venerdì 20 settembre 2013

Il mercante fiorentino

Testo di Roberto Di Ferdinando (tratto da: Sette-Corriere della Sera)

Nelle settimane scorse, sul settimanale SETTE, Giovanni Vigo, che sulla rivista cura, tramite approfonditi articoli di storia economica, una rubrica dal titolo “Mille anni di buona economia italiana – Lo sviluppo dei commerci e della finanza”, ha dedicato un suo intervento alla figura del mercante, in particolare il mercante fiorentino del Trecento e Quattrocento e l’importanza in quel periodo del fiorino, descritto come il “dollaro del Medioevo”.
Vigo parte dalla constatazione che in quei secoli, nel mondo allora conosciuto, l’Italia si trovava  in una posizione centrale, a metà e ponte tra il Nord ed il Sud dell’economia mediterranea e via d’accesso al Vicino Oriente ed alla Cina. E l’attore principale di questo sviluppo commerciale e produttivo era il mercante che era allora altamente specializzato e svolgeva molteplici funzioni: “commercio di lana grezza, produzione di drappi, organizzava la produzione curando, attraverso i suoi agenti, il lavoro a domicilio di filatori e tessitori, e la rifinitura dei tessuti nelle botteghe cittadine, acquistava le materie prime e vendeva i prodotti finiti, faceva il banchiere e l’armatore,  non di rado speculava sui cambi. Una figura complessa che rispondeva in parte alla necessità di tenere sotto controllo l’intero ciclo della produzione e del commercio, in parte all’esigenza di ripartire il proprio capitale fra diverse operazioni in modo da contenere i rischi”.
Inoltre, Vigo ricorda come l’attuale finanza ed economia abbia attinto alle intuizioni di quei secoli, se non perfino prima,: “Fra il Mille e il Quattrocento si verificò un notevole sviluppo della tecnica degli affari: l’organizzazione delle fiere, la lettera di cambio (ma anche l’assegno, il conto corrente, l’apertura di credito, il giroconto, il servizio di cassa, il credito alle imprese), le nuove forme di contabilità (tra cui la partita doppia) e nuovi tipi di società”.
Quell’economia dinamica aveva bisogno anche di una moneta che potesse essere comunemente accettata nelle transazioni e nei mercati internazionali. Nacque così su volere di Carlo Magno la lira che indicava la corrispondenza del valore di una libbra (da qui il nome) di argento. Ma l’argento era usato per le transazioni di valore modesto. Per questo nel Duecento si iniziò a battere sempre di più monete d’oro perché supportassero gli scambi commerciali-internazionali più ingenti: nel 1252 Genova coniò la sua prima moneta d’oro (genovino), poi, alcuni mesi dopo, fu Firenze con il fiorino e più tardi, nel 1284 arrivò il ducato di Venezia. Il fiorino, grazie al dinamismo ed alle disponibilità economiche dei mercanti fiorentini divenne la moneta più ricercata sui mercati (il “dollaro del Medieovo”), nonostante la diffidenza iniziale nei suoi confronti (come sta accadendo all’euro).
RDF

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