia era troppo piccolo per ospitare tutto il blocco. La delusione fu grande e grandi anche il rammarico e l’imbarazzo dell’artista che così fu costretto a far rientrare l’opera nella propria bottega. Qui, preso dallo sconforto chiese aiuto all’amico Donatello, perché trovasse una soluzione a quel problema. Donatello pur sorridendo dell’accaduto non fece mancare il suo aiuto all’amico bisognoso, facendo però un patto, se lui avesse trovato una soluzione, Nanni di Banco avrebbe offerto a lui ed ai ragazzi della sua bottega una cena. Nanni di Banco accettò ben contento. Quindi Donatello si mise subito al lavoro e decise di tagliare verticalmente una parte delle statue di due dei quattro santi e poi di assemblarle unendole insieme creando così, da due statue, un unico blocco. Forse i quattro santi erano stretti, ma così si era guadagnato lo spazio necessario per far entrare l’opera nella nicchia. L’opera infatti fu inserita nel suo posto e così anche l’Arte dei Mestieri di pietra poteva avere la propria statua. Nanni di Banco fu felice di pagare una cena a Donatello ed ai suoi collaboratori.
L’episodio è raccontato dal Vasari: “Dicesi che, avendoli finiti tutti tondi e spiccati l'un da l'altro e murata la nicchia, che a mala fatica non ve ne entravano dentro se non tre, avendo egli nelle attitudini loro ad alcuni aperte le braccia, perché disperato e mal contento andò a trovar Donato, e contandoli la disgrazia e poca acortezza sua, rise Donato di questo caso e disse: “Se tu mi paghi una cena con tutti i miei giovani di bottega, mi dà il core di farli entrar nella nicchia senza fastidio nessuno”. E cosí convenutosi, lo mandò a Prato a pigliare alcune misure, dove aveva d'andare esso Donato. E cosí Nanni partito e Donato preso i discepoli andatosene al lavoro, scantonò a quelle statue a chi le spalle et a chi le braccia talmente, che facendo luogo l'una all'altra, le accostò insieme, facendo apparire una mano sopra le spalle di una di loro. E le commesse cosí unite, che co' 'l savio giudizio suo ricoperse lo errore di Nanni di maniera che, murate ancora in quel luogo, mostrano indizii manifestissimi di concordia e di fratellanza; e chi non sa la cosa, non si accorge di quello errore. Nanni trovato nel suo ritorno che Donato aveva corretto il tutto e rimediato ad ogni disordine, gli rendette grazie infinite, et a lui insieme con suoi creati pagò la cena, la quale lietamente e con grandissime risa fu da loro finita. “
Da ricordare comunque che alcune recenti analisi sull’opera di Nanni di Banco, avrebbero evidenziato che le due statue dei due santi “ravvicinati” sarebbero state scolpite da un unico blocco di marmo e non presentano alcuna unione di due parti separate. Forse, la storia delle statue troppo grandi per la nicchia fu solo un modo per denigrare, in quella sfida tra artisti e Arti rivali, Nanni di Banco e la corporazione dei Maestri di pietra? Forse, ma mi piace credere anche alla storia dei Santi “incollati”.
RDF
Orsanmichele, Quattro Santi Coronati (Nanni di Banco)

4 novembre 1966 - l'alluvione di Firenze

Video dell'alluvione tratti da youtube

L'alluvione descritta dalla voce del giornalista RAI della sede di Firenze, Marcello Giannini