giovedì 5 dicembre 2019

Fonderia delle Cure, ex Fonderia Berta

In piazza Indipendenza, le panchine in pietra che costeggiano il lato lungo della piazza tra via Caterina d’Alessandria e via Nazionale, hanno un supporto in ferro con la dicitura “G. Berta - Firenze”. Tale scritta è ancora leggibile anche su numerosi tombini del centro storico di Firenze, ma anche di Roma ed di altre città italiane. Si riferisce alla “Fonderia Giovanni Berta”, che realizzava vari  prodotti in ghisa e che nacque nel 1865 alle Cure (con precisione in via Maffei) come “Fonderia delle Cure”, fondata da Giuseppe Berta. Nel 1921 la fabbrica prese il nome di Fonderia Giovanni Berta. Giovanni era il figlio di Giuseppe. Giovanni Berta, simpatizzante del neonato movimento dei fasci di combattimento, fu ucciso il 28 febbraio 1921 per mano di un gruppo di militanti socialisti nei giorni degli scontri del Pignone. Erano i giorni successivi all’uccisione del giovane sindacalista Spartaco Lavagnini, ed all’attentato anarchico in Piazza Antinori contro una manifestazione nazionalista. Giovanni Berta, mentre stava attraversando in bicicletta il ponte sospeso presso le Cascine, riconosciuto per la spilletta fascista all’occhiello della giacca, fu accerchiato, malmenato, pugnalato, derubato e gettato in Arno. Divenne così uno dei primi martiri del fascismo, tanto che dopo la marcia su Roma gli furono intitolate molte strade in Italia. A Firenze gli fu dedicato anche il nuovo Stadio di Campo di Marte, che solo nel dopoguerra perderà tale nome per diventare, prima “Comunale” e poi, negli anni Novanta, “Stadio Artemio Franchi”. La Fonderia, ritornata nel dopoguerra a chiamarsi “delle Cure”, e con una sede anche a Scandicci, a metà degli anni Cinquanta attraverserà una grave crisi, che vedrà la storica proprietà abbandonarne la guida. Fu rilevata da una cooperativa di suoi operai. Con alti e bassi l’azienda sopravviverà fino agli anni Settanta quando chiuderà i battenti ed i suoi ambienti furono abbattuti per costruirvi edifici residenziali.
Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

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