mercoledì 20 maggio 2020

Pellegrino Artusi, La Scienza in cucina (1891)

“[…] “Dopo l’unità della patria mi sembrava logica conseguenza il pensare all’unità della lingua parlata, che pochi curano e molti osteggiano, forse per un falso amor proprio e forse anche per la lunga e inveterata consuetudine ai propri dialetti“. La prima questione con cui Artusi si trova fare i conti è proprio quella dei diversi nomi che nelle diverse parti d’Italia si danno a ricette e pietanze. Un esempio tipico è la zuppa di pesce che su mar Tirreno si chiama cacciucco e sull’Adriatico brodetto. Artusi, romagnolo, sceglie di farsi - secondo l’insegnamento del Manzoni - al modello linguistico della Toscana e di Firenze (e fa precedere il suo libro da una Spiegazione di voci che essendo del volgare toscano non tutti intenderebbero). Quella zuppa, dunque, la chiama cacciucco; allo stesso modo parla di triglie, anche se “nella regione adriatica chiamansi rossioli o barboni“, e preferisce il nome di cicale e quello di canocchie. Cicale di mare, ovviamente: “sbucciate e dopo cotte e, messa a nudo la polpa, tagliatele in due pezzi, infarinatela, doratela nell’uovo frullato e salato, e friggetela nell’olio.” […]”
(Tratto da: Giuseppe Antonelli, il museo della lingua italiana Mondadori 2018 chiusa per)

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