mercoledì 27 giugno 2012

Le mura che furono

Testo di Roberto Di Ferdinando

Dove oggi scorrono i viali una volta c’erano le mura cittadine, lì poste molti secoli prima per difendere la città dagli attacchi nemici ed abbattute sul finire dell’Ottocento per realizzare le “grandi opere” per Firenze Capitale. Fino ad allora Firenze era stata circondata completamente dalle mura. Nel Trecento questa cinta era alta 10 metri e percorsa tutta da un ballatoio di guardia. Sulla merlatura erano posizionate delle gabbie di ferro che venivano riempite con materiale infiammabile che datogli fuoco illuminava il basamento delle mura a fini di vigilanza. Ogni 100 metri sorgeva una torre o una postazione di vedetta alti quasi 20 metri, sulla vetta di queste difese sventolava la bandiera della Repubblica. Inoltre, a modo di garantire maggiore inespugnabilità, le mura erano circondate da un profondo fossato riempito con l’acqua deviata dal Mugnone. In particolari periodi dell’anno ed in alcune zone quest’acqua ghiacciava, fornendo così il ghiaccio per la conservazione dei cibi. Le principali ghiacciaie erano presso Porta a Pinti (oggi non più esistente, sorgeva presso l’attuale Piazza Donatello) e nella zona della Fortezza da Basso (nella toponomastica cittadina tale fenomeno è ricordato, difatti presso il moderno viale Fratelli Rosselli, esiste via della Ghiacciaie).
Lungo le mura scorrevano due strade una esterna, molto frequentata e trafficata da carri e bestiame, tanto che lungo il suo percorso sorsero piccoli borghi e osterie. E una strada interna che, invece, era più tranquilla, ed allietata da spazi verdi ed alberi, che garantivano ai fiorentini piacevole passeggiate nei giorni di festa.
Gli accessi alla città erano permessi dalle porte d’ingresso, poste a capo dei borghi principali (Borgo San Lorenzo, Borgo Ognissanti, Borgo la Croce),  dotate di ponti levatoi ed alte 40 metri queste porte erano tutte decorate con due tabernacoli gotici, ai lati dell’ingresso, che ospitavano due leoni in marmo (il Marzocco) che simboleggiavano la forza  e la giustizia della Repubblica (si veda la facciata della Porta di San Niccolò o quella della Porta a Prato), mentre gli interni  erano affrescati con figure religiose (Porta San Gallo). Sulle loro facciate era posta anche una statua di un personaggio famoso, così Firenze rendeva onore ai propri illustri cittadini, così Porta San Niccolò aveva la statua di Petrarca, Porta San Gallo di Dante, Porta San Frediano di Boccaccio, Porta alla Croce quella di san Zanobi e Porta al Prato di Coluccio Salutati.
Durante l’assedio francese del 1529 tutte le porte, esclusa quella di San Niccolò che sarebbe dovuta essere abbattuta, in quanto troppo esposta se la città fosse stata attaccata con armi da fuoco da San Miniato, furono abbassate per non essere bersaglio dei cannoni nemici e coperte con un tetto (Porta a Prato, Porta alla Croce) per ospitare una batteria di cannoni.
Nei periodi di pace le porte erano aperte all’alba e chiuse al tramonto, solo Porta Romana e Porta San Gallo e solo dal 1717 potevano rimanere aperte anche di notte.
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giovedì 21 giugno 2012

Modi di dire: “puzzare come un avello”

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

La via che da Piazza Stazione conduce in Piazza Santa Maria Novella si chiama via degli Avelli. Gli avelli non sono che delle tombe. Infatti, percorrendo la via in direzione di Piazza Santa Maria Novella, sulla sinistra ci sono i palazzi privati, invece, sulla destra una serie di arche sepolcrali (avelli). In origine questa parete era quella di confine del cimitero della chiesa, che in passato si trovava fuori dalle mura cittadine. Gli avelli si presentano sopraelevati da terra, il basamento del sepolcro riporta tre stemmi, quelli laterali raffigurano in marmo la divisa delle famiglie proprietarie del terreno, mentre al centro è posto quello del Popolo di Firenze (la croce). L’avello è sormontato da un arco chiuso, in passato affrescato, che nella sua chiave ripete lo stemma patrizio. Trovano qui sepoltura alcuni esponenti di nobili famiglie fiorentine: Medici, Alberti, Corsini, Acciaiuoli, Gondi e Panciatichi, mentre in un avello posto lungo la parete destra della chiesa è sepolto Domenico del Ghirlandaio che lavorò per molti anni agli affreschi della basilica.
Nei secoli passati la via era molto più stretta di come si presenta oggi, fu ampliata con i lavori per Firenze Capitale, e percorrerla non era molto gradevole, anzi. Infatti, da quelle sepolture si emanavano odori nauseabondi, tanto che i fiorentini coniarono il modo di dire: “puzzare come un avello”.
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mercoledì 20 giugno 2012

La Firenze "Fantastica"

La mostra «The Last» degli studenti del corso di grafica della facoltà di Architettura. Fino al 4 luglio nelle sale di Santa Verdiana

Le visioni fantastiche di una Firenze immaginaria, da domani in mostra nella sede di Architettura di Piazza Ghiberti, «Santa Verdiana», a cura degli studenti del Corso di Grafica, saranno le ultime del fortunato corso diretto dal professor Marcello Scalzo.
Fonte: http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2012/19-giugno-2012/altra-firenze-immaginaria-201664097167.shtml

Alcuni elaborazioni in mostra:

sabato 16 giugno 2012

La chiesa con il culo in Arno

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

In Borgo San Jacopo, Oltrarno, c’è la chiesa di San Jacopo sopr’Arno, così  a Firenze era chiamato l’apostolo San Giacomo Maggiore ed il particolare nome della chiesa è dovuto al fatto che questa si affaccia proprio sull’Arno. Fin dal 1250 San Jacopo (Giacomo) a Firenze era celebrato il 25 luglio con il Palio dei Navicelli, che, finanziato interamente dal priore di questa chiesa, consisteva in una regata di navicelli, piccole imbarcazioni senza timone e mosse a colpi di stanga (remo a pertica), che partiva proprio dal greto dell’Arno dove si affaccia l’abside di San Jacopo sopr’Arno e si concludeva alla pescaia di Santa Rosa.
Di origine romanica, la chiesa diede il nome al borgo che, appena fuori le mura cittadine, nei decenni successivi le si creò intorno. Secondo quanto scrive il Vasari, nel 1418 Brunelleschi intervenne nella chiesa abbellendo la Cappella Ridolfi con una copertura a cupola, sperimentando così quella che avrebbe poi realizzato per il Duomo. La cappella e la cupola andarono distrutte alcuni secoli più avanti in un improvvida ristrutturazione della chiesa, mentre nel 1580 San Jacopo sopr’Arno fu dotata del portico, che ancora oggi si può osservare, realizzato dai Canonici Scopetini, con il decisivo contributo economico di Cosimo I, dopo averlo traslato dalla loro antica sede di San Donato in Scopeto andata distrutta. In seguito la chiesa fu retta dai Padri delle Missioni, detti “Barbetti” per via delle loro particolare barbe, che si stabilirono nell’adiacente convento. Convento  che aveva già ospitato la Compagnia di San Jacopo in Oltrarno (o del Nicchio) che, insieme a quella di San Girolamo, di san Paolo e di Sant’Antonio Abate, faceva parte delle confraternite fiorentine (buche), che praticavano la flagellazione e pertanto detti anche “battuti” e, a seconda del loro saio, bianchi o neri. Oggi la chiesa è arcidiocesi ortodossa della comunità greca.
Come accennavo all’inizio la chiesa ha un particolare nome “sopr’Arno”, dovuto al fatto che si trova proprio a picco sull’Arno. Se si osserva la chiesa dal ponte di Santa Trinità, da cui è possibile ammirare anche il seicentesco campanile del Silvani, si nota che l’abside della chiesa si appoggia su degli sporti, avanzando così  in maniera decisa rispetto alla linea del resto dell’edificio. Quando l’Arno è in piena, il basamento dell’abside è letteralmente bagnato dal fiume, che a Firenze si dice che San Jacopo è “la chiesa con il culo in Arno”.
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L'abside della chiesa di San Jacopo sopr'Arno
Borgo San Jacopo, l'ingresso della Compagnia di San Jacopo

venerdì 15 giugno 2012

Palazzo Vecchio

Piazza Santa Maria Novella, dove s’incontrarono San Francesco e San Domenico

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Piazza Santa Maria Novella è delimitata ai suoi estremi dalla Chiesa che dà il nome alla piazza e dall’Ospedale di San Paolo, edifici che si guardano l’uno con l’altro e non a caso. Infatti, rappresentano l’incontro e non solo simbolico, come vedremo, tra l’ordine religioso domenicano e quello francescano.
Il convento e la chiesa di Santa Maria Novella furono progettati e realizzati dai Frati Predicatori Domenicani, mentre il duecentesco Ospedale di San Paolo, oggi sede del Museo Nazionale Alinari della Fotografia (MNAF), fu edificato dai Terziari Francescani, prima come ricovero per i pellegrini, poi, ampliato, come ospedale. Il nome deriva dalla vicina chiesa di San Paolino, nell’omonima piazza, che fu retta dai Domenicani fino al 1221, quando si trasferirono, appunto, nel convento di Santa Maria Novella.
Quindi domenicani e francescani che si osservano e si incontrano sulla piazza. E proprio in questo luogo, una volta uno spazio verde e fuori le mura, nel 1221, San Francesco e San Domenico, casualmente nello stesso periodo presenti a Firenze ed ospiti delle rispettive strutture, si incontrarono. Di quell’episodio molto si fantastica, comunque, sotto il loggiato, opera di Michelozzo, proprio sopra l’ingresso della chiesa dell’Ospedale, una mezza luna in terracotta raffigura e immortala questo incontro di santità.
(Sul soggiorno fiorentino di San Francesco, si veda anche: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/01/via-de-bardi-dove-soggiorno-san.html)
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Piazza Santa Maria Novella, Ospedale di San Paolo, oggi sede del Museo Nazionale Alinari della Fotografia (MNAF)

Piazza Santa Maria Novella, loggiato dell'Ospedale di San Paolo, sullo sfondo l'ingresso alla chiesa dell'Ospedale, sopra la terracotta che riproduce l'incontro tra i due santi.


giovedì 14 giugno 2012

Aerial Boundaries - Loris Cecchini - Cortile di Palazzo Strozzi

La nuova installazione dell’artista italiano Loris Cecchini, appositamente pensata per il Cortile di Palazzo Strozzi: un insieme di grandi forme scultoree sospese che entreranno in dialogo con le misure perfettamente geometriche di questo luogo simbolo del Rinascimento fiorentino.
30 aprile-1 luglio 2012 - Ingresso gratuito
http://www.palazzostrozzi.org/Sezione.jsp?idSezione=1748

Foto di Roberto Di Ferdinando

mercoledì 13 giugno 2012

La Golardia a Firenze

Testo di Roberto Di Ferdinando

Come indicato nel mio precedente post (http://curiositadifirenze.blogspot.it/2012/06/lantica-universita.html), l’attuale via dello Studio deve il suo nome allo Studium Generale, cioè alla scuola di arti superiori fondata nel 1350 nell’attuale palazzo al numero civico 1. Insegnavano in questa scuola autorevoli  docenti, tra cui spiccavano Angiolo Poliziano, Cristoforo Landino, Leonardo Dati e Carlo Marsuppini . Le loro lezioni ben presto iniziarono ad essere seguite da un numero sempre più alto di studenti. E la tradizione (leggenda?), vuole che proprio tra gli studenti dello Studium nacquero le prime organizzazione goliardiche. Infatti, gli studenti avevano scelto quale loro protettore Golia, simbolo di forza ma anche di dispettosità, e non a caso la loro condotta era ispirata dallo smisurato divertimento e dal  godere i piaceri della vita, il tutto in spensieratezza. Per queste loro condotte esuberanti, chiassose e di gruppo, i fiorentini tra il divertito e la burla iniziarono a chiamare questi giovani, “goliardi” (seguaci di Golia).
Così questi studenti erano descritti da Antonino Pierozzi (1389-1459), arcivescovo di Firenze e futuro santo: "Vanno a scuola non per imparare la dottrina ma per apprendere quel che meglio sarebbe non sapere. Formano tra di loro cattive e turpi società, e si tengono uniti tra di loro solo per far del male. Se entrano in una chiesa non vi vanno per le cose divine ma per guardare le donne o per chiaccherare. Fanno risse e partiti per eleggere il rettore." Pierozzi ne aveva anche per il corpo docente: "Ottengono il titolo d'insegnante per mezzo dell'adulazione e di doni, e pur vedendo le colpe dei signori e dei potenti tacciono per non dispiacere ad essi. infine non ammaestrano i poveri se non per denaro."
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Da alcuni giorni alla Biblioteca Marucelliana è aperta la mostra sulla Goliardia in Toscana.
La Goliardia in Toscana   dal XIX al XX secolo: Editamus igitur
31 maggio - 31 agosto 2012
Biblioteca Marucelliana
Via Cavour 43-47 - 50129 Firenze
Orario mostra:
lunedì-venerdì: 9.00-17.00
chiusa il sabato e i festivi
Dal sito della Biblioteca Marucelliana
"Goliardia è cultura e intelligenza è amore per la libertà e coscienza delle proprie responsabilità sociali davanti alla scuola di oggi e alla professione di domani.
È culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di una assoluta libertà di critica, senza alcun pregiudizio di fronte ad uomini ed istituti.
E'infine culto delle antiche tradizioni che portarono nel mondo il nome delle nostre libere università di scholari". (Caffè Floriàn,Venezia, 8 giugno 1946, dal Primo Convegno dei Principi di Goliardia).
Le otto sezioni della mostra offrono al visitatore un breve excursus della Goliardia italiana tra Otto e Novecento, con un'attenzione particolare per Firenze e la Toscana. Una prima parte è dedicata alle origini ottocentesche e al fascino del Medioevo; una seconda alla Goliardia fiorentina dalla fine del XIX secolo al dopoguerra; trovano poi spazio le feste dei goliardi, dalle Feriae Matricolarum alle sfilate carnevalesche fino agli spettacoli e ai loro canti, e una vasta scelta di riviste e numeri unici novecenteschi.
L'esposizione si apre con il manoscritto di Antonio Benci, letterato che frequentò l'Università pisana negli anni a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, in cui si trovano i prodromi di quello che verrà successivamente definito "processo alle matricole". La vetrina è poi dedicata ai poeti del Caffè dell'Ussero, crocevia della vita politica e letteraria pisana, che fa da cornice agli episodi spesso ricordati dai letterati nelle nostalgiche memorie universitarie e oggi considerati come le prime manifestazioni del moderno spirito goliardico. Intorno alla metà del secolo è sempre nello storico caffè che si riuniscono gli studenti che partiranno con il Battaglione Universitario Toscano per Curtatone e Montanara, ed è ancora all'Ussero che Carducci racconta di aver festeggiato la sua laurea.
Segue una vetrina sulla riscoperta del Medioevo, della poesia dei Clerici Vagantes e dei Carmina Burana, e sull'origine della fortuna che ha accompagnato la parola "goliardo" nel nostro paese.
L'ambiente culturale fiorentino, a cui è riservata la sezione successiva, ricopre un ruolo fondamentale nella rivalutazione della poesia medievale, con il professor Adolfo Bartoli in primis. I suoi studenti del Reale Istituto di Studi Superiori Pratici e di Perfezionamento di Firenze Luigi Gentile, Alfredo Straccali, Severino Ferrari, Giovanni Marradi e Guido Biagi, fondarono nel 1877 de "I Nuovi Goliardi", rivista che tanta parte ha avuto nella rinascita della Goliardia in epoca moderna. Ampio spazio è assegnato anche alla vita studentesca fiorentina prima e dopo il secondo conflitto mondiale, dalla fondazione dell'Università Statale alla rinascitadegli Ordini goliardici nel dopoguerra attraverso il periodo fascista e i G.U.F.
Le ultime vetrine documentano le manifestazioni goliardiche e quel genere di produzione editoriale, i numeri unici, con cui è giunto fino a noi lo spirito irriverente e dissacratorio degli studenti universitari e dei loro scanzonati festeggiamenti. Pur non potendo prescindere dal panorama nazionale, si è dedicata particolare attenzione alla Toscana e agli eventi con cui gli studenti, questa volta di Pisa e Siena, nel corso del secolo appena trascorso hanno coinvolto le loro città: le Feste delle Matricole e gli spettacoli teatrali.
Infine, dalla ricca collezione di spartiti musicali della Biblioteca viene proposta una serie legata al mondo goliardico e a quei canti che hanno accompagnato la vita degli studenti.
Al centro della Sala la teca offre una panoramica sulla vasta produzione editoriale studentesca del Novecento: riviste e numeri unici che dall'inizio del secolo al dopoguerra testimoniano un'attività di matrice goliardica anche in città che non sono mai state sede di università, come Empoli, Lucca, Pistoia e Prato.
In appendice alla mostra, nella vetrina Della sala Prestito-distribuzione, una breve e significativa scelta di bibliografia "goliardica" con altri testi sulla storia della Goliardia, numeri unici, spartiti, canti e opere teatrali.
Documenti e testimonianze che ci riportano a più riprese nel tempo al chiassoso, esuberante, boccaccesco e allo stesso tempo eroico spirito degli studenti. Una storia della goliardia che fa parte anche della nostra storia e in particolare di quella dei tanti studenti che nel corso degli anni hanno frequentato la Biblioteca Marucelliana.
Info mostra:
e-mail: b-maru@beniculturali.it (istituzionale)
mbac-b-maru@mailcert.beniculturali.it (certificata)
Tel. +39 05 52 72 22 00 / 21 06 02 / 21 62 43
Fax +39 05 52 94 393

martedì 12 giugno 2012

L’antica Università

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Via dello Studio è la strada che unisce via del Corso con Piazza del Duomo, e la sua origine è antica, difatti era già presente all’interno della duecentesca cerchia muraria, allora si chiamava Via dei Tedaldini, prendendo tale nome dalla nobile famiglia di ghibellini che qui aveva dimora. Nel Trecento i Tedaldini caddero in disgrazia e la Repubblica gli confiscò le proprietà. E proprio in una di queste proprietà, all’odierno numero civico 1, il governo di Fiorenza istituì lo Studio Fiorentino (Studium Generale), una scuola di arti superiori, dove si insegnavano materie scientifiche, letterarie, giuridiche, filosofiche e teologiche, che per volere del Papa Clemente VI godeva di tutti i diritti ed i privilegi di una università, ma  era sotto il controllo e l’autorità del vescovo (gli studenti, soggetti al potere religioso, erano chiamati, difatti, chierici). La strada prese quindi il nome di Via dello Studio, Studio che nel 1364 fu dichiarato Università Imperiale da Carlo IV. Tale istituzione fu soppressa nel 1484 per decisione di Lorenzo dei Medici e riunita a quella di Pisa. Successivamente in questa sede, dove oggi  è possibile notare ancora gli stemmi del capitolo del Duomo, quello dei Medici e dell’Opera del Duomo, fu ospitato, quasi  a proseguire la tradizione formativa, il Collegio Eugeniano, fondato nel 1435 da Eugenio IV per istruire i chierici della cattedrale.


Via dello Studio, l'antica sede dello Studio Fiorentino

Un’altra curiosità presente lungo questa strada. Al numero 25, nella duecentesca casa torre, un insegna ed un busto ricordano che quella fu la casa natale di Sant’Antonino Pierozzi (1389- 1459), già arcivescovo di Firenze (vedi anche: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2012/04/troppa-grazia-santantonio.html).
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Via dello Studio, la casa-torre dove nacque Sant'Antonino
Via dello Studio, il busto e la targa che ricordano la casa natale di Sant'Antonino

giovedì 7 giugno 2012

Odonomastica di Firenze

(fonte: Donatella Lippi, Le Strade nel piatto, Accademia dell’Iris, Firenze, 2010), a cura di Roberto Di Ferdinando

I nomi delle strade fiorentine, come di altre città, storicamente traggono origine da alcune attività artigianali che lì si svolgevano (ad esempio via  Tavolini, via Arazzieri, corso Tintori, ecc…), o da antiche e nobili famiglie fiorentine (via Strozzi, via Ricasoli, piazza Pitti…), o da monumenti e luoghi sacri (principalmente chiese e conventi), oppure da santi (sono la maggioranza).
Le prime città a dotarsi di targhe con i nomi delle strade, furono in Europa, nel XVIII secolo, Parigi, Londra, Berlino e Vienna, mentre in Italia la prima in assoluto fu proprio Firenze, seguita dopo breve tempo da Milano, Cremona, Napoli e Torino. Fino ad allora le strade erano state indicate o riconosciute perché vicine ad alcuni luoghi di interesse artistico o religioso, o perche ospitavano il palazzo di una ricca famiglia, prendendo così il nome da queste
Con la nascita del Regno d’Italia, e con il primo censimento (1861), la legge(20 marzo 1865, per l’unificazione amministrativa del Regno e il Regio Decreto del 15 novembre del 1865, che municipalizzava i servizi anagrafici) iniziò a regolamentare la materia della toponomastica (o odonomastica) delle città italiane. Legge non sempre rispettata, però, dalle amministrazioni locali. Per questo, lo Stato centrale intervenne nuovamente ed in occasione del secondo censimento (1871), emanando la legge n. 297 del 20 giugno 1871, in cui fu previsto esplicitamente che in tutti i Comuni si completasse la denominazione delle vie, delle piazze e si adottasse la numerazione degli edifici. Così le amministrazioni locali iniziarono, su pressione del governo di Crispi (1887-89), ad utilizzare nomi che evocassero i valori del Risorgimento e propagandassero l’Unità nazionale, ed ecco ribattezzare le strade con nomi e vicende risorgimentali, che tutt’oggi, anche a Firenze, accomunano interi quartieri; si pensi a Via XX Settembre, via Francesco Crispi, via della Cernaia...
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martedì 5 giugno 2012

Il Canto di Croce Rossa

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando
All’angolo (canto) di via del Corso con via dei Cerchi, sono poste ai lati di un tabernacolo, due croce rosse su sfondo bianco, da cui il nome, appunto, “Canto di Croce rossa”. Nella Firenze medievale, la croce rossa su sfondo bianco era l’insegna del “Capitano del Popolo”, cioè di colui che amministrava la cosa pubblica, scelto, spesso tra i non fiorentini, per bilanciare e limitare il potere dei famiglie nobili cittadine. La croce rossa era quindi affissa su tutti gli edifici pubblici, di proprietà della Signoria, della Repubblica fiorentina o del Comune, o che avessero una funzione pubblica o fossero a disposizione della collettività.
Nel Trecento in questo canto sorgeva una spezieria, cioè una farmacia, si possono ancora notare gli archi, oggi murati, del loggiato che la ospitava. Curiosamente già allora, ma è solo un caso, questa antica spezieria portava l’insegna della croce rossa, come le moderne farmacie.
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Il Canto di Croce Roosa, tra Via del Corso e Via dei Cerchi

sabato 2 giugno 2012

La Congregazione di San Martino detta dei “Buonomini” e il modo di dire “ridursi al lumicino”,

Articolo Pubblicato su Firenze Informa di Aprile-Maggio 2012
Testo  e foto di Roberto Di Ferdinando

In Piazza San Martino, una piccola porta presso l’angolo con via Dante Alighieri permette l’accesso all’oratorio della Congregazione di San Martino detta dei “Buonomini”, una delle più antiche istituzioni benefiche di Firenze e che ancora oggi continua la sua attività di assistenza.
La Congregazione nasce il 1° febbraio del 1442 (ma a Firenze si era ancora nel  1441, in quanto il capodanno fiorentino cadeva il 25 marzo) per volere del frate domenicano, Sant’Antonino Pierozzi, allora priore di San Marco e successivamente Arcivescovo di Firenze. Nasce con una missione caritatevole, ma tacitamente anche politica, infatti si muoveva in aiuto ed assistenza ai “poveri vergognosi”, cioè a tutte quelle famiglie che, pur con un’estrazione benestante, erano cadute in disgrazia ed avevano perso le loro ricchezze ed i loro beni, ma in particolare dopo essere  entrate in contrasto con Cosimo de’Medici, il potente signore illuminato della Firenze di allora. Famiglie che, dato il loro glorioso e ricco passato, si vergognavano a chiedere pubblicamente un aiuto, ed ecco giungere l’assistenza discreta della compagnia.
Nel 1479 alla Congregazione fu affidata la parte absidale della chiesa di San Martino del Vescovo, nell’omonima piazza, ed ancora oggi sede della compagnia dei Buonomini. In passato questa chiesa aveva ospitato delle corti di giustizia e nella Firenze e nel Granducato Toscano di quel periodo i magistrati ed i funzionari amministrativi erano chiamati “buonuomini”, da qui la Congregazione di San Martino o dei Buonomini. Non a caso oggi in Piazza San Martino, davanti all’oratorio, vi è la sede del Tribunale di Firenze.
Le regole che istituirono questa compagnia sono ancora alla base dell’attività dei Buonomini: nessun associato percepisce uno stipendio per la propria opera, si occupano di coloro che si vergognano della propria miseria e la compagnia non può avere alcuna proprietà (al di fuori della sede). Oggi i Buonomini sono 12, entrano nel sodalizio per cooptazione, sono di estrazione sociale varia  e rimangono associati per tutta la vita. Non esiste una gerarchia interna, ogni mese, a rotazione, uno dei 12 è preposto pro tempore e coordina il lavoro.  I loro nominativi non sono resi pubblichi così come quello dei sei Aiuti che assistono i Buonomini nelle loro attività e che diventano procuratori quando uno si dimette o viene a mancare. La città è divisa in sei sesti (santo Spirito, San Giovanni, Sant’Ambrogio, San Giorgio, Santa Maria Novella, Santa Croce) ed ad ciascun sesto sono assegnati due Buonomini e un Aiuto.
Periodicamente i Buonomini si riuniscono e analizzano le richieste di assistenza che sono lasciate nell’apposita buca “per le istanze” posta al lato sinistro dell’ingresso dell’oratorio. Il destinatario dell’aiuto deve essere un cittadino fiorentino residente in città da almeno 10 anni,  deve dimostrare dignità decoro, moralità e ordine e per qualche ragione ha perso o ha visto ridursi la fonte del proprio sostentamento. Il bisognoso è assistito economicamente, infatti i doni in natura non sono più distribuiti dal 1853. Le risorse la Congregazione, che non può possedere, accumulare, capitalizzare, né avere rendite fisse, le ottiene ricevendo donazioni di soldi, beni immobili, case, terreni, lasciti in eredità che subito sono monetizzati. Spesso queste donazioni sono lasciate direttamente nella  buca “limosine per li poveri vergognosi di S. Martino”, posta a destra dell’ingresso principale. Una volta deciso l’intervento di aiuto, è compito di uno dei Buonomini di quella zona consegnare la somma a casa dell’assistito per evitargli la vergogna di farlo sapere.
E’ usanza che quando la Congregazione non può disporre di risorse, che i Buonomini accendano una candela alla finestra della sede per avvertire i fiorentini della necessità di offerte. Da questo gesto nasce il modo di dire “ridursi al lumicino”, per indicare una forte difficoltà economica.
Oggi l’oratorio della Congregazione di San Martino è stato restaurato ed è possibile ammirare, con ingresso gratuito, lo splendore degli affreschi che lo decorano; un ciclo pittorico opera della bottega di Domenico del Ghirlandaio (1480-85). Oltre alle due storie del santo protettore, San Martino di Tours (il santo per eccellenza dei poveri, colui che divise il proprio mantello con un mendicate trovato quasi completamente nudo lungo la strada che stava percorrendo), ripropone le attività caritative svolte dai Buonomini. Le attività si ispirano alle tradizionali opere di Misericordia, ma sono illustrate nei modi con cui la Congregazione le metteva in atto:  visita ad una famiglia bisognosa, concessione della dote, distribuzione di cibo e bevande, distribuzione degli abiti, visita di una puerpera, riscatto di un carcerato per debiti, pagamento del soggiorno di pellegrini e seppellimento di un defunto.
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Piazza San Martino, l'ingresso della Congregazione di San Martino o dei Buonomini

Congregazione dei Buonomini: la buca delle donazioni
Congregazione dei Buonomini: la buca delle istanze