mercoledì 20 aprile 2016

Fino al 30 luglio - L’Altarolo di Elsheimer torna per tre mesi a Palazzo Pitti

Occasione da non perdere nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti. Da martedì 19 aprile fino al
30 luglio, la Galleria delle Statue ospita il Polittico della Santa Croce di Adam Elsheimer.
L’opportunità di ammirare l’opera è resa possibile in occasione del prestito di due opere di
Pontormo della Galleria Palatina allo Städel Museum di Francoforte; grazie allo scambio, i
visitatori di Palazzo Pitti potranno vedere l’opera di Adam Elsheimer. L'altarolo, che fu in
antico nelle collezioni di Cosimo II dei Medici, sarà esposto con un corredo didattico che ne
illustrerà la storia, la sua dispersione e la sua ricomposizione messa a punto sulla base di
documenti di archivio.
La mostra temporanea dell’opera è a cura di Matteo Ceriana e Anna Bisceglia ed è inserita nel
percorso museale comprendente la Galleria Palatina e la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti.
“Il prestito del capolavoro di Elsheimer, pittore tedesco che si stabilì in Italia per amore del paese
e della sua arte – afferma Eike Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi -, è un ottimo esempio
di una politica di prestito virtuosa con uno dei musei più rinomati dell’Europa transalpina”.
QUATTRO SECOLI DI STORIA
Il piccolo altarolo, composto di dipinti su rame argentato con le Storie della Vera Croce montati
entro una cornice architettonica (ora perduta), è ricordato già dai contemporanei come opera di
grande qualità compositive e sottilissima esecuzione; ricordiamo le lodi, non disinteressate d’altra
parte, del pittore Agostino Tassi, l’approvazione del cardinal Dal Monte, la menzione nel Discursos
praticabiles del nobilisimo arte del pintura dello spagnolo Jusepe Martinez (scritto nel 1625).
L’opera è elencata nell’inventario redatto dopo la morte dell’artista nel 1610.
Il dipinto passò in seguito nella collezione romana dello spagnolo Juan Peréz nella quale
lo vide Agostino Tassi proponendone l’acquisto al Granduca Cosimo II de’ Medici
appassionato collezionista anche di piccole, preziose opere fiamminghe. Come si evince dai
documenti, l’insieme arrivò a Firenze dopo il 1619 e il 19 maggio 1626 l’opera risulta
registrata nell’inventario di corte.
Entrato successivamente nelle collezioni dei duchi di Arundel, forse per un dono o uno scambio,
il tabernacolo fu smembrato nei secoli seguenti e i pannelli divisi finirono in varie collezioni inglesi.
Già in possesso di alcune parti dell’opera, nel 1981 lo Städelmuseum di Francoforte riuscì
ad acquistare l’ultimo pezzo mancante, riunendole poi tutte in una cornice che riproduce la
struttura dell’originale desunta da un disegno dell’epoca conservato nell’Archivio di Stato di
Firenze.
Il pannello centrale raffigura l’Esaltazione della Croce in un consesso celeste popolato di santi
ed angeli, mentre sullo sfondo, in un virtuosistico gioco di luci, è incoronata la Vergine. L’abile
orchestrazione cromatica e la straordinaria sapienza compositiva derivano all’Elsheimer più che
dalla formazione presso il pittore e incisore francofortese Philip Uffenbach, dal suo soggiorno
veneziano dove poté studiare Tintoretto e Veronese e infine anche da contemporanei modelli
romani. Esistono, fatto piuttosto eccezionale per l’artista, disegni preparatori per l’opera. Lo
sportello centrale è fiancheggiato da sei tavole che illustrano la scoperta miracolosa e la
restituzione dell’autentica croce di Cristo secondo la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine,
composta nella seconda metà del XIII secolo. In essa si narra che Costantino aveva inviato sua
madre Elena a Gerusalemme per cercare la vera croce di Cristo e proprio da tale episodio inizia il
ciclo delle tavolette laterali ed inferiori del tabernacolo: procedendo dall’alto a sinistra in senso
antiorario, si incontrano la partenza di Elena, l’interrogatorio dell’ebreo, il ritrovamento della croce e
la resurrezione di un giovane defunto. Gli ultimi due pannelli hanno come protagonista l’imperatore
bizantino Eraclio; per quanto riguarda il programma iconografico, che in alcuni dettagli diverge
dalla Legenda Aurea, si può supporre che vi abbiano contribuito anche personaggi contemporanei
quali l’umanista e filosofo fiammingo Justus Lipsius e l’erudito cardinal Cesare Baronio.
L’opera, caratterizzata da un’estrema finezza compositiva tipica dell’artista, presenta al tempo
stesso soluzioni che evidenziano un confronto attento con la vivace scena artistica romana
dell’inizio del primo decennio del Seicento, dove lavoravano anche pittori nordici come Peter Paul
Rubens, Paul Brill e Cornelis van Poelenburgh. A causa del formato minuto, e considerata anche la
primitiva storia, è probabile che l’opera fosse destinata all’uso privato.

ga-uff@beniculturali.it; www.uffizi.beniculturali.it

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