martedì 28 aprile 2020

Ponte Santa Trinita

“Il ponte dell’Ammannati, il più bello di Firenze, forse il più bello del mondo, fu distrutto dai tedeschi durante l’ultima guerra ed è stato ricostruito esattamente com’era. Chi ci lavorò basandosi sulle fotografie e sui progetti dell’Ammannati, si è reso conto del mistero che avvolge la curva piena, rigonfia, sinuosa delle tre arcate (la caratteristica più squisita di questo aereo ponte) che non corrisponde ad alcuna linea o figura geometrica e sembra essere stata disegnata a mano libera, da un genio del tratto, quale l’Ammannati non era”
(Mary McCarthy)
(Tratto da “Ho visto Firenze”, a cura di APT Firenze)

sabato 25 aprile 2020

Donatello e la fuga dalla campagna

“Donatello era tanto bravo, ma anche così mite e cortese che Cosimo il Vecchio lo adorava. Non gli fece mai mancare nulla, il duca di Firenze, e nel testamento lasciò persino disposto al figlio Piero di donare allo scultore un podere a Caffagiolo perché non avesse problemi economici durante la sua vecchiaia. Ma dopo un anno di vita campestre, l’artista non ne volle più sapere e restituì casa e terra. Troppe noie troppi affanni racconta il Vasari. Sembra che il contadino del posto andasse continuamente dal padrone a riferire qualche guaio […]. “Non ne posso più - pare abbia detto un giorno Donatello - preferisco morire di fame che dover pensare a tante cose”. Piero de’ Medici fu molto divertito alla sua innocente semplicità. Si riprese il podere e in cambio gli assegnò un vitalizio in denaro che gli veniva pagato a rate ogni settimana. Donatello ne fu felicissimo e si ritirò nella casuccia che aveva in via del Cocomero. […].”
(Silvia Lagorio, Corriere Fiorentino, 2013)

giovedì 23 aprile 2020

La simbologia di San Miniato al Monte

“[…] San Miniato al Monte: edificio non solo tappezzato di simboli, ma la cui intera architettura è strutturata su un cammino iconografico che inizia dalla Genesi e termina nell’Apocalisse. A cominciare dalla porta di sinistra della facciata, dove l’incisione Haec est porta coeli riporta la visione di Giacobbe cui, in sogno, apparve una scala che univa terra e cielo : nel mito (o nella verità di fede) fu in quel luogo che nacque la prima Bet-el, cioè la casa di Dio. […] E in quella porta […] fu in quel punto che si trovarono le reliquie del  martire che poi vennero traslate nella cappella che fu nucleo originario della chiesa dove oggi à la cripta. […] porta, sempre serrata tranne il Venerdì Santo e in alcune ricorrenze. […] Sopra la porta centrale c’è invece un vaso, emblema tra i più densi di significati nell’iconografia cristiana e, forse […] raffigurava nella ricerca del Graal il percorso di purificazione dell’uomo. […] l’icona del calice non è inconsueta, poiché rappresenta il battesimo. E, nella parte superiore della facciata, troviamo l’altro sacramento centrale della vita cristiana, cioè l’eucarestia, sotto forma di una figura che mangia pesce. Più in alto ancora l’aquila dell’arte di Calimala, nel 1401 posta in sommità dell’edificio ad indicare che finanziava la comunità monastica (La Confcommercio ha come simbolo l’aquila che deriva proprio da quella di Calimala) […]. Anche all’interno della basilica il rapace di Calimala è ovunque per esempio sull’edicola di Michelozzo. Solo in due casi è, invece presente un’altra aquila, quella dell’Evangelista Giovanni: sul pulpito, nel presbiterio, essa sovrasta l’uomo di Matteo e il leone di Marco, manca, però, il toro di Luca: […] le ipotesi sono varie. Il toro potrebbe essere stato presente come sostegno per ceri pasquali, ma poi perso. Ma è possibile anche che venisse inscenato da chi leggeva, che tradizionalmente indossava un copricapo (mitra bicorne) con due corni che simboleggiano l’Antico e il Nuovo Testamento [….]. L’altra aquila quella di Giovanni affianca il Cristo Pantocratore  nel mosaico absidale: l’abside, rotondo, è il cielo [… ] e Cristo al suo centro sovrasta la terra, cioè il quadrato del coro. Nel mosaico sono anche animali come il pellicano (emblema di Gesù), il pavone (l’eternità), la fenice (la rinascita) e, accanto al figlio di Dio, sono l’alfa e l’omega, che rammentano come esso sia cardine del tempo e dello spazio. […]  All’esterno sono evidenti anche i diavoli: figure […] confinate dall’adiacente pesce di Cristo, e che verranno infine messe in fuga proprio dalla discesa della città Santa descritta nell’Apocalisse. San Miniato, lo stesso tempo remota ma visibile a tutta Firenze, è per essa la Gerusalemme celeste. […].”
(Tratto da: Riccardo Mostardini,  Corriere Fiorentino 25 luglio 2014

lunedì 20 aprile 2020

Piazza della Signoria

“E’ caratteristico dell’Italia, e più in particolare di Firenze, aprire Gallerie lungo le strade, per lo studio degli artisti l’ammirazione degli amatori, ed esporre nei luoghi pubblici e nelle vie principali i tesori di scultura che in altre nazioni costituirebbero il vanto dei re o sarebbero custoditi nelle collezioni imperiali. Di questi luoghi la Piazza del Granduca, a Firenze (un tempo detta Piazza Pubblica) è l’esempio più eclatante”
Lady Morgan (1819-1820)

domenica 19 aprile 2020

Cinema Edison

"Il primo cinema stabile d'Italia è nato a Firenze: si tratta dell'Edison di piazza della Repubblica, stesso nome della libreria che ha preso il suo posto, chiudendo (anche lei) a fine 2012. Fu inaugurato nel 1901 da Rodolfo Remobdini"
(Tratto da Il Reporter, dicembre 2013)

Oggi al posto dell'ormai chiusa libreria Edison, è aperta, dal 2014, un'altra grande libreria, la RED Feltrinelli.
RDF


venerdì 17 aprile 2020

La cucina di Caterina de'Medici

“[…] Nel settembre del 1533 Caterina si mosse da Firenze con un enorme corteo alla volta della Francia, accompagnata anche dallo zio, il Papa Clemente VII, con il suo seguito di gentiluomini, dame e cardinali. Il suo corredo era eccezionale, per quantità di capi e finezza di tessuti di lavorazione; aveva un vero patrimonio in gioielli, fra cui si trovavano le celebri “Perle Medici“, giudicate uniche per grandezza e perfezione. Caterina introdusse ala corte di Francia l’uso delle vasche da bagno e dei fazzoletti da naso. Tra le cose più preziose anche un sacchetto di fagioli, appena arrivati dall’America, oltre a prezzemolo, agrumi, sale e zucchero sbiancato. Il suo esercito di cuochi, pasticceri e scalchi, armati di una formidabile batteria da cucina, fece conoscere alla corte francese torte e pasticcini squisiti, l’abitudine di cucinare paperi e anatre all’arancia, i maccheroni, la carabaccia, o zuppa di cipolle, la salsa-colla l’antenata della besciamella, le crespelle, dalle quali sono arrivate le crepes. Vennero così gettate le basi della tua cucina francese.”
(Tratto da: L’esercito del gusto toscano, di Donatella Cirri, Informatore, giugno 2014)

“Questa strana parola – carabaccia – deriva dal greco karabos che significa “barca a forma di guscio”. Da qui il termine è passato al significato di “contenitore concavo”. Nel ‘500 la carabazada era la zuppiera e per estensione indicava anche la zuppa che ci stava dentro e proprio con questo termine la nominava Cristoforo Messisbugo nel suo famoso ricettario. [...]”.
(Tratto da: http://www.ricettedicultura.com/2012/02/carabaccia-la-zuppa-di-cipolle-alla.html , dove si può consultare la ricetta)

martedì 14 aprile 2020

Il pievano Arlotto

Chiesa dei Pretoni, Via San Gallo)
““Avanti, c’è posto!“. Dice più o meno così l’iscrizione che fece incidere sulla sua tomba il pievano Arlotto, un buontempone che non si smentì neanche al congedo finale. Vissuto nell’Quattrocento, fu per sessant’anni parroco di una chiesetta a Pratolino, ma viaggiò a lungo per l’Europa come cappellano sulle navi mercantili fiorentine, incontrando papi e re. Tipo gioviale, battuta pronta, occhio lungo per gli affari, sapeva stare al mondo. Non fu uno stinco di santo, assecondava le sue debolezze di uomo e alla taverna andava volentieri. Furbo, come si usa dire mangiava il fumo alle schiacciate, se la cavava in ogni occasione. Si racconta che una sera a cena da Carlo de‘ Medici, legato apostolico in Toscana, ci fosse un vinello spettacolare. Il Pievano beveva di gusto tanto che i commensali si scambiavano occhiate divertite. Arlotto se ne accorse. “Sono venuto oggi da Pisa su per l’Arno - disse a un certo punto - con una barca che portava sale. Ho dormito su quei sacchi che mi hanno tanto risecco dentro, che non mi leverò la sede prima di otto giorni.” […]”-
(Silvia Lagorio, Corriere Fiorentino)

lunedì 13 aprile 2020

Piazza Alberti

“[…] La piazza, generata nel 1911 dall’abbattimento del grande ufficio daziaria- era nota infatti fino ad allora come “Barriera Aretina“- ha ben poco della piazza, dato che non vi è un luogo al suo interno dove sia possibile restare, e pare anzi un memento del caos della metropoli contemporanea anche per le difficoltà che impone al pedone: attraversarla, per come si sovrappongono pongono le varie direttrici, non è mai impresa banale. L’intitolazione dunque di una simile luogo a Leon Battista Alberti, homo universalis, le cui competenze andavano dal commento ai Vangeli alla fisica (fu inventore della bomba per misurare la profondità del mare), dall’ottica, (la camera oscura), alla letteratura, ma che fu anzitutto architetto e decoratore, appare curiosa. Lo stesso Bargellini, già sindaco di Firenze ed esegeta della toponomastica, scriveva “non si sa per quale triste sorte a un tal cultore della grazia e dell’armonia sia stata intitolata la piazza più sgraziata e disarmonica della città”. La spiegazione più probabile è che solo nel 1911 ci si accorse che ancora mancava una intitolazione albertiana in città e si tappò il buco come si poteva.  la biografia dell’Alberti ci viene aiuto: pare infatti che, pur predicatore dell’armonia delle sue opere, egli fosse un brutto in grado di piegare ferri di cavallo con una sola mano tanto scomposto nelle movenze quanto lo è oggi la piazza […]”.
(Tratto da: Vanni Santoni,  Corriere Fiorentino, 12 ottobre 2014)

domenica 12 aprile 2020

Il Cimitero della Misericordia di Via degli Artisti

“[…] Il cimitero della Misericordia detto è anche dei Pinti perché costruito poco fuori da allora esistente porta a Pinti nel 1747 per volere dei Lorena, per raccogliere i defunti dell’ospedale di Santa Maria Nuova. Nei primi decenni dell’Ottocento venne ceduto alla Misericordia, che lo ristrutturò creando un contesto di pregio architettonico in stile classico con due loggiati semicircolare uniti da una cappella, a cui fu poi aggiunta una facciata e due celle laterali. Ripresa l’attività nel 1839, nel tempo il cimitero della Misericordia si è arricchita di monumenti e opere d’arte che lo rendono una straordinaria testimonianza culturale della Firenze ottocentesca. Molti personaggi illustri sono sepolti qua: tra i tanti, il Primo Ministro del Granducato Baldasseroni, l’architetto De Fabris, il medico Barellari. Oltre ai nomi celebri, il cimitero ospita circa 4000 confratelli di ogni ordine e grado, nonché coloro che altrimenti non avrebbero avuto degna sepoltura di cui laMisericordia, secondo i propri principi ispiratori, si è fatta carico fino al 1898, anno di chiusura della struttura. […]”.
(Testo di Fanni Beconcini, in Il Reporter, ottobre 2015)

mercoledì 8 aprile 2020

La prima edizione italiana di Topolino fu pubblicata a Firenze

“[…] Era il 1932 quando l’editore edicolante, fiorentino, Giuseppe Nerbini, decise di lanciarsi nell’avventura di dare alla luce la prima edizione italiana di Topolino, coinvolgendo Collodi nipote, ovvero Paolo Lorenzini, nipote, appunto, del creatore di Pinocchio. Al terzo numero il fumetto venne sostituito con Topo Lino a causa dei mancati diritti  d’autore. Tante in questi anni le storie ambientate a Firenze e in altre città. […] Messere Papero: era il 1983, e la prima tavola di Messer Papero e il ghibellino fuggiasco (n. 1425) vedeva Paperone e nipote volare sopra piazzale Michelangelo, in procinto di <<vivere una lunga avventura nel presente e nel passato>>.
Da lì, per sette uscite (con relative copertine dedicate alle tradizioni toscane), prese vita la storia del mercante di lana che, per aver dato rifugio all’Alighieri, fu esiliato da Firenze, e fuggì portandosi solo <<un barile d’acqua d’Arno>> che, in realtà, conteneva i suoi fiorini. Col pretesto dell’esilio, i paperi visitarono tutte le grandi città toscane. […]”
(Tratto da: Topolino a casa nostra, di Riccardo Mostardini, in il Corriere Fiorentino del 22 maggio 2013)

“[…] Per l’intuizione di Giuseppe e Mario Nerbini, che nel 1932, 80 anni fa, pubblicarono il primo numero di Topolino e due anni dopo dettero vita all’Avventuroso, una testata che rivoluzionò la comunicazione e linguaggio - “chi sei? Mandrake?“ - È che nell’Italia semi-analfabeta di allora vendeva qualcosa come 500.000 copie settimanali. Tutto iniziò con Topolino e poesia in rima baciata (le nuvolette arriveranno solo dopo). […] Era il Capodanno 1932 e il primo numero fu stampato in 30.000 copie facendo partire da via Faenza il fenomeno che ha influenzato la vita di tutti gli italiani […]. E la pubblicazione crebbe il numero di copie e nel successo. […] Le pressioni politiche però andarono di pari passo con il successo del fumetto e forse per questo il fascistissimo Mario Nrrbini, nel 1935, dopo 136 numeri, cedette la testata alla Mondadori che continuerà le pubblicazioni, eludendo il tentativo del regime di bloccarlo nel mio 1938 […]. Giuseppe Nerbini era stato un semplice edicolante, poi trasformatosi in distributore di giornali e quindi in editore e quando morì improvvisamente nel 1934, fu il figlio Mario che prese il timone dell’azienda e concretizzò il progetto dell’Avventuroso. Il nuovo albo fece conoscere Mandare, Flash Gordon, l’Uomo Mascherato, Cino e Franco e contribuì alla definitiva consacrazione del fumetto italiano, prima di essere ceduto nel 1943 anch’esso alla Mondadori. [...].”
(Mauro Bonciani - Corriere Fiorentino del 28 novembre 2012)

lunedì 6 aprile 2020

Modi di dire: “Portar cavoli a Legnaia”

“L’antico borgo di Legnaia, formatosi lungo la via Pisana, distante circa tre miglia dal centro di Firenze, fin da prima del Mille era denominato Legnaria. […] Il borgo, dal 1225  detto legnaia, trae il suo toponimo dall’ammasso di legna accatastata che sin da tempi remoti ivi si faceva. I tronchi d’albero, arrivati sia attraverso la corrente fluviale, sia per strada, oltre ad aver originato il nome della selvotta località, ne consentirono lo sviluppo, dando lavoro ad artigiani legnaioli come falegnami, bottai, segatori e bobulici (conduttori di carri trainati da buoi), nonché numerosi mercanti di legname impiegato per tutti gli usi ma, soprattutto, per le costruzioni. Il borgo caratterizzato anche da orti, casette di ortolani e povera gente, era inoltre assai famosa per la produzione di ortaggi ed in particolar modo dei cavoli, tanto da generare il proverbio “Portar cavoli a Legnaia”, ad indicare l’inutilità di recare una cosa in un luogo ove la si produceva in abbondanza. […]”.
(Tratto da: I cavoli di Legnaia, di Luciano e Ricciardo Artusi, in Il Reporter, ottobre 2016)

sabato 4 aprile 2020

Villa Arrivabene

“[…] Villa Arrivabene risale al periodo medievale ed ebbe, nel corso del tempo, moltissimi proprietari. Nel 1427 appartenne alla famiglia dei Gianfigliazzi, nel 1503 fu acquistata dai Soderini. Fu ampliata con altri terreni, confinanti con i poderi già in possesso della villa, e la proprietà fu chiamata “orto de’ Soderini“ o “il Giardino“. Nel 1615 fu acquisita da Bartolomeo Bourbon del Monte, Marchese di Piancastagnaio. Con la famiglia Bourbon del Monte, Villa Arrivabene si presentava così: un lungo viale alberato conduceva all’ingresso (lato di via Scipione Ammirato) di un grande palazzo con stanze destinate agli ospiti e con un salotto denominato “salotto giallo“, dal quale era possibile ammirare il giardino a sud della casa. C’erano anche un salone per i pranzi, un grande camino di marmo, le cucine che si trovavano nell’ala orientale che fu demolita nel 1951, le cantine, la scuderia e un ampio cortile. Il primo piano era destinato agli ambienti più importanti, ricchi di dettagli e decori, mentre il secondo era adibito alle stanze della servitù. […] Nel 1864 Emilio Fiorini, ricco commerciante, decise di acquistarla poi di restaurarla. Villa Arrivabene passò poi alla figlia che si sposò con il conte Silvio Arrivabene Valenti Gonzaga, da cui deriva l’attuale nome. Nel 1941, riconosciuta l’importanza storica dell’edificio, fu vincolata dal Ministero per l’educazione nazionale mediante provvedimento notificato  Emilio Arrivabene, figlio di Virginia e proprietario dello stabile.
[…] I Bourbon del Monte fecero realizzare uno stanzone per gli agrumi per raccogliervi le piante coltivate. Si contavano ben 153 piante di agrumi. Il giardino era splendido, racchiudeva tante verità di fiori e contava la presenza di salice, pergole di uva e alberi da frutto. Il tutto veniva irrigato attraverso conduttore conduttore di terra cotta da canne di piombo.”
(Tratto da: Valentina Veneziano, Il Reporter, settembre 2016)