venerdì 1 aprile 2011

Giovanni Fattori e i macchiaioli a Firenze

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Giovanni Fattori nacque a Livorno 6 settembre 1825, e giovanissimo dimostrò una grande passione ed abilità per il disegno, tanto che nel 1846 si trasferisce a Firenze per iscriversi all’Accademia delle Belle Arti di Piazza San Marco. Qui entra in contatto con giovani artisti e colleghi di studio, ma fondamentale per la sua formazione artistica fu la frequentazione degli ambienti intellettuali del vicino Caffé Michelangelo di Via Larga, oggi Via Cavour.  Firenze infatti, grazie al governo illuminato del Granduca Leopoldo II, aveva attratto vari letterati ed artisti da tutta la penisola, giunti in Toscana per studiare, frequentare i salotti intellettuali ed esercitare le loro professioni artistiche. Così il Caffé Michelangelo, intorno alla metà del secolo, divenne un importante ritrovo di studenti e letterati. Inizialmente i convegni furono goliardici, ma ben presto subentrarono incontri culturali; artisti ed intellettuali iniziarono difatti a discutere i nuovi indirizzi della cultura, attenti al fervore artistico che già attraversava le principali capitali straniere (oggi, al numero civico 21 di Via Cavour, una targa posta all’ingresso dell’allora sale del caffé ricorda così quei momenti: “In questo stabile ebbe sede il caffè Michelangelo, geniale ritrovo di un gruppo di liberi artisti che l’arguzia fiorentina soprannominò macchiaioli e le cui opere nate fra le lotte politiche e gli eroismi guerrieri del Rinascimento nazionale perpetuarono il lume della tradizione pittorica italiana, rinnovandone gli spiriti”). Nel 1855 infatti i pittori  toscani Serafino De Tivoli e Domenico Morelli, e il pugliese Saverio Altamura, avendo visitato a Parigi l’Esposizione Universale ed avendo scoperto la pittura di Corot e dei pittori di Barbizon, una volta rientrati a Firenze, relazionarono gli amici e i colleghi del Caffé Michelangelo su questo nuovo modo di fare arte; caratterizzata da una visione essenziale, oggettiva e realistica della vita e del quotidiano. Ben presto si convertirono a questa nuova visione artistica il veneto Vincenzo Cabianca, i toscani Cristiano Banti, Telemaco Signorini e il nostro giovane Fattori, che infatti propugnava una pittura atta a riprodurre “l’impressione del vero” ed antiaccademica. Non a caso Fattori già nel 1852 aveva deciso di abbandonare l’Accademia per iniziare un percorso artistico personale ed una carriera autonoma. Negli anni successivi altri artisti condivisero il movimento che stava nascendo nelle sale del Caffè; si ricordano infatti  Vito D’Ancona, Silvestro Lega, Giovanni Boldini e Federico Zandomeneghi, mentre fu il fiorentino Diego Martelli, critico e mecenate d’arte, ad avere un ruolo fondamentale nella stesura del manifesto critico del movimento. Nasceva così il movimento toscano detto dei Macchiaioli. Il nome fu usato in senso dispregiativo nel 1862 dal critico della fiorentina Gazzetta del Popolo che voleva sottolineare il rifiuto di questi pittori verso il disegno e la forma, a favore invece dell’effetto: macchia è infatti quello stadio della pittura in cui il pittore mette sulla tela, senza cura dei contorni, una serie di macchie di colore al fine di studiare l’effetto dei toni.
L’innovazione dei macchiaioli fu comunque in senso realista cioè a favore della bellezza del vero; il vero non disgiunto da un interesse sociale ben definito e da una scelta politica in senso democratico. Difatti i temi trattati dai macchiaioli nei loro quadri sono le scene di vita comune, dell’umile lavoro quotidiano, i ritratti ed i paesaggi naturali. Non mancheranno neanche le rappresentazioni pittoriche di scene di vita militare e delle battaglie risorgimentali a cui molti macchiaioli difatti parteciparono in prima persona.
L’esaltazione dei macchiaioli per ambientazioni pastorali ed agresti, rappresenta l’inizio di una moderna pittura caratterizzata dal contatto diretto con la natura. I macchiaioli vivranno infatti a stretto contatto con la natura, in particolare quella intorno a Firenze e della costa tirrenica. A Firenze raffigureranno gli orti, i campi e le rive dell’Arno della la zona detta Pergentina (oggi è rimasto nella topografia cittadina Via Piagentina), l’area subito fuori Piazza alla Croce, che si estendeva fino al Varlungo e risaliva il torrente Africo, allora attraversato da sei ponti, fino a San Gervasio.  Qui, in una distesa di orti e campagne, operarono principalmente Lega, Banti, Signorini e Morelli che diedero vita così alla Scuola di Pergentina. Erano soliti riunirsi sulle spiagge ombrose dove tuttoggi l’Affrico si immette nell’Arno, in prossimità dell’’inizio dell’attuale Lungarno del Tempio, dove difatti sotto un pergolato mangiavano il pesce fritto presso la “trattoria del Gobbo alla Bellariva”, denominazione ancora presente in alcuni esercizi commerciali della zona.
Una natura però che anche a Firenze iniziava a subire irrimediabili trasformazioni, difatti sono gli anni in cui la città vede le prime modifiche urbanistiche che si sarebbero completate alcuni anni più tardi con i grandi lavori del Poggi per Firenze Capitale.
Ma i macchiaioli per rappresentare la Natura si spingeranno anche fuori Firenze, ecco così nascere la stagione di Castiglioncello, località in cui erano ospiti del Martelli, che in zona aveva alcune residenze di famiglia. Qui i macchiaioli sperimenteranno la pittura “en plain air” nascono qui i dipinti e disegni, tra cui numerosi quelli di Fattori dedicati alle marine e alle amate coste livornesi e maremmane.
Ulteriori temi trattati dai macchiaioli  furono quelli contemporanei della storia risorgimentale, celebri sono infatti i quadri di Fattori in cui rappresenta scene militari e di combattimenti, ma ponendo l’attenzione, ecco la novità del messaggio macchiaiolo, sempre sui vinti, dando risalto difatti alla sofferenza umana per celebrare in maniera antieroica le conquiste e gli obiettivi della politica sabauda. Infatti Il nuovo Regno d'Italia (1861) non corrispose mai alle aspettative e agli ideali del Risorgimento per cui gli stessi macchiaioli avevano creduto e combattuto e l’originario entusiasmo di rinnovamento e riscatto sociale annegherà ben presto, specialmente nei dipinti di Fattori, nel rimpianto e nella rassegnazione.
Nel 1865 l’Esposizione Nazionale di Firenze raccolse a Firenze molti artisti e segnò il trionfo del realismo compreso quello macchiaiolo, ma già sul finire degli anni sessanta la stagione dei macchiaioli si concluse, prendendo invece sempre più piede il naturalismo toscano. Fattori e Signorini svilupparono così un proprio stile, Fattori, uomo riservato, però non incontrò mai in vita il favore della critica, destino comune ad altri grandi artisti, e fu così indirizzato verso una vita estremamente povera e contraddistinta, nei più vicini affetti, da numerosi lutti. Molto povero era solito frequentare una piccola osteria di via del Pairone gestita da una certa Cesira. Più che la qualità, con l'appetito che lo perseguitava, cercava la quantità e, soprattutto, la faticosa digeribilità dei cibi, per non essere costretto troppo spesso a rimettersi a tavola. Spesso pagava con i propri quadri; quadri spesso di piccole dimensioni, che oggi invece valgono capitali e sono solennemente ospitati nella Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti e di Roma. Gli ultimi anni di vita li passò, come diceva lui, da “gran signore”, per merito di Ferdinando Martini, il Ministro dell'Istruzione, che nel 1869 gli procurò un posto di professore di pittura nell'Istituto di Belle Arti a Firenze, assegnandoli anche, all’ultimo piano dell’Istituto, due misere stanze che divennero per il maestro uno studio-abitazione che abitò fino alla morte che giunse tra queste mura il 30 agosto 1908. Oggi al numero 3 di Via Battisti, la strada che costeggia l’Istituto delle Belle Arti, è possibile ammirare un busto e una targa di marmo che il Comune di Firenze pose nel 1925 per ricordare così il grande maestro: “IN QUESTO STUDIO DELL’ACCADEMIA FRANCESCANAMENTE LIETO DI UN PANE GIOVANNI FATTORI PURISSIMO ARTEFICE ETRUSCO DISEGNO’ INCISE DIPINSE INSEGNANDO AI DISCEPOLI POSTERI CHE ARTE  E’ LIBERTA DA OGNI FORMULA NOVA ED ANTICA”. Sempre nello stesso anno gli fu dedicata la via che ancora oggi a Firenze unisce Via Frà Bartolomeo a Via Pico della Mirandola.
RDF

Il monumento a Fattori in via Battisti
La lapide che ricorda gli ambienti dove sorgeva il caffè Michelangelo in Via Larga (oggi via Cavour)


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