domenica 8 marzo 2020

"Risciacquare i panni in Arno....."

“Il 29 agosto 1827, poco prima del tramonto, gli ultimi raggi di sole sbriluccicavano sulle acque dell’Arno. La serata si annunciava calda, come spesso nelle estati fiorentine, e i valletti davanti all’hotel delle quattro Nazioni si tolgono spesso il cappello per asciugarsi il sudore. Gli zoccoli dei cavalli prima e il cigolio dei freni poi. Al numero quattro di Lungarno Corsini, davanti a quello che era un tempo il palazzo Gianfigliazzi Bonaparte, si fermano due carrozze molto cariche. Uno dopo l’altro scendono Alessandro Manzoni, sua madre Giulia Beccaria, sua moglie Enrichetta Blondel, i loro figli Giulietta, Pietro, Cristina, Sofia, Enrico, Vittoria; poi quattro domestici, che si prendono subito cura dei numerosi bagagli. Tra lunghe soste in varie città (come Genova e Livorno, perché Enrichetta prendessi bagni di mare che le erano stati prescritti dal medico) e qualche incidente di percorso (come il ribaltarsi di una delle due carrozze lungo la discesa che costeggia il fiume Scrivia), il viaggio da Milano si è protratto più del previsto. La famiglia Manzoni, infatti, si era mossa da palazzo Belgioioso già il 15 luglio: qualche settimana dopo che la tipografia di Vincenzo Ferrario aveva finito di stampare il terzo e ultimo volume della prima edizione dei promessi sposi (la cosiddetta “ventisettana”). Dalla ventisettana Manzoni portava con sé parecchi esemplari: molti li vendette altri li regalò. Una copia l’aveva spedita, prima di partire, a sua altezza imperiale il granduca di Toscana, che - una volta in città - <<lo accolse con molta benevolenza, e lo volle seco a mensa>>(come scriveva la <<Gazzetta di Firenze>>).  Ma il momento chiave della spedizione fiorentina fu un altro. L’incontro con la comunità dei letterati toscani che si univa presso il gabinetto di lettura - così si chiamava all’epoca questo tipo di circolo -animato da Giovan Pietro Vieusseux, intellettuale di origine ginevrino. Lunedì 3 settembre Alessandro Manzoni si presentò alle 19 nella sede di palazzo Buondelmonti, in via Tornabuoni. Lì, nel giro di un paio d’ore, conobbe tra gli altri Pietro Giordani, Terenzio Mamiani e il conte Giacomo Leopardi (che aveva riferito di un romanzo <<molto inferiore all’aspettazione>>). Conobbe anche lo scienziato e linguista Gaetano Cioni e il drammaturgo Giovan Battista Niccolini: due figure decisive per la revisione del romanzo. “Ho settantun lenzuolo da risciacquare“, scriveva all’amico Tommaso Grossi il 17 settembre (scriveva proprio tra virgolette <<lenzuolo>>, anche se si riferiva ai primi fogli della nuova versione del romanzo): “un’acqua come Arno, e lavandaie come Cioni e Niccolini, fuor di qui non le trovo in nessun luogo“. Ma l’acqua dell’Arno non entusiasmava lo stesso modo a tutta la famiglia. La diciannovenne Giulietta, ad esempio cominciava ad annoiarsi di quel settembre piovoso di quella città in cui le uniche passeggiate erano <<Lung’Aarno cioè sulla riva dell’acqua gialla senza movimenti…>>. Fatto sta che, alla fine, si decise di ripartire prima del previsto. La mattina del 1° ottobre i Manzoni era di nuovi stipati nelle due carrozze, pronti a riprendere la via di Milano. La revisione del romanzo sarebbe continuata per corrispondenza. Tramite le lettere a Cioni, che cominciano già ai primi del mese: << di mano in mano che avremo raccolto un bel fascio di dubbi e d’ignoranze>>, scrive il 10 ottobre Manzoni, <<io lo spedirò a lei, perché ce li cambi in cognizioni: parole, locuzioni, termini d’arte, proverbii“. E poi-in una seconda fase-con l’aiuto della governante fiorentina Emilia Luti, che era arrivata a Milano nel 1838 come istitutrice in casa d’Azeglio. <<Madamigella Luti, gradisca questi cenci da lei risciacquati in Arno che le offre, con affettuosa riconoscenza, l’autore>>, avrebbe scritto Manzoni dedicandole una copia della seconda edizione dei Promessi sposi, pubblicata a fascicoli tra il 1840 e il 1842 (la cosiddetta <<quarantana>>). […]”
(Tratto da: Il Museo della Lingua Italilana, di Giuseppe Antonelli, Mondadori, Milano 2018)

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