mercoledì 24 luglio 2013

Modi di dire: “levar il vin (a’) da fiaschi!”

testo di Roberto Di Ferdinando

Quest’espressione è usata quando si è presa una decisione risolutiva su un fatto o nei confronti di una persona, quando finalmente si risolve una questione annosa, complessa e che provoca sofferenza, una scelta dolorosa, ma che va fatta, quindi anche quando ci si libera di una preoccupazione.
L’origine di questo modo dire è molto antica, lo troviamo nel settecentesco “Vocabolario degli accademici della Crusca”, ed era usato nelle campagne toscane fin dal Seicento, dove tale espressione nacque. Infatti, i viticultori prima di decidere se avviare alla vendita la loro produzione di vino, decidevano di assaporarlo e gustarlo, ma tale operazione richiedeva che il campione di vino fosse prima versato dai fiaschi. Dal risultato di quell’assaggio era presa la decisione se il vino era pronto oppure no per la mescita.
I fiaschi sono quelle bottiglie panciute e con il collo allungato, rivestite con strisce verticali di paglia perché trasportati a contatto l’uno accanto all’altro sui carri, non si rompessero (si veda il Carro Matto). Oggigiorno è raro vedre ancora il vino in tali bottiglie, infatti costi per produrle sono diventati molto alti.
La parola fiasco ha un’origine non ben definita: dal latino “vasculum”, diminutivo di vaso; oppure formatasi dalla radice “fla” cioè soffiare (recipiente di vetro soffiato dalla forma rigonfia); o dal greco “phialiske” diminutivo di fiala; od ancora da “flasca”, anticamente il recipiente, ma non in vetro, utilizzato per trasportate le fiale.
Da fiasco deriva la parola fiaschetteria, il luogo in cui era venduto, in fiaschi, il vino o dove ne avveniva la mescita, e infiascare: mettere il vino nei fiaschi.
RDF

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