domenica 24 maggio 2020

Ferdinando Zannetti il medico che operò Garibaldi

Targa sulla facciata dell'abitazione fiorentina di Ferdinando Zannetti in via de'Conti, numero 1
“Ferdinando Zannetti fu tra i protagonisti del periodo storico che portò all’Unità d’Italia. Nel 1848, infatti, con lo scoppio della prima guerra di indipendenza contro l’Austria, il medico toscano (nato a Monte San Savino nel 1801) si arruola come volontario facendo parte dei 5.000 toscani che affrontano 30.000 austriaci nella battaglia di Curtatone e Montanara. Per la sua competenza viene nominato direttore sanitario delle milizie toscani. […] Nel 1849, reinsediatosi a Firenze Leopoldo II, Ferdinando Zannetti, ostile a rientro del granduca, restituì la croce di San Giuseppe, riconoscimento ai meriti professionali e scientifici ricevuto alcuni anni prima, e fu così destituito da tutti i suoi incarichi a Santa Maria Nuova. Questo allontanamento durò dieci anni, fino al 1859, quando la rivoluzione Fiorentina, restituendogli le mansioni in Santa Maria Nuova, lo nominò presidente del Consiglio superiore militari di sanità. Il suo nome acquisì sempre più rilevanza, tanto che divenne direttore del servizio sanitario delle truppe di Garibaldi e fu uno dei consulenti di fama internazionale che venne chiamato a consulto in seguito al famoso ferimento in Aspromonte di Garibaldi, avvenuto mentre l’eroe dei due mondi risaliva la penisola al comando di un drappello di volontari con l’intenzione di liberare Roma. […] Garibaldi viene ferito il 29 agosto 1862 da due palle di carabina, una che colpì di striscio l’anca sinistra e l’altra che penetrò nel malleolo interno della gamba destra. I primi medici che visitarono il generale furono i dottori Albanese, Basile e Ripari, medici dell’ambulanza garibaldina che lo assistettero devotamente durante tutto il decorso della malattia. Il dottor Albanese, osservando che non esisteva un forame d’uscita, ritenne che la pallottola fosse penetrata attraverso l’osso rimanendo all’interno dei tessuti. Riscontrò anche una tumefazione in sede premalleolare esterna che poteva essere la sede di ritenzione del proiettile ed eseguì un’incisione in tale sede per cercare di estrarlo. Tuttavia la ricerca fu negativa. Dopo una notte trascorsa nel capanno di un pastore, Garibaldi venne trasportato a Scilla, colà imbarcato sulla fregata Duca di Genova che fece rotta verso La Spezia e ricoverato nella fortezza di Varignano, località in prossimità di Porto Venere. […] Due giorni dopo l’arrivo a Varignana ebbe luogo il primo consulto: oltre ai medici curanti garibaldini intervennero Francesco Rizzoli, clinico-chirurgo di Bologna, e Luigi Porta, clinico chirurgo di Pavia, mandati dal ministro dell’interno, Prandina, Di Nigro e Riboli, giunti di propria iniziativa, e Zannetti su precisa richiesta di Garibaldi. Il parere che prevalse fu quello che la pallottole fosse rimbalzata nell’urto contro l’osso e non fosse quindi presente. Vennero praticati impacchi e applicate le sanguisughe intorno alla ferita. Ben presto, tuttavia, iniziarono i sintomi dell’infezione […]. La situazione era così grave che si cominciò a temere l’amputazione. Continuò il pellegrinaggio di chirurghi tra i più famosi d’Italia e d’Europa. Uno dei primi a raggiungere Garibaldi fu Ferdinando Antonio Palasciano. […] Egli non ebbe dubbi sulla presenza del proiettile nella ferita e sulla necessità di un immediato intervento per asportarlo. […] Nella seconda metà di ottobre le condizioni di Garibaldi peggiorarono ulteriormente e venne presa la decisione di trasferirlo in un luogo più confortevole: un albergo di La Spezia e poi venne deciso un ulteriore trasferimento di Garibaldi: questa volta a Pisa, via mare col vapore Moncalieri fino alla foce dell’Arno e quindi fino in città con una barca, alloggiando nel miglior hotel della città, il Tre Donzelle. Va sottolineato che la decisione di trasferire Garibaldi a Pisa viene presa per la stima di cui gode Zannetti: è lui il vero punto di riferimento dei medici che lo assistono in particolare di Albanese, suo allievo proprio a Santa Maria Nuova che quasi giornalmente lo informa della salute del generale inviandogli lettere[…]. Finalmente Garibaldi, trasferito all’ospedale di Pisa, viene operato il 23 novembre alla presenza, oltre che di Zannetti, di Basile, del professore di fisica Felici, il medico belga Jean-Baptiste Allard e dal direttore dell’ospedale Cuturi. Zannetti rimosse il proiettile con successo utilizzando una pinza dentata che gli fu portata dal Brasile. Ci riferisce lo stesso Albanese nel suo diario che il professor Zannetti tira con gran facilità la palla. L’operazioni è di così lieve entità che il generale non sente quasi nulla: era impiombata sull’estremità anteriore della tibia ed era mobile. […] L’estrazione del proiettile assicurò a Zanetti una vasta fama: da tutto il mondo ricevette testimonianze di stima. […] Il 22 marzo 1860, dopo il plebiscito di annessione del Granducato al Regno di Sardegna, lo Zannetti viene nominato senatore del regno da Vittorio Emanuele II per i suoi meriti scientifici e patriottici. Sembra che egli non si sia mai recato in Senato e non abbia mai pronunciare il giuramento di rito, forse per non trascurare la sua amata professione per la politica. Possò infatti gli ultimi anni della sua vita al servizio dei pazienti: per i poveri cure gratuite, ma anche aiuti con i suoi mezzi. […] Morì a Firenze il 3 marzo 1861: funerale solenne accompagnato dal lutto cittadino. [..].”
(Tratto da: I protagonisti della chirurgia fiorentina, a cura di Francesco Tonelli in collaborazione con John Patrick d’Elios. Articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino del 24 settembre 2011).

giovedì 21 maggio 2020

Perché dal termine inglese football abbiamo calcio e non pallapiede?

Perché da football calcio e non pallapiede?
“Perché in italiano l’inglese basketball diventa pallacanestro, volley diventa pallavolo, handball pallamano, ma per football non si usa pallapiede? La risposta va cercata nel fatto che in Italia, e precisamente a Firenze, esisteva già nel Rinascimento un gioco in cui la palla veniva colpita con i piedi: quello che appunto si chiamava il calcio. Così, quando alla fine dell’Ottocento il football cominciò a diffondersi anche da noi, il suo nome fu soppiantato facendo leva su questo antico ricordo. “Uno dei giuochi nazionali inglese il football, una specie di quello che in Italia si chiamava giuoco del calcio, che era in uso da noi fin dall’epoca del Rinascimento“, spiega nel 1894 un volume intitolato l’Educazione fisica della gioventù.
Nella prima edizione del suo dizionario moderno (1905), Alfredo Panzini -alla voce goal - lo chiamava “giuoco della Palla al Calcio ove di prammatica è la lingua inglese“. E in effetti era normale, ancora nel primo Novecento, usi come kick per rinvio, penalty per calcio di rigore, full-backs per difensori, forwars per attaccanti o goalkeeper per portiere. Racconta il linguista e scrittore Veneto Luigi Meneghello, in un romanzo autobiografico intitolato Libera nos a Malo: “giocando al pallone si imparavano anche gli elementi dell’inglese […]”. Fino alla fine degli anni Venti, si diceva ancora bar per traversa, fault per fallo, heading per colpo di testa, referee per arbitro. Solo negli anni del fascismo si impose quella che in un libro del 1926 era definita la Questione dell’italianità nel gioco del calcio. Alcune proposte di sostituzione vengono presentate nei giornali o in pubblicazioni specialistiche, come il Vocabolarietto di termini esotici sportivo-calcistici.
(Tratto da, Giuseppe Antonelli, il museo della lingua italiana, Mondadori 2018)

mercoledì 20 maggio 2020

Pellegrino Artusi, La Scienza in cucina (1891)

“[…] “Dopo l’unità della patria mi sembrava logica conseguenza il pensare all’unità della lingua parlata, che pochi curano e molti osteggiano, forse per un falso amor proprio e forse anche per la lunga e inveterata consuetudine ai propri dialetti“. La prima questione con cui Artusi si trova fare i conti è proprio quella dei diversi nomi che nelle diverse parti d’Italia si danno a ricette e pietanze. Un esempio tipico è la zuppa di pesce che su mar Tirreno si chiama cacciucco e sull’Adriatico brodetto. Artusi, romagnolo, sceglie di farsi - secondo l’insegnamento del Manzoni - al modello linguistico della Toscana e di Firenze (e fa precedere il suo libro da una Spiegazione di voci che essendo del volgare toscano non tutti intenderebbero). Quella zuppa, dunque, la chiama cacciucco; allo stesso modo parla di triglie, anche se “nella regione adriatica chiamansi rossioli o barboni“, e preferisce il nome di cicale e quello di canocchie. Cicale di mare, ovviamente: “sbucciate e dopo cotte e, messa a nudo la polpa, tagliatele in due pezzi, infarinatela, doratela nell’uovo frullato e salato, e friggetela nell’olio.” […]”
(Tratto da: Giuseppe Antonelli, il museo della lingua italiana Mondadori 2018 chiusa per)

sabato 16 maggio 2020

"Anche da morto all'osteria..."

“Il pittore Bernardo Barbatelli (Firenze, 26 agosto 1548-Firenze, 10 novembre 1612), soprannominato “Bernardino Poccetti“ perché di bassa statura e perché si dice che fosse abituato ad “alzare il gomito“, cioè a “pocciare“, sinonimo di poppare, per traslazione “bere“ più del dovuto. Bere s’intendo vino […] pare che l’artista non si mettesse mai a dipingere se, insieme ai colori, non avesse avuto un fiasco di buon nettare […] a chi gli rimproverava il suo “malcostume”, sembra che rispondesse che lui non avrebbe mai smesso di bere e che, all’osteria, ci sarebbe andato anche da morto! […] Valentissimo nell’arte di dipingere a fresco e a graffito le facciate dei palazzi, a tal proposito fu soprannominato anche Bernardo delle Facciate. Divenuto vecchio, dopo la morte della moglie, conducendo una vita umile andò ad abitare, per alcuni anni, nello Spedale degli Innocenti dove, in cambio dell’accoglienza, affrescò le sue ultime opere. Sotto l’elegante portico prospiciente piazza della Santissima Annunziata raffigurò, a fresco, Esculapio con lui in braccio un fanciullo privo di vita nel tentativo di risuscitarlo con sughi di erba (1610), che sovrasta la cosiddetta “ruota“, dove venivano deposti i gettatelli e, dalla parte opposta, una Strage degli Innocenti. Terminati questi lavori il Poccetti andò ad abitare, con un vecchio servitore, in una casa in via di Sitorno (oggi via della Chiesa, nel tratto fra via delle Caldaie e via dei Serragli). La mattina del 10 novembre 1612, il nostro pittore morì improvvisamente per un colpo apoplettico. […] appresa la notizia, gli amici colleghi dell’Accademia del Disegno, fecero una generosa colletta per organizzare un decoroso funerale e una eguale tumulazione del cadavere di Bernardino nella chiesa del Carmine […] Nel tardo pomeriggio del giorno successivo al decesso, il corteo funebre si mosse da via di Sitorno per recarsi al Carmine […] Tutto andò bene fin quando, al Ponte alla Carraia, si scatenò un violentissimo temporale […] Il mesto corteo si smembrò  […] anche i portatori con il feretro affrettarono il passo che ben presto divenne corsa, giungendo in piazza Soderini (oggi Nazario Sauro) e, non sapendo dove entrare con la bara, infilarono direttamente all’osteria della Trave Torta che era proprio sulla cantonata di via dei Serragli. In tal modo si avverò quello che il Poccetti aveva sempre ripetuto ai compassati moralisti che gli sottolineavano il vizio di bere!
(Tratto da “Anche da morto all’osteria”, di Luciano è Ricciardo Artusi, in Il Reporter, febbraio 2016)

giovedì 14 maggio 2020

La collezione egizia di Firenze

La spedizione franco-toscana in Egitto, Giuseppe Angelelli, Firenze Museo Egizio
[…] In pochi conoscono la travolgente e datata passione della città medicea per l’Egitto. “Tutto merito del Granduca di Toscana Leopoldo II che, oltre ad acquistare alcune collezioni, finanziò insieme a Carlo X re di Francia una spedizione scientifica in Egitto negli anni 20 dell’Ottocento“. La missione, che interessò i siti di Giza, Siqqara, Menfi, Tebe, Philae e la Nubia, era diretta da Jean François Champollion (il celebre decifratore dei geroglifici) e dal pisano Ippolito Rosellini. “Rosellini riportò circa 2000 oggetti, frutto dell’equa spartizione del bottino fra Firenze e il Louvre. Vengono divisi a metà persino i corredi ffunerari. Pensate, furono ritrovati due zoccoli di epoca copta, quello sinistro fu dato a noi e quello destro andò a Parigi…”. […]”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016)

27 novembre 1829: si conclude la Missione archeologica franco-toscana in Egitto
(Tratto da: Museo Archeologico Nazionale di Firenze)

lunedì 11 maggio 2020

La Bibbia Amiatina

“[…] Biblioteca Medicea Laurenziana. […]  la Bibbia Amiatina. Un addetto la trasporta su un carrello, con grande cautela. La Bibbia pesa ben 40 chili ed è composta da oltre mille fogli di pergamena. Secondo gli studiosi è la più antica copia manoscritta (in latino) del testo sacro che si sia conservato integralmente. Risale all’VIII secolo. Le miniature al suo interno (come quella dello scriba Esdra intento a lavorare sul libro che tiene sulle ginocchia) hanno colori ancora vividi. […].”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016) 

sabato 9 maggio 2020

Il rifugio segreto di Michelangelo

“[…] Cappelle medicee. Attraversiamo la Sacrestia Nuova a testa bassa, per non lasciarci rapire dalla bellezza ipnotica dei monumenti funerari di Giuliano duca di Nemours e di suo nipote Lorenzo duca d’Urbino, ideati da Michelangelo. Col Buonarroti, infatti, abbiamo un altro importante appuntamento: il ricovero sotterraneo che lo protesse dopo la restaurazione della famiglia Medici a Firenze nel 1530 (l’artista era stato un acceso sostenitore della Repubblica Fiorentina). Monica Bietti, direttrice delle Cappelle, scosta un mobile e apre una botola che dà su una scala. Quel che vediamo, una volta scesi, ha dell’incredibile. Un ambiente di non più di 15 metri quadrati con le sbarre alle finestre le pareti fittamente disegnate a carboncino. Corpi di uomini e donne, piedi, schiene, gambe e una testa di Laocoonte, un album da disegno unico al mondo. […] Il Buonarroti dimorò qui per circa tre mesi, con la complicità del priore di San Lorenzo Giovanni Battista Figiovanni che aveva interesse che finisse il suo lavoro alla Sacrestia (“io lo campai alla morte“ scrisse poi il sacerdote nelle sue Ricordanza). Quando andò via, poi, Michelangelo passò una mano di intonaco sulle pareti per nascondere il tutto […] solo per un caso, dopo averlo grattato via, è stato possibile riscoprire questa meraviglia. […]”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016) 

venerdì 8 maggio 2020

I passaggi segreti di Francesco I de’Medici

foto tratta da: http://ambranna.blogspot.com
[…] palazzo Pitti. […] accesso di Bacco del giardino di Boboli. Scendiamo giù da una scalinata fino a sbucare in un ambiente grandioso dove sono conservati dipinti e arredi in attesa di restauro. […] Ora stiamo esattamente sotto il Teatro di Bacco. Camminiamo estasiati da tanta ricchezza. Cornici di grandi dimensioni, lampadari, decorazioni, tutto è distribuito in un dedalo di cunicoli che culminano in uno strano passetto che, si dice, permetteva a Francesco I de’Medici di recarsi in segreto della sua amante Bianca Cappello, nella vicina via Maggio. […]Francesco I, si diceva, era avvezzo ai ipassaggi segreti. Un altro se l’era fatto creare nel 1572 (stavolta non per rincorrere amore inopportuni ma per “seguire virtute e canonscenza“) tra la stanza da letto e il suo privatissimo Studiolo, in Palazzo Vecchio. […]. Lui era legato all’alchimia di Paracelso, così il Vasari e il Borghini congegnarono  una serie di armadi a scomparsa (è spettacolare vedere le mensole apparire dietro dipinti di forma ovale) nei quali conservare gli oggetti relativi ai diversi elementi della natura. Le pietre o le ossa intagliate per la Terra, e distillati, vetri e metalli forgiati con il calore per il Fuoco, i cristalli per l’Aria e le perle per l’Acqua. Alla decorazione dello Studiolo parteciparono ben trentun artisti dell’Accademia del disegno tra cui Gianbologna, Allori, Stradano e Ammannati. […]
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016) 

lunedì 4 maggio 2020

Il Museo delle Carrozze

Foto tratta dal sito degli Uffizi)
“[…] a destra dell’ingresso principale (di palazzo Pitti) c’è il Museo delle carrozze, chiuso dal 2002 ed oggi visitabile, a richiesta, solo dagli studiosi. Vi sono conservate dieci carrozze e due portantine. La più preziosa è sicuramente quella di Ferdinando III di Lorena, intagliata nel 1816 da Paolo Santi e dipinta dal pratese Antonio Marini.”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016)

“Prima di una serie di cinque berline realizzate a partire dal 1817 per volontà di Ferdinando III di Lorena, questa di gran gala venne decorata su sportelli, retro e fronte del cocchio con i ritratti di esponenti delle casate medicea e lorenese. Lorenzo il Magnifico, Cosimo I e Cosimo II de’ Medici, raffigurati a loro volta in carrozza, compaiono accanto a personalità rappresentative della loro epoca, rispettivamente Agnolo Poliziano, Giorgio Vasari e Galileo Galilei, mentre a Pietro Leopoldo di Lorena sono associate le allegorie dell’Abbondanza e del Commercio. All’indomani del Congresso di Vienna (1814-1815), che restaurava sui troni europei i sovrani spodestati da Napoleone, questa scelta iconografica intendeva sottolineare la continuità culturale, politica e storica delle due dinastie granducali, cancellando il ricordo del Regno d’Etruria istituito all’epoca del Bonaparte.
Era un modo efficace per dare piena e diffusa visibilità a questo passaggio epocale dato che le carrozze da parata, ad uso del granduca e del suo seguito di corte, erano impiegate in occasioni solenni per sfilare lungo le vie del centro di Firenze.
Come di consueto, alla sua complessa realizzazione concorsero una serie di artisti e artigiani specializzati. Sotto la responsabilità dei valigiai fiorentini Busi e Dani, lavorarono il pittore Antonio Marini, l’intagliatore Paolo Sani (negli stessi anni responsabile anche di importanti mobili e tavoli destinati all’arredo di Palazzo Pitti), la ditta Podestà (fornitrice di velluti e di tappeti) e inoltre bronzisti, doratori, un ‘verniciajo’, un vetraio, un ‘cassaio’ e, naturalmente, un carrozziere.”
(Testo tratto da: https://www.uffizi.it/opere/berlina-di-gran-gala-del-granduca-ferdinando-iii-di-lorena)


sabato 2 maggio 2020

Il tunnel sotto l'Arno

Foto tratta da Repubblica.it
“[…] Partiamo, infatti, proprio nella torre della Zecca, il luogo in cui veniva coniato il fiorino d’oro. La torre i suoi sotterranei nacquero nell’300, quando Arnolfo di Cambio ebbe l’incarico di costruire la cosiddetta Terza Cerchia di mura difensive della città. La Zecca fronteggia la torre gemella di San Niccolò che si trova dall’altra parte dell’Arno. Ci troviamo qui perché c’è stata promessa una inedita passeggiata… sotto il fiume. Un camminamento lungo 350 metri che collega le due sponde e corre proprio sotto la Pescaia di San Niccolò. La pescaia, lo si capisce bene guardando il fiume dalla strada, è una sorta di “salto“ che serviva a bloccare imbarcazioni nemiche. Percorriamo un centinaio di metri camminando sul fango  rappreso e pozzanghere, fino ad un muro che blocca il passaggio. Il tunnel, che veniva utilizzato dalle guarnigioni per spostarsi rapidamente da una sponda all’altra, fu poi chiuso. Cessate le esigenze militari, questi ambienti ospitarono opifici vari e la famosa zecca:  “tutti gli impianti, le ruote idrauliche i magli per coniare le monete si muovevano  grazie alla forza dell’acqua dell’Arno che  veniva convogliata attraverso dei calloni (sorta di paratoie, n.d.r.)”. La Zecca morì nel 1866, all’epoca di Firenze capitale, ma il suo tunnel fu ancora frequentato. Durante la seconda guerra mondiale ospitò un rifugio antiaereo e successivamente un circolo ricreativo del PCI. Ancora oggi c’è il vecchio bancone del bar e il resto dell’impianto elettrico e dei servizi igienici. […]”
(Testo di Marco Merola, pubblicato su SETTE-Corriere della Sera il 15 gennaio 2016)

venerdì 1 maggio 2020

L'Affrico e il Mensola

L'Affrico si immette nell'Arno
“[…] Affrico e Mensola si sfiorano inquieti ma non si uniscono mai, se non nelle acque più profonde dell’Arno, dove confluiscono a poca distanza l’uno dall’altra […]. Affrico era un giovane pastore che viveva con le sue pecore nelle colline di Fiesole. In quei boschi vivevano anche le ninfe consacrate a Diana e Affrico si innamorò di Mensola, che aveva gli occhi brillanti come il sole nell’acqua di un ruscello. […] Affrico sfidò le regole e riuscì ad incontrare Mensola e fu un amore corrisposto. Ma breve, perché Mensola, consapevole di aver infranto la regola ferrea che impone alle ninfe la castità, fuggì cercando di nascondersi e Diana, la dea, questa invece attese freddamente che Mensola desse alla luce il bambino, figlio di Affrico, per poi trasformarla nelle acque del torrente che da quel giorno porterà il suo nome. Anche Affrico non sfuggì alla sua sorte perché, sconvolta dal dolore, si uccise dando origine con il suo sangue al torrente Affrico. Il bambino, chiamato Pruneo, diventerà un reggitore della città di Fiesole, madre di Firenze. Così narra il Boccaccio nel Ninfale fiesolano. Questi posti erano ben conosciuti dal Boccaccio perché vi aveva abitato nel borgo di Corbignano, che ancora oggi conserva le caratteristiche del borghetto medievale, vicino a Ponte a Mensola, sulla strada di Settignano. […] L’Affrico nasce poco sopra San Domenico di Fiesole, scende nella piccola valle fra Camerata e Maiano fino al largo del Salviatino, dove si interra per la maggior parte del suo corso, fino a sfociare in Arno. A seguito dei lavori di interramento (o tombamento) la memoria urbanistica del torrente è mantenuta dalla lunga aiuola spartitraffico che divide il viale De Amicis da via lungo l’Africo e, dopo Piazza Alberti, via Piagentina da via del Campofiore; questo toponimo, insieme a quello della località, che è Bellariva, ricorda l’amenità dei campi coltivati nella zona fuori le mura fra l’Arno e l’Affrico. […] La colonna del buon ricordo e della cattiva coscienza che fu eretta dove ll’Affrico rivede la luce, allo sbocco in Arno, con la scritta, oggi quasi leggibile: “il torrente a fico cantato da Giovanni Boccaccio dalla sorgiva Fiesole qui si getta nell’Arno“. […] Diversa è la situazione territoriale del torrente Mensola, la cui area geografica compresa nel comune di Firenze e di Fiesole, è inclusa nell’Area Naturale Protetta di interesse Locale di circa 300 ettari istituita dalla Regione Toscana. […] il corso del torrente Mensola […] dopo essere nato nel Comune di Fiesole, ai piedi del Monte Ceceri fra Maiano e Vincigliata, dall’unione di due fossi più rupestri, il Bucine e il Valonica, entra nel territorio di Firenze dove, fra Corbignano e Ponte a Mensola […] . Quindi il Mensola attraversa la piana del Gignoro e del Guarlone e viene intubato nel tratto finale per sottopassare la ferrovia e la zona di via Aretina a Varlungo prima di buttarsi in Arno. […]”
(Enrico Bougleux, in Il Nuovo Corriere del 25 febbraio 2013)

martedì 28 aprile 2020

Ponte Santa Trinita

“Il ponte dell’Ammannati, il più bello di Firenze, forse il più bello del mondo, fu distrutto dai tedeschi durante l’ultima guerra ed è stato ricostruito esattamente com’era. Chi ci lavorò basandosi sulle fotografie e sui progetti dell’Ammannati, si è reso conto del mistero che avvolge la curva piena, rigonfia, sinuosa delle tre arcate (la caratteristica più squisita di questo aereo ponte) che non corrisponde ad alcuna linea o figura geometrica e sembra essere stata disegnata a mano libera, da un genio del tratto, quale l’Ammannati non era”
(Mary McCarthy)
(Tratto da “Ho visto Firenze”, a cura di APT Firenze)

sabato 25 aprile 2020

Donatello e la fuga dalla campagna

“Donatello era tanto bravo, ma anche così mite e cortese che Cosimo il Vecchio lo adorava. Non gli fece mai mancare nulla, il duca di Firenze, e nel testamento lasciò persino disposto al figlio Piero di donare allo scultore un podere a Caffagiolo perché non avesse problemi economici durante la sua vecchiaia. Ma dopo un anno di vita campestre, l’artista non ne volle più sapere e restituì casa e terra. Troppe noie troppi affanni racconta il Vasari. Sembra che il contadino del posto andasse continuamente dal padrone a riferire qualche guaio […]. “Non ne posso più - pare abbia detto un giorno Donatello - preferisco morire di fame che dover pensare a tante cose”. Piero de’ Medici fu molto divertito alla sua innocente semplicità. Si riprese il podere e in cambio gli assegnò un vitalizio in denaro che gli veniva pagato a rate ogni settimana. Donatello ne fu felicissimo e si ritirò nella casuccia che aveva in via del Cocomero. […].”
(Silvia Lagorio, Corriere Fiorentino, 2013)

giovedì 23 aprile 2020

La simbologia di San Miniato al Monte

“[…] San Miniato al Monte: edificio non solo tappezzato di simboli, ma la cui intera architettura è strutturata su un cammino iconografico che inizia dalla Genesi e termina nell’Apocalisse. A cominciare dalla porta di sinistra della facciata, dove l’incisione Haec est porta coeli riporta la visione di Giacobbe cui, in sogno, apparve una scala che univa terra e cielo : nel mito (o nella verità di fede) fu in quel luogo che nacque la prima Bet-el, cioè la casa di Dio. […] E in quella porta […] fu in quel punto che si trovarono le reliquie del  martire che poi vennero traslate nella cappella che fu nucleo originario della chiesa dove oggi à la cripta. […] porta, sempre serrata tranne il Venerdì Santo e in alcune ricorrenze. […] Sopra la porta centrale c’è invece un vaso, emblema tra i più densi di significati nell’iconografia cristiana e, forse […] raffigurava nella ricerca del Graal il percorso di purificazione dell’uomo. […] l’icona del calice non è inconsueta, poiché rappresenta il battesimo. E, nella parte superiore della facciata, troviamo l’altro sacramento centrale della vita cristiana, cioè l’eucarestia, sotto forma di una figura che mangia pesce. Più in alto ancora l’aquila dell’arte di Calimala, nel 1401 posta in sommità dell’edificio ad indicare che finanziava la comunità monastica (La Confcommercio ha come simbolo l’aquila che deriva proprio da quella di Calimala) […]. Anche all’interno della basilica il rapace di Calimala è ovunque per esempio sull’edicola di Michelozzo. Solo in due casi è, invece presente un’altra aquila, quella dell’Evangelista Giovanni: sul pulpito, nel presbiterio, essa sovrasta l’uomo di Matteo e il leone di Marco, manca, però, il toro di Luca: […] le ipotesi sono varie. Il toro potrebbe essere stato presente come sostegno per ceri pasquali, ma poi perso. Ma è possibile anche che venisse inscenato da chi leggeva, che tradizionalmente indossava un copricapo (mitra bicorne) con due corni che simboleggiano l’Antico e il Nuovo Testamento [….]. L’altra aquila quella di Giovanni affianca il Cristo Pantocratore  nel mosaico absidale: l’abside, rotondo, è il cielo [… ] e Cristo al suo centro sovrasta la terra, cioè il quadrato del coro. Nel mosaico sono anche animali come il pellicano (emblema di Gesù), il pavone (l’eternità), la fenice (la rinascita) e, accanto al figlio di Dio, sono l’alfa e l’omega, che rammentano come esso sia cardine del tempo e dello spazio. […]  All’esterno sono evidenti anche i diavoli: figure […] confinate dall’adiacente pesce di Cristo, e che verranno infine messe in fuga proprio dalla discesa della città Santa descritta nell’Apocalisse. San Miniato, lo stesso tempo remota ma visibile a tutta Firenze, è per essa la Gerusalemme celeste. […].”
(Tratto da: Riccardo Mostardini,  Corriere Fiorentino 25 luglio 2014

lunedì 20 aprile 2020

Piazza della Signoria

“E’ caratteristico dell’Italia, e più in particolare di Firenze, aprire Gallerie lungo le strade, per lo studio degli artisti l’ammirazione degli amatori, ed esporre nei luoghi pubblici e nelle vie principali i tesori di scultura che in altre nazioni costituirebbero il vanto dei re o sarebbero custoditi nelle collezioni imperiali. Di questi luoghi la Piazza del Granduca, a Firenze (un tempo detta Piazza Pubblica) è l’esempio più eclatante”
Lady Morgan (1819-1820)

domenica 19 aprile 2020

Cinema Edison

"Il primo cinema stabile d'Italia è nato a Firenze: si tratta dell'Edison di piazza della Repubblica, stesso nome della libreria che ha preso il suo posto, chiudendo (anche lei) a fine 2012. Fu inaugurato nel 1901 da Rodolfo Remobdini"
(Tratto da Il Reporter, dicembre 2013)

Oggi al posto dell'ormai chiusa libreria Edison, è aperta, dal 2014, un'altra grande libreria, la RED Feltrinelli.
RDF


venerdì 17 aprile 2020

La cucina di Caterina de'Medici

“[…] Nel settembre del 1533 Caterina si mosse da Firenze con un enorme corteo alla volta della Francia, accompagnata anche dallo zio, il Papa Clemente VII, con il suo seguito di gentiluomini, dame e cardinali. Il suo corredo era eccezionale, per quantità di capi e finezza di tessuti di lavorazione; aveva un vero patrimonio in gioielli, fra cui si trovavano le celebri “Perle Medici“, giudicate uniche per grandezza e perfezione. Caterina introdusse ala corte di Francia l’uso delle vasche da bagno e dei fazzoletti da naso. Tra le cose più preziose anche un sacchetto di fagioli, appena arrivati dall’America, oltre a prezzemolo, agrumi, sale e zucchero sbiancato. Il suo esercito di cuochi, pasticceri e scalchi, armati di una formidabile batteria da cucina, fece conoscere alla corte francese torte e pasticcini squisiti, l’abitudine di cucinare paperi e anatre all’arancia, i maccheroni, la carabaccia, o zuppa di cipolle, la salsa-colla l’antenata della besciamella, le crespelle, dalle quali sono arrivate le crepes. Vennero così gettate le basi della tua cucina francese.”
(Tratto da: L’esercito del gusto toscano, di Donatella Cirri, Informatore, giugno 2014)

“Questa strana parola – carabaccia – deriva dal greco karabos che significa “barca a forma di guscio”. Da qui il termine è passato al significato di “contenitore concavo”. Nel ‘500 la carabazada era la zuppiera e per estensione indicava anche la zuppa che ci stava dentro e proprio con questo termine la nominava Cristoforo Messisbugo nel suo famoso ricettario. [...]”.
(Tratto da: http://www.ricettedicultura.com/2012/02/carabaccia-la-zuppa-di-cipolle-alla.html , dove si può consultare la ricetta)

martedì 14 aprile 2020

Il pievano Arlotto

Chiesa dei Pretoni, Via San Gallo)
““Avanti, c’è posto!“. Dice più o meno così l’iscrizione che fece incidere sulla sua tomba il pievano Arlotto, un buontempone che non si smentì neanche al congedo finale. Vissuto nell’Quattrocento, fu per sessant’anni parroco di una chiesetta a Pratolino, ma viaggiò a lungo per l’Europa come cappellano sulle navi mercantili fiorentine, incontrando papi e re. Tipo gioviale, battuta pronta, occhio lungo per gli affari, sapeva stare al mondo. Non fu uno stinco di santo, assecondava le sue debolezze di uomo e alla taverna andava volentieri. Furbo, come si usa dire mangiava il fumo alle schiacciate, se la cavava in ogni occasione. Si racconta che una sera a cena da Carlo de‘ Medici, legato apostolico in Toscana, ci fosse un vinello spettacolare. Il Pievano beveva di gusto tanto che i commensali si scambiavano occhiate divertite. Arlotto se ne accorse. “Sono venuto oggi da Pisa su per l’Arno - disse a un certo punto - con una barca che portava sale. Ho dormito su quei sacchi che mi hanno tanto risecco dentro, che non mi leverò la sede prima di otto giorni.” […]”-
(Silvia Lagorio, Corriere Fiorentino)

lunedì 13 aprile 2020

Piazza Alberti

“[…] La piazza, generata nel 1911 dall’abbattimento del grande ufficio daziaria- era nota infatti fino ad allora come “Barriera Aretina“- ha ben poco della piazza, dato che non vi è un luogo al suo interno dove sia possibile restare, e pare anzi un memento del caos della metropoli contemporanea anche per le difficoltà che impone al pedone: attraversarla, per come si sovrappongono pongono le varie direttrici, non è mai impresa banale. L’intitolazione dunque di una simile luogo a Leon Battista Alberti, homo universalis, le cui competenze andavano dal commento ai Vangeli alla fisica (fu inventore della bomba per misurare la profondità del mare), dall’ottica, (la camera oscura), alla letteratura, ma che fu anzitutto architetto e decoratore, appare curiosa. Lo stesso Bargellini, già sindaco di Firenze ed esegeta della toponomastica, scriveva “non si sa per quale triste sorte a un tal cultore della grazia e dell’armonia sia stata intitolata la piazza più sgraziata e disarmonica della città”. La spiegazione più probabile è che solo nel 1911 ci si accorse che ancora mancava una intitolazione albertiana in città e si tappò il buco come si poteva.  la biografia dell’Alberti ci viene aiuto: pare infatti che, pur predicatore dell’armonia delle sue opere, egli fosse un brutto in grado di piegare ferri di cavallo con una sola mano tanto scomposto nelle movenze quanto lo è oggi la piazza […]”.
(Tratto da: Vanni Santoni,  Corriere Fiorentino, 12 ottobre 2014)

domenica 12 aprile 2020

Il Cimitero della Misericordia di Via degli Artisti

“[…] Il cimitero della Misericordia detto è anche dei Pinti perché costruito poco fuori da allora esistente porta a Pinti nel 1747 per volere dei Lorena, per raccogliere i defunti dell’ospedale di Santa Maria Nuova. Nei primi decenni dell’Ottocento venne ceduto alla Misericordia, che lo ristrutturò creando un contesto di pregio architettonico in stile classico con due loggiati semicircolare uniti da una cappella, a cui fu poi aggiunta una facciata e due celle laterali. Ripresa l’attività nel 1839, nel tempo il cimitero della Misericordia si è arricchita di monumenti e opere d’arte che lo rendono una straordinaria testimonianza culturale della Firenze ottocentesca. Molti personaggi illustri sono sepolti qua: tra i tanti, il Primo Ministro del Granducato Baldasseroni, l’architetto De Fabris, il medico Barellari. Oltre ai nomi celebri, il cimitero ospita circa 4000 confratelli di ogni ordine e grado, nonché coloro che altrimenti non avrebbero avuto degna sepoltura di cui laMisericordia, secondo i propri principi ispiratori, si è fatta carico fino al 1898, anno di chiusura della struttura. […]”.
(Testo di Fanni Beconcini, in Il Reporter, ottobre 2015)

mercoledì 8 aprile 2020

La prima edizione italiana di Topolino fu pubblicata a Firenze

“[…] Era il 1932 quando l’editore edicolante, fiorentino, Giuseppe Nerbini, decise di lanciarsi nell’avventura di dare alla luce la prima edizione italiana di Topolino, coinvolgendo Collodi nipote, ovvero Paolo Lorenzini, nipote, appunto, del creatore di Pinocchio. Al terzo numero il fumetto venne sostituito con Topo Lino a causa dei mancati diritti  d’autore. Tante in questi anni le storie ambientate a Firenze e in altre città. […] Messere Papero: era il 1983, e la prima tavola di Messer Papero e il ghibellino fuggiasco (n. 1425) vedeva Paperone e nipote volare sopra piazzale Michelangelo, in procinto di <<vivere una lunga avventura nel presente e nel passato>>.
Da lì, per sette uscite (con relative copertine dedicate alle tradizioni toscane), prese vita la storia del mercante di lana che, per aver dato rifugio all’Alighieri, fu esiliato da Firenze, e fuggì portandosi solo <<un barile d’acqua d’Arno>> che, in realtà, conteneva i suoi fiorini. Col pretesto dell’esilio, i paperi visitarono tutte le grandi città toscane. […]”
(Tratto da: Topolino a casa nostra, di Riccardo Mostardini, in il Corriere Fiorentino del 22 maggio 2013)

“[…] Per l’intuizione di Giuseppe e Mario Nerbini, che nel 1932, 80 anni fa, pubblicarono il primo numero di Topolino e due anni dopo dettero vita all’Avventuroso, una testata che rivoluzionò la comunicazione e linguaggio - “chi sei? Mandrake?“ - È che nell’Italia semi-analfabeta di allora vendeva qualcosa come 500.000 copie settimanali. Tutto iniziò con Topolino e poesia in rima baciata (le nuvolette arriveranno solo dopo). […] Era il Capodanno 1932 e il primo numero fu stampato in 30.000 copie facendo partire da via Faenza il fenomeno che ha influenzato la vita di tutti gli italiani […]. E la pubblicazione crebbe il numero di copie e nel successo. […] Le pressioni politiche però andarono di pari passo con il successo del fumetto e forse per questo il fascistissimo Mario Nrrbini, nel 1935, dopo 136 numeri, cedette la testata alla Mondadori che continuerà le pubblicazioni, eludendo il tentativo del regime di bloccarlo nel mio 1938 […]. Giuseppe Nerbini era stato un semplice edicolante, poi trasformatosi in distributore di giornali e quindi in editore e quando morì improvvisamente nel 1934, fu il figlio Mario che prese il timone dell’azienda e concretizzò il progetto dell’Avventuroso. Il nuovo albo fece conoscere Mandare, Flash Gordon, l’Uomo Mascherato, Cino e Franco e contribuì alla definitiva consacrazione del fumetto italiano, prima di essere ceduto nel 1943 anch’esso alla Mondadori. [...].”
(Mauro Bonciani - Corriere Fiorentino del 28 novembre 2012)

lunedì 6 aprile 2020

Modi di dire: “Portar cavoli a Legnaia”

“L’antico borgo di Legnaia, formatosi lungo la via Pisana, distante circa tre miglia dal centro di Firenze, fin da prima del Mille era denominato Legnaria. […] Il borgo, dal 1225  detto legnaia, trae il suo toponimo dall’ammasso di legna accatastata che sin da tempi remoti ivi si faceva. I tronchi d’albero, arrivati sia attraverso la corrente fluviale, sia per strada, oltre ad aver originato il nome della selvotta località, ne consentirono lo sviluppo, dando lavoro ad artigiani legnaioli come falegnami, bottai, segatori e bobulici (conduttori di carri trainati da buoi), nonché numerosi mercanti di legname impiegato per tutti gli usi ma, soprattutto, per le costruzioni. Il borgo caratterizzato anche da orti, casette di ortolani e povera gente, era inoltre assai famosa per la produzione di ortaggi ed in particolar modo dei cavoli, tanto da generare il proverbio “Portar cavoli a Legnaia”, ad indicare l’inutilità di recare una cosa in un luogo ove la si produceva in abbondanza. […]”.
(Tratto da: I cavoli di Legnaia, di Luciano e Ricciardo Artusi, in Il Reporter, ottobre 2016)

sabato 4 aprile 2020

Villa Arrivabene

“[…] Villa Arrivabene risale al periodo medievale ed ebbe, nel corso del tempo, moltissimi proprietari. Nel 1427 appartenne alla famiglia dei Gianfigliazzi, nel 1503 fu acquistata dai Soderini. Fu ampliata con altri terreni, confinanti con i poderi già in possesso della villa, e la proprietà fu chiamata “orto de’ Soderini“ o “il Giardino“. Nel 1615 fu acquisita da Bartolomeo Bourbon del Monte, Marchese di Piancastagnaio. Con la famiglia Bourbon del Monte, Villa Arrivabene si presentava così: un lungo viale alberato conduceva all’ingresso (lato di via Scipione Ammirato) di un grande palazzo con stanze destinate agli ospiti e con un salotto denominato “salotto giallo“, dal quale era possibile ammirare il giardino a sud della casa. C’erano anche un salone per i pranzi, un grande camino di marmo, le cucine che si trovavano nell’ala orientale che fu demolita nel 1951, le cantine, la scuderia e un ampio cortile. Il primo piano era destinato agli ambienti più importanti, ricchi di dettagli e decori, mentre il secondo era adibito alle stanze della servitù. […] Nel 1864 Emilio Fiorini, ricco commerciante, decise di acquistarla poi di restaurarla. Villa Arrivabene passò poi alla figlia che si sposò con il conte Silvio Arrivabene Valenti Gonzaga, da cui deriva l’attuale nome. Nel 1941, riconosciuta l’importanza storica dell’edificio, fu vincolata dal Ministero per l’educazione nazionale mediante provvedimento notificato  Emilio Arrivabene, figlio di Virginia e proprietario dello stabile.
[…] I Bourbon del Monte fecero realizzare uno stanzone per gli agrumi per raccogliervi le piante coltivate. Si contavano ben 153 piante di agrumi. Il giardino era splendido, racchiudeva tante verità di fiori e contava la presenza di salice, pergole di uva e alberi da frutto. Il tutto veniva irrigato attraverso conduttore conduttore di terra cotta da canne di piombo.”
(Tratto da: Valentina Veneziano, Il Reporter, settembre 2016)

lunedì 30 marzo 2020

Piazza della Passera

“ Detta da sempre piazza della Passera dal popolo, è stata riconosciuta ufficialmente con tal nome dall’amministrazione comunale con espressa deliberazione soltanto nel 2005. [...]. Fu creata all’inizio del XX secolo con l’abbattimento di un edificio ad opera di un benefattore inglese che volle dare maggior aria e luce ad un dedalo di viuzze che ancora oggi caratterizzano questa parte della città. In un primo momento la piazzetta prese il nome dalla famiglia Sapiti che abitava nei pressi, ma il popolo la chiamò con il nomignolo di passera (a Firenze sinonimo dell’organo genitale femminile) in quanto pare ci esistesse un noto  bordello ed un altro assai prossimo e più economico, nella vicina via dei Vellutini. Una seconda ipotesi riguarda l’origine del toponimo, farebbe riferimento ad un evento accaduto nel 1348: in quell’anno alcuni bambini del quartiere mentre giocavano per strada, trovarono una passerottina stremata e morente, credendo fosse stata vittima di una sassata di qualche monellaccio o dell’aggressione di un felino, cercano di salvarla con l’aiuto anche degli abitanti del rione. La storia finì tragicamente, perché , si disse, che il volatile era malato di peste nera e quindi portatore della tremenda infezione arrivata anche in Italia (1347-1353) [...], il terribile flagello portò in pochi mesi, alla morte di 40.000 fiorentini su 96.000 ed al conseguente crollo della potenza economica della città.
Testo di Luciano e Ricciardo Artusi, in Il Reporter del settembre 2016)

sabato 28 marzo 2020

Paolo Mantegazza fondatore del Museo di Antropologia e Etnologia di via del Proconsolo

“La nascita del Museo di Antropologia e Etnologia, avvenne ufficialmente con decreto ministeriale del 28 novembre 1869. […] Fino a quella data l’Antropologia non era contemplata tra gli insegnamenti accademici ed è a Paolo Mantegazza (1831-1910), fondatore del Museo della prima cattedra di Antropologia in Italia, che si deve il merito di aver assegnato dignità scientifica questa disciplina. Paolo Mantegazza medico lombardo, frequentò Firenze in quanto deputato alla Camera, eletto nel collegio di Monza. Si innamorò presto di questa città, e anche dell’Istituto di Studi Superiori che, sebbene di recente fondazione, poteva contare su eccellenti figure di docenti competenti e appassionati. Paolo Mantegazza  […] laureato in medicina all’università di Pavia nel 1854, aveva viaggiato per quattro anni in Sudamerica, esercitando la professione medica. Il soggiorno fu determinante per strutturare l’idea di uno studio sistematico del genere umano, derivata dalla varietà di popoli con cui entrò in contatto in Argentina, Paraguay e Brasile. […] Parallelamente, come medico, mostra curiosità verso l’impiego di nuove sostanze, prima tra tutte la coca, che utilizzò a scopo terapeutico, perfino su di sé. […] Nel 1858  ritornò in Italia e ottenne l’insegnamento di Patologia generale Università di Pavia. Tuttavia i suoi interessi si andavano concentrando sempre di più sulle scienze naturali, in particolare sullo studio dell’uomo, dal punto di vista culturale e fisiologico. Firenze sembrò a Mantegazza il posto migliore per costruire e impostare gli studi di Antropologia, incoraggiato dal professor Pasquale Villari, che lo accolse all’Istituto di Studi Superiori dichiarando che “l’Antropologia è la prima pagina della storia”. […] venne istituita la prima cattedra di Antropologia del Regno e Mantegazza chiese e ottenne anche la fondazione del Museo di Antropologia, come strumento per esporre a un pubblico incuriosito la diversità, fisica e culturale, dei popoli della terra. Contemporaneamente alla cattedra e al museo fondò anche la Società italiana di Antropologia e Etnologia […].”
(Trato dall’opuscolo del Museo, testo di Maria Gloria Roselli)

venerdì 27 marzo 2020

La Biblioteca Palagio di Parte Guelfa

“La Biblioteca Palagio di Parte Guelfa trova la sua collocazione all’interno dell’antica chiesa di Santa Maria sopra Porta (poi detta di San Biagio). La Chiesa, come indica il nome, era in origine ubicata presso la porta meridionale del primo cerchio delle mura medievali. Fu nel tempo più volte ricostruita e rimaneggiata. L’edificio, privo oggi della parte absidale e ridotto ad un puro involucro di mura, rivela nella facciata romanica una data azione che risale al XII-XIII secolo. […].
La storia della Chiesa è strettamente legata a quella dei Capitani di Parte Guelfa, che li si riunivano in consiglio ed a quali, nel 1410 fu concessa in patronato perpetua. Nel 1786, a seguito della soppressione dei conventi, l’edificio fu ceduto  alla Comunità di Firenze. Fu spogliato dei suoi arredi, che furono dispersi e venduti, e utilizzato prima come magazzino di deposito dei carri per la corsa del Palio, poi come caserma dei pompieri. Dal 1923 al 1944 è stato sede del Gabinetto Vieusseux e successivamente dell’Università Popolare,
L’unica testimonianza che oggi rimane della ricchezza decorativa dell’antica chiesa e la cappella di San Bartolomeo. Questa si apre sul lato sinistro della navata con la muratura aggettante verso l’esterno sul vicolo di San Biagio. Fu fondata l’8 gennaio 1345 per volontà di Federigo di Bartolo Bardi, canonico e priore di quella chiesa, e membro di una delle più ricche e influenti famiglie fiorentine. Le scene, anche se in forma frammentaria, e decorazioni che sono riemerse a seguito di un recente restauro, insieme a ritrovate cromie, ci restituiscono un piccolo ambiente di grande suggestione. Qui il ricordo dell’importante Scuola Giottesca, fiorita Firenze nel Trecento, rivivere l’imponenza delle figure rimaste e nei frammenti di architetture dipinte, riconoscendo, nello stile intenso e serrato, modi collocabili nell’ambito di Maso di Banco. […]”
(A cure dei servizi: Belle Arti e Biblioteche del Comune di Firenze - Testo di Laura Lucchesi)

giovedì 26 marzo 2020

La scuola in Italia a cavallo di due secoli

“[…] Prima dell’Unità d’Italia, i bambini che andavano a scuola erano solo una minoranza: quasi la metà nel Regno di Sardegna, circa un quinto in Toscana e nello Stato Pontificio, ancora meno nel Regno delle due Sicilie. Ogni maestro doveva occuparsi di un numero di bambini che andava dai 70 agli oltre 100. Il risultato è che la maggioranza delle persone nate in Italia prima del 1850 era alfabeta: a saper leggere e scrivere era un po’ meno della metà dei maschi e circa un quinto delle femmine. Gli altri non erano in grado neanche di fare la propria firma: se proprio c’era bisogno, sgorbiavano una x. All’inizio dell’ 900, mezzo secolo dopo unità d’Italia, la situazione delle scuole elementari è ancora critica come emerge dalle relazioni ministeriali. Nonostante le leggi sull’obbligo scolastico, un quarto di bambini continuano a non frequentare la scuola; le aule sono per la gran parte in pessime condizioni; maestre e maestri non sempre così competenti. Spesso usano anche loro il <<dialetto un misto di dialetto lingua letteraria>> insegnano la lingua <<soltanto nel tempo dato alla lettura e alla dittatura, grammatica e alla composizione>> […]”.
(Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Mondadori, 2018)

domenica 22 marzo 2020

La Bellezza di Firenze

“Il Palazzo del Comune mi si leva davanti, mozzandomi il fiato con la sua mole marziale....."

“Il Palazzo del Comune mi si leva davanti, mozzandomi il fiato con la sua mole marziale e posso sentire sopra di me la sua grigia ombra pesante. Alta sopra le spalle dell’edificio dei merli aguzzi, la torre di scolta protende il collo robusto nella notte imminente. Ed è tanto alta che sono prese da vertigine se levo lo sguardo fino al suo capo munito. E mentre smarrito mi guardo intorno in cerca di protezione, una splendida e vasta loggia apre di fronte a me le sue ampie arcate: la Loggia dei Lanzi. Passo davanti a due leoni ed entro nella sua penombra, nella quale risale il marmo bianco delle statue.”
(Rainer Maria Rilke, 1898)

lunedì 16 marzo 2020

"Palazzo Pitti...."

"La porta si apriva su una grande stanza a forma di parallelogramma: aveva l’aria di una biblioteca privata, oppure di uno studio. C’erano tavoli, libri, carte geografiche, disegni e vari strumenti di lavoro. La biblioteca di palazzo, tuttavia, si trova in un’altra parte dell’edificio e contiene molte migliaia di volume, tra cui alcuni assai preziosi. La disposizione è una delle più indovinate, benché non la più imponente a vedersi dalle biblioteche di mia conoscenza. Il Granduca era solo, all’estremità di un lungo tavolo coperto di disegni e piante delle Maremme: una parte dei suoi territori che, si dice, egli è attualmente molto occupato a bonificare. Quando entrai si avvicinò e mi diede un benvenuto molto civile. Gli feci miei complimenti, e gli offrii un libro che mi ero fatto stampare a Firenze."
(James Fenimore Cooper, 1828)

lunedì 9 marzo 2020

Quando il maestro Carducci salutava con....elleno (plurale di ella) le sue allieve.....

“[…] Siamo a Firenze, nella seconda metà dell’Ottocento. Sui banchi ci sono solo ragazze: è una scuola femminile. Questa mattina tra di loro serpeggia una certa eccitazione. Si è sparsa la voce che sta per arrivare un nuovo maestro, giovane. Vedendolo entrare, però, prevale la delusione, E’ <<un giovane basso, tarchiato, senza cura fatto del modo di mettersi, con una selva di capelli neri ondulati e alti intorno alla fronte aperta, piccoli baffi>>; ha un <<passo concitato, le mani tozze, lo sguardo fervido e penetrante>>. Senza neanche salutare, <<con una voce e un tono tra l’aspro e il solenne, comincia:-<<Elleno adunque…“>>. A quelle prime parole, tutte scoppiarono a ridere. Il maestro, allora, rivolge verso i banchi suoi occhi fiammeggianti. Poi fissa una delle ragazze che proprio non riesce a smettere di ridere: ha ancora le labbra tremolanti e le lacrime agli occhi. <<Lo so che la avrebbe detto: “Sicché loro…“>>, la rimbrotta, <<ma è bene intendersi subito: qui si conviene aver rispetto alla grammatica>>. Quel maestro così severo era Giosuè Carducci; la cosa che più di ogni altra faceva ridere, perché già all’epoca suonava arcaica, era proprio quell’elleno. Vale a dire l’antico plurale di ella, destinato -come eglino,  plurale di egli - a uscire presto dall’uso. Se si pensa al fatto che loro (come lui e lei) continuerà a essere bandito a lungo dalla grammatiche, ci si spiega la grande fortuna che a scuola hanno avuto i pronomi soggetti essi ed esse. Per i quali, al plurale, non vale la regola prima di qualunque fondamento storico - che al singolare riserva esso ed essa ad animali o cose [...]”
(Giuseppe Antonelli, Il Museo della Lingua Italiana, Mondadori, Milano 2018)

domenica 8 marzo 2020

"Risciacquare i panni in Arno....."

“Il 29 agosto 1827, poco prima del tramonto, gli ultimi raggi di sole sbriluccicavano sulle acque dell’Arno. La serata si annunciava calda, come spesso nelle estati fiorentine, e i valletti davanti all’hotel delle quattro Nazioni si tolgono spesso il cappello per asciugarsi il sudore. Gli zoccoli dei cavalli prima e il cigolio dei freni poi. Al numero quattro di Lungarno Corsini, davanti a quello che era un tempo il palazzo Gianfigliazzi Bonaparte, si fermano due carrozze molto cariche. Uno dopo l’altro scendono Alessandro Manzoni, sua madre Giulia Beccaria, sua moglie Enrichetta Blondel, i loro figli Giulietta, Pietro, Cristina, Sofia, Enrico, Vittoria; poi quattro domestici, che si prendono subito cura dei numerosi bagagli. Tra lunghe soste in varie città (come Genova e Livorno, perché Enrichetta prendessi bagni di mare che le erano stati prescritti dal medico) e qualche incidente di percorso (come il ribaltarsi di una delle due carrozze lungo la discesa che costeggia il fiume Scrivia), il viaggio da Milano si è protratto più del previsto. La famiglia Manzoni, infatti, si era mossa da palazzo Belgioioso già il 15 luglio: qualche settimana dopo che la tipografia di Vincenzo Ferrario aveva finito di stampare il terzo e ultimo volume della prima edizione dei promessi sposi (la cosiddetta “ventisettana”). Dalla ventisettana Manzoni portava con sé parecchi esemplari: molti li vendette altri li regalò. Una copia l’aveva spedita, prima di partire, a sua altezza imperiale il granduca di Toscana, che - una volta in città - <<lo accolse con molta benevolenza, e lo volle seco a mensa>>(come scriveva la <<Gazzetta di Firenze>>).  Ma il momento chiave della spedizione fiorentina fu un altro. L’incontro con la comunità dei letterati toscani che si univa presso il gabinetto di lettura - così si chiamava all’epoca questo tipo di circolo -animato da Giovan Pietro Vieusseux, intellettuale di origine ginevrino. Lunedì 3 settembre Alessandro Manzoni si presentò alle 19 nella sede di palazzo Buondelmonti, in via Tornabuoni. Lì, nel giro di un paio d’ore, conobbe tra gli altri Pietro Giordani, Terenzio Mamiani e il conte Giacomo Leopardi (che aveva riferito di un romanzo <<molto inferiore all’aspettazione>>). Conobbe anche lo scienziato e linguista Gaetano Cioni e il drammaturgo Giovan Battista Niccolini: due figure decisive per la revisione del romanzo. “Ho settantun lenzuolo da risciacquare“, scriveva all’amico Tommaso Grossi il 17 settembre (scriveva proprio tra virgolette <<lenzuolo>>, anche se si riferiva ai primi fogli della nuova versione del romanzo): “un’acqua come Arno, e lavandaie come Cioni e Niccolini, fuor di qui non le trovo in nessun luogo“. Ma l’acqua dell’Arno non entusiasmava lo stesso modo a tutta la famiglia. La diciannovenne Giulietta, ad esempio cominciava ad annoiarsi di quel settembre piovoso di quella città in cui le uniche passeggiate erano <<Lung’Aarno cioè sulla riva dell’acqua gialla senza movimenti…>>. Fatto sta che, alla fine, si decise di ripartire prima del previsto. La mattina del 1° ottobre i Manzoni era di nuovi stipati nelle due carrozze, pronti a riprendere la via di Milano. La revisione del romanzo sarebbe continuata per corrispondenza. Tramite le lettere a Cioni, che cominciano già ai primi del mese: << di mano in mano che avremo raccolto un bel fascio di dubbi e d’ignoranze>>, scrive il 10 ottobre Manzoni, <<io lo spedirò a lei, perché ce li cambi in cognizioni: parole, locuzioni, termini d’arte, proverbii“. E poi-in una seconda fase-con l’aiuto della governante fiorentina Emilia Luti, che era arrivata a Milano nel 1838 come istitutrice in casa d’Azeglio. <<Madamigella Luti, gradisca questi cenci da lei risciacquati in Arno che le offre, con affettuosa riconoscenza, l’autore>>, avrebbe scritto Manzoni dedicandole una copia della seconda edizione dei Promessi sposi, pubblicata a fascicoli tra il 1840 e il 1842 (la cosiddetta <<quarantana>>). […]”
(Tratto da: Il Museo della Lingua Italilana, di Giuseppe Antonelli, Mondadori, Milano 2018)

sabato 7 marzo 2020

"Conosci Firenze?"....L'orologio al contrario e Paulo Coelho

“[…] Conosci Firenze?” Domandò il dottor Igor. “No.” Dovresti conoscerla, non è molto lontana dalla Slovenia. Beh, il mio secondo esempio si trova proprio lì. Nel Duomo di Firenze c’è un orologio bellissimo, disegnato da Paolo Uccello nel 1443. Ora, questo orologio presenta una curiosità: pur indicando le ore come tutti gli altri, ha le lancette che procedono in senso contrario a quello solito.”
“E questo che cosa c’entra con la mia malattia?”
“Adesso ci arrivo.  Nel creare quell’orologio, Paolo Uccello non voleva essere originale: infatti in quel periodo esistevano orologi con le lancette che giravano in senso normale - quello che conosciamo oggi - e altre le cui sfere ruotavano al contrario. Per qualche motivo sconosciuto, forse perché Il duca aveva un orologio con le lancette che giravano nel senso che oggi consideriamo ‘giusto’, l’orologio di Paolo Uccello divenne un’aberrazione, una follia. […]”
(Tratto da: Paulo Coelho, Veronica decide di morire)

martedì 3 marzo 2020

Il cancello de "Le Sorelle Materassi"?

A metà di via D’Annunzio, appena dopo lo slargo su cui si immette via Benedetto da Maiano, sulla destra, uscendo dalla città, si può notare un ingresso con due colonne, sopra queste due colonne due leoni in terracotta.
Che questo ingresso sia lo stesso descritto da Aldo Palazzeschi ne “Le Sorelle Materassi”? La questione non è certa, ma la descrizione dei luoghi, da parte di Palazzeschi che di seguito riporto, tratta da un’edizione del 1934, sembrerebbe che questo luogo abbia fortemente ispirato l’autore fiorentino:
“[…] Santa Maria a Coverciano non è nemmeno un paesello ma un popolo, e per popolo si intende quel nucleo non costituito di per sé in ente civile ma tenuto in unione spirituale da una parrocchia. A rigore si potrebbe formularvi una larva di paese; una specie di piazza a sghembo si forma un crocicchio di strade dov’è un convento di francescane cinto da mura altissime che mostrano nell’angolo sotto un tettino rustico, l’effige di San Francesco scolpita, nel marmo [...] poi c’è una villa sempre chiusa, cinta da un muro rotondo, molto arretrata e circondata da grandi piante, che sta, come una vecchia mamma in poltrona, con la sottana ampissima e la scuffia. E davanti, quasi sulla strada, un villino moderno, civettuolo, sfacciato, che guarda, come la nuora petulante e dispettosa, la suocera austera e brontolona e le fa schizzare, come dita negli occhi, le rose da un cancelletto bianco atto, più che a nasconderlo a metterlo in vista. [...] La strada maestra che attraversa queste costruzioni formandoci il largo descritto, conduce da Firenze al Ponte a Mensola e a Settignano, e si chiama la via Settignanese; e l’altra più piccola, che scende tra la villa il convento delle francescane, porta invece a Majano, alle sue cave e alle sue ville magnifiche. [...] E ora che vi ho alla meglio descritto il circostante paesaggio, incomincerò annotare con voi quali siano le cose che colpiscono a prima vista la nostra curiosità osservando quella assieme di case che si chiama Santa Maria a Coverciano. Oltre al passaggio di troppe cose che lo riguardano a volo, e meglio sarebbe dire che mai lo riguardano e nello spirito di cui già abbiamo discusso, e che noi non riguardano per nessun conto ferma la nostra attenzione è una cosa che lo riguarda davvero da vicino, anzi nel cuore, ed è il sostare frequente di automobili signorili al cancello sempre aperto a metà della casa già accennata e destinata ad assorbire tutte le nostre mire. [...] E avviene altresì, che fermandosi a colpo nei pressi della casa una di queste macchine, la dama o il conducente chiedano a una donnetta o ad un fanciullo che si trova nel mezzo della via un’informazione, sempre la stessa: “le sorelle Materassi? Sa dirmi? Dove sono? Dove stanno?“. E non ne hanno pronunziato il nome che tutte le mani si allungano senza esitare, indicando decise il cancello bianco mangiata dalla ruggine, sempre aperto a metà, e su cui pilastri seggono due leoni di terracotta che superano in dimestichezza tutti gli animali da cortile. E, e sembrano piuttosto due vecchie in conversazione estiva crepuscolare, con le bocche devastate semi aperte per l’afa il respiro greve. […].”
Dopo tutto questo luogo era già legato alla storia della letteratura, infatti, sul muro dell’abitazione adiacente al cancello, una targa ricorda che in quegli ambienti, che furono già di un convento di francescane, una volta trasformati in civili abitazioni, ospitarono Leigh Hunt e Charles Armitage Brown, poeti inglesi che soggiornarono a Firenze tra il 1823 ed il 1825.
(Foto e testo di Roberto Di Ferdinando)

lunedì 2 marzo 2020

domenica 1 marzo 2020

sabato 29 febbraio 2020

martedì 25 febbraio 2020

Campanile di Giotto

[…] Sul Campanile, come Goethe ebbe sicuramente modo di notare, ci sono piccoli bassorilievi, di Andrea da Pontedera e altri, che rappresentano l’Agricoltura, la Metallurgia, la Tessitura, la Legge, la Meccanica, e via discorrendo: un sistema di politica economica scolpito ed esemplare. Ogni aspetto di Firenze, dal più grande al più piccolo, ribadisce l’immanenza della legge. […].”
(Mary McCarthy)

martedì 18 febbraio 2020

"I giardini di Boboli non sono grandi, eppure ci si meraviglia...."

“[…] I giardini di Boboli non sono grandi, eppure ci si meraviglia di come la piccola e compatta Firenze possa trovare posto per loro all’interno delle mura. Essi sono tuttavia distesi, in tutta la loro estrema, romanticissima e felice posizione, su una serie di ripide balze tra lo scabro palazzo a terrazze e un tratto di cinta muraria ancora in piedi, e l’irregolarità del terreno le rende ancor più grandi di quanto appaiano.
Vi si può coltivare la fantasia di un carattere solenne e ricco di presenze, di qualcosa di debole e incerto e perfino, se volete, di tragico, nel loro sorriso fisso, di circostanza; come se dall’immenso monumento che incombe su di loro esse mutuassero grevi memorie e rimpianti. […]
(Henry James)
(Tratto da “Ho visto Firenze”a cura di apt Firenze)

martedì 11 febbraio 2020

Modi di dire: “vuole altro?” “Altro. Grazie”

Da bambino, oltre quarantacinque fa, accompagnando mia madre a fare la spesa (da Tito in Via Arnolfo, od alla Coop di via Gioberti - dove oggi c’è l’Oviesse), al banco della gastronomia, quando il commesso aveva incartato quanto richiesto, arrivava la consueta ed attesa domanda: “Vuole altro?” E mia madre, se aveva preso quanto desiderava, rispondeva: “Altro. Grazie”. Questa risposta la sentivo spesso anche dai clienti che ci precedevano o ci seguivano nell’essere serviti. Significava: “Grazie, ma non voglio altro”. Per anni ho dato per scontato che fosse una frase corretta per comunicare che non era richiesto più altro. Invece, dando tale risposta anche io nelle mie spesi rionali, mi accorsi, quasi come un’illuminazione, che “altro” significa, significherebbe, “ancora altro”, ma questo non vale per le spese di molti fiorentini. Forse, ipotizzo, questa risposta nasce da una semplificazione e riduzione di: “Grazie, ma non voglio altro”. Quindi, ricordiamoci, a Firenze, se durante un acquisto, ci viene chiesto se vogliamo altro, possiamo rispondere, non desiderando altro, con: “Altro. Grazie”.
Testo di Roberto Di Ferdinando

venerdì 7 febbraio 2020

Viene conservato a Firenze l’archivio di Ettore Bernabei



I 60 diari per oltre 4.000 pagine saranno catalogate
e trascritte dall’Associazione Arcton
(Archivi di Cristiani nella Toscana del Novecento)



Viene conservato a Firenze l’archivio di Ettore Bernabei (1921 – 2016), il direttore generale della Rai, fondatore della società di produzione televisiva Lux Vide e figura di primo piano nella vita politica e culturale italiana del secolo scorso. Lo ha annunciato stamani, in una conferenza stampa nella sede di Fondazione CR Firenze, il figlio Marco, a nome di tutta la famiglia, consegnando idealmente la documentazione all’ Associazione ARCTON (Archivi di Cristiani nella Toscana del Novecento) che ne curerà la catalogazione e la trascrizione in collaborazione con la Fondazione Giorgio La Pira. L’ operazione è stata resa possibile dal contributo di Fondazione CR Firenze (di cui Bernabei è stato socio fino alla sua scomparsa), della Regione Toscana e del Comune di Firenze. Oltre ai relatori sono intervenuti il figlio Andrea e la nipote Giulia Minoli e, a sorpresa, è giunto anche il sindaco Dario Nardella che ha voluto complimentarsi con i familiari per la scelta che hanno fatto e che ‘’onora tutta la città’’.  

Si tratta di un eccezionale patrimonio di informazioni e commenti su un quarantennio di storia italiana raccolto in una sessantina di diari e in altro materiale per un totale di quasi 4.000 pagine che l’Associazione ARCTOM custodirà nella propria sede presso la Madonnina del Grappa (Via delle Panche 30) con l’assistenza e la collaborazione della Soprintendenza Archivistica per la Toscana. Gli eredi hanno anche chiesto che si possa pubblicare almeno un primo volume entro la fine di quest’anno dato che nel 2021 cade il centenario della nascita di Ettore.

La conservazione a Firenze di questa ricca documentazione è dovuta ai forti legami che il manager ha sempre mantenuto con la sua città e, in questo contesto, è stato ritenuto importante che sia nata proprio a Firenze l’ Associazione ARCTON che già custodisce gli archivi di numerose personalità della storia cittadina del secolo scorso. Tra questi, Renzo Rossi, Danilo Cubattoli, Ajmo Petracchi, Giampaolo Meucci, Raffaello Torricelli, Paolo Giannoni. L’associazione resta la depositaria e custode del materiale e curerà a proprie spese il condizionamento e la custodia. La fase di catalogazione sarà affidata ad un team di borsisti dotati delle competenze scientifiche necessarie e coordinati dall’ archivista Carlotta Gentile, sotto la supervisione di un comitato scientifico presieduto dal prof. Piero Roggi, già ordinario di Storia del Pensiero Economico presso l’Università di Firenze. Il professore è anche autore di numerosi saggi di carattere storico ed economico ed è stato il supervisore scientifico del progetto di edizione dei diari di Amintore Fanfani.

‘’La Fondazione - ha dichiarato il suo Presidente Luigi Salvadori - ha aderito con convinzione al progetto anche per onorare la memoria di un suo esponente autorevole. E’ stato infatti socio della Cassa di Risparmio di Firenze fin dal 1979 ed è diventato poi socio della Fondazione, dalla sua nascita nel 1992 alla sua scomparsa nel 2016. Siamo anche lieti che la valorizzazione del suo archivio possa consentire a dei giovani di perfezionarsi nel loro lavoro e di conoscere una grande personalità del nostro tempo’’.

‘’Portare a Firenze i diari di Ettore Bernabei è stato un obiettivo della Fondazione Giorgi La Pira – ha sottolineato il suo presidente Mario Primicerio - fin dal momento in cui la famiglia ha deciso di donare alla Fondazione la collezione completa delle annate del Giornale del Mattino da lui diretto dal 1951 al 1956. Ringrazio la Fondazione CR Firenze, la Regione Toscana e il Comune di Firenze per aver consentito che questo avvenisse’’.
‘’Ringraziamo la famiglia Bernabei – ha sottolineato il Presidente dell’ Associazione Arcton Piero Meucci - per la fiducia dimostrata nell’affidare a noi questo patrimonio che si unisce a quelli di altre importanti personaggi della storia fiorentina. Bernabei è stato una figura chiave nella storia italiana in generale protagonista efficace e discreto in tanti momenti di svolta ed è importante farlo conoscere anche alle nuove generazioni’’.
‘’Bernabei – ha evidenziato l’assessore alla cultura del Comune di Firenze Tommaso Sacchi - ha sempre conservato un grande legame con la sua città natale, Firenze, che l'ha insignito del più alto riconoscimento, il Fiorino d'oro, nel 2010, e dopo la scomparsa, nel 2017, gli ha intitolato il Largo che conduce alla sede regionale della Rai. Bernabei, uomo di rara intelligenza e generosità, ha contributo in modo decisivo a formare generazioni di professionisti e ad unire culturalmente l'Italia attraverso tanti anni di direzione lungimirante della nostra televisione pubblica. Siamo onorati che i suoi scritti e il suo lascito intellettuale rimangano a Firenze e da qui siano tramandati al mondo’’.
SCHEDA UNO – ASSOCIAZIONE ARCTON
ARCTON è una onlus che custodisce, sistema, ordina e cataloga gli archivi di eminenti figure del mondo cattolico fiorentino e toscano del Novecento. Soci sono prevalentemente gli eredi di tali figure che hanno concesso in deposito gli archivi dei loro familiari perché possano essere ordinati e messi a disposizione di studiosi e interessati in condizioni ottimali quanto alla qualità scientifica dell’ordinamento e della catalogazione e alla sicurezza dei dati in essi contenuti. Il primo presidente dell’Associazione, nata nel 2012, è stato il cardinale Silvano Piovanelli. L’attuale presidente è Piero Meucci figlio di Gian Paolo, l’archivista è Carlotta Gentile. La sua sede si trova presso la Madonnina del Grappa (via delle Panche, 30 - Firenze) ente con il cui responsabile don Vincenzo Russo, ARCTON ha firmato una convenzione e un accordo di collaborazione e scambio di servizi. Negli anni dalla sua fondazione, ARCTON ha proceduto alla presa in carico di archivi di grandi dimensioni dei seguenti personaggi: Don Ajmo Petracchi, Gian Paolo Meucci,  Anna Ninci Meucci, Raffaello Torricelli, mons. Gino Bonanni, don Danilo Cubattoli, don Renzo Rossi, don Paolo Giannoni e ha avviato la prima fase della sua missione sociale che è quella dell’ordinamento e della catalogazione.
SCHEDA DUE – ETTORE BERNABEI
Ettore Bernabei (1921-2016), tra i suoi numerosi incarichi, è stato direttore de Il Mattino dell’Italia centrale poi Giornale del Mattino (dal 1951 al1956), pubblicato a Firenze e tra i più interessanti esperimenti politico-editoriali del dopoguerra nel settore dell’informazione giornalistica. Quindi ha diretto il Popolo, l’organo  della Democrazia Cristiana  (1956 – 1960) ed è stato direttore generale della Rai per 13 anni (dal 1961 al 1974). In quel periodo la RAI ha prodotto e trasmesso programmi entrati nella storia della televisione tra cui Tv7 e sceneggiati tratti da grandi opere letterarie come l'Odissea, i romanzi di Tolstoj, di Alessandro Manzoni, di A. J. Cronin. Furono realizzate serie tv come Atti degli apostoli per la regia di Roberto Rossellini; il Mosè; Gesù di Nazareth diretti da Franco Zeffirelli. Lasciata la Rai, nel 1974, fu chiamato a dirigere la società Italstat, una finanziaria a partecipazione statale specializzata nella progettazione e costruzione di grandi infrastrutture e opere di ingegneria civile. In quell'anno l'Italstat aveva un capitale sociale di 100 miliardi di lire ed un fatturato annuo di 450 miliardi di lire e quando, nel 1991, ne lasciò la presidenza, la società aveva un capitale sociale di 1.500 miliardi di lire ed un fatturato annuo di 6.000 miliardi di lire. Nel 1992 fondò a Roma la società di produzione televisiva Lux Vide, di cui fu, il primo presidente e che produce programmi e serie televisive trasmesse in tutto il mondo tra le quali Don Matteo, Che Dio ci Aiuti Un passo dal cielo e la serie I Medici.

giovedì 16 gennaio 2020

Un fiorentino padre dell’arte moderna thailandese

“[…] Caso emblematico è la storia di Corrado Feroci. Fiorentino, arrivò in Thailandia nel 1924 come medaglista e vi restò fino alla morte nel 1962. E’ riconosciuto come il padre dell’arte moderna thailandese, avendo fondato nel 1943 una scuola d’arte che sarebbe diventata la Silpakorn University. E’ noto in Thailandia come Silpa Bhirasri, nome che prese, insieme alla nazionalità thailandese, nel 1943 dopo l’armistizio dell’8 settembre. Un <<piccolo>> pegno che gli permise di essere liberato dalla prigione dove l’avevano confinato in quanto italiano, i giapponesi, che occupavano de facto il Paese.
La casa coloniale gialla dove Feroci risiedette per un decennio, oggi è visitabile, si trova un suo busto e vengono organizzate mostre d’arte e fotografia. Al piano terreno una deliziosa caffetteria attira turisti e giovani del posto con la sua specialità, caffè con ghiaccio e lemongrass. […]”
(Tratto da: La Bangkok italiana con il tocco magico dei nostri turisti, di Anna Munzio, Il Giornale del 12 gennaio 2020).


“Corrado Feroci nacque il 15 settembre 1892 a Firenze,[era figlio di Arturo, un anarchico che gestiva una piccola mescita di vini, e di Santina Papini. Fin da bambino fu appassionato d'arte e, contravvenendo alle aspirazioni dei genitori che lo volevano a collaborare nel locale del padre,nel 1905 si iscrisse all'Istituto d'Arte fiorentino di Santa Croce.[7] L'anno dopo gli fu assegnata la qualifica di modellatore e nel 1908 prese parte al suo primo corso di scultura. Per pagarsi gli studi, quell'anno iniziò a lavorare come praticante presso un laboratorio di medaglie. Nel 1911 terminò il corso di studi ed eseguì un bassorilievo in plastilina che fu presentato all'Expo 1911 di Torino. […]

La cerimonia di cremazione si svolse nel Wat Thepsirintarawas e fu pagata per intero dalla famiglia reale. Le sue ceneri furono in seguito trasportate a Firenze e inumate nel cimitero degli Allori a fianco dei genitori, dove si trova una lapide in marmo di particolare intensità emotiva raffigurante un Cristo morente, da lui realizzata in memoria del padre.Quando scomparve divenne ancor più popolare in Thailandia, i suoi allievi chiesero ed ottennero che nel cortile principale dell'università fosse eretto in suo onore un monumento, una statua in bronzo che lo raffigura eseguita da uno dei suoi discepoli preferiti. Ancora nel ventunesimo secolo gli studenti d'arte si inginocchiano davanti alla statua, offrono fiori ed accendono incensi, invocando la sua protezione per i loro studi. […]”
(Tratto da Wikipedia)