venerdì 30 settembre 2016

Piazza della Signoria nelle pagine di Mary McCarthy

“[…] Questa piazza pare fatta apposta per la politica, e la sua forma si definisce pienamente solo quando la inonda un <<mare>> di elettori, infrangendosi contro i fianchi degli edifici e lambendo gli alti basamenti delle statue. In simili notti, oratoria e statuaria sembrano inseparabilmente congiunte, ed è davvero possibile che qualcosa del realismo della scultura fiorentina, particolarmente marcato nei selvatici Battisti di Donatello, risalga alle prime antiche pantomime o orazioni, potremmo dire, da arena. Uno dei tesori del Museo Archeologico è una statua in stile etrusco chiamata l’Arringatore (terzo secolo a. C.) che si crede rappresenti un certo Aulo Metello mentre parla alle folle.
Prima di una guerra, il popolo ascoltava una arringa bellicosa, e dopo una vittoria era abitudine dei fiorentini di far circolare versi infamanti sul nemico. Questa pratica, molto antica a Firenze, che risale alla conquista di Fiesole, fu in seguito copiata da altre città toscane. L’insulto era spesso anche mimato. Dopo la battaglia di Campaldino, nella quale combatté Dante, i fiorentini vennero nella città sconfitta di Arezzo, che era governata da un Vescovo guerriero, e gli buttarono dalle mura fetide carcasse di asini mitrati. […] I derisori del Savonarola, i delinquenti giovanili conosciuti come i <<cattivi compagni>>, imbrattarono di letame il pulpito del Duomo da cui egli predicava, vi appesero una fetida pelle d’asino e deposero grandi sputacchi sulla ringhiera dove il frate appoggiava le mani per far forza al discorso. Quattro o cinque secoli prima, la statua di Marte veniva coronata di fiori ogni mese di marzo se la stagione era buona e imbrattata di mota se non lo era. Questa <<rivincita>> sul dio (che secondo Davidsohn era in realtà una statua equestre dell’Imperatore Teodorico, m ai fiorentini non lo sapevano) è un altro esempio dell’estremismo fiorentino, della sua indole alternativa.
Le orazioni sulla piazza terminavano spesso in atroci tumulti, nei quali il popolo era fatta a pezzi. Nel 1343, dopo la caduta del Duca di Atene, un uomo fu preso a morsi e mangiato nella piazza dei Signori. Molto più tardi, dopo la sventata congiura dei Pazzi, pezzi di cadaveri, secondo machiavelli, furono conficcati su aste e sparsi per le vie, e le strade attorno a Firenze furono ricoperte di resti di carne umana. Si dice che le crudeltà commesse a Pistoia durante le lotte di frazione abbiano sorpassato quelle perpetrate a Firenze, e la pratica di <<piantare>> i condannati, cioè di seppellirli vivi, in piedi, nel suolo, era molto diffusa in Toscana nell’epoca medievale. […]”
(Mary McCarthy, Le pietre di Firenze, 1956)

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