martedì 20 giugno 2017

Il maggio fiorentino



“[…] Anche maggio è un mese buono, ma incerto; in maggio può piovere per giorni e giorni. Soffia un vento dispettoso e gli abiti pesanti già riposti vengono tirati fuori un’altra volta, spesso odorosi di naftalina. Maggio, però, è il <<mese>> classico di Firenze. Per uno straniero il viaggio ideale è trascorrere il maggio a Firenze, riproduzioni in cornice della Venere o della Primavera botticelliane si assiepano sui lungarni, a gara con tovagliette ricamate e oggettini in pelle, per i turisti stranieri.. la città collabora con il <<Maggio musicale>>, stagione di concerti e di opere che in realtà si inoltra fino alla fine di giugno, e il mercato dei fiori rallegra la Loggia del Porcellino con una profusione di piante da vaso e da giardino: begonie, petunie, gardenie, gerani, nasturzi. Sulle soglie delle ville fioriscono le azalee negli orci, e usignoli gorgheggiano a Fiesole e a Settignano. Dagli Abruzzi arrivano le cornamuse a Porta San Niccolò, e sempre dagli Abruzzi i mulattieri coi loro muli a spaccar legna nel Mugello.
Il maggio fiorentino ebbe il suo stuolo di pittori: Bernardo Daddi, Beato Angelico, Fra Filippo Lippi, Benozzo Gozzoli, Verrocchio, Botticelli: i floreali pittori amati dai vittoriani. L’idea comune che si ha dall’estero di Firenze –che, come tanti luoghi comuni, proviene dall’epoca vittoriana – è fondata appunto sulle loro opere. Né è un’idea del tutto sbagliata. Nella pittura fiorentina si distinguono due modi, così come in politica c’erano Guelfi e Ghibellini, Neri  e Bianchi. L’uno è severo, autunnale, maestoso, talvolta aspro o livido: pittura guelfa, potremmo definirla, che iniziò con Giotto e prosegue con Orcagna, Masaccio, Uccello, Andrea del castagno, Antonio Pollaiolo, Leonardo, Michelangiolo; l’altro modo è soave, fiorito, primaverile, pittura ghibellina che germinò in Siena e fiorì prima in Berbardo Daddi, poi nel Beato Angelico e nei suoi minori imitatori, successivamente in Fra Filippo Lippi, in Verrocchio e, finalmente, in Botticelli. […]”
(Mary McCharty, le pietre di Firenze, 1956)

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