"L’affermazione del fiorentino letterario trecentesco come lingua condivisa in tutta Italia si dovette ad un nobile veneziano"

Pietro Bembo (1470-1547)
“[…] La stessa lingua parlata a Firenze era ormai molto diversa da quella trecentesca, piena di possibilità e forme alternative che finivano col confondere le idee ai letterati non fiorentini. Si usava el oltre a il, fosse accanto a fosse e amano accanto ad amano, si preferiva dire le parte al posto del plurale le parti e le mia cose invece di mie.
Non sarà un caso, allora, che a trionfare sia stata la soluzione proposta da Bembo. Una soluzione che guardava soltanto alla lingua scritta, e in particolare letteraria. […] Una soluzione comoda ed efficace, perché sulla base di quei modelli sceglieva una sola forma come corretta (il, fosse, amano, le parti, le mie cose) ed escludeva come sbagliate tutte le altre. […] <<non si può dire che sia veramente lingua alcuna favella che non ha scrittore>> (Bembo). O che <<la lingua delle scritture>> non deve mai <<a quella del popolo accostarsi>>. L’esempio da seguire è quello dei grandi scrittori latini e greci: Virgilio e Cicerone, Omero e Demostene, <<i quali tutti, non mica secondo il parlare, che era in uso e in bocca al volgo delle loro età, scriveano>>. Un modello equivalente a quei grandi si può trovare nei <<due Toschi>>: <<il Boccaccio e il Petrarca senza più>>. Dunque nel riconoscimento della superiorità di quella <<fiorentina lingua>>, molto diversa dalla lingua usata a Firenze nel Cinquecento. Al punto che - affermava provocatoriamente Bembo, -  <<l’essere a questi tempi nato fiorentino, a ben volere fiorentino scrivere, non sia di molto vantaggio>>. Fu così che l’affermazione del fiorentino letterario trecentesco come lingua condivisa in tutta Italia si dovette ad un nobile veneziano. […]”
(Tratto da: Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Milano, Mondadori 2018, e da Giuseppe Patota, La quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell'italiano scritto, Bologna, Il Mulino, 2017)

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