mercoledì 31 agosto 2016

Pitture di Firenze - Porta di Santa Croce - View of Ancient Florence by Fabio Borbottoni 1820-1902.


Proverbio Toscano del GIorno

"Dove son molti mani chiudi"

venerdì 26 agosto 2016

Modi di dire: “Fare forca!”

Tra qualche settimana inizierà la scuola ed ecco un tipico modo di dire dei ragazzi in età scolastica: “fare forca!”, cioè “marinare” la scuola, non presentarsi a scuola e senza giustificazione (di nascosto dai propri genitori o di chi, formula famosa, “ne fa le veci”). L’origine di questa espressione nasce proprio dall’osservare l’arnese del forcone o forca che, con il suo manico lungo che poi si separa in due denti di acciaio, nei secoli ha assunto una forma archetipica, simboleggiando una strada che si biforca, il percorso di un fiume o quello dei sentieri, ma anche rappresentando comportamenti umani, tra cui il doppio gioco e l’ignorare le regole. Nel nostro caso, il “fare forca”, significa proprio il deviare strada al momento di presentarsi presso la via (biforcazione) che porta a scuola. La parola “forca”  deriverebbe dal latino “furca” (forca o falcetto), oppure, sempre dal latino “forare” cioè, lo strumento formato da un ramo d’albero che si divide in due o tre rami minori (l’antico forcone) che era usato per ammucchiare il fieno. L’espressione “marinare la scuola”, invece, trae origine proprio dall’usanza di conservare gli alimenti con il sale (marinare), in tal caso l’espressione significa non andare a lezione e “tenersela in serbo, conservarla, per un’altra occasione”. Roberto Di Ferdinando

Firenze

Foto di Angela Lidia Larosa


Proverbio Toscano del Giorno

"Fidati e Nontifidare erano fratelli"

giovedì 25 agosto 2016

Modi di dire: “Dare le paste!”



E’ un’espressione popolare usata per indicare quando una persona surclassa, in vari ambiti, una o altre persone. La sua origine deriverebbe dal mondo delle competizioni sportive; infatti, quando un concorrente stravince sugli altri dando molto tempo di distacco, si diceva, scherzosamente, che avrebbe avuto il  tempo perfino di cuocere, appunto, le pastasciutte (paste). La parola “pasta” (diminuzione di pastasciutta) ha  origne dal latino “pastus”, cioè pasto, nutrimento, a sua volta dal greco “paste”: brodo mescolato a farina. Roberto Di Ferdinando

Veduta dal Piazzale Michelangelo

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Fidati più de' poveri poveretti che dei signori"

mercoledì 24 agosto 2016

Modi di dire: “Dare di barta”

“Barta” è ribaltarsi, capovolgersi, quindi si usa per commentare chi si capovolge o chi cade con un mezzo di locomozione. Ma “dare di barta” indica anche il perdere il senno, l’arrabbiarsi talmente tanto da perdere la ragione (“dare di barta di cervello”).  Il termine deriverebbe da lingue nordiche: “ri-re” (di nuovo o addietro) e “balta” (dal tedesco antico “walzan”, rivoltarsi, girare, a sua volta dal latino “volvere”, girare). Roberto Di Ferdinando

Veduta di Firenze (oltre il muro)

Foto di Angela Lidia Larosa


Proverbio Toscano del Giorno

"Di pochi fidati, ma da tutti guardati"

martedì 23 agosto 2016

Modi di dire: “secco allampanato”



Indica una persona estremamente magra, e lo si usa anche con una certa preoccupazione, quando ci  si interroga, vista la magrezza della persona, sulle sue condizioni di salute. Il verbo “allampanare”, da cui allampanato, deriverebbe dalla “lampana”, lampada. Infatti, la persona è talmente magra che pare che abbia la pelle trasparente; e in passato le lampade semplici erano fatte con le membrane degli animali. Non è da escludere anche che derivi dal francese antico “lampas”, cioè gola, l’organo dove si riflettono, appunto, gli stimoli della fame. Roberto Di Ferdinando

Piazza della Signoria

Foto di Marco Giorgi

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi tosto crede, tardi si pente"

lunedì 22 agosto 2016

Modi di dire: “pirulino”

E’ il piccolo e finissimo cono di carta, arrotolato a mano, che si usa (usava) come munizione per la cerbottana dei ragazzi. Sostituì la pallina di stucco che era impiegata in tempi più remoti come armamento per le più vecchie cerbottane. L'espressione "pirulino", per estensione, è utilizzata anche per indicare un oggetto sporgente, affusolato, spesso un gangio, o una vite.
Il termine deriva da “pirolo” cioè dal piccolo strumento (chiavetta), appunto a forma conica, utilizzato per accordare gli strumenti musicali. A sua volta, deriva da “piuolo”, cioè dal francese “pivot”, perno, oppure dal latino “piriolum” diminuitivo di “pirium”: vite. Roberto Di Ferdinando

Torre della Zecca

Foto di Roberto Di Ferdinando


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi non sa mentire, crede che tutti dicano il vero"

martedì 16 agosto 2016

lunedì 15 agosto 2016

Pitture di Firenze - Camille Corot: veduta dal Giardino di Boboli

Florence, Vue prise des Jardins Boboli by Camille Corot, 1834.

Firenze

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"L'asino non conosce la coda, se non quando non l'ha più"

domenica 14 agosto 2016

sabato 13 agosto 2016

Veduta dal Ponte di San Niccolò

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Chi ha un giorno di bene, non può dire d'essere stato male tutto l'anno"

venerdì 12 agosto 2016

Modi di dire: “cahare i' lesso!”

Espressione forte per invitare le persone a tirare fuori i soldi dovuti: “pagate!”. Come spesso capita, quando si toccano le tasche (i soldi) le espressioni diventano molte colorite. Il riferimento al lesso è dovuto al fatto che tale pietanza (il lesso di carne) è stata per secoli molto ambita e raramente disponibile ai più, da qui la sua preziosità tanto da diventare, nel vernacolo, un sinonimo di denaro. “Lesso” dal latino “lixus” (lesso) che trae origine dall’antico nome di acqua: “lixa”, da cui anche liquido (liq-uere). Il esso è il pezzo di carne cucinata (lessata), appunto, nell’acqua. Roberto Di Ferdinando

Veduta della Cupola dalla terrazza del Museo dell'Opera del Duomo

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Ascolta tutti, parla franco"

giovedì 11 agosto 2016

Libro: Firenze - Itinerari del Novecento

Una realizzazione di Nardini Editore con APAB Agenzia Formativa
Curatrice: Lia Bernini
232 pagine a colori, formato cm. 15 x 21, brossura con bandelle, oltre 600 immagini, anno 2016

Questa guida è stata ideata e scritta da Guide turistiche per raccontare al visitatore curioso un aspetto inusuale della “culla del Rinascimento”, ed è perciò indirizzata non solo ai viaggiatori ma anche ai Fiorentini.
I 14 itinerari si snodano in alcune zone della città in cui è più concentrata la presenza di opere del XX secolo, oppure sono dedicati a temi specifici quali ad esempio i locali storici e gli hotel, mèta di vita mondana e culturale, o ancora seguono le tracce di alcuni protagonisti del Novecento nelle arti
applicate, nella pittura e nell’architettura. L’itinerario all’interno della Scuola d’Arte di Porta Romana, luogo di formazione per eccellenza degli artisti del Novecento insieme all’Accademia delle Belle Arti, è stato realizzato da docenti e allievi dell’Istituto.
Alcune tappe si trovano trattate in più di un itinerario ma sotto punti di vista differenti, e numerosi sono i rimandi, in particolare alle schede biografiche degli artisti, che invitano a fare collegamenti incrociati in modo da completare gli argomenti.
A proposito di completezza: questa guida non ha la pretesa di illustrare tutto il Novecento che si trova a Firenze, rappresentato anche da molte altre opere e da molti altri artisti. Vuole essere una proposta e un invito alla scoperta del volto moderno di una città capace di riservare nuove sorprese per un periodo sul quale finalmente si accendono i riflettori.
Questa prospettiva ravvicinata sulle arti fiorentine del secolo scorso farà comprendere il legame che le unisce al glorioso passato, che ancora oggi continua a nutrire gli artisti moderni e che si rivela nelle loro scelte estetiche, a volte in maniera palese, a volte meno evidente, ma sempre ben saldo.
(Lia Bernini)

AUTORI DEGLI ITINERARI
Lia Bernini, Leonardo Lapo Bianchi, Silvia Bonacini, Daniela Carbone, Silvia Cardini, Melania Cristina Cotoi, Luca Di Bari,
Laura Felici, Sylvie Jourdan, Laura Landi, Antonia Macartney Filgate, Ilona Maier, Alfonso Mazzotti, Laura Mugnai, Francesca Papi

REPORTAGE FOTOGRAFICO
Marco Triarico

GLI ITINERARI
1. Il Novecento nelle piazze del Centro, Lia Bernini
2. Locali e Caffè storici nella Firenze del Novecento, Sylvie Jourdan
3. Stile Liberty e Art Déco negli hotel del centro storico: lusso e raffinatezza, Laura Mugnai
4. I cinema storici fiorentini, Francesca Papi
5. La riva sinistra dell’Arno, dal Ponte Vecchio al Ponte San Niccolò, Silvia Cardini
6. Dalle pendici di Bellosguardo a Porta Romana, Melania Cristina Cotoi
7. La Scuola d’Arte di Porta Romana, fucina degli artisti del Novecento, Laura Felici, Laura Landi
8. L’Oltrarno: da Porta Romana a San Frediano e Santo Spirito, Silvia Bonacini
9. Sulle tracce di Annigoni nel centro storico fiorentino, Luca Di Bari
10. Pittura murale e affresco nel Novecento fiorentino, Ilona Maier
11. Il genio di Galileo Chini nelle arti applicate, Alfonso Mazzotti
12. Da Campo di Marte a piazza Beccaria: trasformazione di una periferia, Antonia Macartney Filgate
13. Giovanni Michelucci, l’architetto della Firenze nuova, Daniela Carbone
14. L’Isolotto, idea di un quartiere e “nuova città”. Le Cascine, Leonardo Lapo Bianchi


Gli Autori

Lia Bernini, laureata in Storia dell’Arte all’Università di Firenze, docente all’Istituto di formazione professionale APAB di Firenze, guida turistica di Firenze, Prato e province.
Leonardo Lapo Bianchi, laureando in Architettura presso l’Università di Firenze e il Politecnico di Darmstadt  in Germania, guida turistica di Firenze e provincia.
Silvia Bonacini, laureata in Storia dell'Arte all'Università di Firenze, docente all’Istituto di formazione professionale APAB di Firenze, guida turistica di Firenze e provincia.
Daniela Carbone, laureanda in Archeologia all’Università di Firenze, guida turistica di Firenze e provincia.
Silvia Cardini, fiorentina DOC appassionata della propria città, docente all’Istituto di formazione professionale APAB di Firenze,  guida turistica di Firenze e provincia.
Melania Cristina Cotoi, nata in Romania, disegnatore tecnico e designer,  vive a Firenze da 15 anni, dove  è  guida turistica di Firenze e Provincia.
Luca Di Bari, laureato in Storia della Chiesa all’Università di Firenze, abilitato all’insegnamento di Storia dell’Arte nelle scuole medie superiori, guida turistica di Firenze e provincia.
Laura Felici, laureata in Architettura all’Università di Firenze, docente di Storia dell'Arte e delle Arti Applicate al Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.
Sylvie Jourdan, nata in Provenza, guida turistica di Firenze e provincia.
Laura Landi, laureata in Architettura all’Università di Firenze, svolge attività professionale nello Studio Osti&Associati, docente di Progettazione e laboratorio di Architettura e Ambiente presso l’Istituto di Istruzione Superiore Virgilio di Empoli (Firenze).
Antonia Macartney Filgate, nata in Inghilterra, vive da 50 anni a Firenze dove è guida turistica di Firenze, Prato e province.
Ilona Maier, nata a Monaco di Baviera, laureata in Storia dell’Arte all’Università di Firenze, diplomata al Corso di Incisione e Litografia alla Scuola Internazionale di Arte Grafiche Il Bisonte di Firenze, guida turistica di Firenze, Prato e province.
Alfonso Mazzotti, laureato in Lingue e Letterature Straniere Moderne all'Università di Salerno e in Operatore dei Beni Culturali all'Università Telematica Internazionale Uninettuno, master in Economia e Management del Turismo all'Università di Firenze, guida turistica di Firenze e provincia.
Laura Mugnai, laureata in Lingue e Letterature Straniere  all'Università di Firenze, guida turistica di Firenze e provincia.Francesca Papi, laureata in Lingue, Letterature e Culture Moderne all'Università di Firenze, guida turistica di Firenze e provincia.

Le uova affrittellate


Un'altra ricetta della tradizione popolare della cucina toscana: le uova affrittellate. Un piatto da consumarsi da solo, quando vogliamo gustarci in silenzio un pasto e far parlare solo i sapori del cibo. Le uova affrittellate sono le classiche uova fritte in padella con burro, aglio, sale, pepe ,noce moscata, e con sopra, a fine cottura, una spolverata di formaggio. Obbligo accompagnare il piatto ed aiutarsi nel mangiarlo, per la famosa scarpetta, con due fette di pane toscano.  Possibile imbattersi in alcuni varianti, cioè con l’aggiunta della pancetta o di spinaci salati con burro e aglio. Roberto Di Ferdinando


Museo dell'Opera del Duomo

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Il bene è bene per tutti"

mercoledì 10 agosto 2016

Modi di dire: “avere la bottega aperta”

Non ha niente a che fare con l’attività commerciale. Ha tutt’altro significato, infatti si riferisce all’avere, per distrazione, i pantaloni sbottonati sul davanti, cerniera o bottoni che siano. Il farlo notare spesso causa al destinatario dell’osservazione un imbarazzante rossore oltre che un suo rapido e immediato gesto a chiudere od abbottonarsi la “patta”: la striscia di tessuto che copre la cerniera o i bottoni. Il termine “patta” deriva, molto probabilmente, dal longobardo “paita”, cioè veste. Roberto Di Ferdinando

Pitture di Firenze - Giuseppe Zocchi: veduta dall'Arno


Piazza della Signoria

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Non viene mai estate senza mosche"

Proverbio Toscano del Giorno

"Un'ora di contento sconta cent'anni di tormento"

martedì 9 agosto 2016

Modi di dire: “baccano”

Significa confusione, o il parlare di più persone ad alta voce, anche in maniera accesa. Si riferisce anche per descrivere un rumore assordante e fastidioso, oppure le grida emesse durante una protesta, o durante dei giochi di bambini. Si può anche ascoltare l’espressione: “Gl’è un gran bosco a baccano”, proprio per indicare un insieme di voci contrapposte che creano confusione, scompiglio. La parola “baccano” deriva dal latino “bacchanal” cioè da “Bacchus”, Bacco, che era celebrato con feste con orge e frastuoni, da cui anche “bacchatio (orgia) e “bacchari” (agistarsi). Roberto Di Ferdinando

Santa Maria Novella

Foto di Stefano Pandolfini


Proverbio Toscano del Giorno

"Non si sta mai tanto bene che non si possa star meglio, nè tanto male che non si possa star peggio"

lunedì 8 agosto 2016

Modi di dire: “se fossi ne’ mi’ cenci”

E’ un lamentarsi per non essere più quelli di una volta, specialmente nella saluta o nella prestanza fisica. “Essere ne’ mi’ cenci” quindi si riferisce all’avere il mio consueto (di gioventù) splendore e vigore. Tale espressione si usa anche per dolersi dei propri acciacchi fisici. La parola “cencio” deriva dal latino “cento”, che a sua volta trae origine dal greco “kentron” cioè veste di più pezzi o ritagli. Quindi, in questa nostra espressione, “cencio” sta per: “essere nei propri panni” (in quella forma fisica posseduta in gioventù, ma ormai andata). Roberto Di Ferdinando

Piazzale Michelangelo

Foto di Marco Giorgi


Proverbio Toscano del Giorno

"Non sa che cosa sia il male, chi non ha provato il bene"

domenica 7 agosto 2016

Proverbio Toscano del Giorno

"Nella felicità ragiona, nell'infelicità pazienza"

sabato 6 agosto 2016

venerdì 5 agosto 2016

Modi di dire: “Un c’ho mica scritto in fronte ‘Sali e Tabacchi’?”

Lo usa chi, in una conversazione accesa, vuole affermare che non è un fesso. L’origine di questa espressione per questo suo significato ci rimanda a qualche secolo fa, quando lo Stato aveva il monopolio per la vendita del sale e del tabacco e per la loro vendita al dettaglio occorreva una particolare licenza (ancora oggi le insegne dei tabaccai riportano la dicitura “Sali e Tabacchi”). Infatti, già allora (?), per i più, il pagare allo Stato una tassa per avere un bene di largo consumo significava essere un fesso, essere preso in giro.
La parola “sale” deriva dal latino “sal” e dalla radice indoeuropea “sar” cioè: scorrere, legato ai corsi d’acqua. Invece, “tabacco” deriva dallo spagnolo “tabaco” che era così chiamata una sorta di pipa che gli indios di Haiti usavano per fumare il “cohiba” un rotolo di erbe essiccate. Roberto Di Ferdinando

La Repubblica di Pian dei Giullari


"Una domenica qualunque, un viaggio nei luoghi dell’età favolosa, l’infanzia. Spadolini ci accompagna tanti anni dopo nei luoghi e negli angoli riposti che gli erano familiari, tutto intorno alla collina di Pian dei Giullari. Pochi gli scorci rimasti intatti; il cambiamento, talora selvaggio, suscita amarezza e malinconia: solamene intorno alla collina resiste il sogno accarezzato nelle sue fantasie della “Repubblica di Pian dei Giullari”. (Giovanni Spadolini, La mia Firenze)

"Una domenica qualunque. Terminata la visita alla vecchia villa Nunes Vais, paradiso della mia infanzia fantasticante, ho deciso di percorrere facendo centro sul Pian dei Giullari, alcune delle zone che furono care alla mia fanciullezza e alla mia adolescenza, luoghi di un paesaggio ideale. E ho idealmente ritagliato, quasi inseguendo un sogno di fanciullo, quella repubblica autonoma di Pian dei Giullari di cui spesso parlo con gli amici, immaginandola come un minuscolo comune che mi elegga sindaco a vita. Un comune alla francese: perché solo i francesi hanno il culto dei piccoli centri affidati a uomini politici con incarichi nazionali.
Ho seguito una specie di istinto singolare perché tracciato i confini di quello che dovrebbe essere, e naturalmente non sarà mai, il comune autonomo di Pian dei Giullari: la repubblica della mia infanzia. Sono andato a Monteripaldi, collegato a Pian dei Giullari da una strada tutte curve che ora è quasi deserta o meglio sono tornato in quella che era una passeggiata privilegiata della mia età favolosa.
Questa volta sono andato obiettivo sicuro. Monteripaldi, molto più popolato ai tempi della mia infanzia. C'erano numerosi contadini che sono andati via Il paese è rimasto pressoché deserto, non c'è neanche un bar nel centro. Sono tornata visitare la canonica molto estesa insieme molto povera. La chiesa era chiusa. La canonica anche. La vecchia villa Volpi (io la ricordo nell’34-35 già in vendita) è tutta a picco sulla roccia: la roccia che la fantasia popolare attribuisce alla costituzione che allora faceva parte dei beni della Biblioteca Nazionale di Firenze nel periodo di fine secolo. Da Monteripaldi si riparte una stradina che sbocca alle Cascine del Riccio: non so quanto utilizzabile con i mezzi motorizzati. C'è anche un viottolo che da Monteripaldi conduce direttamente a Pian dei Giullari e sbocca accanto all' antico lazzaretto che oggi è l' edificio quasi trasognato dominante l'intreccio delle strade fra Pian dei Giullari e via San Matteo di Arcetri . Ho ripercorso in macchina quel tratto, fino a via San Matteo, sono passato davanti alle scuole dei nostri nipoti ho deciso di lì di andare a rivedere la zona delle cascine del Riccio. Ma prima fatto una sosta a Piazza Calda. Piazza Calda: una variante ottocentesca , e ostentamente borghese, del turismo di questa zona; un turismo riservato, segreto, non sofisticato come a Fiesole o a San Domenico. Era tutto un piccolo villaggio di ville inglesi e americane durante la mia infanzia con la sola eccezione della villa principale da cui prendeva il nome di Piazza Calda: proprietà di una famiglia solidamente torinese di industriale della cioccolata e corrispondeva al nome dei Viola.
Ricercavo un sentiero che partiva da Piazza Calda e che portava alla collina opposta seguendo il quale si arrivava direttamente alle soglie di Grassina dove c'era la villa Signorini, un medico compagno di studi dello zio Igino. Ma in quegli anni, ’38-39 , io amavo camminare molto e non solo in bicicletta e quindi ripercorreremo questo sentiero almeno tre o quattro volte all'estate per andare a colazione da questi amici è poi la sera tornare. Era un itinerario inimitabile e inconfondibile nel ricordo: una stradina di quelle che solo la tolleranza secolare aveva consentito di far sopravvivere, per la tenacia degli usi civici. Tortuosa, accidentata, piena di sbalzi, non continuativa, con anfratti e angolosità suggestivi e cangianti. Spesso in mezzo a una specie di boscaglia che andava un tantino diradata con le mani ma certo frequentabile e anche frequentata perché la gente del luogo sapeva che esisteva e che faceva risparmiare molto tempo. Grande dolore nella memoria: non sono riuscito a ritrovare l' inizio del sentiero. C'è un punto che a me non pare corrispondere all'attuale troppo ravviato e pettinato, c’è l'avvio di una strada poi improvvisamente spezzata. Ma è una strada. Mentre il ricordo mio è di un viottolo, di un sentiero, di un qualcosa di molto più accidentato, molto meno ordinato, di molto meno visibile.
Ora sono passati cinquant'anni e più. La valle dell’Ema che allora era silenziosa, solitaria, con poche case, con pochissime ville è stata devastata dall' autostrada, è stata deformata dalla speculazione edilizia, è stata snaturata e vilipesa dal sorgere in tante case che sono spesso soltanto casuali assembramenti.
Dopo la delusione di Piazza Calda, altre più gravi delusioni accompagnarono il giro del ragazzo sognante. Vicinissimo alla vecchia villa Corradini , dopo Pian dei Giullari, c'è un' altra stradina, viuzzo dei Catinai, che porta alle Cinque Vie.
Quella stradina era continuamente evocata da persone di servizio in casa nostra e anche da vecchi casieri, che talvolta ricorrevano al loro nipote per fare acquisti improvvisi sia alla macelleria sia dal pizzicagnolo delle Cascine del Riccio intorno allo sbocco delle Cinque Vie. E ci arrivavano attraverso quell'altra strada che non può essere paragonata al sentiero di Piazza Calda, ma che era in un certo modo parallela, una strada non percorribile neanche allora con mezzi motorizzati e neanche più con cavalli o con calessi, tutta fondata su ciottoli e pietre irregolari e sconnesse. Largamente usata, almeno fino al 1940, come nastro di scorrimento della popolazione, soprattutto della popolazione contadina.
Non molte volte ma almeno due o tre volte io quella strada l’avevo percorsa da bambino, probabilmente con qualche contadino o con qualche famiglia, per andare a compiere taluni acquisti. Volevo rivedere i luoghi della mia infanzia anche in quel caso.
 Ho raggiunto le cascine del riccio da via Benedetto Fortini, cioè rifacendo il giro che mi è consueto perché è la stessa strada che percorro quando rientro da Roma ed è la stessa che mi è familiare per le varie visite che compivo alla fondazione Longhi e ad Anna Banti.
Trovo lo sbocco di via dei Catinai , anzi del viuzzo dei Catinai. C’è ancora la targa della vecchia Firenze; è una targa della mia infanzia. Essa trae in inganno circa una cassa con la facciata tutta in pietra che a me sembrava di non aver visto in quella posizione ( vicino c'è una grande cava, ormai abbandonata, di pietra). Una signora molto gentile mi viene incontro, mi saluta . Le domando: è molto tempo che vive in questa casa? Dice ottant'anni, però la casa fu costruita dopo la guerra. Riconosco accanto le case più modeste che invece c'erano allora. E poi ripercorro la strada, salutato dalla gente con molto affetto e con molta cortesia, come un compaesano che torni sul luogo del passato remoto. I miei obiettivi non sono finiti. Vorrei rivedere il luogo dove il ponte sull’Ema, un ponte che fu fatto saltare da tedeschi durante la ritirata dell’44 e dove non erano più tornato dai tempi dei disastri bellici. C'è oggi un ponte più ambizioso e più orgoglioso anche se molto meno bello di quello antico, il cui volto è per fortuna conservato in un bar dell'Arci dove cortesemente mi offrono un caffè. E tutte le casini sul greto del fiume sono esattamente come allora.
Riconosco la macelleria che era molto cara mia madre, quella di Poldino. Nella strada c'è il fratello di Poldino e padre dell’attuale macellaio Moreno. Egli ricorda le scene straordinarie durante la guerra, quando noi eravamo rifugiati nella vecchia villa a Santa Margherita a Montici per sottrarci ai bombardamenti, avvenivano con l' uccisione del maiale. Poldino era addetto all' operazione, alla quale partecipava con immensa soddisfazione mia madre che attraverso il maiale acquisiva poi tutte le risorse per la casa e riuscì ad alimentare la famiglia per tutto il periodo la guerra.
E’ un clima di vecchia Italia. La gente esce per le strade, i bambini, i vecchi , non tanto perché sono zone poco popolate ma in un clima che vorrei chiamare fuciniano. I confini della repubblica, come l’immaginai da bambino, sono assolutamente identici. Domando: qual è la vostra chiesa? E’ Monteripaldi. È come siete collegati con Monteripaldi? Attraverso un viottolo, quello che appunto avevo visto alle sette e trenta e che aveva anzi stimolato in me la fantasia dei vari viottoli che collegavano la cima del colle con questa specie di dorsale.
Ripenso a San Marino perché la scena è la stessa. Sembra il monte, sopra e sotto i vari paesini di Borgo Maggiore, l’uno accanto all’altro.
Mi si dice che il parroco di Monteripaldi ha collocato anche una cappella nel paese delle Cascine del Riccio che avrà cinque-seicento abitanti, al fine di sveltire il servizio religioso. Il che spiega perché Molteripaldi si stia estinguendo anche come pietà religiosa.
Riconosco benissimo i confini, come li immaginavo da ragazzo, e li estendo idealmente al cimitero di San Felice a Ema e che è al di qua dell’Ema, il piccolo cimitero che ospita la tomba di Eugenio Montale. Idealmente lo vorrei comprendere in quello spaccato immaginario della città dell'utopia come chiamo, nei suoi limiti ferrei, Pian dei Giullari, trasformata idealmente in Repubblica pre- medievale…
E di lì voglio sciogliere l'ultimo desiderio: rivedere, ed è delusione crudele, la località di Ponte a  Ema come io la ricordo da ragazzo. Poche case, poco più che alle Cascine del Riccio, un tantino più inserite nel senso del fiume della vita moderna ma completamente diverse da come le ritrovo oggi. Un orredo borgo industriale, molte fabbriche, sinistre centrali, case popolari agghiaccianti come non si vedono neanche a Rifredi o in San Frediano.
Un insieme estremamente mélangé e direi perfino conturbante, che si distingue in modo radicale da quella che è tutta la scabra dorsale del monte, quasi isolando l’elemento di fantasia e di autonomia.
Decido che non si può assolutamente far valere il criterio del fiume, il criterio dell’Ema come punto di divisione della Repubblica e bisogna rinunciare, lasciare tutta l’Ema, farla deviare nell’ansa che poco prima caratterizza il fiume ed elevare piuttosto la strada, che sarebbe poi un’autostrada, come punto divisorio in modo da lasciare via Benedetto Fortini compresa nella città del sole, si fa per dire, ed escludere tutto questo complesso che del resto poi è sotto la duplice personalità di Firenze e di bagno a Ripoli (si intrecciano infatti i due comuni e mi pare che non solo si intreccino, ma in qualche modo si sovrappongano e si urtino).
No . Ponte a Ema non mi ricorda proprio più niente. Non c'è niente dove io riveda la mia infanzia. E’ un altro mondo, quello in cui arrivo quando esco dall' autostrada di Firenze-sud nelle zone intorno a piazza Gavinana, al viale Europa di cui non c'era traccia quando io ero bambino (potrebbe essere Roma o potrebbe essere Torino), non ha niente a che fare né con Piano dei Giullari né con Firenze né con lo stile fiorentino.
Al massimo ritrovo qualche traccia di quella Firenze nelle case, quelle si, tutte con facciate in pietra, delle strade intorno a via Benedetto Fortini fino allo sblocco del Ponte di ferro. Quelle erano già costruite prima della guerra e debbo dire di più, che quelle case popolanti il rione di Gavinana a me bambino (ero ancora inesperto di arte) apparivano bellissime.
Il falso antico mi impressionava molto. Quel richiamo a motivi danteschi, della Firenze dantesca, della Firenze conservata nella pseudo-casa di Dante mi facevano una singolare impressione fin che non ebbi tredici o quattordici anni credetti che sognassero anche un livello sociale superiore a quello delle famiglie della borghesia del centro.
Era vero l' opposto. Erano tutte case di impiegati dipendenti ferroviari o postali, tutti di un ceto inferiore a quello, diciamo, dei liberi professionisti cui appartenevamo noi. Ed erano case all'interno – lo vidi una volta che ebbi un compagno di scuola da cui andare a fare i compiti - assai più modeste delle case nostre ispirate a un tenore che, come dice Montanelli, respirava il clima della borghesia toscana, la più civile di tutte le aristocrazie. A questo punto il giro è finito. Non il sogno perché il confine è perfezionato dal monte. Dalle cave che stanno sotto la villa Volpi di Monteripaldi fino all’intreccio fra via Benedetto Fortini e Santa Margherita a Montici, dove c’era l’antico dazio che tante volte fece sostare il calesse o la macchina nostra, c'è una specie di ideale villaggio della cultura e della civiltà toscana che coincide con le scene dell’assedio e che ha il suo fulcro nel borgo di Piani dei Giullari.
[…]
Non c'è stata la speculazione edilizia , non c'è stata la devastazione conseguente a tale speculazione, non c'è stata quell'orrenda industrializzazione che ha cominciato già a colpire la periferia delle Cascine del Riccio con l' industria del legname. Siamo rimasti ancora alla vecchia Firenze più o meno dei bozzetti di Palazzeschi o delle descrizioni di Papini giovane. E forse i confini di quello che fu un sogno di fanciullo vengono a identificarsi con quello che è l’archetipo e il bilancio stesso della vita.
L’immaginaria Repubblica dei saggi, come diceva Voltaire, si immedesima col sogno della Fondazione sempre perseguito, deriva dall' idea, tutta umanistica e rinascimentale, che la storia si cambi con la volontà e con la cultura. Ecco il risultato di questa giornata in cui le ombre dell’infanzia si sono unite con le ombre più lontane distese su questo poggio che sono ombre della libera ricerca, del libero studio e del cielo stellato il quale partì da Galileo per arrivare a noi.

 (1992, Giovanni Spadolini, La mia Firenze)

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi chiama Dio, non è contento; e chi chiama il diavolo, è disperato"

giovedì 4 agosto 2016

Libro: Matteo Cosimo Cresti - Firenze: Le chiese e gli oratori scomparsi

Firenze: Le chiese e gli oratori scomparsi
Cresti, Matteo Cosimo
Firenze: Pontecorboli, 2016. 21cm., pbk., 256pp., 160 illus.

Quando una ricerca ottiene il risultato di colmare una lacuna storiografica, finora rimasta negletta, vuol dire che la ricerca stessa si distingue quale contributo di particolare importanza e valore. È questo il caso della metodica e accurata indagine sulle chiese e sugli oratòri scomparsi, condotta da Matteo Cosimo Cresti, avente come obiettivo la ‘costruzione’ quanto mai opportuna, di un esauriente, attendibile libro, frutto di un paziente, capillare scavo in un imponente materiale documentario e bibliografico; un libro, un copioso repertorio di notizie, finalizzato all’arricchimento culturale, che aggiunge una significativa ‘tessera’ mancante all’ampio mosaico storico di Firenze.

Modi di dire: “barroccio”

E’ il carretto a due ruote, trainato da un animale o dal venditore (barrocciaio) con cui solitamente si trasportano (trasportavano ormai) le merci al mercato e dove sono (erano) anche esposte per la vendita. Tale espressione è rimasta tutt’oggi per indicare i banchi ambulanti (modernissimi con motore elettrico) presenti nelle strade intorno al mercato di San Lorenzo. Il termine “barroccio” (o baroccio e biroccio, diminutivo: barroccino) deriva dal latino “birotum”, cioè: dotato di due ruote (da “bi-roteus”). Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"La vita dell'uomo dipende da tre ben; intender ben, voler ben, e far ben"

mercoledì 3 agosto 2016

Modi di dire: “buggerare”

Si usa come sinonimo di “imbrogliare”, “ingannare”, “truffare”. Nasce dal termine “buggera”, cioè, appunto, “inganno”, “errore”, “falsità”. “Buggera” deriva a sua volta dal francese “bougre”, che significa “bulgaro” che nel tardo Medioevo era sinonimo di “eretico” ed anche di “sodomita” in quanto entrambi destinatari della stessa punizione sul rogo. Bulgaro=eretico perché  il sommo sacerdote del manicheismo, antica religione che nel Medioevo fu condannata come eretica, aveva trovato ospitalità e luogo di proselitismo proprio in Bulgaria. Da qui, dal punto di vista della Controriforma,  il termine: “inganno”, “fandonia”, “stupidaggine” o “sciocchezza”. Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"E' meglio essere invidiati che compatiti"

martedì 2 agosto 2016

Modi di dire: “frignare”

Significa piangere in maniera lamentosa e sommessamente, praticato alle volte dai bambini, ma anche dagli adulti che vogliono farsi un po’ compatire, chiedere attenzioni, o lamentarsi per qualche avversità (piagnucolare).
Il termine “frignare” (“flignare”) deriverebbe dal tedesco “flennen”: aprire, storcere, increspare la bocca, cioè i tipici movimenti della faccia di chi piange. Possibile anche l’origine dal latino “frons”, fronte, e dal greco “ofrys” ciglio, anche qui alcune parti del volto coinvolti nel pianto. Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"Chi portasse al mercato i suoi guai, ognuno ripiglierebbe i suoi"

lunedì 1 agosto 2016

Modi di dire: “groppone”

E’ la schiena. Spesso si usa questo termine per enfatizzare il peso di una situazione: molte responsabilità, molti anni (“avere molti anni sul groppone”), avere a carico qualcuno (“rimanere sul groppone”), assoggettarsi (“piegare il groppone”). Deriva da “groppa” (schiena) che trae origine dal francese “croupe” e dallo spagnolo “grupa”, cioè dorso, gobba, riferita alla parte posteriore estrema del dorso di alcuni animali. Roberto Di Ferdinando

Proverbio Toscano del Giorno

"Al miser uomo non giova andar lontano, che la sciagura sempre gli tien mano"