giovedì 30 agosto 2018

Don Facibeni

“[…] La pieve delle Panche, e soprattutto l’anima della pieve e della “Madonnina del Grappa”, don Facibeni aveva nella zona un grande carisma ed una grande influenza.
Giulio Facibeni era stato inviato alle Panche dall’allora arcivescovo di Firenze cardinale Mistrangelo nel lontano ottobre 1912, quando aveva 27 anni. Assai attivo nell’associazionismo e sensibile ai problemi sociali cercò di cominciare a rimediare ai danni fatti dal suo predecessore, don Alessandro Brignole, in un territorio che notoriamente non era abitato da sfegatati cattolici.
Lo diceva lui stesso, in un bollettino parrocchiale del 1916: “Per gli operai che sono la maggioranza il sacerdote è la bestia nera, rappresentante di vecchie e paurose superstizioni ormai tramontate, lo sfruttatore della buona fede dei gonzi, il nemico del popolo perché alleato del capitale; per i più benevoli un uomo che fa più o meno bene il suo mestiere […]. Rimangono i coloni, un centinaio circa di focolari, ma anche tra essi dove sono le famiglie patriarcali di un tempo così affezionate alla loro Pieve?”
Don Facibeni era da poco arrivato alle Panche quando scoppiò la prima guerra mondale. Inaugurò subito, nel 1915, un asilo nido per i figli dei richiamati, prima di essere richiamato a sua volta: soldato di sanità e poi cappellano militare, appunto sul Monte Grappa, dove si rese conto  di tutti gli orrori di quella sanguinosa guerra.
Per questo, tornato alla fine del conflitto alla sua parrocchia , decise di fondare quell’istituzione benefica che, per certi aspetti, diventò leggendaria: l’Opera della Madonnina del Grappa, destinata ad accogliere gli orfani dei soldati morti nel macello del 1915-1918.
La Madonnina del Grappa non si occupò solo di dare assistenza agli orfani, ma creò anche una scuola ed un istituto di formazione professionale. Una attività che continuò dopo l’altra strage mondiale, la seconda, raccogliendo anche i figlio dei soldati americani che erano passati da Firenze e avevano qui vissuto brevi e fugaci amori.
Era implicito che avere fatto parte della Madonnina del Grappa era un titolo preferenziale per entrare alla Galileo: sia perché la formazione professionale (in certo senso “mirata” proprio a questo) era sicuramente di ottimo livello e sia, se non soprattutto, perché questo significava per la direzione dell’azienda assumere giovani che venivano dall’ambiente cattolico, quindi più “tranquilli” politicamente, si presumeva, delle maestranze tradizionalmente “sovversive” che erano state – ed erano ancora – il fulcro operaio della fabbrica.
Questo in realtà era più un auspicio da parte dei dirigenti e dei padroni, perché se è vero che non si poteva ignorare un giovane raccomandato da don Facibeni, non è che “quel” prete fosse stato zitto o non avesse preso posizione quando a Firenze scoppiavano problemi e drammi politici-sociali. […]
Don Facibeni non aveva nulla dei “preti operai” e meno che mai contestava le gerarchie ecclesiastiche; non potrebbe nemmeno essere definito una sorta di don Milani. Mantenne sempre la distanza dai movimenti e dai partiti di sinistr a, ma questo non gli impedì, quando lo riteneva necessario peri l suo credo cristiano, e necessario per i suoi compiti di pastore cattolico, di unire le proprie energie a chiunque lottasse per cause che lui reputava socialmente giuste, senza complessi e nonostante i mugugni di proprietari o dirigenti che lo consideravano un grandissimo rompiscatole […]”
 (Tratto da: C’era una volta (e c’è ancora) una Casa del Popolo, Andrea Mugnai, 2001)

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